I miracoli renziani e l’anno zero del lavoro

Un milione di posti di lavoro: disoccupazione, precarietà e sfruttamento   

Con la fine della legislatura, le elezioni di marzo porranno fine ad una lunga stagione di governi nominati, cioè non eletti dal popolo, ma imposti dalla governance europea e da presidenti della repubblica compiacenti, iniziata con il varo del governo Monti nel 2011 e protrattasi nell’ultima legislatura? Certamente no. In questa Italia tripolare, difficilmente emergerà una maggioranza in grado di formare un governo. Con tutta probabilità si verificherà una disfatta del PD e del centrosinistra, a causa degli scandali bancari e del malcontento largamente diffuso nella popolazione, generato dalle diseguaglianze sociali, dalla disoccupazione e dalla accentuata precarietà del lavoro. Ma non esistono forze politiche in grado di proporre progetti politici alternativi al modello liberista imposto dalla UE.

E’ anzi prevedibile una instabilità governativa prolungata, che non produrrà effetti rilevanti, perché è la governance finanziaria europea a imporre le proprie politiche economiche e a dettare l’agenda dei governi. La potestà decisionale degli stati è ormai assai ridotta. E la governance della UE, improntata a rigide politiche di bilancio, potrà garantire una perfetta continuità con i governi del passato recente. Anzi, l’instabilità governativa potrà favorire una politica neoliberista europea più diretta ed incisiva, data la carenza di potere politico in Italia e in tutta l’Europa.

 

I miracoli virtuali di Renzi e le fosche prospettive del prossimo futuro

 

Con il 2017 si conclude una fase di relativa stabilità, con una crescita in Italia peraltro ridotta del Pil di circa l’1,4%. Tale ripresa ha potuto realizzarsi per effetto del QE di Draghi, che mediante l’acquisto di titoli da parte della BCE ha immesso liquidità nel sistema e contrastato il processo deflattivo. Tuttavia l’inflazione non ha raggiunto l’obiettivo prefissato del 2% in Europa. La media europea è dell’1,5%, in Italia è salita appena dell’1,1%. Le immissioni di liquidità hanno prodotto una ripresa effimera e contingente, dato che la liquidità è affluita solo in parte all’economia produttiva, che continua ad essere penalizzata dai criteri selettivi di erogazione del credito da parte del sistema bancario. Il QE di Draghi ha avuto l’effetto di ridurre i tassi di interesse quasi allo zero. Il drastico calo del costo del denaro ha certo favorito la ripresa, ma tale fase congiunturale volge ormai al termine. Gli acquisti della BCE si sono ridotti da 80 miliardi al mese a 60 miliardi e saranno ulteriormente ridotti a 30 miliardi fino a settembre 2018.

L’incessante propaganda governativa, che esalta l’azione miracolistica renziana e del PD, quali artefici di una ripresa economica i cui benefici non si sono davvero riversati sulla popolazione. Ad una ripresa economica fragile e minima (con l’1,4% siamo ultimi in Europa in fatto di crescita), fanno riscontro riforme strutturali del lavoro che hanno prodotto compressione salariale accentuata e precarietà generalizzata. A fronte dei millantati miracoli renziani, le prospettive del prossimo futuro per il nostro Paese appaiono connotate dall’incertezza e dalla instabilità di un sistema Italia fragile e subalterno all’Europa, privo di obiettivi di lungo corso sia politici che economici.

La Germania, il cui tasso di inflazione è pari all’1,8%, da sempre contraria alla politica monetaria espansiva di Draghi, invoca da tempo la fine del QE. Mentre per gli altri paesi (vedi l’Italia all’1,1%), gli stimoli monetari sarebbero ancora necessari. Raggiunto l’obiettivo dell’inflazione al 2%, la Germania potrebbe imporre la fine delle erogazioni di liquidità della BCE. La politica espansiva di Draghi ha comportato, con i tassi vicini allo zero, un elevato decremento della spesa per interessi sul debito in particolare per l’Italia, il cui debito pubblico è intorno al 132% del Pil. La fine del QE determinerebbe senza dubbio un rialzo dei tassi sul debito pubblico: l’Italia potrebbe essere esposta a manovre speculative come lo fu nel 2011, con conseguenti nuove crisi del debito. Simili scenari potrebbero preludere a nuovi governi tecnici e a ulteriori politiche di austerity con inasprimenti della pressione fiscale e tagli al welfare. Il risultato di tali politiche economiche imposte dalla Troika è assolutamente certo: la recessione.

 

Le incognite dell’America di Trump

 

Una ulteriore incognita è costituita dalle evoluzioni imprevedibili della politica degli Stati Uniti con la presidenza Trump. Gli USA registrano una crescita economica prolungata dal 2009, mentre la ripresa europea è cominciata nel 2013 e, producendo una inflazione minima, mostra tutta la sua fragilità.

La stagione delle politiche di stimolo monetario volge ormai al tramonto. Gli USA, l’Europa, la Gran Bretagna e il Giappone riducono gradualmente le misure monetarie straordinarie. Sebbene la ripresa dell’inflazione è ovunque assai lenta, negli USA il rialzo dei tassi è già in corso da due anni. Certo è che il ciclo della crescita americano ormai protrattosi da anni, potrebbe subire possibili rallentamenti. L’economia americana ha da sempre un effetto trainante per l’Europa. Lo dimostra il rilevante deficit della bilancia commerciale americana, dovuto ad un surplus di importazioni, che ammonta a 40 miliardi di dollari. Pertanto, un rallentamento americano potrebbe avere effetti negativi sulla già debole ripresa europea basata soprattutto sull’export.

Il mercato azionario americano ha raggiunto e oltrepassato ogni suo precedente massimo storico: solo nel 2017 si è incrementato di oltre il 30%, trainando verso crescite vorticose e inarrestabili tutte le borse del mondo. Dal 2009 è cresciuto del 250%. Tali situazioni abnormi sono dense di incognite per l’immediato futuro. La politica dei drastici tagli fiscali intrapresa da Trump, oltre alle misure di deregulation finanziaria volute dal presidente, potrebbero avere nel medio termine conseguenze devastanti. Così si esprime al riguardo Josef Stiglitz, riguardo alla esultanza dei mercati finanziari a fronte della politica fiscale trumpiana: “… La prendo anche come prova della miopia degli attori del mercato – la loro esultanza di fronte a potenziali tagli fiscali e al denaro che potrebbe tornare ad affluire a Wall Street, se solo si potesse riavere il mondo del 2007. Ignorano ciò che è seguito nel 2008 (il peggior ribasso in tre quarti di secolo), i deficit e la crescente disuguaglianza generata dai precedenti tagli fiscali per i super ricchi”. Si ignorano i precedenti storici delle crisi generate dalla politica di tagli fiscali voluta da Regan. Soprattutto si ignora il delinearsi di scenari simili a quelli che causarono la devastante crisi del 2008.

Una politica di drastica riduzione della pressione fiscale dovrà necessariamente essere finanziata con tagli alla spesa sociale e soprattutto con il debito pubblico. Pertanto la Fed dovrà innalzare i tassi di interesse incidendo negativamente sulla crescita dell’economia reale. L’aumento dei tassi statunitensi, comporterebbe l’incremento dei tassi anche in Europa, onde contenere prevedibili spostamenti di masse di capitali dall’area dell’euro a quella del dollaro.

 

Il devastante programma di riforme europee avanza

 

In una Europa in perenne crisi di identità politica, lacerata al suo interno dalla conflittualità tra gli stati, i processi riformatori in senso neoliberista programmati dalla UE sortiranno tuttavia nel prossimo futuro nuovi sviluppi. Dopo l’entrata in vigore nel 2016 del bail – in con cui i costi delle crisi bancarie venero posti a carico di azionisti, obbligazionisti e correntisti oltre i 100.000 euro, nel 2018 è previsto il varo di una nuova normativa della BCE riguardo gli NPL (non performing loans – crediti deteriorati). Infatti, la normativa prevede svalutazioni automatiche per crediti in sofferenza: per i crediti, la cui riscossione è incerta sia in termini di rispetto della scadenza sia per l’ammontare da 2 anni le banche dovrebbero procedere ad accantonamenti per il 100%, fino all’integrale azzeramento dei crediti deteriorati entro 7 anni. Tale normativa produrrà l’inasprimento selettivo circa l’erogazione del credito alle imprese, con prevedibile aumento del costo del credito, stimato per 1,3 miliardi l’anno. L’Europa, se da una parte ha introdotto misure di espansione della liquidità (QE), dall’altra vara regole restrittive del credito a danno dell’economia reale.

La commissione europea presieduta da Junker, ha presentato il 6 dicembre scorso la proposta di inserire nell’ordinamento comunitario la normativa del fiscal compact, già approvata nel marzo 2012. Tale normativa dispone l’obbligo di ridurre dello 0,5% il deficit e un ventesimo all’anno il debito pubblico eccedente il 60% del Pil. La nuova normativa del fiscal compact accentuerà la sua rigidità, in quanto ridurrà i margini di flessibilità dei bilanci pubblici. Deroghe infatti saranno consentite solo in casi eccezionali e comunque a fronte di riforme che abbiano un impatto positivo sui conti pubblici. Già il fiscal compact, così come il bail – in furono approvati senza alcuna opposizione da parte italiana, salvo scontarne poi le perniciose conseguenze. Lo stesso pareggio di bilancio fu imposto dal governo Monti con maggioranze bulgare in ossequio all’imperativo “ce lo chiede l’Europa”. Trattasi di una spudorata menzogna: il pareggio di bilancio non fu approvato in sede europea per il veto posto da Danimarca e Olanda. Lo stesso pareggio di bilancio potrebbe essere inserito, come il fiscal compact nell’ordinamento giuridico europeo.

E’ inoltre in progetto la creazione di un fondo monetario europeo (FME), da inserire nel Trattato di Lisbona. Esso sarebbe strutturato sul modello del FMI. Tale FME sarà costituito in base alle quote di partecipazione degli stati: quindi gli stati più ricchi diverrebbero gli azionisti di maggioranza del fondo. Pertanto in Europa si accrescerebbe la pozione dominante di Germania e Francia. Le riforme europee accentuano progressivamente la struttura oligarchica della UE.

Dinanzi a questa offensiva europea, le cui riforme sono dirette, attraverso parametri finanziari sempre più rigidi, a destrutturare la sovranità degli stati, si rileva l’assordante silenzio dei partiti nella competizione elettorale. Agli sproloqui velleitari di Renzi, Berlusconi Di Maio, con verbose minacce di veto per l’approvazione del fiscal compact e improbabili referendum sull’euro, fa riscontro la totale assenza di capacità negoziale dei governi italiani in Europa. Salvo poi riversare i costi sociali della rigidità finanziaria europea sulla popolazione in termini di tasse e tagli allo stato sociale.

 

Job Act, precarietà sistemica e sfruttamento

 

La stagione del governo Renzi è stata contrassegnata da riforme del lavoro che rappresentano per l’Italia una svolta sistemica, gravida di conseguenze nell’immediato futuro. Gli slogan “l’Italia torna a crescere” e “un milione di posti di lavoro in più grazie al job act” sono rappresentativi di una visione solo mediatico – virtuale della politica, in aperto contrasto con la realtà socio – economica del paese. In realtà il job act, con l’abrogazione dell’articolo 18 e il contratto a tutele crescenti, ha abolito di fatto il lavoro a tempo indeterminato. E’ stata introdotta una illimitata flessibilità in uscita e quindi si è generalizzata la precarietà del lavoro. Tuttavia il job act, riforma ispirata alla liberalizzazione del mercato del lavoro, pur avendo registrato il momentaneo consenso delle imprese, non soddisfa le istanze di fondo di Confindustria. Esponenti della grande industria hanno definito il job act una riforma “novecentesca”, perché ritenuta eccessivamente vincolante, non sufficientemente adeguata alle esigenze dei cicli economici, che esigerebbero un costo del lavoro commisurato alla produttività e un impiego della forza lavoro corrispondente alle variabili del ciclo economico: una flessibilità sistemica del lavoro adeguata a far fronte ai picchi di domanda e a ridurre il rischio derivante dalle contrazioni delle vendite.

Non a caso i governi in carica nella legislatura appena conclusasi hanno introdotto forme di precarietà estrema del lavoro. L’innovazione tecnologica, non ha creato, se non in minima parte, nuove figure professionali. Ma ha invece determinato una rilevante contrazione dell’occupazione, oltre ad accrescere la precarietà e la compressione salariale. Si delinea un modello di sviluppo neoliberista che, oltre a non a non ridistribuire i redditi derivanti dall’incremento della produttività, devolve il rischio d’impresa a carico dei lavoratori.

I voucher (leggasi lavoro nero legalizzato), la cui applicazione è stata poi largamente ristretta per legge, sono stati subito sostituiti con il ricorso al lavoro a chiamata. Registrano inoltre una dilagante espansione l’impiego illimitato di stagisti (cui viene corrisposto solo il rimborso spese), e il ricorso all’impiego del tutto gratuito di studenti in base alla nuova riforma che ha istituito l’alternanza scuola – lavoro.

Il milione di posti di lavoro creati dal job act (cifra peraltro abnorme, in quanto migliaia di assunzioni erano in realtà trasformazioni di impieghi precari), si rivelerà presto un bluff: nel 2018 scadrà il triennio per gli assunti a tempo indeterminato nel 2015 con il beneficio della totale decontribuzione per le aziende. E’ facile prevedere che le imprese, venuto meno il vantaggio economico della esenzione contributiva, procederanno al licenziamento dei lavoratori non più tutelati dall’articolo 18. Solo in gennaio 2018, 80.000 lavoratori furono assunti con le agevolazioni del job act.

 

Il modello Amazon

 

Vogliamo esporre il caso della vertenza Amazon, perché lo riteniamo esemplificativo del nuovo modello occupazionale introdotto in Italia. Nella miracolistica renziana, si annovera il vanto di aver attratto investimenti di multinazionali straniere in Italia, quali Amazon, Ryanair e altre. Tali gruppi multinazionali sono stati incentivati ad investire in Italia, in virtù di agevolazioni fiscali e contributive loro offerte. Esse tuttavia operano in aperto disconoscimento della legislazione del lavoro italiana.

I lavoratori di Amazon hanno indetto una vertenza con l’azienda denunciando le condizioni di sfruttamento cui sono sottoposti. Amazon in Italia ha fatto registrare a fine 2017 un milione di ordini in più rispetto al 2016. Nelle festività di fine 2017 il commercio al minuto ha invece registrato un calo di circa il 20%. Questa è la prova evidente che l’incremento dei consumi è stato assorbito dai centri commerciali e dai colossi del commercio digitale. I bilanci di Amazon sono oltremodo positivi: 136 miliardi di dollari di fatturato, un utile netto di 2,4 miliardi. Amazon occupa 1.600 dipendenti, cui devono essere aggiunti altri 2.000 nei periodi di maggiore flusso di ordini, assunti con contratto di somministrazione.

In aperta violazione della legge, Amazon in sede di vertenza, ha tuttavia rifiutato l’incontro con i sindacati. L’azienda, strutturata sul modello americano, vuole imporre il rapporto individuale diretto con il lavoratore, rifiutando l’intermediazione sindacale. Analoghe proteste hanno avuto luogo anche in Francia e Germania.

Riguardo ai turni massacranti, alle condizioni lavorative lesive della salute e della dignità del lavoratore, Amazon ha reso noto che tra i benefit aziendali corrisposti ai dipendenti, è prevista l’assicurazione sanitaria e che le retribuzioni dei lavoratori di Amazon sono le più alte nel settore della logistica. Ma l’assistenza sanitaria pubblica in Italia è una conquista del contratto collettivo di lavoro e pertanto è un diritto inalienabile, non un benefit aziendale. Inoltre è falsa l’affermazione di Amazon riguardo alle più alte retribuzioni della logistica, in quanto i suoi dipendenti sono assunti con il contratto del commercio, i cui minimi salariali sono di poco superiori quelli della logistica.

Amazon non persegue una politica di fidelizzazione dei dipendenti. Amazon applica ai dipendenti con anzianità dai 2 ai 5 anni la procedura “The Offer”: vuole facilitare la fuoriuscita dei lavoratori offrendo loro un bonus per la rescissione del contratto.

E’ evidente che in Italia si sta imponendo una precarietà sistemica del lavoro. La classe politica ha favorito questa svolta neoliberista nell’economia e nel lavoro. E’ tuttavia constatabile il malessere, il dissenso, il rancore sociale diffuso nella popolazione. Il primo gennaio 2018 la costituzione italiana ha compiuto 70 anni. La repubblica italiana è fondata sul lavoro, questo grande valore fondativo oggi in larga parte disconosciuto dai governi e dai partiti: si è celebrato l’anniversario o il requiem della costituzione?
Luigi Tedeschi

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5 Responses to “I miracoli renziani e l’anno zero del lavoro”

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