Governo Globale

Intervista di Luigi Tedeschi a Enrica Perucchietti, coautrice con Gainluca Marletta del libro “Governo globale” Arianna Editrice 2017

 

1. L’avvento di Trump alla presidenza degli USA non sembra connotare una discontinuità più mediatica che politica rispetto alla presidenza Obama? L’“America First” di Trump non vuole forse accentuare il primato della superpotenza americana con le rinnovate sanzioni all’Iran, il sostegno incondizionato ad Israele, la russofobia, il perdurante e rafforzato sostegno americano alla Arabia Saudita e agli Emirati Arabi? La continuità con Obama si riscontra anche nella politica economica protezionista già inaugurata da Obama nei confronti dell’Asia. Del resto l’isolazionismo non sembra essere una condizione impossibile per un paese come gli USA che hanno iscritto nel proprio codice genetico “il destino manifesto” e “la nuova frontiera”?

L’amministrazione Trump fatica a trovare una sua identità per il semplice motivo che chiunque passi per la Casa Bianca finisce per essere fagocitato dal Deep State, diventandone di fatto un burattino. Detto ciò Trump, sebbene sia stato “normalizzato” e osteggiato in tutti i modi, sta riuscendo a spaccare o almeno a infastidire l’establishment globalista, ponendosi comunque come un elemento di disturbo, utilizzando lo strumento fiscale “favorevole alle imprese”, dazi, ecc. Il suo America First non significa comunque “isolazionismo” (“America da sola”, insomma), semmai una tendenza/continuazione al protezionismo (si veda Davos), perché l’America può crescere solo rimanendo in un’ottica globale e di globalizzazione che è il suo “marchio” di superpotenza. Altrimenti minerebbe anche il soft power americano, come starebbe già facendo secondo alcuni. Nel primo anno dell’amministrazione, la rivoluzione protezionista non ha visto davvero la luce, anche a causa di litigi interni: Trump non si è ritirato unilateralmente dal Nafta definito in campagna elettorale “il peggiore accordo commerciale di sempre” e ha giocato la partita commerciale soprattutto attraverso la riforma fiscale, riportando preziosi investimenti in America. Dobbiamo ancora capire che cosa voglia davvero fare e che cosa potrà – o meglio gli lasceranno − fare…

 

2. Lo stato di guerra permanente è una necessità immanente per la sussistenza del primato mondiale degli USA. L’ordinamento americano è a base teocratica e per affermare la propria universalità e superiorità deve necessariamente contrapporsi ad un “asse del male” contro cui condurre la “guerra giusta”. Il governo globale è dunque congenitamente conflittuale nella geopolitica al pari del capitalismo assoluto nell’economia di mercato. Se il processo di globalizzazione viene definito irreversibile, lo è anche la sua perenne conflittualità. Se è dunque irreversibile l’ordine oligarchico globale allora non è parimenti irreversibile anche il populismo, quale fenomeno scaturito proprio dalla conflittualità economica, politica e sociale generata dal capitalismo? Tale irreversibile conflittualità populista non potrebbe essere un sintomo della crisi e del declino irreversibile degli USA e del governo globale?

Sì, perché stiamo assistendo a un disincanto e una disaffezione delle masse nei confronti della politica: la frattura tra il potere “democratico” e la base della popolazione è sempre più chiara e drammatica e non possiamo prevederne le ripercussioni. L’Europa è diventata uno strumento docile dell’espansionismo americano a suon di trattati e colpi di scena, grazie a crisi ripetute e alla connivenza dei governi che hanno gradualmente abdicato alla propria sovranità nazionale. Se è vero, parafrasando Edward Bernays, che la società moderna esige una leadership forte e che quindi chi governa deve sapere esercitare al meglio l’arte del comando per indirizzare e guidare l’elettorato considerato come un “gregge disorientato” da dirigere (v. Walter Lippmann), la manipolazione costante e capillare dell’opinione pubblica ha raggiunto al contempo il suo apice e forse il suo declino (e qua si innesca la battaglia contro le fake news che si mostra come un tentativo disperato di censurare l’informazione alternativa che mina gravemente il controllo sociale). La gente (almeno una parte) sta infatti iniziando ad acquisire la capacità e la volontà di andare oltre l’apparenza per capire meglio gli avvenimenti e la loro genesi.

 

3. Il governo globale neoliberista si afferma attraverso il permanente stato di emergenza. Emergenza scaturita di volta in volta, da minacce terroristiche, crisi economiche ricorrenti, guerre per salvaguardare la democrazia contro gli “stati canaglia”. In tal modo, onde scongiurare la minaccia di mali estremi, si impongono leggi restrittive della libertà e provvedimenti devastanti sul lavoro e il welfare. Misure che comunque, senza lo stato di emergenza, non incontrerebbero il consenso dei popoli. Il governo del terrore permanente può tuttavia essere imposto ai popoli nella misura in cui questi ultimi possano temere la perdita della sicurezza o del proprio status sociale. Ma a masse diseredate, ridotte allo stato di sopravvivenza, a cui è venuta meno ogni speranza, come possono paventarsi mali più gravi? Il governo del terrore può ancora avere effetto su popoli che ormai possono perdere solo le proprie catene?

Finché non si sarà toccato il fondo, sì. Lo stiamo vedendo, ci sono sempre emergenze e minacce nuove da offrire al popolo: pandemie, terrorismo, nemici pubblici n.1, ecc. (ne parlo ampiamente in Fake news. Dalla manipolazione dell’opinione pubblica alla post-verità: come il potere controlla i media e fabbrica l’informazione per ottenere il consenso, Arianna Editrice). La paura, infatti, è uno dei tasselli fondamentali nel processo di manipolazione sociale che il potere adotta da secoli. Si induce una crisi o la si strumentalizza per portare avanti politiche che sarebbero altrimenti impopolari ma che la percezione dello shock, indotto o reale che sia, legittima. In stato di paura, infatti, l’opinione pubblica si sente disorientata, smarrita, come il prigioniero vittima di tortura. La popolazione sotto la minaccia di pericolo o dopo un forte trauma, necessita di una guida in quanto ha “perso la bussola”, si sente paralizzata dal terrore al punto da accettare qualunque proposta o intervento venga dall’alto. Il “capitalismo dei disastri” sfrutta pertanto momenti di shock quali golpe, attacchi terroristici, crollo dei mercati, disastri naturali, guerra, che gettano la popolazione in uno stato di shock collettivo, per spingere i cittadini ad accettare manovre impopolari che in una condizione normale non tollererebbero. Sull’onda dell’emotività di eventi tragici che coinvolgono la mente e la “pancia” dell’opinione pubblica, si possono introdurre provvedimenti che sarebbero stati inimmaginabili in un clima sociale sereno. Qualche volta può servire persino “una spinta”, una provocazione, affinché una tragedia avvenga o si palesi una minaccia, da cui le false flags o le azioni di infiltrazione. Come ha spiegato Zbigniew Brzezinski, per ottenere il consenso dell’opinione pubblica e addirittura una mobilitazione generale e l’accettazione di gravi sacrifici, l’unico modo è che si palesi una «minaccia estrema e globale». Soltanto la percezione di un pericolo esterno, immediato e diffuso può compattare la popolazione e spingerla ad accettare sacrifici altrimenti impensabili. Non è però necessario che tale minaccia sia effettivamente reale o che la sua genesi − qualora effettivamente si manifesti − sia avvenuta nel modo in cui verrà divulgato alle masse. Una minaccia esterna può nascere infatti in seguito a ripetute azioni messe deliberatamente in atto per infastidire e spingere alla reazione chi o cosa si è deciso di far diventare il nemico di turno. La reazione verrà poi strumentalizzata come casus belli di fronte all’opinione pubblica per giustificare interventi di diversa natura, financo la guerra.

 

4. La crisi dell’Occidente, ormai è resa evidente dal declino americano verificatosi nell’ultimo decennio. L’Occidente è stato dilaniato dal suo interno nichilismo, dalla progressiva decadenza dei suoi valori etici e culturali, che conferivano senso alla vita degli individui e dei popoli. L’Occidente ha affermato il suo primato nel mondo in virtù della sua superiorità tecnologica e militare. Gennaro Scala afferma in un suo saggio: “Il divario tecnico di cui ha goduto l’occidente è praticamente superato, e nel prossimo scontro vinceranno le società più compatte che sapranno realizzare forme di inclusione del popolo, che sapranno trovare un popolo disposto e capace di difendere la propria nazione”. Ci si chiede, come potrà opporsi l’Occidente alla sua dissoluzione rappresentata dalla ascesa di potenze mondiali emergenti sulla scena mondiale?

Se continua così, non potrà. Credo che il processo sia irreversibile. O l’inversione dei valori e il controllo sociale sfoceranno in una distopia sul modello immaginato da Orwell o Huxley, oppure si chiuderà un ciclo e se ne aprirà un altro. Lo scontro mondiale tra sistemi e culture diversi sotto i colpi della globalizzazione (delle merci e delle menti) avviene principalmente su un piano simbolico in quanto si tratta, citando Baudrillard di «un annichilimento fisico e mentale, una carnevalizzazione universale che l’Occidente impone […] a tutte le singolarità che gli resistono». La modernità ha assunto il carattere anche goliardico delle feste carnevalesche, in cui il riso, i giochi e la sovversione dei ruoli prevalgono per alcune ore o giorni come una “sospensione” delle regole tradizionali: domina l’elemento parodistico e addirittura sacrilego, il carattere licenzioso e il tema della sovversione temporanea. La postmodernità è andata oltre assorbendo gli antichi culti e rendendoli di fatto “quotidiani”. Questo genere di ribaltamento, o meglio di annullamento della distanza di cui parlava già Baudrillard, servirebbe quindi per canalizzare le pulsioni più basse del volgo ed evitare che esse esplodano in una qualche forma di disordine generalizzato. Se una volta queste pulsioni erano relegate a feste cicliche dai connotati carnevaleschi, oggi stanno progressivamente dando vita a una forma di “carnevale perpetuo” in cui diventa lecito tutto ciò che è licenzioso e dai connotati grotteschi e parossistici. La modernità è diventata la parodia di tutto ciò che era “tradizione” con una sovversione dei ruoli che si sono imposti alla società come forma di libertà ed emancipazione. Una comunità che viva in questo stato non può che toccare il fondo e dissolversi… bisogna capire quando raggiungerà il punto di non ritorno.

 

5. Al declino dell’Europa e della superpotenza americana, fa riscontro l’affermarsi di un mondo multipolare costituito da potenze continentali emergenti quali la Russia e la Cina. La Russia è tornata protagonista nella geopolitica mondiale, ma Putin non ha creato una ideologia sua propria. La Cina conduce una politica economica espansionista a livello globale e persegue strategie neocoloniali in Africa. La contrapposizione con gli USA è di natura geopolitica, ma nessuna delle potenze emergenti rappresenta un modello alternativo al capitalismo globale. Anzi, la Cina non costituisce invece la realizzazione compiuta della natura oligarchica del capitalismo, di un sistema cioè liberista / dirigista in economia, e contemporaneamente centralista / totalitario in politica?

Sì e proprio per questo, forse, assisteremo, come già immaginato dagli analisti del Club di Roma in 2052. Scenari globali per i prossimi quarant’anni a un “passaggio di consegne”. La Cina negli ultimi anni si sta accaparrando le risorse naturali, dall’energia ai minerali, dalle foreste alle derrate agricole, insidiando così le zone d’influenza che appartenevano all’Occidente. Nell’espansionismo cinese c’è infatti l’impronta di una nuova classe dirigente, tecnocratica e pragmatica, silenziosa e lungimirante. Il destino della Cina sembra quindi sfuggire allo storico braccio di ferro di Washington e Mosca. La Cina, infatti, non è solo il maggior creditore degli USA, ma nel breve tempo di un decennio si è contraddistinta per l’assalto alle roccaforti del capitalismo statunitense e per una nuova forma di colonizzazione africana. Ultimo, ma non per importanza ha il quadruplo della popolazione americana, una forza militare in aumento, una classe dirigente che rigetta i “valori” delle democrazie occidentali… È probabile che la Cina diventerà sarà il leader mondiale superando in tal mondo i due blocchi storici che competono per la supremazia globale.

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14 Responses to “Governo Globale”

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