VITTIME SENZA CARNEFICI

Nel mondo virtuale dei media ci sono vittime i carnefici non esistono più 

 

Io non sono che me stesso.

Questo mi piacerebbe sentire affermare in quest’epoca di non personalità, di imbecillità psico-somatica sostituita con un morphing camaleontico, col quale plagiare i nostri tratti razionali con irrazionali adesioni a questa o a quell’altra campagna, o alle migliaia di slogan infilati negli encefali indeboliti e traforati di una società di zimbelli più che di ribelli.

Essendo il narcisismo selfie-auto-diretto l’unico modo per sentirsi reali in un mondo completamente filtrato dai media, è chiara la reazione immediata che si concretizza in mega flashmob apparentemente umanitari, pacifisti, paragonabili alle strette di mano del segno di pace tra i banchi delle chiese, usciti dalle quali, gli astanti “fratelli” non si riconoscono più, ognuno destinato ai suoi privati metriquadri di pace seriale e duale: divano-tv, sedia-pc o dito-i-phone.

 

Flash-mob che non hanno la durata temporale di vecchi sit-in, perché ciò che conta è agire in sintonia feticcia e sincronica per un lasso di tempo talmente breve che, la conoscenza tra umani, resta un secondo piano gestaltico destinato a non riemergere sulle retine di chi, solo per gloriarsi di un momento diverso dalla noia, può dire: “Quel giorno ero Charlie, Pinco, Pallo e ogni indignazione possibile/fruibile e, soprattutto, io c’ero.”

 

In questi giorni a difesa dei terroristi si dice che hanno scelto un piano B in risposta a un disagio sociale: forse sarebbe più sincero dire che hanno scelto la via più breve a una gloria omicida/suicida, il lato B del narcisismo imbelle che inonda ogni centimetro quadro dei connotati di gente assolutamente immatura, a tutte le latitudini, ormai ridotte ad un unico parallelo globalizzante.

 

Per quei 15 minuti di fama, diceva Andy dandy, sempre più persone sono disposte a immolarsi sul sacro altare della porno-visione edonistica, una necrosantità inversamente proporzionale al bene per la vita, un eroismo irresponsabile che fa di nani morali improvvisi titani, dei quali ci si occupa molto più di quanto sarebbe concesso a veri eroi della pace e dell’umiltà che in silenzio conducono vite nel cesso dell’ingiustizia e della violenza perpetrata ovunque, ma che saranno ombreggiati dalla liquida tenebra folle e fecale di un giornalismo adoratore o dispregiatore di eclissi di follie mistiche anacronistiche e decadenti quanto l’informazione del macabro e del terrore che dilaga da ogni crepa cartacea o elettronica che sia.

 

E di questa danza voodoo si nutrono le iene negromanti della tastiera e della matita, plagiando le menti deboli, non offrendo loro altra alternativa se non il fetore di una discarica di umori infetti.

Questa è la peste che definisco libertà di espressione e di informazione, che sorregge molto più i carnefici delle vittime.
Anzi, alla fine le vittime spariscono e restano solo gli aguzzini e l’impotenza fisica e mentale di chi ingoia il mondo solo con occhi e orecchie, senza poter dare alla vita tutte le dimensioni sensoriali con le quali riuscirebbe a riappropriarsi di un vero senso della dignità, di un onore e di un eroismo appartenenti a uomini e donne di tempi passati, che noi non abbiamo vissuto, ma che sappiamo criticare con sicumera dal nostro “profondo” senso pacifista e morale in assenza di totale moralità, senso di colpa e responsabilità personale e collettiva, giudicandoli inferiori.

E’ attraverso questa nostra impunità e impotente superiorità “intellettuale e storica” che revisioniamo l’umanità tutta.

Invece di ravvisare in quell’appellativo di “cittadino” da Rivoluzione Francese la morte dell’anima che psicologi razionalisti avrebbero recuperato un secolo dopo chiamandola psiche, per laicizzarla meglio, pensiamo al genocidio della Vandea, ad esempio, come a un effetto collaterale immolato sull’altare della Libertà, Eguaglianza e Fraternità.
Mentre si è trattato di una delle più brutte distorsioni dell’essere individuo, dell’ontologia umana stessa.

Divenuto cittadino, l’uomo nuovo e non più umano individuo, egli/noi siamo soltanto accessorio della collettività, al servizio di un teleologico divenire progressista, fino all’approdo nel porto bellico delle inclusioni totalizzanti utili più ai banchieri che ai popoli fottuti dalle macchinazioni logiche di chi illogicamente, ma con calcolato pragmatismo, ci pone al di sotto del tacco omologante e inapplicabile con il pacifismo tout court dei diritti inalienabili.

Stessa cosa si è fatta con il termine “fedele”, costringendo popoli che non conoscevano che un panteismo indistinto, a sottrarsi dalla benignità accogliente di un mysterium cosmologico e cosmogonico in ossequio a totem e tabù spersonalizzanti, anch’essi destinati a incendiare la terra e i mari, più che le anime.
Così, il non giudicare per non essere giudicati è diventato il metro di misura a-processuale e permissivo fino alle estreme conseguenze terroristiche sotto gli occhi di tutti, sostitutivo totalitario di quel non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te.

 

Se sul bene non si fanno discriminazioni, è chiaro che con il male si soppesa quantità e qualità e, purtroppo, si sta finendo nel buco nero di una singolarità anti-etica che suona come un monito: se ci sono solo vittime, i carnefici non esistono più.

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