Contro la democrazia

Il popolo “populista”

Versus

la democrazia elitista

 

La questione del cosiddetto populismo si confronta e si scontra inevitabilmente con quella della democrazia, ai nostri giorni. I giornalisti dei media mainstream, i politici democratici, proni davanti alla grande finanza, gli intellettuali e accademici di servizio, demonizzando il populismo e di riflesso, anche il popolo delle classi dominate. Il popolo del XXI secolo subisce il potere elitista ogni santo giorno, credendo sempre di meno nella tanto santificata democrazia e nei suoi poteri “taumaturgici”, quale soluzione dei problemi sociali indotti dal neocapitalismo, tanto da disertare il rito elettorale e sfiduciare le istituzioni democratiche.

Su democrazia e populismo ho letto, di recente, due interessanti interviste, una a Diego Fusaro e una a Alain De Benoist, entrambi filosofi piuttosto noti in Italia, ma di generazione e formazione alquanto diverse.

L’intervista a Fusaro è di Filippo Romeo e il titolo è Populismo e aristocrazia finanziaria: chi è più antidemocratico?

Link 1: http://www.vita.it/it/interview/2017/11/26/populismo-e-aristocrazia-finanziaria-chi-e-piu-antidemocratico/154/

Link 2: https://www.controinformazione.info/populismo-e-aristocrazia-finanziaria-chi-e-piu-antidemocratico/

L’intervista a Alain De Benoist è di Luigi Tedeschi e il titolo è Popolare la democrazia.

Link a: http://www.centroitalicum.com/2017/11/03/populismo/
Link b: https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=59788

 

Ambedue mi offrono un buon pretesto per affrontare la questione, sempre più attuale e scottante in Europa e in occidente, del popolo “populista” contro la democrazia elitista.

Voglio porre subito in evidenza che l’errore commesso dai vari Fusaro e De Benoist è quello di riconoscere sempre e comunque, sia pure in modo indiretto, per chi come me legge fra le righe, il primato della cosiddetta democrazia quale miglior sistema di governo, mostrando, in definitiva, di pensarlo come irrinunciabile, il solo possibile, o anche soltanto il “meno peggio” rispetto a tutti gli altri.

In molti, spinti a riconoscere il primato della democrazia, tendono a valutare i fenomeni storici, sociali, economici, culturali, anche in riferimento al passato, applicando detto metro di giudizio e avallando, di conseguenza, la supposta “superiorità” della democrazia su tutte le altre forme di governo.

Ciò emerge abbastanza bene nella recente intervista a Alain De Benoist dell’amico Luigi Tedeschi, dal titolo un po’ suggestivo e un po’ utopico di Popolare la democrazia, ovviamente considerata nel suo rapporto con il “populismo”, come anche nell’intervista all’enfant prodige della filosofia italiana, Diego Fusaro.

A più di undici anni dalla pubblicazione, per i tipi di Arianna Editrice, del fondamentale “Il popolo al potere” di Costanzo Preve, amico di Alain De Benoist e di Luigi Tedeschi, maestro di Diego Fusaro e anche dello scrivente (nella veste del semplice uomo della strada), ci si interroga in contesti già mutati, socialmente e culturalmente, sul rapporto travagliato fra democrazia e populismo partendo, però, da presupposti che lo scrivente giudica sbagliati, ma non direttamente imputabili al filosofo “antemarcia” e ispiratore Costanzo Preve.

Il sottotitolo del citato saggio di Preve è, non a caso, Il problema della democrazia nei suoi aspetti storici e filosofici, a testimonianza dell’importanza del rapporto fra il popolo (non ancora) al potere – oggidì “populista”, come lo definiscono con disprezzo l’élite e i suoi camerieri politici, mediatici, accademici – e la tanto santificata democrazia, un rapporto storicamente tormentato e in parte significativa ancora insondato.

Se la democrazia dovrebbe essere un insieme di pratiche comunitarie, secondo il pensiero del grande filosofo torinese, osserviamo come la democrazia è sempre più strumento di dominazione e di controllo del popolo sul piano politico. Uno strumento saldamente nelle mani dell’élite cosmopolita/globalista, priva di coscienza infelice, a differenza della vecchia alta borghesia proprietaria, e … ferocemente anti-comunitaria, poiché individua nel “costume” della comunità, cioè nell’Etica stessa (come direbbe Costanzo Preve se fosse ancora qui), un ostacolo ai suoi piani di dominazione planetaria.

La democrazia svuotata di un supposto contenuto etico – che definiremo opportunamente elitista, ancor prima che liberale e rappresentativa – non consente al popolo, ossia all’insieme delle classi dominate soggette al libero mercato e, appunto, alla democrazia stessa, di proseguire nel lungo cammino verso il potere, auspicato dalla Buonanima di Preve.

Ho affermato poc’anzi che sia Fusaro sia il De Benoist sembrano conservare la speranza che si possa strappare la forma di governo democratica dalle grinfie dell’élite, per renderla al popolo sovrano. Si tratta di pie illusioni senza un preciso fondamento, di meri auspici e commovente ingenuità, almeno per quanto mi riguarda.

Afferma Diego Fusaro, filosofo che non disdegna l’appellativo di marxiano: “Il populismo non è affatto necessariamente anti democratico, può essere orientato ed educato in forme democratiche. Quel che è certo è che l’opposto del populismo oggi è antidemocratico perché la lotta contro il populismo viene cavalcata dall’élite finanziaria e dal suo ceto intellettuale, gli oratores post moderni di accompagnamento, per tutelare il proprio dominio non democratico. Oggi la democrazia, infatti, nel quadro della società globalizzata, ultra capitalistica, esiste solo come autogoverno delle classi possidenti [ … ]”.

Si ha l’impressione, leggendo queste righe, che la democrazia possa essere una buona cosa per i dominati, per i nuovi sudditi o Tech plebe, secondo una suggestiva espressione (più tecnologia, meno lavoro), mentre l’élite se ne è impossessata svuotandola del supposto e originario contenuto “democratico”, che riporterebbe al potere del demos.

Orientare la nuova plebe, o pauper class, verso forme democratiche rassicuranti, renderebbe il populismo meno anti-democratico, quindi meno “barbaro” e “pericoloso”, nella speranza di riportare il demos (democraticamente!) al potere. Ovvio che un simile ragionamento subisce l’influenza del famigerato politicamente corretto, che orienta in modo subdolo il pensiero inibendo l’azione rivoluzionaria, secondo i desiderata elitisti.

Ancor più chiaro il De Benoist, apprezzato pensatore francese che viene da destra: “La democrazia, peraltro, trae la sua legittimità dalla sovranità popolare. [ … ] Bisognerà fare i conti con quello che Vincent Coussedière ha giustamente chiamato «il populismo del popolo», cioè la volontà implicita delle classi popolari di conservare il controllo della loro riproduzione sociale, nel perdurare nel loro essere- insieme, di mantenere i modi di vita i costumi che gli sono propri. Questa volontà può usare delle modalità di espressione che non si riconducono alle pratiche elettorali, ma sono tutte testimonianze di un desiderio di «popolare la democrazia», cioè di fare in modo che la democrazia cessi di essere lo strumento dei ricchi e dei potenti per mettersi al servizio del popolo.”

Di seguito spiego perché i presupposti del discorso dei due pensatori che ho scomodato, nel rapporto fra popolo “populista” e democrazia, non mi sembrano corretti.

Il primo presupposto errato è la superiorità della democrazia, implicita nei discorsi, e una (piuttosto sorprendente, visti i nomi in ballo) difficoltà di pensare altri sistemi di governo, alternativi alla democrazia stessa, oggi da noi conosciuta solo nella veste liberale e rappresentativa.

Il secondo presupposto errato è credere che il fenomeno di rigetto del sistema di potere vigente da parte dei dominati, etichettato genericamente e sbrigativamente come “populismo” e dipinto con connotazioni propagandisticamente negative, possa trovare uno sbocco politico vincente nella democrazia, così come la vediamo e conosciamo, strappando il potere dalle mani dell’élite con il “metodo democratico”.

Il terzo presupposto errato, in qualche modo connesso al primo, è credere che la democrazia, così come esiste oggi in occidente, possa essere “riformata”, oppure, con altrettanto irrealismo, che possa sopravvivere, sul piano politico, a un (per ora soltanto chimerico) superamento del neocapitalismo a vocazione finanziaria e dei suoi rapporti sociali, fino ad ora vincenti.

Si tratta di tre abbagli, che scorgo, pur con “luminosità” diverse, sia nell’intervista a Fusaro sia in quella a De Benoist, a testimonianza che l’invasività del politicamente corretto non conosce limiti e può indurre in errore anche le teste pensanti, non soltanto le masse manipolabili a quoziente intellettivo ridotto …

 

Essendo niente di più dell’anonimo uomo della strada, scendo sul mio terreno e abbandono la filosofia, politica e sociale, al suo destino (nonché la più modesta sociologia), per pormi dal punto di vista che mi è più congeniale, cioè quello delle neoplebi, il crogiolo in cui finiscono gli scampoli di proletariato industriale, ammutolito e inerte in quanto classe, e i soliti ceti medi impoveriti, frustrati e impauriti, che ne condividono la sorte.

Vivendo nella realtà e non in un circolo piddì, alla Leopolda con il bomba che le spara a nastro, in un talk-show televisivo oppure negl’ovattati ambienti accademici, so bene che ogni giorno trovo un disoccupato in più per la strada, una fabbrichetta che chiude nei dintorni, un negozietto fallito con il cartello, lì da mesi, “chiuso per ferie”, un pensionato di troppo, vissuto troppo a lungo, che riduce la spesa alimentare per farsi bastare i pochi spiccioli della mesata, un nuovo precario senza speranza di stabilizzazione.

Non solo, ma provo angoscia quando scopro nel fondo della cassetta delle lettere un avviso di raccomandata (che sia Equitalia, o l’Agenzia entrate, per rastrellare soldi a nostro maleficio?), oppure quando arriva una bolletta del gas, dell’acqua (oro blu anche in senso economico) o della luce.

Talora ho occasione di chiedermi il perché devo pagare un medicinale più di venti euro o una visita specialistica, in tempi umani e non storici, ben centotrenta, avendo io diritto alla mutua, perché quella faccia di m…. di Massimo D’Alema, esponente borioso della sinistra Vip, va dicendo in televisione, sibillinamente, che Mdp-Art.1 e soci imporranno l’Imu sulla prima casa per i “ricchi” che possono pagare, identificandoli con la famiglia che ha ben(!) tremila euro netti mensili di reddito (e magari due figli a carico “not in education, employment or training”). E c’è sempre sullo schermo la saputella str…issima, un po’Erasmus e un po’ Millennium, che blatera di Startup!

Intorno a me il panorama sociale e razziale sta cambiando velocemente, le certezze e le sicurezze del passato cadono una dopo l’altra. L’immigrazione è come un’onda, provocata artificialmente, che sommerge le tradizioni, i riferimenti comunitari, penetrando nei recessi della vita quotidiana. Il povero “bestiame da ripopolamento” che l’élite, manovrando Ong, scafisti e sinistre del caviale e dell’”accoglienza”, utilizzano per rimodellare a loro esclusivo vantaggio le società occidentali, è destinato a sostituire noi, “bestiame in via d’estinzione” (hanno ragione da vendere Della Luna e Blondet, che parlano di applicazione della zootecnia alle masse e di governo zootecnico mondiale).

Mi accorgo, giorno dopo giorno, di non avere alcuna rappresentanza all’interno del sistema e di non avere alcuna difesa davanti allo sfruttamento e al depauperamento massivo (nel 2016 circa cinque milioni di poveri assoluti in Italia, secondo l’Istat).

So bene che molti, sempre più numerosi, sono messi peggio di me e, nonostante una “ripresa” più che altro mediatica, con l’aumentino imprevisto del Pil che però noi non mangiamo, il Censis, nel suo 51° rapporto sulla situazione sociale del paese [capitolo «La società italiana al 2017», per essere precisi], dopo aver magnificato la “ripresa” da buon leccapiedi [Roma, 1 dicembre 2017 – E l’industria va.] non può esimersi dal parlare di rancore popolare, per la precisione di Risentimento e nostalgia nella domanda politica di chi è rimasto indietro: “L’onda di sfiducia che ha investito la politica e le istituzioni non perdona nessuno: l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici. Non sorprende che i gruppi sociali più destrutturati dalla crisi, dalla rivoluzione tecnologica e dai processi della globalizzazione siano anche i più sensibili alle sirene del populismo e del sovranismo. L’astioso impoverimento del linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente, ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica.”

Ovviamente nel rapporto del Censis si usa un linguaggio molto misurato (risentimento e non odio, ad esempio, oppure mercatisticamente “domanda politica”), ma emerge chiaramente che gli italiani, sempre più numerosi, hanno intuito che il loro nemico, sul piano politico, è proprio questa splendida democrazia, che persegue i grandi interessi privati esterni al paese, ignorando i veri bisogni e gli interessi vitali delle classi dominate.

Una democrazia che esclude fasce sempre più grandi di popolazione, costringendole a subire la decisione politica, non genera solo “risentimento” popolare che fertilizza il terreno per il temuto “populismo”, non produce soltanto astensione elettorale e un progressivo allontanamento di massa dal rito del voto (municipalità di Ostia, due terzi di astenuti, in Sicilia, per le regionali, oltre la metà), ma distrugge la credibilità di quelle istituzioni – le sue! – che dovrebbero farsi autorevoli garanti della tanto anelata “coesione sociale”, mostrandoci, così, il suo vero volto.

Ne consegue che opporsi al libero mercato sovrano e ai processi depauperanti della globalizzazione neoliberista, significa rifiutare la democrazia, ancella (o, se preferite) meretrice politica del neocapitalismo a vocazione finanziaria. La dominazione elitista, caratterizzata da degenerazione cosmopolita e extraterritorialità, assenza di Etica e sfruttamento integrale dell’ambiente e dell’elemento umano, si articola su più piani, spaziando da quello culturale a quello politico. L’economia dominata dalla nuova crematistica finanziaria non è che un aspetto della potenza elitista, con buona pace di chi crede, cadendo nella trappola dell’economicismo, che sia l’unica chiave del potere esercitato attraverso gli organismi sopranazionali, i trattati internazionali capestro e i collaborazionisti politici/governi “tecnici” sulle masse e sugli stati sottomessi.

È la democrazia, quale forma prediletta di governo in occidente, che contribuisce a veicolare le crescenti ineguaglianze sociali, la sottomissione dello stato al mercato con l’inedita forma di “schiavitù per debiti”, sfruttando la tagliola del debito pubblico. È la democrazia corresponsabile del nostro impoverimento, quale supporto politico al libero mercato sovrano ed è la democrazia gestita da collaborazionisti e camerieri che sta liquidando lo stato sociale.

Nell’aprile del 1917, prima del Ottobre Rosso, la Pravda pubblicò un articolo di Lenin dal titolo Sui compiti del proletariato nella rivoluzione attuale, noto come Tesi d’Aprile e per lo slogan “Tutto il potere ai Soviet”. In questo articolo, il grande rivoluzionario annunciò il superamento della democrazia borghese di allora, sostituita dai Soviet: “Spiegare alle masse che i Soviet dei deputati operai sono l’unica forma possibile di governo rivoluzionario e che, pertanto, fino a che questo governo sarà sottomesso all’influenza della borghesia, il nostro compito potrà consistere soltanto nello spiegare alle masse in modo paziente, sistematico, perseverante, conforme ai loro bisogni pratici, agli errori della loro tattica. [ … ] Niente repubblica parlamentare – ritornare ad essa dopo i Soviet dei deputati operai sarebbe un passo indietro – ma Repubblica dei Soviet di deputati degli operai, dei salariati agricoli e dei contadini in tutto il paese, dal basso in alto.”

È importante comprendere che il successo di una rivoluzione di portata storica, come quella guidata da Vladimir Lenin, ha richiesto il superamento della forma di governo democratica, la cui natura lo stesso Lenin ha svelato, quale strumento di dominazione dell’allora borghesia imperialista: “La società capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo più favorevoli, ci offre nella repubblica democratica una democrazia più o meno completa. Ma questa democrazia è sempre compressa nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli ricchi. La libertà, nella società capitalistica, rimane sempre, approssimativamente quella che fu nelle repubbliche dell’antica Grecia: la libertà per i proprietari di schiavi.” [da Stato e Rivoluzione, 1917/1918]

Il riferimento alla Rivoluzione Bolscevica non è ozioso, ma utile a comprendere che non bastano un partito di quadri rivoluzionari e un programma politico opposto a quello veicolato dal potere vigente, ma è necessario, per avere successo, opporre una forma di governo alternativa a quella adottata dalla classe dominante, per tutelare i suoi interessi e controllare le classi inferiori.

Un nuovo sistema di governo contro la democrazia, non più borghese e imperialista, come ai tempi di Lenin Buonanima, ma elitista come quella che imperversa ai giorni nostri.

A tale proposito, ricordo che Costanzo Preve dava giudizi molto chiari e, ovviamente, molto negativi sulla “cosa” che ci governa e che io chiamo democrazia elitista: “Innanzitutto, affermare che la dicotomia politico-sociale esistente in occidente oggi non è la dicotomia democrazia /dittatura, che è una dicotomia ideologica tesa a legittimare l’attuale sistema della democrazia elettorale, ma quella democrazia/oligarchia, è importante perché in questo modo si può far capire che la democrazia oggi è diventata una specie di legittimazione referendaria dell’oligarchia economica. Secondo me questo è assolutamente un punto chiave.” [Democrazia, oligarchia e capitalismo, intervista a Preve di Andrea Bulgarelli, 2013]

Preve, negli ultimi tempi, stava riflettendo proprio su questi temi, e se fosse vissuto più a lungo, ci avrebbe forse offerto qualche spunto per ripensare la forma di governo (come, in passato, ha invitato tutti a Ripensare Marx), nella speranza di poter uscire dalle secche micidiali di questa democrazia.

Sic et simpliciter, Contro la democrazia

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