Kevin Spacey non esiste

Kevin Spacey e l’industria del giustizialismo mediatico

 

Un cadavere, dall’alto della sua sublime magnanimità, fa dono dei suoi tessuti alla scienza e quindi alla collettività.
The Kingdom di Lars von Trier

Kevin Spacey non è Kevin Spacey, non è l’elenco dei personaggi che ha interpretato, non esiste.
Se si sparla di lui si distrugge soltanto un’immagine riprodotta milioni di volte sulle retine di chi sostiene di conoscerlo, di averlo visto, goduto, osannato, disprezzato attraverso i film che lo contenevano, lo trasformavano, ne duplicavano all’infinito una matrice posseduta da un contratto inscindibile, firmato con il sangue, conservato in uno schedario nella Fabbrica Universale di miti buoni e cattivi.

 

Se Kevin Spacey non esiste, non esistiamo neanche noi.
E allora di chi si sta occupando la cronaca scandalistica?
Chi la sta creando e chi divorando?

Si possono edificare teoremi d’ipotesi, costruire iperboli di trame contorte, ma si vedranno solo fili senza mani che li muovono.

Qualcuno, ma sarebbe meglio dire “Qualcosa”, si sta occupando di ri-costruire, ri-adattare un miraggio sul miraggio, una fata morgana tremolante di contorte opinioni surriscaldate al tungsteno da una morale giustizialista che non esiste anch’essa, fatta della materia degli incubi prodotti serialmente dalla più imperfetta delle società dello spettacolo che siano mai esistite: la società umana.

 

La monade Spacey entrerà a buon diritto nel museo delle cere di Madame Toussads, le cui statue sono vere, più vere degli esseri che rappresentano, così si potrà ammirare l’alieno di K-Pax nell’atto di mangiarsi una banana con la buccia.

 

I costruttori di Kevin hanno progettato insieme a lui i suoi fruitori, gli spettatori che si credono immuni dalle colpe dell’amato e odiato mostro, complici inconsapevoli, o peggio, i più solerti operai dell’industria dei feticci visivi, i portatori “sani” degli stessi vizi e delle stesse virtù.

 

Kevin e i suoi simili sono macchine replicanti che moltiplicano denaro come solerti zecche a beneficio di se stessi e pochi altri, purché si custodiscano e si rendano inviolabili i segreti della vita eterna ovvero della gloria imperitura.
I Costruttori di capri espiatori, gli unici Dei in un mondo totalmente alienato dai film proiettati sul lato scuro della Caverna abitata da Platone, per la quale ancora versa un salato affitto, si nascondono dentro la testa di pietra Zard-Oz, promettendo con lusinghe e frusta un mondo da qualche parte oltre l’arcobaleno.

Il mecca-kevin sta svolgendo l’egregio compito della vittima sacrificale che canalizza energia vitale fresca dai brulicanti nessuno che vagano per la terra già post-apocalittica, nelle vene sempre esangui dei vampiri ginoandroidfluid, che indisturbati proseguono la loro opera di demolizione “culturale” della natura.

 

Siamo nella fase cruciale della lotta sempiterna tra essere e non essere.
Invece di demolire l’Architetto del sé e il sé come architetto del mondo, i costruttori di morte apparente esibiscono cadaveri falsi e li fanno penzolare dalle forche, davanti a cadaveri veri già in stato di avanzata decomposizione, programmati per sentirsi vivi nel cimitero del video musicale Thriller.

Kevin non rappresenta, dopo Weinstein e chissà quanti altri ancora, l’ennesima caduta di un dio ad opera del Consiglio Superiore del Ministero dell’Amore (per il controllo “democratico” della sessualità, Orwell docet): gli dei sono più forti che mai, intoccabili, ricchi di nulla, di un nulla che assorbe in sé il nichilismo strisciante dei suoi fedeli, illusi di esercitare giustizia e ineccepibile moralismo come le donne che cardavano la lana davanti alle esecuzioni sommarie della Rivoluzione Francese.

Nel Regno, le crepe si stanno aprendo, Babilonia divora se stessa, i suoi cyborg-attori, e non servirà cancellare virtualmente dalle sue rappresentazioni sceniche gli errori che camminavano e parlavano perché si credevano uguali ai loro Creatori.

 

Kevin Spacey è un logo, un marchio di fabbrica freak che va ri-brandizzato, ricollocato, un’operazione di marketing shakespeariana capace di mutare in martire un Riccardo III e in carnefice un esaurito Amleto.

È un falso corpo gettato in un’arena distopica, dove si scontrano il potere femminista e maschilista per la finale resurrezione utopica di un Completo Essere Ermafrodita inattaccabile e inaccessibile a qualsivoglia critica.

Nessuno vincerà, sia ben inteso, ci saranno solo perdenti, ma quel che conta è che lo spettacoli continui.

Show must go on

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