Pensare altrimenti di Diego Fusaro: considerazioni critiche

Diego Fusaro: Pensare altrimenti, 2017 Giulio Einaudi Editore, pagine 166, € 12,00.

 

Il “Pensare altrimenti” presuppone il dissenso. Tale dissenso nasce dal rifiuto di una condizione storico – politica – economica del presente. Il dissenso consiste essenzialmente nella delegittimazione di un ordinamento politico – sociale dominante. Tuttavia, a mio parere, il dissenso, che trae origine dalle carenze, dalle insufficienze, dal disconoscimento di una realtà socio – politica del presente, non può non contenere in sé una visione prospettica di una società futura. Delineare i fondamenti di una società dell’avvenire futuribile, che nasce dalla critica della negatività dello stato di cose del presente, ma la sua realizzazione ne costituisce il superamento, rende indissolubile il rapporto tra il fenomeno del dissenso e il pensiero utopico. Il dissenso, forse non si genera da quello stato prerazionale del “non ancora conscio” proprio dell’utopia?

Il libro di Fusaro inizia con questa frase: “La storia dell’umanità è storia di dissenso”. Ma è altrettanto vero che che la storia dell’uomo è la storia dell’utopia. Si potrebbe affermare con altrettanta fondatezza che “La storia dell’umanità è la storia dell’utopia”, quali potenzialità della natura umana inespresse e non ancora realizzate. L’utopia è infatti l’elemento che presiede ai processi di trasformazione storico – politici e costituisce l’insopprimibile anelito dell’uomo alla emancipazione dalle condizioni di un presente che ha esaurito ormai tutte le possibilità di ulteriori sviluppi. L’utopia, così come il dissenso nascono dal mancato riconoscimento dell’uomo nella propria realtà storico – sociale. La funzione utopica è infatti un elemento essenziale, costitutivo della stessa natura umana. Dissentire significa delegittimare le istituzioni dominanti, oltre che un ordine di valori etico – morali istituzionalizzati, ma ormai estranei alle coscienze degli individui. Potremmo definire il dissenso una fase prodromica dell’utopia, in quanto espressione di una coscienza critica che determina il necessario e ineludibile momento di rottura con la realtà del presente storico ed elabora i fondamenti di un pensiero utopico atto a delineare nuove realtà suscettibili di future realizzazioni storico – sociali. Il dissenso, al pari dell’utopia nasce dalle esigenze e quindi dalla coscienza critica del presente storico, in esso si manifesta la ribellione dell’uomo alle condizioni coattive in cui viene condannato dalla immobilità dello stato di cose presenti, costituisce l’atto iniziale di ogni possibile trasformazione della società. Costituisce il passaggio da una condizione umana caratterizzata dalla passiva accettazione della necessità storica a quella delle infinite possibilità creative dell’“essere altrimenti”.

 

 

Il dissenso è un fenomeno derivato, sorge in contrapposizione al consenso nei confronti di un ordine costituito. Esso scaturisce dal non riconoscimento di una condizione del presente, postula un “pensare altrimenti” che diviene potenzialmente un “essere altrimenti”. Il dissenso quindi si articola nella dialettica tra essere e dover essere, è il principio fondamentale da cui prende le mosse qualsiasi forma di trasformazione politico – sociale. Il dissenso è oggi diffuso nella società di mercato del capitalismo assoluto, quale rifiuto di una condizione umana strutturata sulla forma merce. Tuttavia si manifesta come una forma di ribellione sterile contro la società capitalista, in quanto l’essere del presente non è in grado di determinare un dover essere. Le potenzialità del dissenso sono prive di contenuto, data l’impossibilità di immaginare un mondo futuribile diverso da quello attuale. Ma questa constatabile impotenza a pensare e quindi ad essere altrimenti, deriva dalla negazione dell’uomo come essere storico, dalla mancanza di una coscienza di vivere il presente come storia. E’ questa carenza di coscienza storica a generare il fatalismo e l’eterno presente vissuto come necessità non più storica, ma a – storica.

 

 

Camus affermava che “l’uomo è la sola creatura che rifiuta di essere ciò che è”. Quindi il dissenso, così come la rivolta, è un elemento essenziale della stessa natura umana, la quale è per definizione libera nel suo determinarsi. L’uomo può accettare le proprie catene, ma la deresponsabilizzazione e la subalternità costituiscono le cause prime della sussistenza del potere dominante. Tuttavia anche nel dissenso attuale vediamo riprodotti i fondamenti ideologico – culturali della classe dominante. Il capitalismo assoluto, che si identifica con il primato dell’economia, ha il suo rispecchiamento culturale nell’individualismo liberale. Il dissenso in questa società acquisisce la forma della secessione individuale, quale rifiuto dell’ordinamento dominante. Ma tale secessione si converte in un individualismo perfettamente speculare all’individualismo ideologico dominante, in quanto l’assolutizzazione dell’io determina un io irrelato, che nega l’essere sociale dell’uomo. La secessione conduce ad un solipsismo sterile, produce un autocompiacimento dell’io che acquista autostima nella misura in cui la sua diversità si tramuta nella negazione del rapporto con l’altro. Un io falsamente alternativo perché rappresentativo solo del proprio nichilismo. Il mancato riconoscimento di sé stessi nell’ambito sociale conduce ad una soggettività nichilista basata sulla negazione dell’altro, sul non essere dell’altro. Io sono in quanto nego l’altro e il tutto. Questa forma più o meno inconscia di dissenso, più diffusa oggi di quanto non appaia, si converte in un individualismo assoluto, e rappresenta una forma di perversione del concetto espresso da Fusaro secondo cui “dissento dunque siamo”.

 

 

La approfondita analisi svolata da Fusaro sul fenomeno del dissenso induce a pensare che esistono nella attuale società forme di dissenso del tutto conformi e funzionali ai presupposti ideologici del neoliberismo. Mi sono dunque posto il seguente interrogativo: il dissenso è per sua natura antisistemico, o può esistere anche un dissenso ultrasistemico? Le crisi del capitalismo, secondo l’ideologia neoliberista dominante, non hanno mai un carattere sistemico. I ripetuti fallimenti dell’economia di mercato, le crisi del debito, la povertà e la disoccupazione dilaganti, le accentuate diseguaglianze, non sarebbero fenomeni dovuti alle errate impostazioni di un sistema economico basato sul libero mercato, e a una ideologia incapace di interpretare una determinata realtà storica. Semmai, le crisi sarebbero il risultato di politiche errate, in quanto non abbastanza liberiste, non sufficientemente conformi alle leggi economiche del libero mercato. Questo ideologismo neoliberista, postula anch’esso un essere altrove, cioè potenzialità non ancora espresse di un liberismo mai abbastanza realizzato. Anche il neoliberismo estremista concepisce quindi un dover essere rispetto all’esistente. In questo dissenso ultrasistemico si manifesta una “coscienza infelice” rovesciata della global class dominante. E’ anch’esso un dissenso che delinea un astratto essere altrimenti, quale progetto di ingegneria sociale che deve essere imposto alla società perché non ancora compiuto, Questo dissenso ultrasistemico non delinea una prospettiva distopica fondata su un corso necessario della storia, da imporre alla società attuale. In tale dissenso ultrasistemico si manifestano, almeno programmaticamente, le potenzialità ancora inespresse del sistema capitalista. Il capitalismo è fondato sulla precarietà del presente ed è un sistema economico suscettibile di infinite trasformazioni. Essendo dunque il capitalismo, per sua natura, un sistema mai del tutto compiuto non postula però un suo “essere altrimenti”, ma si rivela un sistema votato alla infinita riproduzione di sé stesso. Il capitalismo non può “essere altrimenti” da sé stesso, ma tuttavia, la sua congenita incompiutezza, ha generato le sue straordinarie capacità di adattamento alle mutate condizioni storiche e ne ha garantito la sua diffusione a livello globale. Inoltre, occorre considerare che l’attuale capitalismo assoluto ha ormai abbandonato le utopie illuministiche né vuole rappresentarsi come un modello perfettibile di società che abbia come obiettivo ultimo la realizzazione del “migliore dei mondi possibili”. L’era della globalizzazione ha fatto venir meno le dimensioni spazio – tempo. Il capitalismo è solo un sistema economico che si impone alla realtà contemporanea. Ha una dimensione astorica e, attraverso il progresso tecnologico, ha abolito la dimensione spaziale: la globalizzazione ha tramutato lo spazio in un non – luogo. E’ un modello di sviluppo che non prevede un “essere altrimenti”, perché è fenomeno autoreferente che si sviluppa in sé stesso, un ideologismo tecnocratico che, nella sua fase speculativa, può solo riprodurre sé stesso.

 

 

Il dissenso nella società capitalista si esprime nel pluralismo estremo e frammentario delle rivendicazioni particolari, nell’ambito di categorie specifiche, dei diritti civili, del costume. La protesta si identifica con i “due minuti di odio” descritti da Orwell in 1984. Il dissenso si manifesta in atti di rabbia momentanea verso falsi o inesistenti nemici. Ai “due minuti di odio” di Orwell vorrei contrapporre paradossalmente questo pensiero di Celine (da me liberamente interpretato): “C’è ancora qualche motivo di odio che mi manca. Sono sicuro che esiste”. Il dissenso nasce da elementi prerazionali costituiti da emozioni, sentimenti, volontà inespresse, Le rivoluzioni non si sono mai realizzate per cause economiche o per motivazioni utilitaristiche in genere. Ma nascono da passioni, da prefigurazioni di città ideali, società future, mondi nuovi. Forse oggi il dissenso è atrofizzato e impotente perché questo figurato “motivo di odio”, esplicativo di passioni e volontà rivoluzionarie non lo abbiamo ancora trovato. Le potenzialità inconsce del dissenso in questa società sono ancora un pianeta inesplorato.

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