La lettera scarlatta

L’obiettivo della UE è sempre lo stesso: piegare la sovranità degli Stati, sottomettere i popoli

L’essenza del nostro presente è data dal rapporto rovesciato tra politica ed economia. Ora sono le banche a mandare le lettere ai governi per imporre riforme liberiste, e i governi debbono eseguire supinamente.

Conti pubblici: partita la lettera UE all’Italia, le vengono concesse 48 ore per rispondere. Un tempo era di 48 ore l’ultimatum militare, oggi è quello economico, la sostanza non cambia, la violenza economica è appunto più economica di quella bellica, poiché comporta un risparmio notevole sul piano delle spese militari: niente caccia e carri armati, truppe e vettovaglie. Inoltre consente di mistificare il senso dell’obiettivo che essa persegue, che è sempre lo stesso: piegare la sovranità degli Stati, sottomettere i popoli. Essa non esclude quella manu militari, ovviamente, ma in certi contesti è preferibile.

E il paradosso è che, per il nuovo ordine mentale, l’Europa ci proteggerebbe dalle guerre! E proprio coloro che oggi celebrano la Resistenza passata, santificano l’odierna occupazione americana, l’Unione Europea e, dunque, le nuove forme di servitù contro le quali invece sarebbe necessario resistere. Il popolo lo ha detto il 4 dicembre 2016, lo ha riaffermato il 4 marzo 2018 e ribadito il 26 maggio 2919, e il giorno seguente è arrivata puntai e la “lettera scarlatta” dalle fredde brume di Bruxelles.

E dalle fredde brume di Bruxelles, nonostante il caldo torrido, viene sferrato un attacco diuturno contro la salute del governo, voluto dal popolo e rafforzato dal voto del 26 maggio, che da giorni versa in stato di incertezza, soprattutto in ordine ai rapporti con l’Unione europea, di cui Salvini ha invocato un cambio delle regole, a poche ore dall’annuncio della Commissione Ue di una procedura d’infrazione contro l’Italia.

E sull’altro fianco, la guerra del Viminale contro alcuni esponenti della magistratura politicizzata che sul tema dell’immigrazione si sono schierati apertamente contro il ministro dell’Interno, eletto democraticamente secondo quelle regole che vengono invocate e santificate dall’élite dominante solo ed esclusivamente se .. corrispondono ai suoi desiderata.

Diritti dell’uomo e diritti dei popoli

Intervista a Danilo Zolo sul tema “Diritti dell’uomo e diritti dei popoli” a cura della redazione di Italicum – da Italicum novembre – dicembre 2004

It. Quale valenza ha il discorso del cosiddetto occidente sui diritti dell’uomo se è vero, come è vero, che esso ignora o addirittura attenta al diritto dei popoli per motivi egemonici, culturali, economici? Così come nell’800 il colonialismo mercantile pretendeva di arrecare ‘progresso e civiltà’, oggi il fondamentalismo mercantile del terzo millennio si autoproclama portatore di ‘diritti e democrazia’: c’è una continuità storica in tutto ciò?

D.Z. A mio parere c’è una sicura continuità storica fra il colonialismo classico e l’ambizione all’egemonia globale che, dalla reinterpretazione wilsoniana della dottrina Monroe in poi, ha animato la politica estera degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno ereditato dalla vecchia Europa la vocazione razzista, espansionista e missionaria del colonialismo classico, affermatosi fra ottocento e novecento nel mondo intero. La guerra in Vietnam è stata sicuramente l’episodio centrale di questa transizione, che la dura sconfitta subita dagli Stati Uniti non ha bloccato. Al contrario si può dire che, vinta la quarta guerra mondiale — la guerra fredda –, gli Stati Uniti hanno ripreso con grande impeto la loro strategia egemonica, sino a farne una prospettiva di dominio imperiale del pianeta, grazie all’uso monopolistico dei grandi mezzi di distruzione di massa. La retorica contemporanea dei diritti dell’uomo equivale, entro il repertorio delle giustificazioni occidentali della guerra, alle vecchie retoriche della difesa della cristianità, dell’esportazione della civiltà e del progresso, della garanzia della sicurezza e della pace. Oggi, in un tempo di espansione planetaria degli strumenti di comunicazione di massa, l’universalismo normativo della dottrina dei diritti dell’uomo si presta assai bene a fondare il carattere ‘giusto’ di una guerra di aggressione e ad assicurare agli aggressori il necessario consenso, interno e internazionale.

It. Nel volume Oltre i diritti dell’uomo di Alain De Benoist si afferma che per difendere le libertà “la stessa società che a parole celebra i diritti dell’individuo, poi di fatto è quella che ha messo a punto i più asfissianti meccanismi di controllo collettivo”. Pensa che la causa di questa contraddizione reale sia da ascriversi alla impossibilità di coincidenza tra ‘unicità’ ed ‘eguaglianza’ nell’individuo? Nessuna persona, insomma, può essere allo stesso tempo ‘unica’ ed ‘eguale’ ad un’altra persona…

D.Z. Su questo punto dissento un po’ da Alain de Benoist. Non credo che la civiltà politica europea, quella che ha ‘inventato’ lo Stato di diritto e il diritto costituzionale moderno, possa essere accusata di aver messo a punto “i più asfissianti meccanismi di controllo collettivo”. Nonostante tutto, nonostante le recenti, opprimenti forme di ‘videocrazia’ che si sono affermate in occidente, non si può negare che un certo numero di diritti civili e ‘libertà negative’ sono stati sempre protetti nella tradizione dei paesi liberaldemocratici europei. Altro discorso, certo, andrebbe fatto per i diritti politici e per i cosiddetti ‘diritti sociali’. Ma a negare e sopprimere in radice le libertà individuali sono stati i regimi autoritari, fascisti, nazisti e sovietici. Detto questo non c’è dubbio, secondo me, che l’eguaglianza è una nozione politica ambigua: in realtà, chi lotta per l’eguaglianza, sotto l’insegna di valori e finalità universalistiche, combatte in realtà non per divenire eguale ad altri o per rendere altri eguali a se stesso, ma per abbattere i privilegi di uno specifico avversario e per affermare le proprie particolari aspettative, la propria individuale soggettività. Penso che una sinistra moderna dovrebbe archiviare la nozione, sostanzialmente vuota, di ‘eguaglianza’ e sostituirla con quella della autonomia dei soggetti: autonomia economica, politica, cognitiva.  

It. Nel 1976, ad Algeri, fu sottoscritta da diverse nazioni la ‘Carta dei diritti dei popoli’. Si parlava di diritti all’autodeterminazione, di difesa della propria cultura, delle proprie ricchezze e risorse naturali ecc. A circa trent’anni di distanza sembrerebbe che si siano fatti molti passi indietro rispetto alle aspettative dello scorso secolo. Dovremo necessariamente augurarci un mondo futuro bi–tri–polare (USA controbilanciato da Russia, ancora una volta, e dalla nuova Cina capitalmarxista), per poter vedere un mondo riequilibrato (non conseguentemente migliore), ma ancora con l’assenza di un soggetto europeo?

D.Z. Il diritto di autodeterminazione dei popoli è stato soppiantato dalla dottrina statunitense, poi divenuta dominante, dell’ humanitarian intervention che, assieme alla sovranità degli Stati, tende a cancellare anche il potere costituente dei popoli, la loro autonomia e indipendenza politica. Questo è un gravissimo passo indietro rispetto allo stesso ‘sistema di Vestfalia’ che la Carta delle Nazioni Unite ha tentato di superare. La stessa dottrina dei ‘diritti collettivi’ — il diritto alla propria cultura, a parlare la propria lingua, a professare la propria religione — è sostenuta da autori non occidentali, mentre i classici Bill of Rights occidentali tendono a ignorarli, riducendoli al più a puri diritti individuali. Oggi i diritti collettivi — si pensi all’etnocidio del popolo palestinese, ad esempio — sono ignorati e sempre più minacciata è la stessa sovranità degli Stati. E’ chiaro che il sistema del diritto internazionale moderno, che si fonda sulla sovranità dei singoli governi nazionali, non può funzionare in presenza di un soggetto — gli Stati Uniti d’America — che si ritengono e tendono ad essere considerati legibus soluti, al di sopra della legge. Soltanto una redistribuzione del potere internazionale che dia vita a un pluralismo di grandi spazi politici con al centro un’Europa dotata di una forte identità politica e di una piena autonomia può portarci verso un ordine internazionale, non dico giusto e pacifico, ma meno spietato e sanguinario.

It. C’è un’idea, un concetto, una prassi che ai giorni d’oggi appare sempre più offuscata, dimenticata nella società europea: la sovranità. Non si parla di sovranità della persona, non si affrontano i problemi riguardanti la sovranità di una nazione, di un popolo, di una comunità. Tutto è mediato attraverso altri concetti – specchio: umanità, diritti, mercato. Quale, secondo Lei, la possibilità di una inversione di tendenza o, quantomeno, di una fuoriuscita da questo percorso obbligato, che nega l’esistenza delle differenze e quindi la vita?

D.Z. Sono perfettamente d’accordo: occorrerebbe un forte recupero dell’idea di sovranità, sia pure in un contesto che richiede una intensa cooperazione transnazionale per affrontare problemi globali rispetto ai quali il singolo Stato oggi è nettamente fuori scala. Occorre affermare con forza che il carattere globale dei problemi che abbiamo di fronte — lo sviluppo economico ed umano, l’equilibrio ecologico, lo sfruttamento equilibrato delle risorse energetiche, l’equa distribuzione della risorsa idrica, la lotta contro la criminalità organizzata, il controllo delle armi nucleari, etc. — non significa affatto che globale debba essere anche il potere politico. Non significa che si debba auspicare la formazione di uno ‘Stato globale’, di un Leviatano cosmopolitico. Questa semplicistica idea, di origine kantiana, ignora che un potere accentrato è un potere meno visibile e controllabile e ignora che, in presenza di fenomeni di concentrazione del potere internazionale, i soli soggetti che sono in grado di gestire tale potere sono le grandi potenze economiche e militari. Oggi, di fatto, solo gli Stati Uniti sono in grado di esercitare una piena, assoluta sovranità, limitando ad libitum — si pensi alla prassi della messa al bando dei rogue States — la sovranità delle potenze medie e piccole. La via di uscita, come ho già accennato, è un mondo differenziato e policentrico, nel quale l’Europa riacquisti un suo decisivo ruolo strategico, in dialogo sia con le culture dell’altra sponda del Mediterraneo, sia con i paesi dell’Asia centrale, oggi sottoposti alla aggressione degli Stati Uniti e dei loro più stretti (più servili) alleati, a cominciare dall’Italia.

ITALIA IN EUROPA: SEMPLICE ESPRESSIONE GEOGRAFICA

L’Italia deve uscire da questa Europa delle banche se non vuole tornare ad essere considerata “Una semplice espressione geografica!”   

Diceva Sun Tzu nel suo celeberrimo trattato “Arte della Guerra”: L’arte suprema della guerra è quella di sottomettere il nemico senza combattere. Ebbene, dopo le recenti elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo si può tranquillamente sostenere come l’Ue dei banchieri e della grande finanza mondialista abbia sottomesso il sedicente nemico senza dover combattere. L’exploit dei partiti cosiddetti sovranisti non è stato così netto come molti auspicavano o temevano, a secondo dei punti di vista e comunque una loro vittoria con numeri più consistenti non avrebbe cambiato la sostanza delle cose. Infatti, paradossalmente, anche se avessero ottenuto la maggioranza assoluta la vittoria avrebbe arriso comunque ai burocrati di Bruxelles ed ai loro padroni. La loro guerra era già stata vinta nei mesi scorsi, quando avevano costretto il governo italiano giallo-verde, forte dei risultati elettorali alle elezioni politiche nazionali, a tornare precipitosamente sui propri passi e scendere a più miti consigli, dopo aver baldanzosamente annunciato la volontà di sforare del 3% il deficit di bilancio. Imposizione subita nel 2015 anche dal greco Tipras, costretto ad accettare tutti i diktat delle commissione europea dopo aver vinto le elezioni nazionali promettendo una politica sociale in netto contrasto con quanto imponeva la ‘Europa. Sappiamo tutti come sia finita:  Atene è stata costretta a svendere i suoi gioielli di famiglia, applicare una politica di austerità dettata da Bruxelles soltanto per pagare gli interessi sui debiti con interessi superiori a quelli applicati normalmente dagli strozzini. A dimostrazione di come il sia pur minimo tentativo di ribellione da parte di chi si sente oppresso dal grande capitale internazionale venga represso con la massima severità, secondo la massima leninista: “colpiscine uno per educarne cento!”

Il nuovo presidente della commissione europea che presiede l’esecutivo, che assegna i portafogli ai commissari e ne guida l’azione sarà espressione dei partiti europeisti e continuerà nella politica seguita da Jean-Claude Junker. Il Movimento 5 Stelle e la Lega, in passato si erano dichiarati entrambi favorevoli all’uscita dell’Italia dall’Unione europea. Forse non tutti ricordano, perché gli italiani hanno la memoria corta, non tutti ricordano, dicevamo, come Beppe Grillo tuonasse contro Bruxelles e Matteo Salvini girasse con indosso le magliette “Basta euro”. Eppure non parliamo di preistoria ma del 2014 ed il successo di questi due partiti cosiddetti populisti è in buona parte dovuto a queste prese di posizioni antieuropee.

Oggi tutto è cambiato: il M5S è diventato europeista convinto. Questo movimento era nato, secondo quanto dichiarato esplicitamente dal suo leader Beppe Grillo, per incanalare lo scontento della gente su posizioni genericamente antipolitiche, evitando una pericolosa svolta a destra dell’elettorato e depotenziando, in tal modo, la protesta. Tuttavia, il solo criterio dell’onestà ha deluso la gente se questa onestà è abbinata all’incapacità. La parte dei suoi elettori di sinistra, che si erano avvicinati fiduciosi, hanno preferito tornare nelle braccia del PD pieno di inquisiti, che ha fatto disastri inenarrabili con Renzi ma che almeno non dà l’impressione di dilettanti allo sbaraglio .

Discorso diverso per la Lega ma anche per Fratelli d’Italia: molti degli elettori di questi due partiti sarebbero favorevoli ad un’uscita dall’Ue e dall’Euro. Tuttavia Salvini e la Meloni non hanno avuto il coraggio di portare avanti fino in fondo la battaglia per “Italexit”. Hanno preferito puntare sullo slogan “cambiamo l’Europa dall’interno”, pur sapendo molto bene come ciò sia impossibile. I numeri non lo permettono. I movimenti cosiddetti sovranisti del Vecchio Continente, non hanno le medesime idee, anzi su molti punti sono su posizioni diametralmente opposte e, comunque, potrebbero operare soltanto modifiche marginali anche se avessero la maggioranza assoluta. Quanto promesso da Salvini e Meloni rappresenta una menzogna, raccontata con la consapevolezza di non poterla mantenere. Se così non fosse, sarebbe addirittura più grave: vorrebbe dire che questi due personaggi sono così sprovveduti da non conoscere i meccanismi dell’Ue, da ignorare cosa si possa e cosa non si possa fare.  Questa Europa si può modificare soltanto sfasciandola e rifacendola nuova. I burocrati di Bruxelles, governano l’Europa eseguendo gli ordini che provengono da Parigi e soprattutto Berlino. Le nazioni penalizzate da questa gabbia nella quale sono rinchiuse, in primis l’Italia, devono assolutamente uscire se vogliono sopravvivere politicamente ed economicamente come Stati indipendenti e sovrani. Ci sono economie fuori da questo mercato continentale con le quali si potrebbe collaborare e crescere economicamente: Russia, India, Iran, Giappone e tanti altri.

L’Italia deve uscire da questa Europa delle banche se non vuole tornare ad essere considerata “Una semplice espressione geografica!”   

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