Il No al referendum sconfigge Renzi, ma la costituzione è già stata abrogata

Il popolo ha detto NO al referendum e a Renzi, ma nulla cambia perchè l’opposizione è oggi impossibile 

 

Il NO ha un solo perdente: Renzi. Ma chi sono i vincitori? Tutti e nessuno, politici e partiti trovatisi loro malgrado a rappresentare un dissenso dell’intero popolo italiano che non hanno mai saputo né hanno mai voluto di interpretare. Il NO è stato il voto della disperazione. L’alta percentuale dei votanti (quasi il 70%) e la vittoria del NO con il 60% esprimono una protesta impotente, un voto politico che va al di là dei quesiti referendari, questioni lontane anni luce della realtà sociale quotidiana di una Italia in piena decadenza economica e morale, senza altra alternativa che un dissenso sterile e impossibile.

Una costituzione abrogata in un paese senza sovranità

Si è certo scongiurata con il NO una deriva oligarchica istituzionale già programmata e sostenuta dall’Europa e delle lobby finanziarie (vedi JP Morgan). Ma non sarà certo con il NO che verrà ripristinata la vigenza di una costituzione abrogata materialmente e violentata dai governi succedutisi da Ciampi in poi, in tema di sovranità nazionale, già devoluta all’Europa della BCE da trattato di Maastricht in poi, né verrà riaffermato il primato della politica sull’economia venuto meno con la fine dello stato sociale. I diritti sociali, quali la salute, la tutela del lavoro, la rappresentanza sindacale, il diritto all’istruzione, sono quasi scomparsi a seguito del recepimento delle direttive europee e il processo riformatore in senso liberista della politica e dell’economia imposto dalla UE non sembra subirà mutamenti quali che siano i governi che succederanno a Renzi.

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Un dissenso funzionale al sistema

La personalizzazione della campagna referendaria da parte di Renzi si è rivelata un boomerang. Ma altrettanto fuorviante è la personalizzazione della sconfitta. Le dimissioni del governo Renzi non sono davvero un dispiacere per la maggioranza degli italiani. Ma esaltare la fine di questo governo in funzione della sconfitta di Renzi (mandare a casa Renzi, tormentone mediatico di cui si è nutrita una opposizione a corto di altri argomenti), significa identificare in una sola persona (Renzi), le responsabilità di un intero sistema che ha condotto al disfacimento morale e sociale di un paese, significa orientare il dissenso diffuso verso falsi obiettivi. Infatti, eliminato il Renzi di turno, il sistema si ricompone e resta impermeabile alla protesta popolare, che diviene in tal modo, funzionale alla riproduzione del sistema stesso. Si è ripetuto lo stesso meccanismo mediatico che ha condotto alla caduta di Berlusconi e all’avvento del governo Monti, la cui ascesa ha dato vita a governi cooptati dalla UE, di stampo oligarchico, non legittimati dal voto popolare.
Così come la Brexit e l’elezione di Trump, gli effetti della martellante campagna mediatica sono falliti. Gli sproloqui pirotecnici di Renzi, Grillo & C. non hanno spostato un solo voto. Tanto meno i pronunciamenti per il SI o per il NO dei “padri della patria”, quali Napolitano, Prodi, D’Alema ecc…hanno convinto un solo elettore in un senso o nell’altro. L’esaltazione mediatica della politica riformista del governo Renzi (vedi Jobact, Buona Scuola, 80 euro ai lavoratori dipendenti, pensionamenti anticipati con prestito bancario), così come il fantasmatico ritorno alla crescita del Pil (meno dell’1%), non hanno sortito gli effetti desiderati. Tanto meno il terrorismo mediatico di eventuali tempeste finanziarie in caso di vittoria del NO, che puntualmente non si sono verificate.
Il NO non ferma il dissesto sociale del paese
In prossimità del voto referendario è stato spacciato da Renzi per un accordo di portata storica l’aumento delle retribuzioni ai lavoratori del pubblico impiego (contratti bloccati dal 2011), di 85 euro (in media si intende). Non desta stupore la demagogia pre – elettorale renziana, quanto semmai suscita disgusto la soddisfazione della triplice sindacale in merito a tale accordo. Ma cosa possiamo aspettarci da sindacati che in occasione del varo della legge Fornero indissero uno sciopero di sole 3 ore e il cui impegno per il NO al referendum è già esagerato definire tiepido?
Il ritorno dell’Italia alla crescita, l’aumento virtuale dell’occupazione millantati dal governo Renzi, sono argomenti che non possono davvero creare consensi in un paese che vive sulla propria pelle Il declino del ceto medio la scomparsa della PMI, l’incremento della fascia della popolazione sotto la soglia della povertà, una occupazione che si estende solo mediante i voucher, la mancanza di prospettive per i giovani. La protesta è latitante e impotente, perchè la compressione sociale delle classi meno abbienti è sempre più accentuata. In una società dominata dalle esigenze di sopravvivenza, il dissenso è quasi impossibile. Questo è un obiettivo di fondo perseguito dal capitalismo assoluto.

Renzi ha perso, ma non il PD

Tuttavia con il referendum, se finisce il governo Renzi, non si esaurisce la sua carriera politica.. Secondo l’opinione espressa da Antonio Padellaro in una intervista a Radio 24, il 40% dei voti a favore del SI potrebbe essere oggetto di diverse interpretazioni politiche. Infatti, poichè i consensi del 40% per il SI sono identificabili (almeno per il 70%), con i voti del PD, tale percentuale, perdente nel referendum, potrebbe produrre un clamoroso successo per il PD in sede di elezioni politiche. Il conseguimento del 40%, percentuale già raggiunta dal PD alle europee del 2014, gli garantirebbe una vittoria schiacciante alle politiche con qualsiasi sistema elettorale. E’ stato quindi sconfitto Renzi, ma non il PD.
Sono stati rimarcati i molteplici errori commessi da Renzi nella campagna referendaria. Ma l’errore capitale consiste proprio nell’aver promosso questa assurda riforma costituzionale. Poteva farne a meno, dato che questa costituzione, è stata già abrogata di fatto nei suoi principi fondamentali. Essa non avrebbe costituito un ostacolo alle sue riforme in senso liberista. In realtà, tale riforma costituzionale gli fu imposta da Napolitano sin dalla formazione del suo governo. Che vi sia stata una regia di Napolitano non tanto occulta nella politica riformatrice del governo Renzi, è una tesi oggi credibile.

Il destino italiano di una opposizione impossibile

Chi succederà a Renzi? L’ombra di un governo tecnico sostenuto dalla UE filo tedesca, sembra incombere sull’Italia, magari camuffato da governo politico con Padoan presidente. Oppure verrà nominato un governo di transizione presieduto da Delrio, o Franceschini, o Gentiloni. Un governo Renzi cioè, senza Renzi. La politica italiana rimane uguale a se stessa indipendentemente dal referendum. Nella stessa palude è coinvolta una opposizione non in grado di affermarsi e provocare mutamenti sistemici. Infatti le opposizioni sono due: la Lega e M5S. La Lega resta un partito del nord, non in grado di raccogliere consensi su scala nazionale. M5S non è in grado di dare risposte ai problemi fondamentali della crisi italiana sul piano politico e sociale, quali l’appartenenza dell’Italia alla UE e alla Nato, l’euro, i flussi migratori, lo stato sociale. La sua è una opposizione mediatica, velleitario – moralistica, del tutto incapace di interpretare i problemi del paese. Occorre andare al più presto ad elezioni politiche, ma una nuova legge elettorale non si sa se, quando e come verrà approvata. Nel prossimo futuro in Italia regnerà l’immobilismo, sia nel governo che nell’opposizione. L’Italia è diventata il paese dell’opposizione impossibile. La palude dell’immobilismo accentuerà la decadenza e il disfacimento della società. Qualora non si affermi una critica radicale al sistema capitalista, ogni opposizione sarà impossibile e si rivelerà presto o tardi funzionale alla sussistenza di questo sistema.

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