Dialogo sul sovranismo con Paolo Borgognone

Sovranismo e sopravvivenza dei popoli

 

1) Il termine sovranismo sembra essere una tautologia priva di senso compiuto. Lo stato infatti sussiste in quanto sovrano, altrimenti cesserebbe la sua ragion d’essere. Ci si chiede dunque quale significato specifico assume oggi il temine “sovranismo” nel contesto politico attuale.

 

Il termine sovranismo in sé non è entusiasmante poiché si tratta di un sostanziale neologismo mutuato direttamente dalla necessità di alcuni soggetti politici, italiani in particolar modo, in passato abbondantemente collusi con il sistema liberal-capitalista, soprattutto sul versante berlusconiano, di riciclarsi, rifacendosi una verginità come si suol dire, come interlocutori elettorali credibili delle fasce sociali penalizzate dalla mondializzazione. In realtà i partiti che in Italia oggi si definiscono sovranisti sono stati, nel recente passato, complici e subalterni delle politiche globaliste che oggi, a parole, criticano. Detto questo, esprimo la mia adesione ai principi di uno Stato organizzato secondo criteri di democrazia sovrana in prospettiva di una più compiuta, e fattiva, transizione verso forme di democrazia organica. Nel contesto politico europeo attuale vi sono forze politiche che guardano con favore a esperimenti di democrazia sovrana. Potrei citare il Front National in Francia e il FIDESZ in Ungheria. Il FIDESZ è, diversamente dal FN francese, un partito di governo e ha varato alcune, sebbene limitate, misure tese a indirizzare il Paese sulla strada dell’emancipazione nazionale. In particolare, il FIDESZ ha approvato leggi tese a limitare, sul territorio ungherese, l’influenza delle Ong vicine al magnate internazionale George Soros. Le iniziative approvate dall’esecutivo ungherese per ridimensionare i margini di azione potenzialmente rivoluzionario-colorata delle Ong sorosiane con sede a Budapest hanno, ovviamente, mandato su tutte le furie il circo mediatico occidentale, liberale e atlantista, che difende a spada tratta qualsiasi iniziativa, ente o cellula politico-associativa in qualche modo sponsorizzata dalla Fondazione Soros. In questo senso, credo che il sovranismo sia una risposta emergenziale, spesso incoerente, ancora in divenire ma non per questo da sottovalutare o da rappresentare in maniera caricaturale, ai processi di pauperizzazione, sradicamento e frammentazione sociale attivati e promossi dalle pseudo-élite del globalismo e del transumanesimo. Io direi che il sovranismo, con tutte le contraddizioni, i cambi di passo ideologici, anche repentini, delle sue leadership, e le lacune, a volte pure macroscopiche, dei partiti che si prefiggono di incarnare questa tendenza politica, sia pur sempre meglio del ripiegamento sull’Unione europea e i suoi cosiddetti valori… Certo, i partiti sovranisti, se un giorno vorranno recitare un ruolo da protagonisti nello scenario continentale, dovranno dotarsi di un profilo identitario ben definito, il che significa abbandonare ogni tentazione settaria e, soprattutto, fuoriuscire definitivamente dal campo liberale dominante in cui, segnatamente nel caso italiano, i soggetti politici oggi sedicenti sovranisti sono stati inseriti, a pieno titolo, per molto tempo, per muoversi sulla via di una Quarta Posizione (né fascista, né comunista, né liberale) che significherebbe, innanzitutto, ritorno alla tradizione, all’idea comunitaria della nazione e all’ideale organico di società e di Stato. In più, i partiti sovranisti dovrebbero, se veramente vogliono essere tali, appropriarsi di un programma economico socialista, che comprenda forme rilevanti di intervento pubblico in economia. Insomma, nel momento in cui si è capito che sovranità popolare e ordine politico-economico liberale non possono convivere, occorre che i fautori degli ideali di democrazia connessi al ripristino del potere popolare delle classi penalizzate dalla mondializzazione, si costituiscano come campo politico autonomo e antagonista rispetto alle coalizioni liberali (di destra come di sinistra).

2) Il dissenso antiglobalista rivendica la sovranità nazionale in contrapposizione al nuovo ordine globale. Tuttavia se la globalizzazione è un sistema economico espansivo unitario e mondialista, non sembra prospettabile un fronte unitario sovranista, dato che la rivendicazione della sovranità nazionale presuppone i valori della identità dei popoli, della diversità culturale, della territorialità.
L’identità dei popoli, la pluralità di culture e la territorialità sono valori positivi e vanno tutelati. Il fronte unitario sovranista non c’è e non ci sarà, in Europa, fino a quando non emergerà, compiutamente, il carattere geopolitico di potenza globale della Russia come Stato-civiltà, come Continente-civiltà in grado di esercitare un’influenza di massa sulla psicologia collettiva dei popoli europei. Avremo un fronte unitario sovranista in Europa quando Russia, Germania e Cina troveranno i modi e le forme per stabilire un’alleanza duratura. In quel momento, gli Usa verrebbero de facto estromessi dal Vecchio Continente, perderebbero il loro ruolo di talassocrazia egemonica dotata del monopolio della produzione immateriale tesa a creare consenso pubblico attorno ai piani globalisti di dominio incontrastato e si troverebbero nella condizione di pigiare il bottone nucleare per spezzare l’unità d’azione geopolitica russo-sino-tedesca. Gli Stati Uniti non allenteranno mai le catene a stelle e strisce che cingono l’Europa e per preservare lo status quo cooptano direttamente un ceto politico, economico, giornalistico e accademico di stretta osservanza liberale cui affidare, a seguito di elezioni ormai integralmente pubblicitarie, l’amministrazione dei Paesi europei. I ceti liberali europei temevano infatti, più di ogni altra cosa, la vittoria di Donald Trump alle presidenziali Usa del novembre 2016 poiché Hillary Clinton, sfidante “democratica” di Trump, rappresentava per costoro una maggiore garanzia di continuità rispetto alle logiche neocoloniali centrate attorno al dogma del protettorato americano sul continente europeo.

 

3) Lo stato nazionale nel XXI° sembra destinato a soccombere dinanzi ad una evidente contraddizione: sembra essere una entità troppo ristretta ed inadeguata per affrontare le sfide della globalizzazione economica neoliberista, ma nello stesso tempo si rivela troppo vasta per far fronte ai problemi dei regionalismi interni agli stati. Evidentemente la globalizzazione ha generato effetti contrapposti: ha determinato la decadenza degli stati nazionali e, contemporaneamente ha prodotto innumerevoli “piccole patrie” regionali per lo più a base etnico-religiosa, con relative perenni conflittualità.

 

Vorrei per un attimo sollevare il dibattito da una dimensione puramente teorica e addentrarmi nel concreto. Da un lato, le celebrities del globalismo spacciano all’opinione pubblica una catechesi liberaloide basata sul leitmotiv secondo cui i confini sarebbero il frutto dell’«immaginazione umana» e come tale dovrebbero essere rimossi in nome della mobilità indisturbata di merci, capitali finanziari privati e persone, compresi eserciti mercenari, spesso jihadisti, impegnati a destabilizzare la pace sociale interna ai Paesi i cui interessi geopolitici configgono con quelli degli Usa e di Israele. In realtà, i confini interessano, eccome, alle classi dominanti internazionali. Se così non fosse, gli Usa non starebbero facendo, proprio in questo preciso frangente storico, il diavolo a quattro per impedire, a suon di bombardamenti illegali contro le truppe siriane, che l’esercito di Damasco riprenda il controllo dei propri presidi transfrontalieri con l’Iraq. Dunque, da un lato gli intellettuali liberali di sinistra insegnano alle nuove generazioni, dagli schermi televisivi, dalle colonne dei quotidiani aziendali per cui scrivono e dalle cattedre universitarie di cui sono titolari cooptati, che le identità sarebbero «libere e per scelta» e che è comunque meglio condurre un’esistenza da accattoni, vagabondi e sottoccupati permanenti a Londra, megacity gentrificata globale per eccellenza, piuttosto che ambire a un’ideale di vita più tradizionale (casa, famiglia, lavoro) e, mi si permetta, più stabile, anche sotto il profilo psicologico dei consociati, presso i borghi, i villaggi e le città periferiche di origine degli aspiranti prodotti umani, o post-umani, della subcultura della delocalizzazione permanente e, dall’altro, gli strateghi del sistema economico espansivo unitario e mondialista armano eserciti islamisti per assicurare alla coalizione islamo-sionista a guida Usa, il controllo dei valichi di frontiera tra Siria e Iraq. Valichi di confine il cui controllo è essenziale per consolidare la presenza americana in Siria. Riassumendo: il gruppo sociale degli intellettuali, dominato e cooptato dalle classi globaliste transnazionali, forma le nuove generazioni inculcando loro, ovviamente con l’entusiastica adesione degli inculcati poiché la prospettiva di vagabondare per il mondo alla ricerca permanente di esperienze sempre nuove, eccitanti e stravaganti durante l’intero arco temporale della propria adolescenza biologica è comunque meglio che lavorare e costruirsi una famiglia (il che richiederebbe, necessariamente, un atto di responsabilità ben preciso di cui i teenager “generazione Erasmus” non vogliono assolutamente saperne…) la subcultura della delocalizzazione integrale e dell’artificiosità dei confini mentre gli eserciti dell’impero liberaldemocratico occidentale si incamerano, a suon di bombardamenti “umanitari”, i posti di confine necessari al controllo politico-militare di Stati sovrani da destabilizzare e inglobare nel novero delle politiche neocon di costruzione dell’ordine mondiale del caos e dell’instabilità perpetua. I confini nazionali dunque servono al fine di garantire ai poteri pubblici il controllo dello Stato. La subcultura della rimozione dei confini serve a garantire alle pseudo-élite del globalismo il controllo delle menti e il consenso dei soggetti della produzione immateriale del capitalismo di libero consumo (per chi può permettersi margini elevati di capacità di spesa) e libero desiderio individuale (per tutti). Ovviamente, il belare lamentoso degli indignados che piagnucolano contro i tagli governativi al Welfare e le politiche di svalutazione interna ma si costituiscono, al contempo, aedi del versante sistemico della globalizzazione liberale, ossia quello centrato sul mantra della mobilità planetaria delle persone, non va neppure preso in considerazione come ipotesi politica di emancipazione. Si tratta dei latrati capricciosi di un pugno di viziati che vuole “il pane ma anche le rose”, desidera “tutto e subito”, pretende di “godere illimitatamente” e “immediatamente” di tutto il godibile e via dicendo… I giovani cultori della mobilità planetaria sono spesse volte dei soggetti a bassa capacità di spesa ma se si ritrovassero, di colpo, nella posizione ricoperta da qualche A.D. di multinazionali sfruttatrici e hi-tech, si comporterebbero alla stessa maniera poiché la forma mentis di questi soggetti, diversificati soltanto in base alla quantità di denaro e beni materiali che possiedono e di cui sono proprietari, è la medesima ed è improntata all’adesione, spesso subalterna, nei confronti dello stereotipo politico-culturale, ma anche economico, della start-up.

 

4) La crisi del 2008 non è stata ancor oggi superata. I popoli, ormai marginalizzati ed impoveriti, invocano il ripristino della sovranità dello stato e il primato della politica sull’economia. Tuttavia in Europa l’alternativa sovranista non sembra prevalere. Quali le cause di tali insuccessi, data la progressiva proletarizzazione delle masse, l’evidente deficit di rappresentatività popolare, le diseguaglianze sociali accentuate e soprattutto il conclamato fallimento del modello economico neoliberista?
I partiti cosiddetti sovranisti perdono perché nei Paesi occidentali il monopolio della produzione immateriale, digitale, è appannaggio dei ceti globalisti e determinati soggetti politici sedicenti sovranisti, o populisti, sono parte dell’ordine dominante scaturito dai moduli della produzione immateriale di cui sopra. In altri termini, fintantoché rimarranno invischiati in una logica improntata al patrimonialismo, i populisti non riusciranno a costruire un’idea di società alternativa allo stato di cose presenti. I partiti populisti non riescono, per ora, a caratterizzarsi come forze politiche autonome e vincenti in quanto troppo legate ai meccanismi di monetizzazione del consenso e di sostanziale subalternità al pensiero globalista dominante. Così, mentre in Italia la Lega Nord per poter ambire al governo è costretta a siglare accordi con Forza Italia annacquando la propria proposta sovranista nel compromesso berlusconiano tendente ad accomodare la piattaforma del centrodestra sulle esigenze del sistema di compatibilità neoliberali, in Francia il Front National è lacerato da una crisi interna da cui il carattere neosovranista del partito potrebbe anche uscire ridimensionato. Insomma, i partiti sovranisti europei sono ancora alla ricerca di una propria identità specifica ma personalmente credo che a codesti soggetti politici possa anche importare fino a un certo punto il trovare una collocazione stabile nell’ambito del quadro partitico interno ai rispettivi contesti nazionali. Questi partiti sembrano essere parte integrante di un meccanismo di riproduzione sociale che fa dell’instabilità, del caos, della mutevolezza ideologica dei suoi consociati, il proprio veicolo privilegiato di dominio e di controllo. Detto questo, ribadisco come i partiti sovranisti siano, oggi, pur con tutto il loro carico di contraddizioni ed equivoci interni, meno inaffidabili dei propri avversari globalisti e di sinistra. Certo, non sono forze politiche ipso facto rivoluzionarie, poiché non è rivoluzionaria, ma tendenzialmente incline a stare dentro i moduli di riproduzione della società di spettacolo, la propria élite dirigente né è rivoluzionario, bensì sensibile al voto di protesta e ai meccanismi di monetizzazione del consenso, il loro elettorato. Per il momento, salvo alcune limitate, quanto lodevoli, eccezioni, i partiti populisti europei sono ancora distanti da una prospettiva antiglobalista articolata attorno a una Quarta Teoria Politica radicalmente antagonista rispetto all’egemonia del politically correct e delle classi manageriali, cognitarie, del capitalismo gauchiste, promotrici del trend contingente che in qualche modo pretende di dettare i toni di vita al resto dell’umanità.

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