TRUMP-JONG-MOON

Il Trumpangolo no, non l’avevo considerato.
(Kim Ki-duk)

Ebbene sì, sono un cinefilo e temo che, nel mio caso, sia un modo per rifuggire dalla realtà del mio orticello, quanto dalla steppa bruciata dal freddo sociale calato sul presente, come l’orda tartara, esaltata in toni bianchi e neri, del perfetto Andrej Rublëv girato dal mio caro amico Andrej Tarkovskij.
L’ho detto e non mi tiro indietro.

Chiamo amici i Penati della cultura, i Numi tutelari di una Tradizione estinta o in via di estinzione; coloro che riescono a scuotermi meglio di quanto non riesca la traduzione dell’eponimo Shakespeare (lancia che scuote… per gentile concessione di Carmelo Bene)

Migrazioni bibliche e neocolonialismo globale

Intervista di Luigi Tedeschi a Alessio Mannino, autore del libro “Mare Monstrum”, Arianna Editrice 2014

 

 

 

 

 

 

1) Il fenomeno delle migrazioni di massa è scaturito dall’avvento della globalizzazione. Oggi, con l’insediamento della presidenza Trump negli Stati Uniti e il dilagare dell’ondata populista in Europa, la globalizzazione sembra subire rilevanti battute d’arresto. Comunque, le sembra prevedibile, alla luce dei recenti mutamenti di indirizzo politico in Occidente una flessione delle ondate migratorie, data la perenne instabilità del terzo mondo?

 

Per la verità una diminuzione degli sbarchi, per quanto riguarda l’Italia, c’è stata già l’anno scorso per effetto degli accordi presi dall’ex ministro degli interni Minniti (che come si sa è del Pd) con i libici. In pratica, anche se non si può dire, pare che li si sia pagati. Il suo successore Salvini vuole in sostanza dare un violento giro di vite sulle Ong, e secondo me farebbe giusto, a patto che preventivamente e contestualmente scattasse la vera e unica soluzione operativa per, se non proprio chiudere, almeno stringere di molto il rubinetto dei flussi: campi di identificazione e smistamento attrezzati, organizzati e soprattutto umani nei Paesi di origine, Niger, Ciad, Mali, Sudan, ma anche negli stessi Stati di transito, come la Libia. Il problema è che negli ultimi tre, per esempio, sono in corso guerre civili e guerriglie infinite, e finchè noi Occidente non ci mettiamo d’accordo con noi stessi, ovvero non decidiamo di farla finita con la nostra pelosa complicità economica e geopolitica in quelle aree (si pensi alla Francia in Mali, e sempre alla Francia ma anche agli inglesi e a noi italiani a Tripoli), magari anche recuperando quella necessaria realpolitik che, altro esempio, servirebbe con l’Egitto, continueremo a dover subire, e per giunta da fessi, questa colonizzazione di ritorno e a rovescio. Che è la nemesi del nostro colonialismo passato (e questo senza assolvere le corrottissime e grottesche classi dirigenti africane). La globalizzazione effettivamente, e fortunatamente, sta arretrando, si veda il ritorno al protezionismo con Trump e l’epidemia europea di lebbra populista, per citare quell’infame manichino di Macron. Ma mi guarderei bene dall’affermare che si è invertita la rotta: lo sviluppo tecnologico dell’economia capitalistica mondiale, a cui ormai tutti i popoli hanno aderito o con cui devono comunque fare i conti, non lo consentirebbe in ogni caso.

La nuova geopolitica mediorientale

Intervista di Luigi Tedeschi a Giacomo Gabellini autore del libro “Israele – geopolitica di una piccola grande potenza” Arianna Editrice 2017

 

 

 

 

 

 

1) L’Isis è stata sconfitta e la Siria ha riconquistato i propri territori. Tuttavia il dopoguerra siriano si presenta assai denso di incognite. Infatti la Siria è oggi un paese, oltre che materialmente distrutto, assai mutato. Quali sono le più rilevanti trasformazioni subite dalla Siria a seguito della guerra, dal punto di vista etnico, religioso e politico?

 

La Siria come l’abbiano conosciuta finora probabilmente non esisterà più. Le componenti cristiana e alawita del Paese hanno subito pesanti perdite ad opera dei gruppi islamisti intenzionati a rovesciare il governo di Bashar al-Assad, consapevoli che uno dei principali punti di forza della struttura politica baathista è dato dalla capacità di tenere gli innumerevoli gruppi religiosi in equilibrio attraverso il bilanciamento (con nomine di cristiani, alawiti, drusi, ecc. nei ranghi dell’esercito e della burocrazia statale) della schiacciante preponderanza della compagine sunnita. Gli Stati Uniti mantengono proprie forze speciali nell’area orientale del Paese, mentre la Turchia non sembra affatto disposta a rinunciare al controllo delle zone che corrono lungo il confine con la Siria. I russi sono invece ben presenti nelle aree nevralgiche della nazione, In tali condizioni, il recupero di una piena sovranità da parte del governo in carica sembra molto difficile da ottenere. Lo scenario più probabile consiste nell’applicazione alla Siria di una soluzione di tipo iracheno, basata cioè sull’attribuzione di una larga autonomia alle varie regioni di cui si compone il Paese a seconda della loro composizione etnica e demografica.

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