Il capitalismo finanziario

Il capitalismo finanziario nasce sulle ceneri della fine delle ideologie novecentesche, inaugura il XXI° secolo. Esso trae le sue origini dalla fine del mondo bipolare (USA – URSS), con il sorgere del nuovo ordine mondiale imposto dalla unica superpotenza egemone: gli USA. Il dominio mondiale degli Stati Uniti, crea un sistema economico e politico unitario: il capitalismo finanziario si identifica con la globalizzazione dei mercati. Dalla crisi del capitalismo produttivo nasce quello finanziario. Il capitalismo si riproduce e si sviluppa mediante le proprie crisi, attraverso le “tempeste perfette” e le “distruzioni creatrici”. Le profezie ideologiche del ‘900, che hanno annunciato la fine del capitalismo, in quanto incapace di sviluppare nuove forze produttive, si sono dimostrate fallaci. Infatti, le crisi cui è incorso il capitalismo nello scorso secolo, sono state interpretate come sistemiche, anziché come eventi evolutivi interni allo sviluppo del capitalismo stesso.

La rivoluzione del capitalismo finanziario consiste proprio nel creare valore dal nulla, nel creare prodotti finanziari che nel mercato assumono un valore indipendente dai valori sottostanti dell’economia reale. La produzione dunque è diventata uno strumento operativo dei mercati finanziari. E’ infatti l’economia finanziaria a determinare la localizzazione, lo sviluppo o la crisi degli investimenti produttivi. La capacità del mercato finanziario di creare valori dal nulla è potenzialmente infinita. Tuttavia, le sue crisi sono proprio il riflesso di questa sua illimitatezza: le bolle finanziarie implodono e distruggono i valori di un mercato finanziario che si astrae dai limiti imposti dalle possibilità di sviluppo degli investimenti della economia reale. Il mercato finanziario si sovrappone all’economia produttiva, si alimenta di essa per poi distruggerla.

Il capitalismo finanziario ha come fondamento la virtualità dei suoi prodotti, la sua creatività consiste proprio nel trasformare valori simbolici in strumenti dotati di potere d’acquisto potenzialmente illimitati. La sua capacità pervasiva di invadere tutti gli ambiti della vita individuale e collettiva genera la mercificazione della stessa vita umana. L’economia di mercato conduce alla società di mercato, in quanto ogni rapporto umano diviene suscettibile di valutazione economica. La società di mercato è strutturata sulla forma merce, su una dimensione umana cioè, dominata dall’economicismo assoluto. Il capitalismo non è comunque un fenomeno unitario, in esso domina la concorrenza, è un sistema polivalente, dalla struttura impersonale, dotata di multiformi capacità di adattamento alle situazioni storiche e geopolitiche più diverse. Infatti, anche paesi antagonisti degli USA sul piano geopolitico, quali sono i paesi del BRIC, sono anch’essi… diversamente capitalisti. Tuttavia il capitalismo non si identifica con l’autoreferenza dell’economia, che non ne costituisce una causa ma ne è l’effetto. Il sistema capitalista è il prodotto di scelte effettuate da una classe dirigente, che impone un ordinamento politico, economico e culturale che informa la struttura di una società. Infatti, il denaro, “quale motivatore universale”, così come il libero mercato, sono i prodotti di una ideologia liberista imposta da una classe dominante, che determina i principi fondamentali su cui si articolano le istituzioni socio – politico – economiche della società.

Ciò che invece caratterizza e differenzia il capitalismo finanziario da quello produttivo è il capovolgimento del rapporto tra struttura e sovrastruttura. Il capitalismo finanziario si fonda sulla virtualità dei valori di scambio, il suo sviluppo è coevo a quello della tecnologia informatica e quindi è caratterizzato da una immaterialità immanente, idonea ad incidere sulla psicologia di massa, a indirizzare le scelte individuali e desideri indotti illimitati, proprio perché immateriali. Quindi il capitalismo finanziario crea una sovrastruttura immateriale che genera fenomeni culturali, stili di vita, nuovi linguaggi, che, attraverso la virtualità dei media, si impone nella società e determina una struttura economica, sociale, culturale. E’ dunque la sovrastruttura a creare la struttura, in quanto un nuovo modello socio – economico si impone a prescindere dalle istituzioni politiche, culturali e religiose, il cui ruolo residuale è quello di legittimare un ordinamento materiale già dominante nella società. Proprio per questo, possono contrapporsi al capitalismo solo forze alternative animate da valori non economicisti, ma fondate sulla dimensione reale – comunitaria dell’uomo, estranee cioè ai valori indotti della virtualità astratta della contemporaneità.

Non v’è dubbio che il capitalismo finanziario domina il genere umano in quanto domina con i mezzi monetari la vita materiale e i valori morali dell’uomo. Tuttavia questo capitalismo assoluto ha una struttura eminentemente elitaria, non crea ricchezza diffusa, l’assolutizzazione del profitto esclude meccanismi di redistribuzione del reddito. La stessa avidità diffusa, propria del consumo di massa, è destinata a rimanere perennemente inappagata, così come la produzione illimitata è destinata a subire progressive recessioni prodotte dalla rarefazione deflattiva della domanda. Il capitalismo, nelle sue trasformazioni produce sempre nuovi equilibri di mercato, ma tali evoluzioni tendono progressivamente ad escludere larghi strati di forze produttive, anziché ad includerne di nuove. Il mercato effettua selezioni sempre più ristrette, tende a creare oligopoli sempre più elitari. Lo sviluppo del capitalismo inoltre genera crescita nella misura in cui distrugge altre fonti di ricchezza. Infatti, all’avvento del capitalismo finanziario ha fatto riscontro la distruzione delle economie locali, così come la globalizzazione ha parallelamente comportato la fine degli stati nazionali. Il capitalismo oggi sopravvive e si alimenta delle crisi da esso stesso prodotte. Infatti, le crisi del debito degli stati, vengono gestite da organismi finanziari internazionali quali sono il FMI e la BCE, con conseguente asservimento e spoliazione degli stati e dei popoli. Le crisi finanziarie bruciano risorse, determinano il calo degli investimenti e la rarefazione della liquidità. La deflazione è dunque un risultato coerente con le strategie del capitale finanziario, che incrementa i valori finanziari attraverso la rarefazione monetaria. L’incremento del capitale avviene quindi a discapito dell’economia reale, che evidenzia recessioni dovute al calo della domanda che, dalle economie avanzate si trasmette alle economie del BRIC e del terzo mondo con calo della produzione e incremento del debito. Il decremento degli investimenti e la disoccupazione dilagante sono gli aspetti più critici di una società condannata a moltiplicare le proprie risorse umane inutilizzate. Allo sviluppo abnorme del capitale finanziario è connaturato il sottosviluppo delle risorse umane. Alla valorizzazione del capitale finanziario fa riscontro la svalutazione del capitale umano. L’impossibilità del capitale umano a produrre valore, potrebbe determinare la fuoriuscita del popolo dei produttori dalla condizione alienata della forma merce – capitale. Potrebbe determinare la “scissione” già teorizzata da Sorel tra la società dominata dal capitalismo finanziario e un nuovo soggetto sociale collettivo dotato di una coscienza autonoma, di propri valori etici di riferimento svincolati dal capitalismo. Potrebbe nascere una nuova classe sociale unitaria contrapposta al capitalismo.

Lo sviluppo del capitalismo globale è avvenuto mediante la soppressione della dimensione storica dell’uomo. Un sistema pervasivo e totalizzante come quello del capitalismo finanziario può anche a meno di legittimazioni storico – culturali. Lo sradicamento sistematico delle identità dei popoli ha comportato anche l’oblio della loro storia. Le ideologie novecentesche prospettavano uno sviluppo del divenire della storia come emancipazione e superamento dell’ordinamento capitalista. La crisi del ’29 aveva provocato profonde evoluzioni del capitalismo stesso, con l’avvento della economia keynesiana. Il liberismo classico venne poi considerato come un relitto della storia. Indissociabile dal pensiero liberale è l’idea del progresso, una visione della storia verticale e lineare, come continuo e illimitato progresso. Negli anni ’80 tuttavia il modello keynesiano è stato soppiantato da un ritorno al liberismo delle origini. E’ evidente la contraddittorietà di tale involuzione del capitalismo rispetto alla ideologia del progresso ad esso connaturata. Al di là di ogni verifica sul piano storico, si sono imposti nella economia globalizzata principi dogmatici di natura ideologica atti a legittimare il dominio della global class. Il dogmatismo ideologico è tipico degli ordinamenti decadenti, è un sintomo della loro incapacità di produrre nuova storia. L’attuale ideologismo liberale, peraltro, si differenzia dalle ideologie del ‘900, in quanto privo di contenuti utopici: la società di mercato del mondo globalizzato non viene concepita come una fase storica necessaria all’avvento di un mondo idealizzato come perfetto (un paradiso in terra), ma come una struttura socio economica data, propria di un presente astorico, immanente, immutabile, intrascendibile. Alternative all’esterno presente capitalista sarebbero impensabili. L’oggettivazione e l’adeguamento alla realtà, a questo stato di fatto rappresenterebbero le uniche condizioni di sopravvivenza possibile per l’essere umano.

Il capitalismo ha una visione autoreferente – riflessiva della storia. Vede la storia alla luce di un economicismo e un utilitarismo immanenti alla natura umana. Pertanto la storia è il luogo in cui nasce, si sviluppa e ha il suo compimento l’ordine capitalista contemporaneo. Del resto, ai tempi in cui dominavano gli imperi, la storia veniva considerata come una successione ininterrotta di imperi. Tali considerazioni, devono indurre a non considerare il capitalismo come un fenomeno che si astrae dalla storia, come una sorta di metafisica dell’avere astorica – immanente, ma semmai a inquadrarlo nella sua dimensione storica. Costanzo Preve considera la periodizzazione storica del capitalismo suddividendola in 3 fasi. 1) La fase astratta, che coincide con le grandi scoperte geografiche e l’espansione coloniale degli stati assoluti. 2) La fase dialettica, in cui si manifesta la dialettica della lotta di classe tra la borghesia e il proletariato. 3) La fase speculativa, in cui il capitalismo, rimasto unico soggetto dominante, riflette se stesso raggiungendo il più alto grado di sviluppo e sembra non incontrare più limiti. Questa ultima fase coincide con quella attuale, quella della autofondazione dell’economia, in cui esso non riesce a generare ulteriori sviluppi. Quando Fukuyama teorizzò la fine della storia, forse, paradossalmente, tale concezione derivava dal considerare il capitalismo un processo compiuto, e la fine della storia non rappresenterebbe altro che fase conclusiva del capitalismo stesso. Il capitalismo non ha più elementi dialettici di confronto, non si evolve ulteriormente, attraversa una fase regressiva, non genera nuove forze produttive, ma solo crisi che hanno la funzione di assicurarne la sopravvivenza. La prevalenza della rendita finanziaria sull’investimento e sulla produzione è un elemento tipico di un ordinamento feudale e non di un fenomeno progressista. Il primato americano è in decadenza, non è in grado di dominare le situazioni conflittuali da esso stesso causate. Il capitalismo è oggi una ideologia tesa ad arrestare il corso della storia. Che l’attuale disordine mondiale non rappresenti che la vendetta di una storia ormai stanca di essere violentata? Essa prosegue il suo corso, che è insopprimibile, perché è l’espressione di una natura umana, di un uomo soggetto della storia che vuole trovare in essa nuove realtà e nuove idealità da perseguire.

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