DA MISHIMA A VENNER

APOLOGIA di suicidi  inutili che non hanno arrestato quello collettivo della specie umana

Martedì 21 maggio 2013, circa alle ore 16 (un secolo fa per il web, mai accaduto per l’ignoranza insita o indotta nella specie italica/europoide) nel coro della cattedrale di NÔtre-Dame a Parigi, lo storico del diritto e saggista Dominique Venner (classe 1935), si suicidò sparandosi un colpo in bocca.

Poco prima dell’atto, Venner pose sull’altare un testo che doveva o avrebbe dovuto spiegarlo a chi lo conosceva e a chi di lui si ricordava soltanto come oppositore della legge in favore del matrimonio omosessuale, che fu adottata e promulgata dal Parlamento francese  il 17 maggio del 2013, quattro giorni prima dell’estremo  gesto.

La lettera:

“Perché mi do la morte?


Sono sano di spirito e di corpo e sono innamorato di mia moglie e dei miei figli.
Amo la vita e non attendo nulla nell’al di là, se non il perpetrarsi della mia razza e del mio spirito.
Cionondimeno, al crepuscolo di questa vita, di fronte agli immensi pericoli per la mia patria francese ed europea, sento il dovere di agire finché ne ho la forza.

Ritengo necessario sacrificarmi per rompere la letargia che ci sopraffà.
Offro quel che rimane della mia vita nell’intenzione di una protesta e di una fondazione.
Scelgo un luogo altamente simbolico, la cattedrale di NÔtre-Dame de Paris che rispetto ed ammiro, che fu edificata dal genio dei miei antenati su dei luoghi di culto più antichi che richiamano le nostre origini immemoriali.
Quando tanti uomini vivono da schiavi, il mio gesto incarna un’etica della volontà.
Mi do la morte al fine di risvegliare le coscienze addormentate.

Insorgo contro la fatalità.

Insorgo contro i veleni dell’anima e contro gli invadenti desideri individuali che distruggono i nostri ancoraggi identitari e in particolare la famiglia, nucleo intimo della nostra civiltà plurimillenaria.
Così come difendo l’identità di tutti i popoli presso di loro, insorgo contro il crimine consumato nel rimpiazzo della nostra popolazione.
Essendo impossibile liberare il discorso dominante dalle sue ambiguità tossiche, appartiene agli Europei di trarne le conseguenze.
Non possedendo noi una religione identitaria cui ancorarci, abbiamo in condivisone, fin da Omero, una nostra propria memoria, deposito di tutti i valori sui quali rifondare la nostra futura rinascita in rottura con la metafisica dell’illimitato, sorgente nefasta di tutte le derive moderne.
Domando anticipatamente perdono a tutti coloro che la mia morte farà soffrire, innanzitutto a mia moglie, ai miei figli e ai miei nipoti, così come ai miei amici fedeli.
Ma, una volta svanito lo shock del dolore, non dubito che gli uni e gli altri comprenderanno il senso del mio gesto e che trascenderanno la loro pena nella fierezza.
Spero che si organizzino per durare. Troveranno nei miei scritti recenti la prefigurazione e la spiegazione del mio gesto.”

Il 25 novembre del 1970 accanto al corpo esangue dello scrittore giapponese, Yukio Mishima –suicidatosi con seppuku rituale per manifestare il suo completo ed eroico dissenso contro la degenerazione della società e cultura nipponica dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale – venne trovato questo biglietto, quasi un haiku all’eternità:

“La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre.”

Entrambi militanti, Mishima e Venner sono stati divorati dalla critica post-bellica contro ogni intellettuale o artista che avesse aderito in precedenza a qualche principio nazista (ad eccezione dei transfughi dal fascismo italiano che, genuflettendosi alla cultura sinistra, sono persino entrati nel ristretto gruppo dei Premi Nobel).

Oggi, in assenza di ideologie, nella sudicia, falsa rappresentazione destra-sinistra – spettro di quei blocchi che hanno dominato la scena politica e militare del XX° secolo –  non si fa di meglio che cercare alienati dal pensiero dominante; sbatterli nei ripostigli della cultura ossessivo-compulsiva per il politicamente corretto; relegarli all’interno di un ghetto dal quale non debbono uscire; trasformarli in esempi eternamente negativi, curiosità per biografi, morbosità di giovani sempliciotti che si svasticano camere e corpo, pasto letterario per intellettuali radicali che sognano ancora un ritorno a un’età d’oro rivoluzionaria, pre-formativa degli Stati nazionali europei.

Le riflessioni di Venner, quanto quelle di Mishima, hanno ormai perso di slancio emotivo, di efficacia, non fanno male a nessuno, non scalfiscono nè gli europei nè i giapponesi e non instillano coscienza rivoluzionaria in nessuno degli involucri vuoti, circondati da un’aura di minuscolo, egoistico mondo, che non è volontà e nemmeno rappresentazione: sacchi di carne farciti di nulla, che si trascinano nel caos dell’imprevedibile sub-umano, sopravvivendo, quantitativamente, soltanto più negli elenchi di algebriche espressioni fiscali e demografiche o nelle adulazioni pubblicitarie che li blandiscono e ingannano senza tregua. 

Al limite, nei più sensibili e intelligenti, nei meno intruppati nelle fila dei nuovi giusti, possono provocare nostalgia, pietà o un sorriso amaro per ciò che i loro scritti annunciavano come la fine di un’epoca:  l’inizio del vero crepuscolo dell’uomo già prefigurato da precedenti giganti del pensiero filosofico occidentale.

La questione delle radici culturali, quando si tratta di pensatori originali o comunque anti-sistema – e per sistema oggi dobbiamo intendere quest’ accozzaglia europea di Stati tenuti insieme con la coercizione di trattati colla; non accettati con referendum; non fondati su una lingua o un sentire popolare comune; in disequilibrio sul piano economico di una distopia mercantile tedesca che vuole garantirsi il meglio dei profitti dei flussi monetari a base euro, obbligando il resto dell’Unione al vassallaggio dell’importazione obbligatoria dei suoi prodotti commerciali – è invisa, passata sotto silenzio con la compiacenza del catenaccio editoriale-distributivo, che non consegna capillarmente le opere dei suddetti alle biblioteche o ai luoghi dove si esercita il potere della conoscenza: quest’ultimo, sempre e soltanto finalizzato alla sottomissione dei popoli e delle menti giovani, al diktat autocelebrativo del corretto politicamente, del buonismo generalizzato a scopo multietnico, polireligioso e pansessuale.

Scovare i mostri nelle cantine del sapere è lo scopo dei cacciatori di streghe, quelli che occupano presidenze, rettorati, aule magne, coloro che nel Secolo breve (cfr. Eric Hobsbawm) furono le streghe e oggi siedono sugli scranni inespugnabili degli inquisitori.

Dominique Venner ha incarnato il ruolo del mostro dei mostri della cultura francese, odiato da ebrei, musulmani, europeisti, femministe, gay, sinistri, centristi e antirevisionisti.

Le sue opere sono svariate decine, ma a noi italiani ne sono toccate quattro: poveri mentecatti ai quali è meglio non somministrare antidoti, avvelenati come siamo dalla demo-idiozia delirante, lusingatrice dei nostri pochi neuroni, disabituati, fin dalla culla, a connettersi fra loro e a creare una riflessione che non sia una canzonetta o una battutina dal volgare e prevedibile senso.

Leggere libri “divergenti”(sempre che ancora vengano letti), per chi lecca i piedi al potere vigente, è fonte di livore, astio, acidità di stomaco, al quale occorre somministrare un inibitore di reflussi sciovinisti, nazionalisti, identitari: cattivi rigurgiti di una storia morta e sepolta che non può essere riesumata da conati d’isteria indipendentista.

Ordine del giorno: scovare la bestia satanica e scavarci dentro per trovare il marcio, le origini del male, la motivazione psicotica, il delirio, l’indecenza, le sfumature di sterco con il quale imbrattarne la vita, fin nei recessi dell’anima, sostenendo, infine, che lo spirito, in un ”essere” del genere, non può certamente esistere in quanto manchevole di un involucro umano dove albergare.

Venner è il Fantasma dell’Opera, lo sfigurato storpio macellato dall’abbrutimento dell’anti-secessionismo lirico che gorgoglia dalle gole profonde di chi ci mangia soldi e vita appoggiando comodamente le chiappe sulle poltrone, lautamente pagate, nei Parlamenti di Bruxelles e Strasburgo.

Venner voleva l’Europa della tradizione?

No, voleva l’esserci dell’uomo di fronte al suo destino di difensore di un irrinunciabile senso di superiorità morale, giuridica, politica e ideologica.

Una superiorità che non si è espressa solo con l’uso della violenza bellica – come un esorbitante senso di colpa colonialista e antimperialista diffuso vorrebbe far credere – ma scaturita da millenni di tentativi, mai giunti alla perfezione, miranti alla perfettibilità, di popoli che, dai greci e dai latini, hanno appreso gli strumenti intellettuali e materiali per garantirsi una sopravvivenza oltre il mero barbaro afflato consanguineo.

Venner era un uomo dal tratto ellenico-romano e come tale è stato stroncato da una critica che continua a porre lo spirito al di sopra dell’intelletto, sostituendo le fondamenta classiche dell’Europa con un mélange mistico, mediorientale, pseudo-platonico, oltremondano, di falso cristianesimo, giudaismo e islamismo camuffato da salvatore e ri-fondatore della nostra stessa obsoleta civiltà.

Ha tentato in ogni suo scritto di rovesciare il mondo delle idee e porlo ai piedi della ragione.

Si è arrivato a dire anche questo di Venner: che non fosse umano per un suo commento da discepolo al maestro-mostro Heidegger, ancora oggi considerato il nazista della filosofia, l’ incarnazione del demone della decadenza, il cerbero da guardia della setta degli adoratori di Nietzsche, l’Aleister Crowley dell’epistemologia, l’adulatore dei vaneggiamenti storiografici di Spengler, il William Blake dell’ontologia.

Tutto ciò affermato da chi, dopo Marx, non ha fatto altro che demolire l’integrità del Pensiero Occidentale per fondare un’ Europa acefalica e darla in pasto all’avidità famelica del Moloch Mercato, realizzando proprio quella profezia del Tramonto dell’Occidente (cfr. Oswald Spengler) che le sciocchezze sulla Fine della storia (cfr. Francis Fukuyama) post 1989, non sono riuscite a ridurre a un pettegolezzo da corridoio.

Eccolo il suo commento:

Dobbiamo ricordare, come scrisse genialmente Heidegger in Essere e tempo, che l’essenza dell’uomo è nella sua esistenza e non in un ‘altro mondo’. È qui e ora che si gioca il nostro destino, fino all’ultimo secondo. E quest’ultimo secondo ha tanta importanza quanto il resto di una vita. Ecco perché dobbiamo essere noi stessi fino all’ultimo istante. È decidendo noi stessi, è volendo veramente il nostro destino che sconfiggiamo il nulla. E non ci sono scappatoie da questa necessità, perché abbiamo solo questa vita, in cui siamo chiamati a essere interamente noi stessi e a non essere nulla”.

Il “qui e ora”, principio che i sinistri giullari della forzata unione tra genti trattano con deferenza accademica e disgusto dogmatico, cardine di coscienza e conoscenza  che accettano unicamente se lo stesso principio promana dalle auree parole del pacifista Dalai Lama o del Gandalf dell’integrazione sapienziale, il fu Umberto Eco.

Perché sono ben accetti soltanto i pompieri,  nel  tempio divorato dalle fiamme autodistruttive dei falsi Diritti Umani, che bandiscono ogni dovere sociale, nutrendo a dismisura l’immediata voglia di soddisfare i desideri acquistati a rate, in rete e creati incessantemente dalla smisurata forza propagandistica mercantile.

Agli incendiari, meglio offrire lavori socialmente utili, come la distruzione a 451 gradi Fahrenheit  delle sacrileghe opere di Venner. 

Peccato che l’intoccabile Freud, ne “Il disagio della civiltà”, abbia scritto a conforto della citazione di Heidegger e del commento di Venner:

Ora le illusioni hanno la funzione di risparmiarci determinate impressioni spiacevoli e di consentirci invece di appagare dati sentimenti. Ma non dobbiamo lamentarci se esse, una volta o l’altra, cozzano contro la realtà e ne rimangono distrutte.”

La mia apologia è inutile quanto il suicidio di Venner.

Forse si trattò di eutanasia premeditata per non essere di peso a nessuno, al di là della giustificazione sanitaria che i giornali prezzolati si sono dati la pena, dopo aver rimestato tra gli anfratti privati dell’uomo, di comprovarla sventolando le carte di una supposta mancanza di stoicismo, nell’affrontare una malattia che lo avrebbe portato a morte certa nell’arco di pochi mesi.

Per farla breve, considerato che i commenti negativi sparsi sulle ceneri dei poco stimati suicidi di cui tratto, non sono mai abbastanza taciuti, è giusto rilevare che l’amore spicca dalle parole di  Mishima e di Venner, nei loro testamenti di commiato.

Entrambi cercarono nella storia popolare, in quella dei vinti più che dei vincitori, un diverso senso della famiglia e della comunità, a  dispetto dei ruoli  sociali oggi decaduti nelle spire linguistiche di un rovesciamento di significato, idioma di un establishment progressista che rinuncia al sentimento, lo nega, riducendo ogni relazione umana a mera e algida responsabilità civile, riesumando la vecchia litania marxista sulla distruzione della Sacra Famiglia (in contraddizione con la vita privata di Marx pregna di affetti famigliari).

In verità tale disintegrazione di legami è prodromo di un indebolimento dell’uomo, ormai atomo sociale, strappato alla sua vocazione antropologica comunitaria, per essere inserito in una globalità uniforme, brandizzata; affezionato soltanto ai prodotti che consuma o vorrebbe consumare, identificandosi consciamente o inconsciamente con i loro marchi.

Discorsi che furono il manifesto di quella Scuola di Francoforte che non venne ostracizzata come l’opera di Venner.

Anche Marcuse, ne “L’uomo a una dimensione” sosteneva lo scempio e la scempiaggine di una omogeneità esistenziale su scala planetaria.

Se si rileggono i passaggi fondamentali della sua opera più dissacrante, si noterà che il taglio delle sue parole non è meno aspro di quello usato dagli identitari di oggi, relegati nelle ali estreme dei Parlamenti, osservati in tralice come residuati bellici della disintegrazione novecentesca del nazi-fascismo.

Ma Venner ha usato il termine “razza” e subito lo si è confinato nel girone degli anti-semiti per eccellenza, mentre Marcuse, per ovvie ragioni ebraiche, non lo avrebbe mai fatto riferendosi a se stesso o al proprio popolo, anche se il suo pensiero controcorrente, e a tutti gli effetti profetico, oramai non trova spazio che in miseri trafiletti nella liceizzazione degli Atenei di filosofia.

Venner è un falso profeta?

I suoi moniti sono deliri di un pazzo?

Mishima scriveva nel suo proclama alla Nazione, letto prima di togliersi la vita:

“E quando, continuando a sopportare, si oltrepassa anche l’ultima linea, ci si dovrebbe difendere: è da uomo, da samurai, ribellarsi assolutamente.”

E non è difficile pensare che queste parole siano sorte anche e non solo dallo shock emotivo dello scrittore ventenne, irrisolto, causato dai genocidi nucleari, mai puniti – risposta sproporzionata rispetto al vigliacco attacco nipponico su Pearl Harbor – di cui gli USA si sono macchiati a seconda guerra mondiale praticamente finita e contro il volere delle menti più prolifiche del suo apparato scientifico (la lettera Einstein-Szilárd datata 1939).

Motivi per ribellarci oggi ce ne sono innumerevoli, ma qualcosa ha inceppato nell’uomo il senso dell’emancipazione dalla schiavitù delle sue dipendenze e del suo edonismo individualista, nichilista e negazionista.

Questo qualcosa, almeno in Occidente, s’incarna nel continuare a credere, anche contro l’evidenza dei fatti contrari, alle promesse di benessere, pace, prosperità, solidarietà che la pseudo-socialdemocrazia, supina alla finanziarizzazione globalista del capitalismo, disattende costantemente.

I governi si blindano, non si fanno più eleggere direttamente dai popoli;  il Mercato, o il suo volto bancario, li insedia negli emicicli parlamentari e li innalza a difesa della sua macchina di lobotomizzazione dell’individuo.

L’unica ribellione, insana oltretutto, viene dal mondo islamico… ed è tutto dire!

“E tuttavia questa società è, nell’insieme, irrazionale. La sua produttività tende a distruggere il libero sviluppo di facoltà e bisogni umani, la sua pace è mantenuta da una costante minaccia di guerra, la sua crescita si fonda sulla repressione delle possibilità più vere per rendere pacifica la lotta per l’esistenza – individuale, nazionale e internazionale.”

Lo vergava e insegnava Marcuse…  e per queste invettive non  fu processato da nessuno.

Notre Dame: il rogo della nostra civiltà

Il rogo di Notre Dame è il simbolo tangibile della distruzione sistematica dell’identità spirituale dell’Europa effettuata dal neoliberismo negli ultimi decenni.

Ma davvero si può credere che l’incendio di Notre Dame abbia assunto per l’Europa e gli europei un significato simbolico, che trascende i valori religiosi e sia la rappresentazione di una Francia e di un’Europa ferita nella sua identità storica, culturale e spirituale?  Vengono in realtà evocati valori della storia già rinnegati e rimossi da una Europa emarginata dal contesto mondiale e omologata al globalismo neoliberista. Le classi dirigenti dell’asse franco – tedesco, già contestate dalla protesta popolare, potranno servirsi di questo tragico evento di Notre Dame per assumere il ruolo di custodi dell’identità e della cultura europea, al fine di contrastare l’ondata sovranista. Assisteremo quindi ad una metamorfosi virtuale delle elites in senso identitario.

Le lacerazioni di carattere politico e sociale interne agli stati europei tra i popoli e le elites sono evidenti: ma dinanzi a tale tragedia, sarà oltremodo agevole per le oligarchie evocare una virtuale ritrovata unità per la rinascita dell’Europa. Ma sotto le mentite spoglie dell’effetto mediatico, emerge chiaramente la demagogia propagandistica di una oligarchia volta alla autoconservazione di se stessa nel dominio dell’Europa.

La scarsa considerazione dei valori storici e spirituali rappresentati da Notre Dame da parte del governo francese di Macron è dimostrata dal pessimo stato di conservazione in cui versava la cattedrale e dai tanti appelli lanciati dal mondo della cultura rimasti sempre disattesi. Si pensi che per il restauro della cattedrale erano stati stanziati 2 milioni, quando ne sarebbero occorsi ben 150. Per la manutenzione del Duomo di Milano l’Italia eroga 15 milioni l’anno. L’Italia non è certo esente da critiche, ma l’Europa non può essere considerato un modello cui ispirarsi. Le donazioni affluite a pioggia per 1 miliardo di euro da parte delle multinazionali della moda, della cosmesi, degli idrocarburi a disastro avvenuto, non possono davvero destare molta commozione, dato il sicuro ritorno d’immagine per tali “benefattori”. Molte chiese francesi in tempi recenti sono state oggetto di gravi atti vandalici, numerose altre sono state sconsacrate, alienate e trasformate in templi dello shopping o dell’intrattenimento.

Nell’attuale contesto globale, Notre Dame è, prima che una cattedrale, un monumento patrimonio dell’umanità. Oltre 13 milioni di turisti visitano ogni anno Notre Dame. In realtà, il turismo di massa (oltre che rappresentare un business), oggi accede a Notre Dame o a San Pietro, così come visita le piramidi egizie o i templi dell’acropoli di Atene. Nella cultura di massa contemporanea, l’interesse con cui si accede ai monumenti può essere al massimo artistico – culturale, essendo stata rimossa nei popoli quella sensibilità di natura spirituale legata al culto dei luoghi sacri della religione cristiana. Le piramidi egizie o Notre Dame sono divenuti monumenti artistico – archeologici, quali vestigia di religioni e civiltà scomparse, testimonianze cioè di epoche storiche più o meno lontane.

E’ venuto meno quel legame spirituale mediante il quale dinanzi ad una cattedrale i popoli europei riconoscevano se stessi e la propria storia, quale fondamento e senso della realtà del presente. Gli attuali popoli europei nella grande maggioranza non si riconoscono nelle radici cristiane, è venuta meno quella sensibilità comune atta a percepire i significati simbolici delle cattedrali, così come di ogni immagine che susciti il senso della sacralità.

Il processo di decristianizzazione dell’Europa è in stato assai avanzato. Il rogo di Notre Dame è il simbolo tangibile della distruzione sistematica dell’identità spirituale dell’Europa effettuata dal neoliberismo negli ultimi decenni. La religione, con i suoi simboli, le sue immagini evocative del sacro, le sue ritualità, è divenuta nella società occidentale un fenomeno minoritario e residuale, come un relitto di epoche storiche ormai esaurite.

Gli eventi tragici del mondo contemporaneo assumono una immagine mediatica atta a generare nelle masse forme di percezione omologate. La virtualità invade e si sostituisce alla realtà. Gli eventi vengono metabolizzati dalle masse attraverso la diffusione ossessiva delle immagini e il refrain continuato di slogan atti a penetrare nella psicologia collettiva: è la narrazione mediatica che crea una opinione pubblica omologata al sistema. Si è più volte ripetuto, dinanzi al rogo di Notre Dame “siamo tutti francesi”, così come in occasione degli attentati dell’ 11 settembre “siamo tutti americani”, quali slogan rappresentativi di una solidarietà globale verso i paesi colpiti da tali tragedie. Il cittadino globale dell’occidente è apolide, di per se l’individuo che vive nel mondo globalizzato è privo di identità e di radicamento culturale – identitario. Vengono quindi create dai media identità collettive artificiali, identità virtuali plasmabili in funzione degli eventi, perfettamente coerentizzate alla narrazione mediatica. Osserviamo tuttavia, che dinanzi a tragedie umanitarie assai spesso ricorrenti, guerre di aggressione, stragi terroristiche che affliggono molti popoli oppressi, nessuno ha mai coniato slogan mediatici come “siamo tutti palestinesi”, o iracheni, o kurdi, o yemeniti. Dinanzi al rogo di Notre Dame nessuno ha avuto l’ardire (nemmeno Papa Francesco), di diffondere slogan come “siamo tutti cristiani”! L’universalismo cristiano, tra l’altro, travalica ogni differenziazione etnica o culturale.

Non è possibile inoltre considerare la tragedia di Notre Dame come un evento che abbia suscitato nei popoli europei un risveglio di identità, culture e spiritualità perdute. La religione nella società dell’individualismo neoliberista è ormai un fenomeno relegato nella sfera privata dell’individuo, una opzione personale assimilabile alla gamma di opinioni di qualunque genere che denotano il sostanziale indifferentismo etico della cultura mass mediatica. L’Europa della UE ha rimosso le radici cristiane della nostra civiltà. L’universalismo cristiano, quale valore unificante, è stato sradicato dalle coscienze dei popoli ed è stato soppiantato dal cosmopolitismo apolide della globalizzazione neoliberista. L’Europa è stata destrutturata nei suoi valori e nella sua identità, nelle coscienze, prima ancora che nella politica. Queste sono le cause prime della disgregazione dell’Europa in tanti egoismi nazionali e locali. La scomparsa del senso del sacro è visibile ovunque, in una società incapace di riconoscersi in valori comunitari che trascendano l’individuo.

La stessa Chiesa Cattolica sembra aver rinunciato al proprio universalismo. Essa infatti evoca l’universalismo nella misura in cui quest’ultimo sia compatibile con il cosmopolitismo globalista. Si è tramutata in una grande ONG dell’assistenza, perfettamente funzionalizzata alle strutture socio – economiche del neoliberismo.

I media si sono richiamati alle vicende storiche che hanno avuto come epicentro Notre Dame. Da Francesco I a Luigi XIV, a Napoleone a De Gaulle. E’ stata tuttavia omessa una recente testimonianza, che ci sembra perfettamente coerente con l’immagine del rogo di Notre Dame, quale simbolo della tragedia storica e spirituale attualmente vissuta dai popoli europei. Vogliamo riferirci al suicidio dell’ intellettuale Dominique Venner avvenuto nella Cattedrale di Notre Dame il 21 maggio 2013, con un colpo di pistola in bocca, in segno di protesta contro la progressiva scomparsa dei valori tradizionali di matrice europea.  Vogliamo riportare quindi la sua testimonianza: «Io mi do la morte al fine di risvegliare le coscienze assopite. Mi ribello contro la fatalità del destino. Insorgo contro i veleni dell’anima e contro gli invasivi desideri individuali che stanno distruggendo i nostri ancoraggi identitari, prima su tutti la famiglia, intimo fondamento della nostra civiltà millenaria. Mentre difendo l’identità di tutti i popoli a casa propria, mi ribello nel contempo contro il crimine che mira alla sostituzione dei nostri popoli.»                                         

La magra soddisfazione di Aldo Grasso

Aldo Grasso e il “marxista immaginario” Diego Fusaro, reo di essersi proposto quale aspirante sindaco di Gioia Tauro

    Sul Corriere della Sera del 7 aprile, Aldo Grasso, sotto il titolo “La turboprassi del filosofo candidato”, ha creduto di aver pubblicato un bel “pezzo” prendendosela con Diego Fusaro, reo di essersi proposto quale aspirante sindaco in quel di Gioia Tauro, un luogo (anzi, un “territorio”, come incessantemente, a proposito e a sproposito, si recita oggi!) notoriamente non tanto tranquillo.

    Ma questa è l’ultima delle colpe del giovane filosofo, al quale se ne imputano di molto più gravi: il poveretto, infatti, nella rappresentazione che ne fa il prode Grasso, sarebbe un “marxista immaginario”, mescolerebbe “valori di destra e di sinistra”, Gramsci e Casa Pound; si permetterebbe, in preda a tale grave confusione mentale, di proporre (per usare le parole con cui lo presenta la sua lista) “un pensiero alternativo, in grado di demistificare il racconto prevalente costruito a beneficio delle classi dominanti”. Ma ancora più accecato dalla sua “turboprassi” sarebbe Fusaro per il fatto di avere al suo fianco quell’altro “turboteorico” di Giulietto Chiesa, “campione del complottismo, irriducibile madurista, marxista immaginario anche lui”.

    Ora, sebbene sia del tutto legittimo ritenere poco felice (anche io la giudico tale) la scelta elettorale di Fusaro, francamente non si capisce perché, in maniera preliminare, gli debba essere rimproverato un impegno politico diretto, considerato invece un vanto della coscienza intellettuale di un tempo; un impegno di cui (evidentemente in maniera insincera) si lamenta spesso la mancanza al giorno d’oggi. A meno che non si ritenga nobile una scelta del genere solo qualora scaturisca da una formazione culturale novecentesca, rigorosamente “di sinistra”, in assenza della quale il protagonismo politico andrebbe invece liquidato come volgare e ottuso populismo. In termini più semplici, perché mai un Massimo Cacciari (per citare un noto personaggio, anch’egli filosofo, che imperversa nei talk-show; ma altri esempi si potrebbero fornire), senza che nessun Aldo Grasso mai provasse sconcerto alcuno, ha potuto fare legittimamente il sindaco di Venezia, mentre un proposito analogo, da parte di uno studioso come Fusaro, si crede di poter mettere, senza alcuna delicatezza, alla berlina? Ma semplicemente perché egli, nel giudizio di chi, molto probabilmente, una pagina né di Marx né dello stesso Fusaro ha mai letto, sarebbe “un marxista immaginario”; non potendo permettersi, chi non sia in grado di fregiarsi invece del distintivo di “marxista ortodosso”, di fare l’intellettuale impegnato. Insomma, come colui che volesse leggere Aristotele libero dai ceppi ermeneutici della tarda Scolastica medioevale si esponeva agli anatemi della ortodossa cultura del tempo, così, illudendosi che esista ancora, coriacea, la scolastica marxista nelle sue varie e conflittuali diramazioni, il Grasso rimane senza parole (o meglio, emette parole fuori posto) di fronte all’acuta riconsiderazione del giovane filosofo (ma ancor prima da parte del compianto Costanzo Preve) del rapporto tra il pensiero marxiano e la filosofia di Hegel, con conclusioni tutt’altro che campate in aria e invece di estremo interesse sia in ambito teorico che in quello della prassi politica. Altro che “marxista immaginario”, quindi! Semplicemente uno studioso libero che, riattingendo a tanti motivi ancora validissimi dell’opera di Marx nell’esame dell’attuale capitalismo globalizzato (con cui la sedicente sinistra continua invece a trescare, del tutto dimentica ormai del barbuto teorizzatore dell’utopia comunista), e nello stesso tempo ritenendo imprescindibile la visione della società e dello Stato formulata dal pensiero idealista, opera una suggestiva sintesi concettuale capace di contestare frontalmente il piatto e desolato economicismo del nostro tempo, funzionale alle spregiudicate strategie oligarchiche mondialiste alle quali la politica è del tutto subalterna.

   Che in una prospettiva culturale del genere, palesemente in rotta di collisione col pigro o furbo conformismo che ci circonda, risultino destabilizzate logore e  storicamente instabili etichette quali “destra” e “sinistra” (a favore di una proficua sintesi di istanze parimenti ragionevoli di solito ricondotte, in maniera approssimativa, all’uno o all’altro orizzonte valoriale), non può allora destare alcun allarme se non allo statico conservatorismo ideologico di Aldo Grasso o di chi come lui. Al quale commentatore, che addirittura arriva a scorgere con sgomento (facendo sospettare uno stato di esagerata fantasia) presunte commistioni fusariane tra Gramsci e Casa Pound, ovvero tra il pensatore comunista ed idee fasciste, si potrebbe almeno ricordare (uscendo per un momento dall’asfittico ambiente del crudo scontro politico all’aria aperta dell’onesto confronto ideale) l’accertata influenza, su Gramsci, del pensiero di Giovanni Gentile, come pure l’estremo interesse e il profondo studio da parte del grande filosofo italiano verso l’opera di Marx. Insomma, che certi circuiti si riattivino, dopo le tragedie e le inimicizie storiche del Novecento, grazie alla riflessione di giovani menti, come quella di Fusaro, non dovrebbe che stimolare o almeno incuriosire, e non invece provocare sussiegoso sarcasmo.

    Il fatto poi che Grasso se la prenda col “complottismo” e col “madurismo” di Giulietto Chiesa, che testimonierebbero anche in questo caso il carattere solo immaginario del suo risaputo orientamento marxista, la dice lunga sulla deriva liberalcapitalista di quanti ancora si ritengono “marxisti doc” (ignoro se egli sia tra questi, ma sicuramente, per ciò che dice, li tiene in gran conto), che evidentemente non possono più prescindere dal presupposto dell’egemonia e della prepotenza americana sulla scena planetaria.

    Ancora, il noto e bravo storico di radio e televisione  mostra tutta la sua concitazione (che mai favorisce l’apprezzamento della verità) nell’attribuire a Fusaro, in merito alla situzione della cittadina calabrese in cui il giovane studioso è candidato, un pensiero che è esattamente l’opposto di quello effettivamente espresso: non già “l’interesse della comunità ha prevalso su quella dell’individuo”, bensì l’esatto opposto!

    Per quanto detto, c’è poco da ironizzare sul vocabolario e sulla originalità espressiva del giovane filosofo: “lotta alla globalizzazione e al turbocapitalismo apolide”, o “contronarrazione demofila” risultano, nel contesto del suo discorso, ben più comprensibili del barbaro “itanglese”, strumento di dominazione politica ed economica, che sta inesorabilmente logorando la nostra identità linguistica e culturale.

    Magra soddisfazione, dunque, quella di Aldo Grasso, le cui sentenze, per quanto vogliano risultare pungenti, risultano invece irrimediabilmente spuntate; mentre va bene a segno l’indovinata citazione cervantesiana con cui Fusaro, in una sbrigativa replica (Affaritaliani, 8 aprile), le rintuzza: “Ci abbaiano, Sancho; segno che stiamo cavalcando!”.

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