Il nuovo modello di sviluppo: l’emergenza diventa quotidianità

Il 2017 si preannuncia come un anno decisivo per la crisi del modello di sviluppo globale 

Crisi o nuovo modello di sviluppo?

La crisi economica globale si è mutata in stagnazione secolare. Con tale concetto si vuole definire uno stato di ristagno della crescita congiunto ad una incertezza di prospettive permanente.
Infatti la crisi sistemica del 2008 ha condotto a trasformazioni profonde dell’economia mondiale, tali da generare la struttura di un nuovo modello economico – finanziario globale. Le crisi nel sistema capitalista sono fenomeni ciclici ricorrenti, ma comunque comportano trasformazioni del sistema, anzi esse vengono definite dagli economisti “distruzioni creative”, proprio perché mediante le crisi si generano le evoluzioni progressive interne al sistema capitalista.

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Nell’analisi di una crisi economica, occorre far riferimento ai fondamenti, al senso e alle finalità interne ad un sistema economico – politico, in cui lo stato di crisi si manifesta.

Qualora si prenda a modello di riferimento una società fondata su valori solidaristici, le finalità del sistema economico saranno improntate alla piena occupazione, alla redistribuzione dei redditi, alla compressione delle diseguaglianze, alla sussistenza dello stato sociale: tali obiettivi presuppongono il controllo dello stato sull’economia e il primato della politica. Qualora lo stato attuale dell’economia venisse analizzato alla luce di tali paradigmi, la crisi si rivela assai profonda, data la disoccupazione dilagante, l’accrescimento delle diseguaglianze sociali, la permanente incertezza delle prospettive dovuta alla precarietà del lavoro, la progressiva distruzione dello stato sociale, l’assenza delle regole e dei necessari controlli dello stato sull’economia. Se invece si prende a modello di riferimento una società in cui l’economia e la finanza siano autoreferenti, le finalità del sistema economico si identificano con gli equilibri e le mutazioni del mercato e pertanto, l’occupazione, i redditi, la struttura sociale di uno stato saranno conformi alle evoluzioni e alla volatilità di un sistema finanziario che si sovrappone alla economia produttiva. Diseguaglianze sociali, precarietà del lavoro, assenza di welfare, non possono essere giudicati come prodotto di una crisi o obiettivi falliti di un sistema economico, ma elementi costitutivi di una economia fondata su di un libero mercato in continua evoluzione, che prescinde da equilibri sociali consolidati e valori morali imposti dalle istituzioni politiche.
Pertanto bisogna concludere che quella attuale non è tanto una crisi dovuta agli squilibri di un sistema economico, quanto l’instaurazione di un nuovo modello di sviluppo improntato alla autoreferenza e al primato dell’economia finanziaria. L’economia persegue le finalità imposte dalla classe dirigente. L’economia è dunque una scienza sociale, nella misura in cui si affermi il primato delle istituzioni politiche. E’ invece un sistema totalizzante dominato dal mercato, qualora sia subordinata agli obiettivi di una classe dirigente che sia dominante nell’economia e nella finanza.

 

Il falso mito del benessere globale nel peggiore dei mondi impossibili

 

Con la fine del ‘900 si è esaurita la fase propulsiva di un sistema economico in costante e stabile crescita, sono venute meno le aspettative crescenti dei popoli, e con esse, le prospettive di emancipazione dai bisogni primari dell’umanità. Tali paradigmi, che hanno dominato il ‘900, sono scomparsi con il modello di economia mista soppiantato dall’avvento della globalizzazione economica che ha comportato la diffusione di un modello mercatista globale made in USA, che riduce la politica (e quindi la democrazia), a mera rappresentazione degli interessi economici della classe dominante.
Nell’ottica del pensiero unico globalista il benessere del mondo sarebbe in continua crescita. Con il capitalismo assoluto si sarebbe realizzato negli ultimi 20 anni un progressivo incremento del benessere dell’umanità, mai verificatosi nella storia. Diseguaglianze, povertà diffuse, mancanza di prospettive future, sono i sentimenti dominanti nella società occidentale. Tuttavia i parametri dell’economia globalista sembrano condurre a risultati diversi.
Nello stato di povertà assoluta, definito dalla Banca mondiale con la spesa di 1,25 $ al giorno, nel 1990 si trovavano circa 1,9 miliardi di individui, nel 2015 la parte della popolazione mondiale in povertà assoluta è stimata in 836 milioni. Si registrano altresì rilevanti progressi in campo sanitario. L’aspettativa di vita della popolazione mondiale è parimenti cresciuta: nel 2012 era di 80 anni in Europa, 70 nel mondo, 58 in Africa. Tuttavia è stato anche rilevato che nel 2015 la speranza di vita si è decrementata sia in Europa che in America.
La globalizzazione avrebbe inoltre contribuito a creare una maggiore equiparazione dei redditi nel mondo, con la compressione dei redditi nei paesi industrializzati dell’occidente e con il contemporaneo incremento per le popolazioni del terzo mondo. Tale fenomeno è dovuto alla delocalizzazione industriale verificatasi negli ultimi 20 anni dall’occidente ai paesi meno sviluppati dell’Europa orientale e dell’Asia. Tuttavia, al decremento dei redditi e dei consumi dell’occidente industrializzato non fa riscontro una proporzionale crescita di tali indici nei paesi emergenti. Se così non fosse, non si registrerebbero il rallentamento della crescita a livello mondiale né la crisi della domanda globale. La delocalizzazione industriale ha avuto la sua ragion d’essere in funzione dell’aumento della competitività ottenuta mediante la compressione dei costi di produzione (specie il lavoro). Il decremento del costo del lavoro ha condotto alla contrazione drastica dei consumi in occidente e ad un moderato aumento degli stessi nei paesi emergenti. Qualora le retribuzioni in questi ultimi crescessero oltre misura, verrebbero meno le condizioni favorevoli per la produzione che hanno dato luogo alla delocalizzazione industriale. La crescita del benessere nei paesi del terzo mondo è altresì contraddetta dai crescenti flussi migratori che, oltre a sconvolgere il tessuto sociale dell’occidente, ha largamente contribuito alla compressione salariale e all’aumento della disoccupazione. Si è in realtà verificata una tendenziale equiparazione verso il basso dei redditi da lavoro a livello globale, con corrispondente incremento esponenziale dei profitti per la finanza e le holding multinazionali.
Si è affermata una economia globalizzata basata sull’export, con crescita dei profitti, ma senza una redistribuzione adeguata dei redditi la ripresa della domanda interna e quindi la crescita economica assumono per il prossimo futuro i contorni di un miraggio. Nella UE Germania ha realizzato un rilevante surplus commerciale in barba alle regole europee, ma si rifiuta di impiegare tali risorse a sostegno della domanda interna.
Vediamo dunque manifestarsi in tali fenomeni gli effetti della trasformazione globalista attuata dal capitalismo. Assistiamo alla realizzazione compiuta di un nuovo modello di sviluppo annunciato da circa 20 anni con l’avvento dell’era della globalizzazione. L’imporsi di questo nuovo modello economico di stampo oligarchico è confermato dall’accrescersi progressivo delle diseguaglianze sociali sia in occidente che nei paesi emergenti. Negli ultimi 20 anni, nei paesi più avanzati dell’occidente il reddito del 10% della popolazione più ricca è aumentato del 40%, mentre la maggioranza della popolazione ha avuto una crescita minima, se non irrilevante. In Cina e India la crescita dei redditi ha determinato anche l’aumento delle diseguaglianze sociali. Tale fenomeno è dunque globale e destinato ad accrescersi.
In tema di miglioramento delle condizioni sanitarie a livello mondiale, occorre rilevare che tale evoluzione non è da iscriversi a favore dell’avvento della globalizzazione capitalista. Il sistema sanitario pubblico in occidente subisce progressive restrizioni, mentre nei paesi emergenti è assai ridotto e spesso assente. Il miglioramento delle aspettative di vita (peraltro in diminuzione in occidente nel 2015), degli ultimi decenni è da attribuirsi al progresso scientifico e tecnologico, la cui avanzata non è diretta conseguenza dello sviluppo del sistema capitalista a livello globale. Negli stati totalitari del ‘900 non si sono forse verificati importanti progressi in campo scientifico e tecnologico? Anzi, spesso con una maggiore ricaduta sociale rispetto all’epoca contemporanea.
L’innovazione tecnologica oggi comporta nell’economia occidentale una rilevante crescita della produttività e nel contempo determina l’espulsione dalla produzione di milioni di lavoratori. La manodopera fuoriuscita dalla produzione viene impiegata nel terziario, ma con lavori precari e salari più bassi. Precarietà e incertezza sono elementi costitutivi della vita dei popoli come dei mercati dominanti nel mondo globalizzato. Le ricorrenti crisi e l’emergenza, da fenomeni da stato d’eccezione si sono trasformati in normali avvenimenti che coinvolgono la popolazione mondiale. L’emergenza si è tramutata in quotidianità. E l’emergenza permanente si traduce in necessità immanente di sopravvivenza per tutti e tutto.
Ma l’instabilità e precarietà elevate a sistema generano dissenso ed avversione verso le oligarchie capitaliste dominanti e produrranno in futuro inevitabilmente ulteriori profonde crisi che coinvolgeranno i fondamenti stessi del sistema capitalista. La globalizzazione è il peggiore dei mondi impossibili. Impossibile perché inumano e invivibile. Il 2017 si preannuncia denso di incertezze, tensioni, ma, per l’accentuarsi del malessere globale, anche decisivo per sviluppi fino a ieri non prevedibili e comunque non conformi alle aspettative del globalismo liberista.

 

Sistema bancario: il grande malato dell’Europa

 

Il sistema bancario è il grande malato d’Europa. La crisi del 2008 non ancora superata, con masse non quantificabili di titoli spazzatura tuttora in pancia alle banche, dovuti ad investimenti ad alto rischio (vedi derivati di Deutsche Bank), crediti inesigibili (vedi mutui subprime), sono eventi hanno pesantemente scosso la fiducia dei risparmiatori e degli investitori. La sfiducia nel sistema bancario è un fattore che pregiudicherà la crescita economica nel prossimo futuro. Tale crisi è stata accentuata dagli stress test effettuati dagli organi di vigilanza della UE e l’entrata in vigore nel 2016 della normativa del bail in, secondo la quale in caso di crisi bancaria sarebbero chiamati a risponderne gli azionisti, gli obbligazionisti subordinati, gli altri obbligazionisti e infine i correntisti oltre la soglia dei 100.000 euro, escludendo in tal modo interventi pubblici di salvataggio bancario. Le normative europee emanate al fine di conferire stabilità al sistema, hanno sortito l’effetto contrario, accentuando la rischiosità del sistema stesso.
L’erogazione di liquidità promossa dalla BCE di Draghi, mediante il QE ha comunque contribuito a mitigare la crisi bancaria europea, dimostrandosi però uno strumento necessario ma non sufficiente a generare la crescita dell’economia. Il QE comunque resta un provvedimento non convenzionale di politica monetaria, che avrà necessariamente un termine, scaduto il quale, la tenuta del sistema bancario europeo potrebbe essere ad alto rischio. Il QE di Draghi è stato rinnovato per il 2017, ma ne è stato ridotto l’ammontare mensile da 80 a 60 miliardi. Tuttavia la BCE dal 2015 ha esteso la tipologia dei titoli acquistabili, mediante l’acquisto anche di bond di enti internazionali (Fondo Salva Stati, ESM), di agenzia collocate nell’area euro (es. Cassa Depositi e Prestiti) e società private a partecipazione pubblica. Per quanto riguarda l’Italia, beneficiano dell’acquisizione di titoli di debito da parte della BCE 13 imprese, tra cui figurano SNAM, Tecna, Enel, Ferrovie dello Stato. Inoltre, nel 2016 la BCE ha esteso l’acquisto di obbligazioni societarie a società private nel settore industriale, incluse le assicurazioni (con rating superiore a BBB), per circa 10 miliardi al mese. Se tale misura (per 540 miliardi previsti), fu varata al fine di incentivare la ripresa economica, occorre rilevare che a beneficiare ai tale erogazione di liquidità sono stati solo grandi gruppi industriali quali Unilever, Danone, Glancere, Lufthansa, Telecom Italia. E’ evidente come la BCE abbia privilegiato gli interessi delle holding con finanziamenti a tasso zero a discapito delle imprese di minori dimensioni che invece scontano le conseguenze della crisi del sistema bancario in termini di restrizione del credito, la cui erogazione si è resa negli ultimi anni sempre più selettiva a causa della rigidità delle normative europee in tema di merito del credito.
Il sistema europeo è privatistico ed oligarchico. L’elite finanziaria della BCE impone normative autoreferenti, governa e finanzia sé stessa e riversa i costi economici e sociali delle crisi sui popoli.

 

Crisi MPS: una perfetta sintesi dei mali dello statalismo e del mercatismo

 

La crisi delle banche italiane è ormai sistemica. UBS, al fine di ricapitalizzarsi ha ceduto i propri asset di partecipate estere, cioè delle banche estere partecipate che avrebbero dovuto fornire supporto finanziario alle imprese italiane operanti all’estero.UBS dovrà effettuare nel 2017 un aumento di capitale pari a 13 miliardi.
La crisi di MPS ha avuto una soluzione obbligata e da lungo tempo prevista: l’intervento dello stato, onde scongiurare il fallimento di una banca di interesse nazionale che avrebbe potuto compromettere l’intero sistema. La ricapitalizzazione del sistema bancario italiano comporterà finanziamenti pubblici stimati intorno ai 20 miliardi, di cui 8,8 saranno impiegati per il salvataggio di MPS.
Le cause della crisi di MPS sono note. In primis l’evento scatenante è costituito dalla acquisizione della Banca Antonveneta, acquisita ad un prezzo assai superiore al suo valore di mercato. Inoltre MPS ha accumulato una elevata massa di crediti deteriorati, la cui consistenza reale non è mai stata esposta in bilancio: falsi in bilancio perpetrati dal management mediante l’occultamento di perdite per anni, senza adeguati rilievi da parte degli organi di vigilanza della banca centrale. Per fare fronte alle ricorrenti crisi di liquidità, sono stati ceduti al pubblico dei risparmiatori masse di obbligazioni secondarie, cioè titoli ad elevato rischio, senza renderne edotta la clientela, che, in tal modo, si è trovata esposta all’ipotesi di perdita dei propri risparmi, in virtù della normativa europea del bail in.
L’intervento dello stato comporterà che il risanamento di MPS venga effettuato mediante le finanze pubbliche e quindi a carico dei contribuenti. Ma è indubbio che all’aggravarsi della crisi abbia attivamente contribuito la politica del governo Renzi. Quest’ultimo, avrebbe dovuto effettuare l’attuale salvataggio già da due anni, invece di provocarne il progressivo deterioramento. Il titolo MPS ha perso in borsa l’80% del suo valore in un anno.Non risulta che il governo abbia mai condannato la condotta irresponsabile e fraudolenta del management di MPS e delle altre banche minori in crisi, in cui anzi alcuni esponenti governativi sono stati indirettamente coinvolti. La massa dei crediti deteriorati si è generata in parte a causa della crisi economica, ma soprattutto in virtù di crediti clientelari concessi senza adeguate garanzie a soggetti legati politicamente al management, che da sempre è di diretta emanazione dell’area PD. I media hanno spesso rilevato che tale crisi debba essere addebitata alla corruzione della politica e non al mercato. In realtà nella crisi di MPS si è realizzata una perfetta sintesi tra i mali della politica e del mercatismo dominante. Il clientelismo corrotto della politica ha potuto produrre i suoi perniciosi effetti grazie alla deregulation finanziaria, che ha eliminato ogni regolamentazione e controllo delle attività speculative del sistema bancario, ignorando il dettato costituzionale circa la tutela del pubblico risparmio.
Il governo Renzi, per la ricapitalizzazione di MPS ha fatto affidamento sul mercato, con il coinvolgimento della banca d’affari americana JP Morgan, che, insieme con il fondo sovrano del Qatar si è dileguata all’indomani dell’esito negativo del referendum. Questa politica dilatoria, che ha dato luogo al moltiplicarsi delle perdite, ha comportato tre successivi aumenti di capitale senza risultato. Occorre inoltre rilevare che il reale aggravio per le finanze pubbliche dovuto alla crisi di MPS, è assai superiore agli 8,8 miliardi erogati per la ricapitalizzazione. Infatti, le ricorrenti perdite riportate da MPS negli anni trascorsi, e quindi la mancata redditività della banca, hanno determinato un mancato gettito pluriennale per l’erario assai rilevante e difficilmente quantificabile, che comunque moltiplica nei fatti il danno subito dalle finanze pubbliche.
La ricapitalizzazione di MPS verrà effettuata mediante la conversione in azioni delle obbligazioni subordinate, che potranno poi essere riacquistate dallo stato e riconvertite in obbligazioni ordinarie. Le obbligazioni subordinate della tipologia T2 saranno rimborsate al 100% ai risparmiatori, le obbligazioni della tipologia T1 invece, in maggioranza detenute da investitori istituzionali, saranno rimborsate al 75%. Si è però rilevata in tale manovra, una evidente disparità di trattamento tra i risparmiatori truffati di MPS rispetto a quelli di Banca Etruria, che hanno perduto i loro risparmi e sono stati rimborsati solo in minima parte.
L’intervento dello stato, che avrà la maggioranza in MPS, avrà comunque carattere cautelare. La sua durata è programmata in due anni. Il ruolo dello stato non è più quello istituzionale di controllo del credito e del risparmio, ma quello di prestatore in ultima istanza, onde venire in soccorso dei guasti prodotti dal mercato. Il mercato sopravvive solo in virtù degli interventi pubblici di salvataggio a carico dei contribuenti, mentre nella crisi di MPS, l’andamento estremamente volatile del titolo in borsa ha favorito i profitti speculativi. Lo stato azionista di MPS dovrà confrontarsi con l’evoluzione della normativa bancaria europea. Entrerà in vigore nel 2018 una nuova normativa concernente le valutazioni degli strumenti finanziari e la riforma di Basilea 3, riforme che ridurranno la redditività delle banche e che condizioneranno ulteriormente l’erogazione del credito, ponendo nuovi ostacoli alla ripresa economica. Il sistema necessiterebbe di radicali riforme, con il ripristino della separazione delle banche d’affari da quelle commerciali, di rigide norme di controllo sul sistema creditizio e sulla tutela del risparmio. Occorre cioè la rifondazione della sovranità statale, sola garanzia per una politica di investimenti e crescita economica. E’ dunque necessario imporre il primato della politica sull’economia, perché si è rivelato devastante l’assenteismo dello stato liberale, che è esso stesso, per definizione il fondamento dell’antipolitica, istituzionalmente praticata dai governi dei paesi della UE e non certo dai populismi, appunto disprezzati per la loro opposizione “antipolitica”.
Luigi Tedeschi

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