Costanzo Preve Luigi Tedeschi – Dialoghi sull’Europa e il nuovo ordine mondiale

Recensione di Stefano Boninsegni sul libro di Costanzo Preve e Luigi Tedeschi “Dialoghi sull’Europa e il nuovo ordine mondiale” Edizioni Il Prato 2015 pp. 542 € 30,00.

Non ho mai scritto, fosse solo per buon gusto, una recensione esprimendomi in prima persona.
Tuttavia, nel caso di Preve e Tedeschi mi concedo un’eccezione.
In un momento buio della mia esistenza, segnato da una profonda depressione, le lunghe conversazioni (telefoniche) filosofiche, politiche, con loro sostenute, mi sono restate così di conforto, fino al punto di creare un legame umano talmente stretto che in un certo qual modo mi impedisce di distinguere fra l’uomo e il pensatore.
E siccome non sono, per fortuna o per sfortuna, un’intellettuale di professione (figura residuale novecentesca, ma ancora funzionale, vedremo in che senso, al dominio del capitalismo finanziario), me lo posso concedere.

libro-preve-tedeschi-dialoghi-europa

Ricordo innanzitutto ai lettori che quando il dottor Carlo Gambescia, che continuo a ringraziare,mi propose un libro intervista congiunto fra Giano Accame e Costanzo Preve sul tema della dicotomia destra/sinistra, ne rimasi lusingato ma anche intimorito.
Sul fronte Accame mi sentivo tranquillo, avendo letto molte delle sue opere, non solo sul fascismo. Per quanto invece riguardava Costanzo Preve, ammetto, con un certo senso di colpa, di essermi interessato alla sua opera solo dopo la sua decisione di collaborare Diorama Letterario, rivista per cui scrivevo. Il suo nome comunque non mi risultava di certo nuovo, perché circolava con rispetto negli ambienti della sinistra extraparlamentare.


Premetto che, in quanto ex militante di Lotta Continua, sostanzialmente imbevuta di operaismo, fui “iniziato” al marxismo dalla lettura dei vari Panzieri, Tronti, Asor Rosa, Negri ecc., ovvero la cosiddetta corrente operaista, alla quale hanno poi continuato ad attingere i cosiddetti professorini di Autonomia Operaia.
Mi venne quindi naturale, per accostarmi al suo pensiero, iniziare dalla rigorosa critica alla nostrana scuola operaista, di cui una parte cospicua ha occupato prestigiose cattedre universitarie. Il che fu fonte di non trascurabili ripensamenti.

Tuttavia oggi da “a-marxista” (il che non toglie che, laicamente, il pensiero di Marx resta per me un riferimento essenziale), paradossalmente credo sinceramente che, fra le possibili interpretazioni del pensiero del filosofo di Treviri, quella operaista resta fra le più attendibili.
Nel senso specifico che Marx credeva davvero nella spontaneità rivoluzionaria della classe operaia dei suoi tempi, probabilmente partendo dalla convinzione che le generali condizioni di alienazione a cui il capitalismo la sottoponeva non potevano non portare a uno sbocco rivoluzionario.
Su questo Preve ha davvero ragione nel sostenere che Marx si sbagliava, ed ha un illustre predecessore : Vladimir Lenin, il più grande “revisionista”, come soleva dire l’amico Costanzo, di tutta la storia del marxismo.

Marx era inoltre sicuramente convinto che il proletariato fosse l’unica classe sociale ad avere l’unico l’interesse a sopprimere sé stessa in quanto tale, liberando così l’intero genere umano dall’alienazione nella quale il capitalismo lo getterebbe.
Ma l’argomento decisivo mi sembra consistere nel fatto che, una volta tramontata la leggenda dell’Operaio, ovvero la fine della centralità della forza lavoro nel processo produttivo, l’intero edificio socialista crolla repentinamente (“è bastata una marcia di quarantamila”: motto di spirito dell’amico Luigi che condivido integralmente).

Avrei voglia di scrivere che l’operaismo si è sbagliato nella misura in cui Marx si è sbagliato (facendo così un torto ad un pensiero che, nel suo complesso, contiene intuizioni geniali. Ad esempio, l’attuale globalizzazione capitalista è essenzialmente prefigurata nel Manifesto).
Sull’argomento, per ragioni di spazio, mi permetto di rinviare gli interessati ad alcune mie brevi osservazioni pubblicate su questo stesso Blog.
Anzi, ho svolto ragionamenti del genere perché nutro la (fondata) convinzione che Preve colga, probabilmente a ragione, nell’opzione operaista, l’errore madornale di fondo che ha condannato la sinistra rivoluzionaria degli anni 70, ambiente nel quale, è bene non dimenticarselo per motivi che spiegherò in seguito, ha agito e pensato, ad una sconfitta irreversibile. Riflessione che ricorre frequentemente nel suo pensiero, compresi questi Dialoghi.
Concludo sull’argomento mettendo in risalto (scherzosamente) che un “pizzico di operaismo” Preve se lo concede: anche in questi Dialoghi si spinge ad affermare sorelianamente che gli scioperi sindacalesi per aumenti di salario o garanzie sociali sono inutili o funzionali al Sistema. Gli scioperi che contano puntano direttamente alla soppressione del modo di produzione capitalista.

Affermazione che qualsiasi operaista, ovviamente, sottoscriverebbe incondizionatamente.
Il testo in questione di Preve e Tedeschi è preceduto dall’ottimo saggio del professore Stefano Sissa, (al quale rimando i lettori) che oltre a costituire una fedele interpretazione del marxismo dell’ultimo Preve, dimostra brillantemente l’assenza di una reale libertà intellettuale che attualmente caratterizza Eurolandia. Tuttavia ho qualcosa da aggiungere.
Secondo Preve il pensiero di Marx rientrerebbe essenzialmente nell’idealismo tedesco, sulla scia Fichte – Hegel. Nel dichiararsi materialista, avrebbe confuso il materialismo con l’ateismo (anche Marx, afferma , può sbagliarsi su sé stesso).
Ora, non ho strumenti filosofici (né li avrò mai) per confutare o sostenere una simile originale interpretazione.
Tuttavia, non nascondo il mio stupore di fronte ad argomentazioni improntate ai più rigidi canoni del materialismo storico (da scuola di Partito: e dico questo con il massimo del rispetto), che troviamo nell’opera in questione.

Ad esempio, il soggetto di Hume ridotto ad un fascio di sensazioni, oppure il soggetto kantiano astratto e desocializzato, anticiperebbero e rifletterebbero contemporaneamente, sotto l’incalzare del libero scambio concepito come autofondante del legame sociale, l’attuale e incondizionata libertà del consumatore ( mi preme precisare che le critiche filosofiche che rivolgo a Preve sono sempre accompagnate dalla consapevolezza dell’abisso conoscitivo che intercorre fra Preve e la mia persona).

Anche la definizione di comunista conservatore riferita a Preve mi suscita perplessità.
Che l’uomo Preve abbia nutrito un condizionato rispetto verso i valori della famiglia, della scuola, della religione ecc. lo posso attestare personalmente.
In realtà, tale apprezzamento, da un punto di vista squisitamente filosofico, “cela” (senza demonizzare questo termine) , facendo una brutale sintesi, la seguente operazione: nella misura in cui il capitale vuole liberarsi di quelle istituzioni funzionali alla fase di accumulazione, ma che diventano un ostacolo all’avvento della fase consumistica, “io”, anticapitalista, le recupero.
La debolezza di un simile modo di procedere, la si coglie nelle varie precisazioni che Sissa, Preve (non Tedeschi) si sentono in dovere di fare. La famiglia e i suoi valori, ad esempio, li si recuperano, ma a condizione di liberarli dai loro suoi presunti aspetti autoritari, a cominciare dalla mitica oppressione della donna.

Tutto ciò non mi sembra filosoficamente corretto corretto, nonché politicamente sterile: non si può accettare un’istituzione come la famiglia con la presunzione di sopprimerne quegli aspetti che nella scala di valori di una cultura altra (il marxismo vede nella famiglia repressione allo stato puro) magari a ragione, appaiono come insopportabili.
Lo stesso vale per le religioni. Esse possono davvero costituire un argine alla volontà di illimitatezza del capitalismo, ma a condizione di essere innanzitutto una religione, ovvero un messaggio fondato sulla fede in verità ultramondane. Appoggiarsi alla religione senza quest’ultima (una specie di neo-libertinismo) è inutile, oltre che irritante per i credenti (cosa che, mi si scusi la presunzione, Preve, se fosse ancora fra noi e Tedeschi non possono non riconoscere).
Il che non toglie, come ho già detto, che Preve sia stato portatore di una concezione austera dell’esistenza, che lo avvicina a Sorel e Gramsci e l’allontana da Marx, ma soprattutto coincide perfettamente con quella dei comunisti dei tempi che furono (compresi i miei genitori).
Ricordo a Sissa che nel P.C.I. Togliattiano un semplice sospetto di adulterio poteva costare il posto ad un segretario di una federazione.
Più che un comunista conservatore, Preve mi sembra un comunista e basta, di quelli che, senza aver letto Pasolini, mi dicevano di tagliarmi i capelli e di non fumarmi gli spinelli.

Questa può sembrare una semplificazione, ma profondamente non è così. Con ciò non voglio, sia chiaro, negare l’importanza e l’originalità filosofica di una riproposizione comunitaria e “grecizzata” del pensiero di Marx, che lo libera dalle presunte finalità messianiche attribuitogli da molti interpreti, elaborata da Preve e riassunta brillantemente da Sissa nel suo saggio introduttivo.
Mi limito a ricordare che esiste anche un’interpretazione individualista. Da un punto di vista filosofico rimando innanzitutto ai pregevoli studi di Louis Dumont.

Tuttavia, da quello sociale e culturale, ciò che ha storicamente contato al proposito, è stata, dice giustamente Preve anche in questo testo. l’assimilazione-trasfigurazione del pensiero del filosofo di Treviri operata dalle componenti sessantottesche influenzate dal pensiero radicale americano (in un senso più lato la controcultura), che ne esaltano l’anarcoide e feroce condanna della repressione in tutte le sue manifestazioni. Per le ragioni che vedremo, sono state in fondo queste a risultare “vincenti”, cioè funzionali all’avvento del consumo senza limiti.
Ponendo fine a queste sparse riflessioni, alcune delle quali sorgono spontaneamente in chi ha vissuto dall’interno (come Preve e il sottoscritto) dilemmi e psicodrammi del neo-massimalismo italiano del secondo dopo-guerra, che conclude nichilisticamente la sua parabola armandosi, passo a trattare direttamente l’opera in questione che Luigi Tedeschi mi ha proposto di recensire (le tematiche che ho già evidenziato appaiono tutte in quest’ultima).
Il titolo di essa è parziale (per inciso, confesso di non credere ad una geo-politica, proprio perché, anche per le ragioni avanzate da Preve e Tedeschi, la globalizzazione finanziaria ha abolito la Politica) nella misura in cui si affrontano le tematiche più svariate.
Siccome in realtà concordo con le ragioni di fondo avanzate, sottolineerò “previanamente” soprattutto ciò che mi desta perplessità, destinandomi così, sempre “previanamente”, all’incomprensione.
Comincio invero tentando di riassumere l’acuta analisi del ruolo degli intellettuali nell’era del capitalismo assoluto, usando la terminologia di Preve, che si trova subito all’inizio del testo.

Con un’analogia alla funzione svolta in passato dal clero nel legittimare teologicamente il potere dei re e dei principi, egli suggerisce di concepire gli intellettuali dei nostri giorni come un clero votato alla legittimazione ideologica del dominio del capitalismo finanziario globale. Un clero dotato dei suoi tribunali (le cattedre universitarie), che emettono sanzioni (il silenzio mediatico) applicate dai “dipendenti” del circo mediatico.
Se ho ben capito, l’amico Costanzo distingue fra un “clero secolare” (composto da “giornalisti-intellettuali”), ed un “clero ufficiale” (in particolare i docenti che occupano le cattedre di filosofia).
L’importanza dei primi, che occupano il circo mediatico, è notevole: sono loro che decidono a chi dare, o non dare, la parola.
Tuttavia le direttive ideologiche, inerenti a ciò che rientra o fuoriesce dal politicamente corretto, sono opera dei secondi ( Preve non esita a parlare di una “mafia universitaria”).
Come noto e palese, nel circo mediatico pullulano uomini e donne della sinistra extraparlamentare, ma in particolare di Lotta Continua (si narra addirittura di una “lobbie” di Lotta Continua, ma voglio essere benevolo: si tratta di legami umani viscerali perché stretti in momenti strategici della loro vita nell’Italia esplosiva, in tutti i sensi, degli anni 70).

Attenzione: essi non vi diranno mai che la globalizzazione capitalista è il migliore dei mondi possibili (non lo pensano affatto). Piuttosto si prodigheranno nel convincervi della sua ineluttabilità, dell’ingenuità di insistere a pensare in termini altri.
Capisco che si possa guardare a ciò come un ulteriore caso di “assimilazione delle élites” di michelsiana memoria. Tuttavia la repentinità, senza un minimo di travaglio interiore, con la quale alti dirigenti di Lotta Continua (ne ho vividi ricordi) rientrarono nella legalità capitalista, in particolare nel P.S.I di Craxi, mi induce a pensare ben altre cose.
Non credo, inoltre di potere essere tacciato di “complottismo” asserendo che nella scandalosa emarginazione editoriale di un filosofo dello spessore di Costanzo Preve, almeno indirettamente, ne abbiano avuto una certa influenza. Essi infatti ne hanno le competenze necessarie. Mi spiego: se un editore o un direttore di un TG volesse sondare la pericolosità di un pensiero, gli consiglierei di rivolgersi ad Adriano Sofri o a Gad Lerner, non certo a Vittorio Feltri (tanto per fare un nome). Fra l’altro, per inciso, non va sottovalutato un motivo d’ordine psicologico di stampo psicologico, propriamente narcisistico.
Essi, in qualche modo, si auto rappresentano come l’unica cerchia di eletti deputata a far rivoluzioni, per cui la loro rinuncia implica il divieto per tutti gli altri a nutrire idee simili. Preve è in fondo più benevolo di me, quando asserisce che essi scambiano la propria delusione generazionale con la Forma della delusione.

Come anticipato, giornalisti o professori che siano, il loro compito è importante, ma tuttavia restano dei “dipendenti”, nota Preve, del capitalismo globale finanziario (un tempo sarebbero stati appellati, del tutto giustamente, come servi del Padrone).
In tema, il lettore mi consentirà almeno di sottolineare la grandiosità (non trovo altro termine che suoni meno apologetico) della variante californiana, tenendo ovviamene in conto le profonde differenze culturali, per non dire antropologiche.
In questa terra, laboratorio sociale e culturale del capitalismo degli Stati Uniti, un gruppo di giovani freschi di studi universitari nonché imbevuti di controcultura (naturalmente con sostanze annesse: Jobs su tutti) senza volere “dipendere” da niente e da nessuno (e non è una leggenda) idearono, alla fine degli anni 70, una strepitosa scalata, non priva di mosse delinquenziali, alla conquista del Potere mediatico-digitale globale continuando ad ostentare ritualmente la loro devozione ai miti psichedelici che segnarono la loro gioventù (il che, dati i miei trascorsi, mi affascina inevitabilmente).
Ad esempio, Paul Allen, storico co-fondatore di Microsoft, ha eretto un costosissimo museo, gestito dalla sorella, che contiene oggetti vari appartenuti a Jimi Hendrix, personaggio simbolo di una generazione out fino agli estremi.
Il che, per chi ha una certa confidenza con la mentalità degli States, ha un profondo significato.
Anche il Nobel a Bob Dylan rappresenta contemporaneamente la beatificazione ufficiale di una generazione che, in fin dei conti, “ce l’ha fatta”.
Prova ne è che l’attuale punta di diamante dell’imperialismo economico e culturale degli Stati Uniti porta il volto ludico, psichedelicamente soft, di Microsoft, Apple, Google, tutte creature di uomini provenienti dalle file della controcultura.

Ogni volta che accendiamo il nostro PC e “navighiamo on line” (espressione drogastica di palese origine controculturese) lo omaggiamo e lo finanziamo. Non per niente, l’amico Costanzo non ha mai coerentemente usato un computer.
Date queste considerazioni, esprimo perplessità sulla sua interpretazione dell’imperialismo statunitense che lo vuole come una secolarizzazione del messianesimo vetero-testamentario che, indubbiamente, ha ancora radici profonde nell’anima di una certa America (che il capitalismo finanziario stesso d’oltre Oceano pullula di elementi sionisti è poi una verità che non intendo discutere).
La questione, come si suol dire, è “complessa” (termine post-moderno giustamente detestato da Preve: la verità esiste e può essere espressa semplicemente). Mi limito ad alcune osservazioni.
Innanzitutto tutto credo che l’anima vetero-testamentaria alla quale fa riferimento Preve, si trova in quell’America profonda dove vige ancora quell’etica puritana della parsimonia che Keynes bollava come uno dei principali ostacoli all’espansione del consumo.
Inoltre è patriottica e culturalmente isolazionista.

Mi permetto poi di ricordare che nel mio libro intervista a Preve, riportai l’opinione di Lasch, secondo la quale il primo popolo ad essere americanizzato, furono proprio gli americani. Attraverso una campagna mediatica (cinema, pubblicità) sostenuta da plotoni di psicologi e pedagoghi “progressisti”, il capitalismo trasformò un paese di individui ligi alla morale del risparmio, in allegri consumatori. Preve mi rispose che l’avrebbe fatta come propria ipotesi di lavoro.
Aggiungo inoltre che la condizione della donna in Arabia Saudita può scandalizzare le donne-manager di Google, non certo le contadine dello Utah, che semmai la conoscessero, la troverebbero moralmente preferibile ai licenziosi stili di vita delle donne di New York (considerata da questa America profonda come la “città del diavolo”).
Non è da questa America che dobbiamo aspettarci aggressioni culturali e “bombardamenti etici”, ma da quella che si è fermata all’annuncio della morte del guru Stiv Jobs.
Riconosco comunque che le élites bianche degli Stati Uniti si siano auto concepite come “chiamate” ad un opera di civilizzazione.
Tuttavia, storicamente parlando, nel secolo scorso, la missione che gli Stati Uniti si sono attribuita si è risolta nell’anticomunismo, in nome dei sacri e moderni valori della democrazia e della libertà, che nessuna religione ha mai contemplato, dei quali essi, del tutto a torto, si sentano come i destinatari per eccellenza.
Tanto che, la caduta dell’Unione Sovietica, ha provocato, come affermava Semprini in un bel libro di un decennio fa, un’autentica crisi di identità, come dimostra la ripresa degli scontri razziali.

In ogni caso, ciò che mi preme sottolineare è che, al di là di queste argomentazioni, Preve è antiamericano perché anticapitalista. Fare il tifo per la Cina capitalista per antiamericanismo sarebbe da imbecilli (sicuramente ve ne sono in giro).
Così come deve essere chiaro (nutro la presunzione che molti dei suoi lettori provenienti da destra non l’abbiano capito) che non è contro la globalizzazione in sé (non può esserlo perché è marxista). Infatti distingue fra una “cattiva” globalizzazione (capitalista) e una “buona” (umanista).

Preve si autodefinisce come un filosofo universalista, crede cioè a dei valori morali universali, in opposizione al relativismo e al nichilismo dominanti.
Per illustrare ciò fa un esempio pericolosissimo: se, in un angolo remoto del pianeta, una tribù celebrasse riti che comportano il sacrificio di bambini, un non meglio precisato “resto dell’umanità “ avrebbe il dovere di intervenire. Personalmente cartesianamente non credo che esistano valori morali universali (semmai religiosi) e con Wittgenstein sono convinto che ogni cultura si autospiega. Ciò non porta al relativismo, ma al rispetto reciproco e creative contaminazioni.
Una posizione, quella di Preve, che nel presente tempo storico, si confonde oggettivamente con l’etnocida ideologia dei diritti umani, così come la spiega magistralmente Serge Latouche.
Al fondo di essa, secondo Preve, vi sarebbe un elemento sionista (cosa che francamente non capisco), così come all’imperialismo americano.

Il rapporto fra globalizzazione e l’imperialismo americano è uno dei temi più discussi da Tedeschi e Preve.

Se, fino a qualche decennio fa si poteva dire, che la globalizzazione era un altro nome per l’imperialismo americano dopo la caduta dell’Unione Sovietica (di globale, sosteneva un intellettuale acuto quale Geminello Alvi, vedo solo l’Impero americano), oggi, con la potente ascesa economica di paesi come India e Cina, la situazione parrebbe cambiata.
Tuttavia, è necessario precisare che essa è proprio dovuta ai processi di delocalizzazione che la globalizzazione capitalista rende possibili.
La Cina in particolare, è entrata nel gran gioco dell’economia mondiale, sfoderando l’arma invincibile del bassissimo costo del lavoro, ovvero l’ideale di tutti i capitalisti (“tutti marxisti”).
Al momento è doveroso ricordare che i dirigenti del partito sono particolarmente impegnati nel promuovere il cosiddetto “ritorno a Confucio”. Consapevoli, sulla base della lezione occidentale, che lo sviluppo capitalista inietta inevitabilmente dosi crescenti di individualismo, ovvero l’antitesi dell’ideale tradizionale dei cinesi, che è l’armonia, si spinge dall’alto al recupero delle proprie tradizioni.
Tentativo arduo, perché, come teorizzato dagli autori del “pensiero debole”, globalizzazione vuol dire la perdita di ogni in sé delle culture, che, come asserito da Rifkin, finiscono per mettersi scena, come una merce fra le merci.
Con una probabile eccezione, ovvero l’India, dove l’organizzazione e il legame sociale poggiano su un fondamento religioso. Il che non significa che gli indiani siano meno liberi degli europei e degli americani
Se l’imperialismo americano si ridimensiona sul piano economico (ammesso che davvero sia così), mantiene le proprie forze, è la tesi di Teschi e Preve, su quello militare e culturale.
Il mantenimento delle basi americane in Europa, un tempo giustificate in funzione anti-sovietica, oggi hanno un significato esclusivamente imperialista, che riduce le nazioni che le ospitano, a delle colonie.
Mai l’Europa, affermano i due autori, da quando è finita la guerra fredda, è stata così ideologicamente subalterna all’elemento sionista dell’imperialismo americano, bloccata ed ipnotizzata sul senso di colpa di aver “permesso Hitler”, che genera una vera e propria “religione dell’Olocausto”.
Per inciso, anche i governi degli Stati Uniti hanno riconosciuto il genocidio dei pellerossa, senza per questo “bloccarsi”. I pellerossa hanno ottenuto lo status di minoranza perseguitata e tutta una serie di concessioni, come l’uso del pejote durante i riti religiosi, che, mi rendo conto, ad un plotone di imbecilli può sembrare come una futilità.
In ogni caso, quel che è importante ricordare, è che nel nostro paese, durante gli anni 70, centinaia di migliaia di persone, non necessariamente di sinistra, manifestarono contro la politica criminale di Israele, senza mai scadere nell’antisemitismo. Davanti alle scuole e alle fabbriche, i militanti della sinistra extraparlamentare organizzavano “collette” di finanziamenti all’Olp sotto gli occhi della polizia, mentre Autonomia Operaia teorizzava l’incendio dell’Ambasciata di Israele, più volte tentato.

Parallelamente all’antiamericanismo, Preve sviluppa i suoi ragionamenti e giudizi travagliati sul comunismo novecentesco.

Ricorrendo ad un’altra brutale sintesi direi questo: filosoficamente bocciato e politicamente promosso.
Imbevuto di positivismo, ha sfidato il capitalismo su un terreno sul quale esso è imbattibile, ovvero l’accesso ai consumi.
L’Unione Sovietica viene liquidata come un tentativo di ingegneria sociale gestita dall’alto in un clima di autoritarismo e di terrore.
Il che non impedisce a Preve di lodare Palmiro Togliatti per la sua fedeltà agli ideali del comunismo novecentesco, nonché il baffuto georgiano che davvero instaurò la dittatura degli operai e dei contadini poveri.
In fin dei conti, era il ritornello degli iscritti al P.C.I.: l’Unione Sovietica, pur con tutti i suoi difetti (tipo la deportazione di intere popolazioni) restava il paese in cui l’immondo sfruttamento dell’uomo sull’uomo era stata abolita. Il che è storicamente vero.
Passo soltanto ora ad esaminare le idee di Luigi Tedeschi, non certo perché lo sottovaluti intellettualmente, altrimenti non avrei accettato di recensire un testo così ponderoso. Il fatto banale è che l’amico Luigi si autoritaglia il ruolo di intervistatore.
Tedeschi mi ha sempre motivato la sua giovanile adesione alla destra radicale, più come una scelta esistenziale che politica. Io, se al lettore può interessare, fui più superficiale: aderii a Lotta

Continua ammaliato dal senso di potenza che esprimevano i suoi “servizi d’ordine” che mettevano davvero paura (un sentimento “fascistoide” inconscio, lo stesso che animerà lo squadrismo di autonomia Operaia che avrebbe affascinato Farinacci).
Comunque, chiunque non conosce le sue origini, leggendo questi dialoghi con Preve non lo sospetterebbe mai. Semmai…., ma lasciamo perdere.
Avendo già scritto troppo, per le idee espresse di Tedeschi, non mi posso nemmeno permettere una sintesi brutale, tante sono le argomentazioni che porta. Quindi mi limiterò ad elencare banalmente ciò che più mi ha colpito.

In parole semplici, quindi con idee chiare, ci spiega come il capitalismo globale finanziario distrugga la sovranità degli Stati nazionali compresa, voglio capire, quella degli Stati Uniti.
Ricordo che D’Alema, da Presidente del Consiglio, dichiarò durante una sua missione in U.S.A., che il Presidente degli Stati Uniti era soltanto l’impiegato più importante del Capitale.
Dato questo scenario, la classe politica si riduce ad un’accozzaglia di amministratori, per giunta corrotti se non quando direttamente delinquenziali, di interessi decisi altrove.
Possiamo considerarla una tassa che i cittadini sono costretti a pagare. Beato il giorno che chi comanda davvero la licenzi.

Ma quello che trovo più interessante e originale è l’idea, ben argomentata, che il dominio del capitalismo finanziario condanna tutti ad un’insopportabile Eterno presente, ovvero la Fine della Storia, perché il capitalismo nella sua fase assoluto-totalitaria, usando la terminologia di Preve, significa la fine del conflitto radicale fra Capitale e Lavoro che ha segnato il Novecento, approdando così al capitalismo senza opposizioni.
Particolarmente brillanti e convincenti i termini con i quali interpreta la miseria di una vita ridotta ad una fantasmagorica lotta quotidiana di tutti contro tutti per la sopravvivenza e la visibilità sociale.
Tedeschi richiama correttamente in causa il testo di Lasch L’Io minimo, anche se gli sfugge il carattere americanocentrico di questo testo, il più oscuro del filosofo statunitense.
Per inciso, Lasch tira in ballo surrettiziamente i valori di autonomia e indipendenza (ancora declinati, a mio avviso, secondo il senso che ad essi dà la controcultura) sacri a tutti gli americani bianchi e protestanti, dei quali essi si sentono, del tutto a torto come ho già detto, come i sacerdoti.

L’io minimo, o narcisista, rimanda invece ad un’identità forgiata dall’assimilazione dello sguardo altrui, quindi essenzialmente eterodiretta. Non per nulla, gli autori cosiddetti neo – conservatori non riconoscono un legame di continuità fra l’individualismo originario e le sue degenerazioni narcisistiche attuali.
La dimensione, riprendendo le argomentazioni di Tedeschi, alla quale questo tedioso ed Eterno presente ci condanna, è la precarietà, innanzitutto quella del lavoro, risultato della tendenza del prevalere delle logiche del capitalismo finanziario sulla produzione reale (sulla questione rimando il lettore alle chiare e distinte, quindi vere, spiegazioni dell’amico Luigi).

Secondo le visione di Preve e Tedeschi invece la stabilità lavorativa costituirebbe il fondamento delle relazioni umane essenziali quali l’amore, gli affetti, l’amicizia.
Il che è soggettivo : i legami umani più viscerali nascono spesso in situazioni estreme. Si pensi al cosiddetto “socialismo della trincea” fondato sul senso di fratellanza dei militi. Come risulta evidente, sono più “mussoliniano” di Tedeschi. A Mussolini, non importa se in salsa socialista o fascista, l’idea di una vita stabile faceva notoriamente schifo.
Naturalmente ritengo una tragedia la condizione delle nuove generazioni che senza di essa non possono fare “piani di vita” (espressione banale della filosofa analitica, ma che rende bene l’idea).
D’altra parte, fuori dall’ideologia del lavoro (è Preve stesso che stronca chi parla di un ritorno ad essa) un conto è insegnare storia dell’arte, un altro è marcire in un ufficio della Pubblica Amministrazione dove non c’è niente da fare.

Del resto un rapporto di lavoro a tempo indeterminato fu introdotto da Ford, proprio per compensare la degradazione del lavoro. Compensare, secondo la geniale intuizione di Sombart, contiene in sé una valenza negativa, rimanda ad una alienazione patita altrove.
Per cui nel mio immaginario la distinzione primaria è fra lavoro che gratifica e lavoro che aliena.

Del resto che la riproduzione materiale alienata della propria esistenza, ne comporti la totale alienazione, è diventato senso comune filosofico e non. Ne è un fantastico esempio il film di Chaplin Tempi Moderni.
Se poi mi si viene a dire che è inevitabile che la stragrande maggiorana degli uomini e delle donne, sono costrette per vivere a fare lavori, che per dirla con Lasch, sono un’offesa all’intelligenza umana, posso anche rassegnarmi, ma non mi impedisce di trovare tutto ciò come uno scandalo.
Per quanto riguarda la contestazione sessantottina, mi trovo solo in parte d’accordo con le sue idee. Indubbiamente l’anima desiderante di quel movimento è restata funzionale all’avvento dell’era del consumo assoluto.

Tuttavia, come aggiunge Preve, il sessantotto ha covato forze oggettivamente rivoluzionarie, ovvero la sinistra extraparlamentare degli anni 70.
Per precisione, come ho già avuto modo di scrivere in alte occasioni, nella coscienza dei giovani estremisti convivevano due anime : da una parte l’attrazione della militanza politica, dall’altra l’amore viscerale per la musica pop, ovvero l’espressione artistica per eccellenza della controcultura e degli stili di vita che suscita
Anche sulle valutazioni sul Welfare, dissento parzialmente dall’amico Luigi, per il quale esso è il risultato delle lotte dei lavoratori (che poi è il punto di vista più diffuso).

Per me, con Braverman, è una creazione del capitalismo monopolistico.
Preve alterna le due posizioni, tuttavia il suo già richiamato disprezzo per gli “scioperi sindacalesi”, mi sembra una spia importante.
Ma voglio tornare sullo squallido silenzio mediatico calato su Preve. Molti amici infatti mi fanno notare che Diego Fusaro, filosofo radicalmente anticapitalista e che coerentemente ha sempre indicato Preve il proprio maestro, ha accesso ai media.

Ma il caso più clamoroso mi sembra Impero di Negri-Hard, super sponsorizzato sia in Italia che negli States.
Comunque lo si voglia valutare (Preve lo liquida seccamente, ma potrei facilmente dimostrare che l’analisi è la stessa. Del resto, proprio in questi Dialoghi, Preve fa propria una significativa interpretazione della realtà attuale di Berardi Bifo, quindi, per “legge di transitività” di scuola, con Negri), ha un senso esplicitamente anticapitalista.
In Italia il libro è stato super sponsorizzato dagli adepti e vecchi amici dell’autore.
Gad Lerner dedicò un’intera trasmissione al libro, alla presenza di pochi intimi, compresi lo stesso Negri e l’ex ministro degli esteri Gianni De Michelis, noto amico dell’ex dirigente, oggettivamente particolarmente intelligente, di Autonomia Operaia, Oreste Scalzone.

In questo caso la situazione è davvero complessa.
Tuttavia voglio cavarmela rievocando un episodio della mia felice gioventù “controculturale”.
Nei primi anni 70, acquistai, quindi operai un consumo (chi consuma acconsente) alla Feltrinelli Fallo di Jerry Rubin, leader degli yppies, la parte più politicizzata della controcultura statunitense, confusamente ma sicuramente anticapitalista.
Sull’autobus, ricordo, lessi l’introduzione di Rubin, sicuramente al digiuno di letture del giovane Habermas o di Baudrillard, nella quale l’autore sosteneva che il suo libro dovrebbe idealmente essere rubato.
Ovviamente non ne afferrai il significato.

Oggi credo di poter dire che la nozione previana di capitalismo assoluto totalitario significhi innanzitutto che la critica al capitalismo, se ha un prezzo, è una merce fra le merci: elementare Watson.
Nota finale (davvero): Preve ammette tutta la sua simpatia per i giovani del Black Bloc, che, a differenza dei membri dei centri sociali, abbrutiti dal connubio fra birra e cannabis, si limitano a bruciare i cassonetti in fondo ai vari cortei, questi giovani in nero hanno dimostrato di sapersi muovere (il riferimento sono gli scontri di Genova), comprendere la logica dei media e sfruttarla ai propri fini.

Preve prende le distanze dalla loro violenza, non perché la violenza in sé sia deprecabile, ma perché in questo caso sprecata.
Chi comprende questa fine distinzione, può sondare il cuore e la mente del filosofo e militante comunista Costanzo Preve.
Stefano Boninsegni

You can leave a response, or trackback from your own site.

Leave a Reply

Powered by WordPress | Designed by: Best Free WordPress Themes | Compare Free WordPress 4 Themes, Download Premium WordPress Themes and
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: