Brexit: è davvero il conto alla rovescia per l’Europa dei 28?

Il dopo Brexit. Venti di exit sull’Europa ad un bivio: radicale trasformazione o conto alla rovescia per la sua dissoluzione? Il punto di vista di Italicum.

brexit

Con la Brexit comincia una nuova epoca. Non era però un evento tanto imprevedibile. E’ un brusco risveglio per un’Europa dominata da una classe finanziaria miope, burocratica, oligarchica.

Ingessata nella “gabbia d’acciaio” dei parametri di Maastricht, del fiscal compact, della austerity, l’Europa oggi denuncia la sua genetica mancanza di leadership. E’ infatti assente una politica comune del dopo Brexit, data la mancanza di una sovranità politica europea, dopo la devoluzione di larga parte della sovranità degli stati alla UE e alla BCE.

Le responsabilità di Bruxelles

E’ del tutto fuorviante imputare le responsabilità della Brexit ai voti populisti delle classi subalterne inglesi, così come accusare la Gran Bretagna di isolazionismo ed egoismo verso un’Europa in cui non si è mai riconosciuta.

Sotto accusa è invece la classe dirigente di Bruxelles, la sua rigidità finanziaria, le sue politiche di austerity, che hanno determinato lo stallo dell’integrazione, la recessione economica. Soprattutto essa non ha tenuto in alcun conto il dissenso e il malessere dei popoli.

La classe dirigente tedesca, che fino a ieri ha reagito al malcontento dei popoli con la repressione, il ricatto finanziario, l’espropriazione della sovranità degli Stati, oggi non è intenzionata a fare alcuna autocritica circa il fallimento della propria politica europea. Essa si è resa peraltro responsabile di avere concesso alla Gran Bretagna, in ossequio al suo servilismo verso gli USA, uno status di paese privilegiato nella UE.

La ottusa rigidità dimostrata nei confronti della Brexit, è evidente: Junker & C. considerano la Brexit alla pari della crisi del debito greco. Brexit = Grexit. Ma la Gran Bretagna non è un paese strangolato dal debito, anzi, la sua interdipendenza economico – finanziaria con l’Europa non potrà certo venir meno.

Un’Europa fondata sulle sue crisi

La Brexit è l’ultima di una serie di grandi crisi dell’Europa dei 28. Con la Brexit torna comunque di attualità il problema della tenuta dell’euro.

La crisi del 2008, che determinò il collasso del sistema bancario di alcuni Stati, non è mai stata davvero risolta. La crisi del debito getta ancora pesanti ombre su di una ripresa europea ancora debole ed incerta. Una nuova crisi del debito greco è tutt’altro che improbabile. Il QE non ha sconfitto la deflazione, non ha sortito nemmeno gli effetti sperati, perché l’immissione di liquidità non si è trasmessa all’economia reale con la ripresa degli investimenti.

Questa Europa si è generata dalle proprie crisi. E’ stata l’unificazione monetaria, con l’abolizione della fluttuazione dei cambi, che ha determinato i deficit commerciali tra gli Stati, e con essi, le crisi del debito. Crisi cui sono seguite devastanti politiche di austerity, prodotto ulteriore indebitamento degli Stati deboli. Le crisi hanno comportato politiche di privatizzazioni selvagge e dismissioni dei beni pubblici degli Stati, con conseguenti espropriazioni delle loro risorse produttive, abrogazione del welfare, moltiplicazione di fallimenti, disoccupazione e povertà senza speranza per i popoli. L’attuale protesta sociale francese, occultata dai media, contro le riforme del lavoro, ne è la prova evidente.

Il dominio tedesco sull’Europa si è imposto grazie alle crisi, che ha condotto alla fine della sovranità degli Stati. Al primato tedesco fa riscontro la rovina degli Stati del sud dell’Europa. Questa Europa è il risultato della politica aggressiva delle oligarchie finanziarie tedesche verso il vecchio continente. La Brexit potrebbe, tra l’altro, rafforzare il dominio tedesco sull’Europa, dato il venir meno di un importante membro concorrente come la Gran Bretagna. Sono ridicole le illusioni di una Europa del dopo Brexit più coesa e più “stretta”.

Europei in fuga dall’Europa e da se stessi

La Brexit è un segnale evidente della volontà di fuga dei popoli dalla gabbia d’acciaio europea. Il vento dell’exit spira su tutta l’Europa. Dalla Francia (Frexit), all’Olanda, a molti altri paesi. E’ una Europa in fuga: i popoli, così come i migranti siriani fuggono dalla guerra dell’ISIS, vogliono fuggire addirittura da se stessi, da un’Europa a loro estranea e aggressiva, in cui non riconoscono alcuna patria comune. Vogliono fuggire dalla schiavitù del debito, dalla povertà, da un’Europa che ha distrutto i loro paesi e le loro certezze. Non è questa l’Europa dei popoli, ma del dominio sui popoli.

L’Europa tedesca non ha creato solidarietà e progresso, ma competizione selvaggia e oppressione. L’Europa tedesca ha realizzato l’unione monetaria, il mercato unico e l’unione bancaria. Ma nulla è stato realizzato nel campo della politica energetica, dell’innovazione tecnologica, degli investimenti, della politica economica e del bilancio comune, della politica migratoria. La UE è solo la somma di tante conflittualità ed egoismi.

Questa Europa ha prodotto la crisi demografica, la disoccupazione, la fine del welfare. Ha inaugurato un’epoca di regresso economico, politico e sociale per i popoli. Le diseguaglianze sociali, con la fine del ceto medio si accentuano: l’Europa liberale non è entrata nel XXI° secolo, ma è regredita al XIX°.

La deriva oligarchica della democrazia europea

L’Europa – e la Brexit ne è la conferma – ha trasformato le democrazie europee in regimi oligarchici. Le istituzioni europee non sono elettive, tranne il parlamento, i cui poteri sono assai limitati.

Cameron è stato infatti accusato di irresponsabilità, per aver sottoposto a referendum popolare l’appartenenza o meno della Gran Bretagna alla UE. La classe degli oligarchi finanziari europei ha sottratto agli Stati e quindi alla volontà popolare la sovranità economica e finanziaria in quanto tali materie, per la loro complessità, non possono essere oggetto di consultazione elettorale.

In Europa si è dunque verificata una deriva oligarchica. La UE ha generato in se stessa i germi della propria dissoluzione. Assistiamo all’espandersi di un dissenso anti – europeo di dimensioni continentali.

Sarà la volontà popolare a decidere: se subentreranno nuove classi dirigenti. L’Europa potrebbe anche, a prezzo di radicali trasformazioni/rifondazioni sopravvivere, altrimenti è destinata alla dissoluzione. Ma con il dopo Brexit si è innescato un meccanismo ad excludendum: per l’Europa dei 28, ora 27, è cominciato il conto alla rovescia?

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