Lavoro, classe operaia e ideologia

Un saggio di Stefano Boninsegni sulla centralità della ideologia del lavoro nella cultura e nella prassi politica del novecento e sulla sua decadenza con l’avvento della globalizzazione del capitalismo assoluto nel secolo XXI°.

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Il Novecento è stato giustamente definito come il secolo del Lavoro, più precisamente, il lavoro di fabbrica, che il movimento operaio e socialista accredita come il fondamento dello sviluppo radioso delle forze produttive.
Tuttavia, tale ideologia (come vedremo) declina celermente con l’avvento della cosiddetta società post-industriale, che smantella l’organizzazione fordista del lavoro. E’ così che sorgono puntualmente (ne vedremo in quale contesto) le utopie del non lavoro.
Nel nostro paese, per tutti, Lavorare zero di Berardi Bifo, animatore della ascoltatissima Radio Alice, una sorta di laboratorio eretico,che va oltre l’operaismo tipico del Partito della P38.
Ben altro spessore esprimono le argomentazioni sulla redistribuzione del tempo di lavoro elaborate da Andrè Gorz. L’ ex autonomo transalpino prevede, fra le altre, che senza di essa, si rischia di dar luogo a forme di servitù, che la modernità sembrava aver superato (si pensi all’esercito delle badanti).

Queste speculazioni hanno tuttavia trovato una loro legittimità in testi che si ammantano di scientificità.
Il più noto è La fine del lavoro Jeremy Rifkin, che lo sviluppo industriale d paesi come India, Cina e Brasile possano farlo apparire oggi come peregrino. Tuttavia il testo esprime con precisione le trasformazioni e lo svuotamento dell’ideologia laburistica nell’Occidente.


Dissoltasi l’ideologia novecentesca del lavoro, è stata sostituita da una sorta di mitologia delle professioni remunerative e che danno visibilità (a proposito di quest’ultima, per la grande maggioranza di sfortunati, vi è comunque face-book, grande business costruito sul senso di anonimia che assilla gli uomini contemporanei ).
Tuttavia, si potrebbe controbattere, non hanno gli uomini sempre sognato di diventare Re o generali? Non hanno le fanciulle smesso mai di sognare il loro Principe azzurro? Un principe appunto. Oggi magari un manager di successo, un divo del rock o lo strapagato centravanti del Real Madrid.
In realtà, desideri e aspirazioni degli uomini e delle donne delle società tradizionali non hanno nulla a che fare con il concetto borghese di professione.
Infatti si stagliano su un orizzonte di senso fondato, come spiega magistralmente Latouche, sulla dignità intrinseca di ogni esistenza, anche quando è segnata da malattia ed indigenza, e dove è presente, aggiungiamo dalla nostra, un senso diffuso ed accettato del Volere Divino.

La Chiesa cristiana insegnava che si nasceva nobili o servi della gleba per l’imperscrutabile volontà divina, mentre in Oriente il Verbo indo-buddista teorizzava e teorizza che la casta nella quale si rinasce dipende dal karma accumulato nelle esistenze precedenti.
Il che non toglie, per inciso, che talvolta le masse contadine sfruttate non dessero luogo a repentine rivolte, in genere comunque in nome di Dio.
Come anticipato, il novecento è il secolo che santifica il lavoro (Sombart parlava di proletarismo) mentre le società antiche disprezzano le attività volte alla produzione e riproduzione sociale.
Come spiega la Arendt, nella Grecia classica, la attività lavorative erano svolte da schiavi e donne, compresa la gestione della casa (oeconomia), affinché gli uomini liberi potessero dedicarsi alla attività umana per eccellenza: la Politica.

Il disprezzo rivolto alle funzioni di riproduzione, era in realtà diffuso a livello planetario Dall’altra parte dell’emisfero, in Giappone, i ricchi mercanti venivano collocati nelle caste più infime. In India, tutt’ora, la figlia dell’uomo più ricco non può sposarsi con il figlio del più povero dei brahmani.
Ma anche nel cristianesimo originario il lavoro non è certo esaltato. Come noto, nel Vangelo Secondo Matteo Gesù rimbrotta degli uomini che si affannano ad arare la terra, invitandoli a fare come gli uccellini nel cielo che traggono il loro sostentamento affidandosi alla Provvidenza (pensiero che ogni islamico intimamente approva).

Tuttavia è proprio nella sfera della cristianità che apparentemente vengono posti i primi germi di una possibile ideologia del lavoro.
Come spiegato da Max Weber, con la Riforma che si afferma nei popoli del nord- Europa, si diffonde l’idea teologica che la laboriosità, fondamento di stili di vita disciplinati, ci rende grati a Dio. Nella mentalità puritana però il successo nella propria attività non è un valore in sé, ma il segno della sua predestinazione alla salvezza.
Non si tratta dunque di un’ ideologia del lavoro, ma semmai di una sorta di “ascesi mondana” per salvarsi l’anima”, (decisamente meschina per inciso).
Tuttavia questi stili di vita disciplinati, secondo la nota ipotesi weberiana, hanno favorito la nascita del capitalismo.
Un’apparente forma di ideologia del lavoro, viene espressa dalla prima borghesia imprenditoriale che si rispecchia nel liberalismo.
Gli autori che ne interpretano gli interessi affermano che l’unica fonte legittima della ricchezza è il lavoro.

Ma stratta di un’argomentazione strumentale, che oppone il borghese laborioso al nobile ozioso.
Non vi è un’ideologia del lavoro, quanto del giusto profitto opposto alla rendita fondiaria.
Significativo poi il fatto, così come riporta la letteratura, che i capitalisti del passato, raggiunti i limiti di età, aspiravano ad acquistare titoli nobiliari, si ritiravano a vivere in ville principesche, dove magari organizzare “protestanti” e costosissime cene di beneficenza, occasione per le signore per gareggiare nello sfoggio di diamanti e per i filantropi per tenere applauditissimi discorsi (memorabili a proposito le pagine di Ayn Rand).

Per imbattersi in una vetero ideologia del lavoro occorre attendere Karl Marx.

Secondo il filosofo tedesco, il lavoro è l’attività umana per eccellenza, è ciò che distingue l’uomo dagli altri animali, e proprio per questo non può essere alienato, cioè diviso, così come accade con l’avvento del capitalismo.
Nota l’utopia marxiana elaborata nell’Ideologia tedesca,dove si prospetta l’alternanza di più lavori (manuali e intellettuali nello stesso giorno) ripresa da filoni importanti della contestazione sessantottesca.
Braverman precisa che in realtà il lavoro è sempre stato diviso, e che il modo di produzione specifico del capitalismo è la sua parcellizzazione. Tuttavia tale nozione ci sembra ben presente nello stesso Marx (apertissimi naturalmente alle confutazioni dei marxisti di professione).
Non affatto utopica, quanto piuttosto tragicamente veritiera la previsione profetica della nascita di un esercito di uomini ridotti a nulla (per la precisione espropriati del mestiere, che comunque per Marx è un “idiozia”. Sulla stessa linea Gramsci).
Essa trova la più piena realizzazione con la rivoluzione taylorista dell’organizzazione del lavoro. Causa questa che faceva sì che gli operai ne uscivano così debilitati che Ford per primo pensò a misure compensative : rapporti di lavoro a vita, alte paghe, un Welfare aziendale.
L’intuizione di Marx risulta particolarmente arguta tenendo conto che, durante il periodo storico nel quale scrive, nell’officina permane la centralità dell’operaio di mestiere, senza il cui consenso attivo, la produzione non è possibile.
E’ quella fascia di classe operaia, referente ideale dell’anarco-sindacalismo, che si esprime nella cosiddetta “fierezza del mestiere”, a sua volta inserita in forme di vita, materiali e simboliche, che la rendano lontana dall’ideologia novecentesca del lavoro.
Il novecento, come abbiamo anticipato, è il secolo del Lavoro. Nessun avvocato, nella sua arringa difensiva manca di sottolineare che l’imputato è un gran lavoratore.

Il lavorare quindi, come criterio supremo di moralità.

Tuttavia, nella fase capitalista dell’industrializzazione travolgente, il lavoro per eccellenza si svolge nella fabbrica. L’operaio diventa così l’Operaio, referente sociologico e politico dei socialisti di ogni specie (con le debite eccezioni: Lenin).
Rivolgendosi ai proletari di tutto il mondo, Rosa Luxemburg, proclamava che voi siete la classe che nutre i parassiti di ogni genere, così cogliendo la mentalità che caratterizza tutta la classe operaia, ed il cui peso nella determinazione del confitto sociale, come vedremo, ha contato immensamente di più delle speculazioni varie del comunismo novecentesco.
Per capire l’enfasi positivistica che caratterizza i primi decenni del secolo ci sembra utile ricordare l’esaltazione gramsciana, che se la prende con quella parte dei sindacati americani che difendono le prerogative del mestiere contro la rivoluzione taylorista. Secondo Gramsci, una volta socializzati i mezzi di produzione, la perdita della gratificazione professionale sarà sostituita dal senso di appartenenza all’Operaio collettivo che sottomette e umanizza le forze della natura. Argomentazione delirante comunque condivisa dal comunismo sovietico e dal movimento socialista nel suo complesso, che esalta il radioso sviluppo delle forze produttive la cui guida, date le contraddizioni interne del capitalismo, passerà alla classe operaia, instaurando così il regno dei produttori liberi e solidali.
Tuttavia, la base del movimento operaio (ovvero una larga minoranza della classe operaia) esprime ben altro modo di sentire : se davvero il lavoro di fabbrica è il motore dell’emancipazione umana, allora chi del lavoro non profitta non può essere sfruttato. L’instaurazione del socialismo, ovvero una società senza padroni, è innanzitutto un imperativo morale.
Il che significa che, l’ispirazione di fondo, più che marxista è soreliana (che poi l’operaismo di Sorel possa essere considerato come una credibile e creativa interpretazione del pensiero di Marx meriterebbe un discorso a parte).
Ma vi è di più. Nel secondo dopo guerra, a capo della C.G.I.L., fu posto Giuseppe Di Vittorio, ex noto sindacalista rivoluzionario, temuto quanto rispettato (nel Tavoliere persino i latifondisti lo ammiravano per la sua attendibilità nel far rispettare i contratti). Per inciso, quando il suo compagno di tante battaglie, Luigi Razza, lo invitò a continuare a fare ciò che faceva sotto l’egida del sindacato fascista, la sua risposta non fu aprioristicamente negativa. Dopo un intensa riflessione il sindacalista pugliese optò per i comunisti. Il che manda in frantumi una comparazione tutta ideologica fra fascismo e comunismo, che non tiene conto degli umori e rancori all’interno del movimento socialista.

Quando arriva a capo della C.G.I.L., Di Vittorio è ormai su posizione riformistiche. Di fatto il sindacato legato visceralmente al P.C.I. costituirà per decenni una grande forza socialdemocratica, al pari delle altre grandi centrali sindacali europee. La diversità della organizzazione italiana consiste appunto nel suo legame organico con il P.C.I., partito socialdemocratico di fatto ma ufficialmente marxista-leninista e soprattutto dalla sua dipendenza dall’Unione Sovietica.
In questo senso l’abbandono ufficiale, nel secondo periodo post-bellico, delle socialdemocrazie europee di ogni legame con il marxismo complica ancor di più le cose sul piano ideologico, ma soprattutto finisce con il risultato di ridurre tutto il socialismo possibile ad un estensione indefinita dello Stato sociale (in Svezia e nei paesi del nord Europa assunse dimensioni tali che si stentava a definirli come paesi capitalisti ).
Tuttavia questa svolta si fonda su un’ analisi errata : eternizza lo Stato sociale come la parola ultima del compromesso fra capitalismo e società del lavoro. Del resto Marx ci aveva avvertiti: la borghesia è una classe rivoluzionaria Sotto il suo dominio ogni stabilità viene meno.
Inoltre si accredita lo Stato sociale come una conquista, dopo lunghe lotte, delle masse lavoratrici.
Il che è oggettivamente falso. Come dimostra una vasta letteratura, l’instaurazione del Welfare obbedisce a bisogni di stabilità da parte del capitalismo, dopo le turbolenze finanziare del ’29.

Secondo la magistrale interpretazione di Braverman, il capitalismo monopolistico produce eccedenze che non possono essere riassorbite.
Il capitalismo avrebbe sicuramente rischiato di crollare se economisti e politici non avessero avuto l’idea vincente di aumentare vorticosamente la spesa pubblica.
In ogni caso, non è questo che turba direttamente la novecentesca ideologia del movimento operaio,quanto piuttosto, dalla fine degli anni 50, l’affluire negli stabilimenti F.I.A.T. e nel resto dei grandi apparati produttivi del Nord, di una massa di giovani dequalificati, in parte immigrati, estranei alla cultura della fabbrica e alla tradizione sindacale e indisciplinati. Sarà questa nuova e giovane classe operaia che nell’anno 1969 darà luogo ad una clamorosa rivolta che trascinerà tutto il resto dei lavoratori, aprendo una lunga stagione di conflittualità che condizionerà pesantemente la società e la vita politica.
Dal suo canto la corrente operaista (Panzieri, Tronti, Asor Rosa, Negri ecc.) sentenzia la centralità del”operaio-massa”, nuovo soggetto rivoluzionario il cui unico e immediato interesse è la soppressione del lavoro salariato ( il debito teorico con la nozione soreliana di sciopero generale è evidente, tuttavia, con l’autorevole eccezione di Tronti, non è stato mai riconosciuto.
Tuttavia anche l’opzione operaista del rifiuto del lavoro salariato, (abbracciata da tutta la sinistra extraparlamentare ) non fuoriesce dall’ideologia del lavoro.
Si parte dalla centralità della forza lavoro nel processo produttivo, per cui il Potere non può che essere Operaio ( chi ne ha l’età, ricorderà lo slogan, trasversale a tutta la sinistra, “potere a chi lavora”.

Con l’avvento della società post-industriale, dove la centralità della forza-lavoro cede il passo all’applicazione delle nuove tecnologie nel processo produttivo, nonché lo smantellamento della classe operaia, la leggenda dell’Operaio tramonta, trascinando con sé la stessa idea socialista.

Ovviamente concorrono a tale esito ulteriori fattori di tipo internazionale, politico, sociale e culturale, ma il dato centrale ci sembra questo, che determina il passaggio a quello che Preve definisce come il capitalismo assoluto, ovvero senza opposizione.
Per chi ha vissuto dall’interno le risse ideologiche che hanno lacerato il comunismo novecentesco, può dedurne che Lenin aveva torto.
In realtà è che con Marx, divinizzato nel corso del novecento, l’idea socialista si lega mani e piedi alle sorti della classe operaia che, quando il capitalismo la trasfigura, cade tutto l’edificio.
Vogliamo trarre alcune conclusioni da queste sporadiche riflessioni.
Innanzitutto risulta palese come l’ideologia del lavoro di marca socialista è palesemente subalterna al capitalismo nella sua fase produttivistica. Quando diventa ingombrante, perché ideologia del lavoro significa simultaneamente porre limiti al consumo, il capitalismo se ne sbarazza.
In questo sono significative le edoniste utopie del non lavoro, che Faye bollò a suo tempo come neo-liberali.
Esse infatti sono parte integrante dell’esito di processi sociali e culturali che diffondono un clima edonista (Bell), narcisista (Lasch), che caratterizza una società permissiva (che non significa tollerante), dove ogni limite al consumo viene vissuto come anacronistico. Il che, per inciso, non ha nessun legame con il sessantottesco “proibito proibire” (si vedano le argomentazioni di De Benoist), semmai una sua mercificazione.

Su come il capitalismo, per imporre la sua fase consumista, abbia mandato avanti, sotto mentite spoglie, eserciti di progressisti o rivoluzionari, che se la prendono con i valori “borghesi” diventati un ostacolo al consumo illimitato, rimandiamo naturalmente alla magistrale, anche se purtroppo americanocentrica, analisi della controcultura fatta da Lasch.
Il che non significa (equivoco in cui cadono i suoi interpreti conservatori) che Lasch nega la soggettività antisistemica della controcultura, soprattutto di quei filoni che alla fine degli anni sessanta si politicizzarono.

Per quanto riguarda poi le mitiche rivolte dell’operaio-massa, tinte da una sorta di neo-luddismo, avvengono quando il capitalismo ha già in mente lo smembramento dell’organizzazione taylorista del lavoro (a favore della automazione, poi del toyotismo ecc…).

Come abbiamo notato in apertura, oggi il lavoro è diventato precario.

Costanzo Preve ha sempre considerato ciò come uno dei drammi centrali della attuale fase di capitalismo assoluto. Egli parte dal presupposto che il lavoro a tempo indeterminato, il posto fisso, sia la condizione fondamentale della stabilità e della integralità esistenziale (chi scrive approfondirà la questione recensendo i suoi dialoghi con Luigi Tedeschi, che costituiscono un testo di notevole interesse).
Da un punto di vista marxiano ciò è chiaramente insostenibile, dal momento che il lavoro salariato, precario o no, è attività dell’alienazione, e quindi non può costituire la fonte di alcuna integralità.
Ma non è certo su questo terreno che vogliamo scendere.
E’ evidente che, per le nuove generazioni, il lavoro precario significa, usando il linguaggio banale della filosofia analitica, l’impossibilità di farsi un “piano di vita”.
Tuttavia siamo sulla difensiva ma non si può chiedere al capitalismo di tornare indietro.
Venuta meno l’ideologia del Lavoro, bisogna piuttosto parlare di lavori.
Allora un conto è insegnare con passione storia dell’arte, un altro è fare la cassiera in un centro commerciale. Non importa, a chi fa lavori che, per dirla con il già citato Lasch, sono un’offesa all’intelligenza umana, che il datore di lavoro sia lo Stato o un privato cittadino. Su ciò De Man ha scritto pagine illuminanti, mentre i comunisti tutti faticano a comprenderlo.
Portatela alla sue estreme la posizione riperpetua la divisione fra chi fa lavori gratificanti e chi no, a chi, spiega Gorz, il lavoro appare come un mero mezzo per consumare.
Aggiornandola, è proprio contro questo stato di cose che prende le mosse l’utopia marxiana contro una società divisa in classi sulla base della divisione del lavoro.

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