Deutsche Bank: il 2016 è l’annus horribilis per il modello tedesco?

Deutsche Bank è troppo grande per fallire. La “statolatria finanziaria” della Germania è in profonda crisi. Le ricadute sociali saranno devastanti per i popoli europei.

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La crisi permanente di Deutsche Bank

L’ennesimo crollo in borsa del titolo Deutsche Bank è l’ultimo episodio di una crisi permanente in cui tale banca, con tutto il sistema bancario europeo, si dibatte dal 2008. La situazione di Deutsche Bank, ad alto rischio sistemico, è rivelatrice di un modello tedesco, che ha reso la Germania una potenza economica, che tuttavia dispone di un sistema bancario assai fragile. La crisi bancaria che investe l’Europa è paradigmatica di un sistema capitalista – finanziario che non è riuscito a superare la crisi del 2008, in quanto incapace di riformarsi al suo interno. Esso riproduce eternamente se stesso: l’economia finanziaria non è in grado di rimuovere le cause strutturali che hanno determinato la sua crisi.
Il governo americano ha comminato a Deutsche Bank una multa di 14 miliardi a causa della scarsa trasparenza riscontrata nelle transazioni di titoli tossici sui mutui subprime ad alta rischiosità, oltre che per la manipolazione dei tassi di interesse e sui cambi. Tale sanzione corrisponde a circa i 3/4 dell’attuale valore di mercato della banca. La crisi era già evidente nel 2015, quando la banca riportò perdite per 7 miliardi e le perdite su crediti, già congelate da anni in bilancio, unitamente ai costi sostenuti per cause legali e sanzioni si stima ammontino a circa 20 miliardi. Tali disavanzi sono stati prudentemente occultati con l’avallo tacito del governo tedesco, ma è certo che Deutsche Bank necessita di ingenti misure di ricapitalizzazione.
Il governo tedesco nega la possibilità di nuovi interventi pubblici, ma, data l’interconnessione di Deutsche Bank con i mercati finanziari globali, tali misure potrebbero rivelarsi indispensabili.

Commerzbank sull’orlo del baratro

La crisi investe anche la seconda banca privata tedesca, la Commerzbank, che aveva già rilevato la Dresdner Bank a sua volta sull’orlo del collasso. La Commerzbank a seguito della crisi del 2008, era già stata salvata mediante l’intervento dello stato, cioè a spese dei contribuenti, per 18 miliardi. I tentativi dello stato di cedere la propria quota al fine di risanare la banca si sono dimostrati infruttuosi. Eventuali cessioni sarebbero state concluse comunque con rilevanti perdite per le finanze pubbliche, si sarebbero quindi rivelate assai impopolari per il governo. L’intervento pubblico non ha comunque risollevato la banca, che consegue nel 2016 rilevanti perdite con svalutazioni di crediti deteriorati per 700 milioni. Si annunciano piani di ristrutturazione che comporteranno entro il 2020 la perdita di circa 9.600 posti di lavoro.

Banche regionali: l’ennesimo fallimento del modello tedesco

Il sistema bancario tedesco è per il 30% in mano pubblica. Ma la mano pubblica, non è stata in grado di risollevare le sorti delle banche regionali (Landesbanken e Sparkassen), già in possesso di ingenti quantità di titoli tossici. Tra il 2008 e il 2009 le banche regionali hanno riportato 14 miliardi di perdite con riduzioni di circa 1/3 del loro patrimonio. L’intervento pubblico per 123 miliardi (tra aumenti di capitale e garanzie), ha fatto sopravvivere le banche regionali ed ulteriori aiuti sono stati concessi negli anni, che tuttavia non hanno sortito gli effetti sperati. La Hsh di Amburgo e la Bremen sono state tenute in vita esclusivamente grazie ad interventi pubblici. La crisi della cantieristica ha travolto tali istituti. Si pongono seri problemi circa la tenuta del sistema.

La rigidità tedesca conosce due pesi e due misure

Alla rigidità tedesca ed europea in tema di salvataggi bancari, riscontrata nei confronti dell’Italia in occasione della crisi de MPS, si oppone oggi un atteggiamento assai più morbido verso un sistema bancario tedesco ad alta rischiosità.
Si sta facendo strada negli ambienti della pubblicistica economico – finanziaria una sorta di “patriottismo finanziario” europeo per il salvataggio ad ogni costo di Deutsche Bank, che rappresenta l’unica grande banca d’affari europea in grado di competere a livello globale. La sua crisi mette a rischio l’intero sistema europeo se non quello mondiale, date le possibili devastanti ricadute nei mercati finanziari.
Occorre però rilevare che Deutsche Bank nel marzo 2011 cedette 7 miliardi di titoli di stato italiani, contribuendo largamente all’aumento esponenziale dello spread e a generare una crisi devastante del debito l’avvento del governo Monti con la politica di austerity, i cui effetti recessivi sono ancor oggi evidenti. Le banche tedesche si sono alimentate con le crisi del debito degli stati europei del sud.
E’ nota la rigidità tedesca circa gli aiuti di stato in Europa, ma nel 2008 la Germania effettuò salvataggi bancari con fondi pubblici per circa 240 miliardi, ignorando le normative europee. Oggi la crisi delle banche assume in Germania una importante valenza politica, dato che la Merkel ha più volte dichiarato che i contribuenti tedeschi non avrebbero più speso un solo euro per i dissesti delle banche.
A partire dal 2016 è in vigore in Europa la normativa del bail – in che impone il divieto agli stati di erogare fondi pubblici per i salvataggi bancari, dovendo rispondere dei dissesti bancari gli azionisti, gli obbligazionisti e limitatamente i correntisti. Pertanto, tale normativa ha dato luogo ad una generalizzata sfiducia degli investitori che, alla prima avvisaglia di crisi sono inclini al disinvestimento dei capitali nel settore bancario. Le conseguenze del bail – in sono riscontrabili in una Europa già afflitta dalla crisi delle banche: nel 2016 i titoli italiani hanno registrato perdite del 50%, quelli tedeschi del 43%. Il bail – in è stato un elemento di accelerazione della crisi.
Dalla crisi del 2008 il sistema bancario non è stato riformato e la sua crisi è divenuta sistemica. La stessa normativa del bail – in prevede che in condizioni eccezionali alcuni titoli potrebbero essere sottratti a tali regole. Ma queste “condizioni eccezionali” non sono state normativamente specificate. La loro sussistenza viene valutata caso per caso. E’ assai probabile che tali “condizioni eccezionali” vengano riscontrate nella vicenda di Deutsche Bank. Ma sarà adottato analogo atteggiamento verso le banche italiane, la cui crisi è assai meno rilevante di quella tedesca? Ne dubitiamo molto.

Stati e banche “troppo grandi per fallire”: un modello di statolatria finanziaria

Il teorema finanziario relativo alle crisi bancarie rimane sempre lo stesso: esistono banche troppo grandi per fallire. Pertanto occorre che anche i paesi deboli, quali l’Italia, consentano salvataggi pubblici per Deutsche Bank onde evitare disastrose ricadute finanziarie sull’intero sistema.
E’ evidente che il risanamento delle banche comporterà in Europa gravosi piani di ristrutturazione con dismissioni di attività, svalutazioni di crediti deteriorati e titoli tossici, chiusure di sedi, ingenti riduzioni degli occupati nel settore. Nessuno valuta la ricaduta sociale di tali piani di ristrutturazione, che negli anni si riveleranno devastanti. La rischiosità del sistema finanziario genera crisi le cui conseguenze gravano sui popoli in termini di distruzione del risparmio, disoccupazione dilagante, aumento della pressione fiscale.
Dopo il 2008 il sistema bancario necessitava di riforme strutturali; in primis occorreva ripristinare la separazione tra banche che esercitassero il credito e la raccolta del risparmio e banche d’affari. A seguito dei salvataggi pubblici, gli stati avrebbero dovuto assumere il diretto controllo del settore bancario, onde imporre le proprie politiche economiche e salvaguardare il risparmio. Ma nulla di ciò è stato fatto.
Il modello tedesco ed europeo evidenzia tutta la propria crisi. In Europa si è affermato un modello che potremmo definire di “statolatria finanziaria”, cioè di uno stato ormai svincolato di fatto dai principi democratici, che impone ai popoli politiche di austerity a sostegno del sistema finanziario e ne supporta le crisi. Tale stato diviene nella realtà una grande holding finanziaria che opera nel mercato globale.
Al pari delle banche, ci sono stati troppo grandi per fallire, altri invece sono condannati da essi attraverso la schiavitù del debito ad essere espropriati e colonizzati.
Le crisi del capitalismo si ripresentano e si perpetuano: la crisi è divenuta uno status congenito alla sussistenza del capitalismo stesso. Il capitalismo non può risolvere le proprie crisi, in quanto le soluzioni possibili sono estranee al capitalismo stesso.

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