Il denaro ha in mano il destino del pianeta

Salvare il mondo o preservare il capitale?

 

Se è vero che il potenziale industriale ed economico del mondo capitalistico è in aumento e non in declino, è altrettanto vero che maggiore è la sua aggressività, peggiori sono le condizioni di vita in cui si viene a trovare l’umanità di fronte ai cataclismi naturali e storici. A differenza della piena periodica dei fiumi, la piena dell’accumulazione del capitalismo non ha come prospettiva la “decrescenza” di una curva discendente delle letture all’idrometro, ma la catastrofe dell’inondazione.

 

A Marrakesh a novembre, nel G7 di Taormina a maggio e nel summit Ue-Cina a Bruxelles, per finire poi con il G7 di Bologna di giugno, in tutte queste occasioni il mondo ha assistito distrattamente alle kermesse dei potenti del pianeta sul cambiamento climatico. In quegli ambiti la questione in discussione è stata essenzialmente la possibilità di conciliare sviluppo capitalistico e salvaguardia dell’ambiente, che, nell’ipocrita formula dello “sviluppo sostenibile”, riassume l’intento di moderare la devastazione, pur continuando a ampliare il vortice degli affari. Si da il caso che oggi sia in gioco non la sorte di singole aree colpite da cataclismi o calamità, ma il riscaldamento globale, un fenomeno dalle dimensioni planetarie, che mette a rischio equilibri che la natura ha costruito in milioni di anni e che un paio di secoli di capitalismo ha compromesso con il consumo sfrenato di risorse e il rilascio nella terra, nell’acqua e nell’aria di quantità gigantesche di sostanze venefiche. Sappiamo bene che ad ogni epoca dello sviluppo industriale sono da abbinarsi catastrofi sempre crescenti: se, infatti, nell’ottocento avevamo l’insana città industriale annerita dal carbone, isolata nel verde della campagna, oggi è il mondo intero ad essere annebbiato dai fumi degli scarichi dell’industria e non c’è angolo remoto che sia preservato dagli effetti dell’avvelenamento.

Disoccupazione europea ed export di liberismo made in Germany

La disoccupazione reale europea è il doppio di quella ufficiale 

 

Disoccupazione: l’Europa distrugge le proprie risorse umane
Da uno studio della BCE di maggio 2017, emerge che in Europa sussiste una forza lavoro non impiegata pari al 18%. Il tasso di disoccupazione medio europeo è del 9,5%. Le statistiche riguardanti la disoccupazione infatti non considerano la massa di lavoratori precari, sottoccupati e scoraggiati, cioè disoccupati che non cercano più un lavoro.
Trattasi dunque di manodopera in eccedenza non utilizzata (particolarmente diffusa tra i giovani), di risorse umane escluse dal mondo del lavoro. Tali risultati statistici fanno comprendere che la disoccupazione / sottoccupazione reale in Europa è il doppio di quella ufficiale. Possiamo affermare che tale situazione di carenza occupazionale è una delle principali cause della labile ripresa europea e della stessa ondata deflattiva che ha investito l’Europa negli ultimi anni.
L’aumento del tasso medio di inflazione registrato in aprile è pari all’1,7%. Ma trattasi per lo più di inflazione dovuta al rincaro dei prezzi agricoli e delle materie prime e non alla ripresa della domanda interna, che invece tende a languire. La spirale della compressione retributiva e la flessibilizzazione del lavoro hanno prodotto negli anni i loro effetti, influendo negativamente su redditi e consumi. Le riforme imposte dalla UE relativamente alla legislazione del lavoro al fine di incrementare la competitività delle imprese e la produttività del lavoro, hanno determinato progressivi decrementi del costo del lavoro e maggiore discrezionalità da parte delle imprese nei licenziamenti e nelle assunzioni. I contratti aziendali hanno sempre maggiore diffusione, facendo venir meno la contrattazione collettiva. Si è accresciuto il potere contrattuale delle imprese a danno dei lavoratori, che vengono quindi privati di larga parte delle tutele sindacali.

La Francia, l’Europa e le nuove conflittualità sociali

Ha vinto Macron. E’ una nuova rivoluzione francese? No. Trattasi solo di una involuzione capitalista europea.

 

L’Europa è salva, ma ha salvato solo le proprie catene. E’ tramontata la vecchia politica, grazie ad leader virtuale teleguidato dalla UE, feudatario della Merkel e dell’establishment finanziario. L’esultanza europea è stata condivisa dal governo e dai media italiani, che non hanno perso l’occasione di dimostrare il loro abituale servilismo, dato che dinanzi ad nuovo asse franco – tedesco, l’Italia può solo subire nuove emarginazioni e ulteriori sudditanze europee.
Ma il fenomeno più rilevante, è costituito dall’emergere di un dissenso sistemico di massa verso le istituzioni. Si è registrata la più bassa affluenza elettorale dal 1969, un terzo dell’elettorato ha disertato le urne o ha votato scheda bianca o nulla. Nel ballottaggio almeno il 40% dei francesi si è confermato contrario a Macron ed ai partiti tradizionali.

 

Una svolta storica?
Ma è proprio vero che queste presidenziali francesi siano state un referendum pro o contro l’Europa? Queste elezioni sono una svolta storica in cui l’Europa della UE si impone come un destino irreversibile per i popoli?
Le fratture interne all’Europa emerse con la crisi del 2008 permangono, gli squilibri, congiuntamente ai rapporti di dominio instauratisi tra nord e sud dell’Europa rimangono immutati, così come le accentuate diseguaglianze sociali interne agli stati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: