Populismo, secessionismo e democrazia globale

Populismo e secessionismo: due fenomeni opposti della società globale

L’Europa non può certo risolvere la crisi catalana.
La UE è infatti una unione di stati che non dispone, in base ai Trattati, di alcuna legittimità per intervenire nei conflitti interni agli stati. Il Trattato di Lisbona prevede che per l’ammissione di un nuovo membro nella UE occorra il voto unanime di tutti gli stati membri. Pertanto è impensabile uno stato sovrano (vedi la Spagna), dia il proprio assenso all’ingresso nella UE di un nuovo stato (vedi Catalogna), sorto in virtù di una secessione interna a quello stato stesso.


Dinanzi al tentativo di secessione catalano, dopo una prima fase di apparente neutralità, la UE ha dichiarato di non riconoscere l’indipendenza della Catalogna e di sostenere la tutela dello stato di diritto del governo spagnolo. In realtà tale orientamento europeo a favore della integrità degli stati membri, occulta le responsabilità storiche e politiche dell’Europa nel processo di dissoluzione degli stati nazionali tuttora in atto.

 

Le responsabilità storiche e politiche dell’Europa

 

Trattasi di un processo storico iniziato nell’ ’89 con il crollo del muro di Berlino e la fine dell’URSS. Il mutato contesto geopolitico mondiale determinò anche una diversa evoluzione del processo di unificazione europea. Si rivelò ben presto utopica l’idea di una Europa unita come stato federale sovranazionale. L’Europa avrebbe certo determinato il tramonto degli stati nazionali, con la nascita di nuove patrie nazionali già interne agli stati e/o di nuove unioni di stati transnazionali europei che avrebbero mutato le configurazioni territoriali rispetto agli stati nazionali esistenti. Ma al declino della sovranità nazionale degli stati avrebbe fatto riscontro la nascita di una patria più grande: l’Europa.

In effetti, dopo la fine dell’URSS e della cortina di ferro che aveva sancito la divisione dell’Europa in due aree di influenza egemonica distinte e contrapposte, corrispondenti al bipolarismo russo – americano scaturito dalla guerra fredda, si riconfigurò una Europa frammentata in tanti piccoli stati. Si riproposero quindi le vecchie conflittualità etico – nazionali generatesi con il crollo degli imperi centrali ed il successivo Trattato di Versailles che pose fine alla prima guerra mondiale. Così come l’unificazione tedesca si era rivelata una incorporazione di fatto della DDR nella RFT, allo stesso modo l’Europa dell’est, già frammentata un tanti stati, fu incorporata nella Nato: il sorgere di una sovranità europea unitaria si rivelò impensabile. Da tale contesto geopolitico è invece sorta una Europa dominata all’interno economicamente dalla Germania e all’esterno soggetta al dominio politico – militare degli USA.

 

La dissoluzione degli stati e le piccole patrie dell’egoismo localista

 

L’Europa della UE non ha mai avuto un ruolo unificante, semmai ha largamente contribuito alla disunione interna ed estera degli stati. La UE infatti è una unione economico – finanziaria che ha prodotto competizione selvaggia ed estrema conflittualità tra gli stati, non è stata né ha mai preteso di essere una nuova patria. La devoluzione della sovranità economica e monetaria alla UE, ha poi determinato il progressivo dissolvimento della sovranità e dell’indipendenza politica degli stati nazionali. L’imposizione da parte della UE di parametri finanziari devastanti per i bilanci pubblici e di politiche di austerità agli stati membri, ha comportato la distruzione progressiva dello stato sociale e la proletarizzazione dei ceti medi. La UE ha prodotto diseguaglianze crescenti tra gli stati così come tra i popoli e i cittadini.

 

Una UE dominata da oligarchie tecnocratico – finanziarie ha compresso i diritti sociali dei popoli e le libertà democratiche negli stati. La struttura neoliberista assunta dalla UE, ha determinato una competizione conflittuale tra stati dominanti e stati dominati che, da esterna è divenuta anche interna, favorendo la frammentazione degli stati in regionalismi antagonisti e del tessuto sociale, dilaniato la competizione selvaggia tra i poteri economici lobbistici, a danno delle masse proletarizzate condannate alla lotta quotidiana per la sopravvivenza.

 

Il secessionismo strisciante e diffuso in Europa, di cui la Catalogna è solo l’espressione più eclatante, è un fenomeno generato dalla stessa UE. Infatti, alla destrutturazione degli stati ha fatto riscontro la nascita di macroregioni costituitesi sulla base del livello di sviluppo economico e delle posizioni dominanti assunte dai poteri regionali autonomi. Si sono affermate in Europa una miriade di piccole patrie come la Catalogna, le Fiandre, la Scozia, la Padania e molte altre, che hanno prodotto un nuovo nazionalismo fondato sull’interesse egoistico locale, sia individuale che collettivo.

Tali piccole patrie, che hanno riscosso consenso facendo leva sull’egoismo economico dei particolarismi regionali, hanno dato il via ad un processo di erosione della legittimità degli stati e della sovranità nazionale. Hanno fatto venir meno forme di solidarietà sociale consolidate nei secoli nelle comunità nazionali. La protesta localista, che non tarda a trasformarsi in secessionista, ha come pretesa primaria l’autonomia finanziaria regionale, che prevede il diritto di disporre del reddito prodotto nel proprio territorio, senza devoluzione delle proprie risorse allo stato centrale. Le piccole patrie crescono e si affermano all’interno degli stati. L’autonomia si tramuta spesso in una sovranità di fatto all’interno degli stati stessi, con relativo riconoscimento anche in vari organismi europei (vedi lander tedeschi).

 

Ma a questo punto occorre anche far appello alla memoria storica recente e alle tragiche esperienze scaturite dalle istanze autonomiste – secessioniste. I sanguinosi conflitti etnici che dissolsero la Jugoslavia ebbero inizio con il rifiuto di devolvere le quote delle proprie risorse da parte di Slovenia e Croazia allo stato centrale jugoslavo, cui fecero seguito le dichiarazioni unilaterali di indipendenza, peraltro sostenute dall’Occidente.

Occorre inoltre far menzione del progettato fallimento del land del Brandeburgo preteso dalla Merkel con la sua conseguente dissoluzione istituzionale, in quanto stato finanziariamente dissestato e improduttivo. Questa Europa è corrosa da autonomismi, che provocano solo diseguaglianze e discriminazioni, non producono certo solidarietà ed unità.

 

Il declino della coscienza storica degli stati nazionali

 

L’Europa della UE è dunque sorta sulla delegittimazione degli stati, sulla negazione della eredità storica novecentesca. L’unità europea fu progettata sin dalle sue origini nel secondo dopoguerra, con l’intento di pacificare il continente europeo storicamente dilaniato dai conflitti tra stati, religioni, ideologie. Nella realtà storica contemporanea l’avvento del cosmopolitismo pacifista dell’ideologia liberal sta determinando la dissoluzione degli stati. Gli stati nazionali, sono stati ideologicamente criminalizzati, in quanto ritenuti responsabili dei crimini del ‘900 quali l’olocausto, il colonialismo, il totalitarismo.

L’avvento del capitalismo globale ha comportato la decomposizione progressiva degli stati, attraverso un processo di erosione interna, attuato mediante la distruzione dei valori identitari dei popoli, delle specificità nazionali e l’autonomismo secessionista ne rappresenta un adeguato strumento. Alla coscienza storica delle comunità nazionali, vengono sostituiti sistemi di aggregazione sociale e territoriale basati sull’economicismo globalista. Su base economico – finanziaria vengono distinte le aree territoriali economicamente omogenee e funzionali al dominio delle oligarchie finanziarie europee.

Gli stati cessano di essere soggetti politicamente sovrani, in quanto considerati come entità arbitrarie costituitesi militarmente ed ereditate dalle ideologie e dalla storia del ‘900, secolo per definizione “delle utopie assassine”. Alla autorità degli stati si sostituisce la governance economica dei popoli e le autonomie, sorte dalla decomposizione degli stati costituiscono un modello perfettamente funzionale ad essa. Gli stati infatti verrebbero frantumati in tante entità territorialmente minime, tra loro potenzialmente conflittuali, e non adeguate a competere con le potenze dominanti e quindi di fatto non sovrane e succubi dei poteri oligarchici globali.

 

Democrazia degli stati e democrazia globale

 

Populismo e secessionismo sono due fenomeni prodotti, o per lo meno accentuati, dalla crisi che ha investito l’Europa nel 2008. Ma se il populismo incarna la protesta sorta dal basso, cioè dei popoli impoveriti quella secessionista è una rivolta dei popoli ricchi: nasce dalla non condivisione dei costi sociali derivanti dalla crisi. Se il dogmatismo ideologico liberista considera la globalizzazione irreversibile, parimenti irreversibili sono allora populismo e secessionismo.

La protesta populista in Europa non si identifica con quella secessionista. Il populismo è espressione del dissenso dei popoli si considerano espropriati dei propri diritti e della propria identità. Il populismo è quindi sovranista e sostenitore dell’eguaglianza e dell’unità del popolo che si riconosce nello stato nazionale, quale necessaria entità territoriale antagonista al processo di globalizzazione neoliberista.

 

Il secessionismo invece afferma identità localistiche portatrici di valori divisivi, conflittuali, disegualitari ed egoistici, che rappresentano assai frequentemente la riviviscenza di antichi pregiudizi discriminatori di natura etnico – linguistica regionale, ormai consegnati al passato.
Il populismo è espressione della reazione popolare al globalismo neoliberista. Il secessionismo è un fenomeno territorializzato dell’ordine capitalista globale. I movimenti populisti sono sostenuti dai ceti popolari disagiati ed emarginati, quelli secessionisti al contrario godono del consenso dei popoli e delle classi privilegiate. Non è un caso che negli ultimi tempi l’indipendentismo catalano abbia perduto consensi a causa dell’emigrazione dalla Catalogna di circa 1.700, tra imprese ed istituti finanziari.

 

Il secessionismo è uno degli effetti della trasformazione strutturale che ha investito la società occidentale negli ultimi decenni. La società neoliberista è per sua natura individualista. Il sistema politico liberal democratico dominante afferma il primato degli interessi individuali su quelli comunitari e pertanto postula una libertà individuale del tutto disgiunta ed indipendente dalla comunità stato. La piccola patria secessionista costituisce infatti il modello esemplare di una istituzione che non si identifica col bene comune ma con la somma degli interessi individuali. Infatti, l’indipendentismo catalano ha preteso di legittimare la propria secessione dalla Spagna con un referendum di autodeterminazione unilaterale della Catalogna stessa. Ma nessuna costituzione statuale può prevedere e legittimare la dissoluzione dello stato stesso, mediante l’autodeterminazione regionale. La sovranità e l’integrità dello stato sono valori enunciati dalle costituzioni che non possono essere messi ai voti, pena la fine dello stato stesso.

 

Una democrazia concepita oltre e/o senza lo stato, è invece coerente con le premesse ideologiche del modello neoliberista globale. Tale democrazia conduce necessariamente alla governance oligarchica in quanto può solo legittimare il dominio delle classi dominanti nella società.

 

Ci ha pensato comunque il leader indipendentista Puigdemont a risolvere la crisi catalana con la sua “eroica” fuga in Belgio. In Spagna è stato dunque ripristinato lo stato di diritto e la sovranità nazionale. Tuttavia trattasi, come in tutta l’Europa di sovranità dimezzata dalla governance della UE, nel contesto di una società dissestata e decadente, in quanto progressivamente erosa da conflittualità interne ed esterne, che hanno minato nel secolo XXI° il primato dello stato sugli interessi particolari e locali, del pubblico sul privato, della comunità sull’individuo.

Luigi Tedeschi

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