Lega e M5S preferiscono spartirsi il futuro

L’elezione dei presidenti di Camera e Senato non sarà il precedente per formare il governo

 

Conclusa la vicenda delle presidenze dei due rami del Parlamento, la partita politica (e mediatica) ora verte sulla definizione della base parlamentare del nuovo esecutivo. Tutti scommettono sull’asse Lega-M5S, prefigurando una proiezione dell’accordo per i vertici delle Camere su un’intesa di governo. Di Maio, al proposito, ha più volte precisato di tenere distinti i due aspetti, così non dando per scontata la citata continuità.

Una ipotesi da non escludere, allora, potrebbe essere la seguente. Persa l’innocenza, il M5S potrebbe essere tentato dal promuovere un esecutivo con un Partito democratico rifondato e derenzizzato (operazione da compiersi attraverso calibrate scissioni dei gruppi parlamentari), con i suoi satelliti elettorali (Insieme, +Europa, Lorenzin, Svp) e con Leu. La seconda parte del secondo comma dell’art. 1 della Costituzione permette e giustifica un simile sviluppo.

 

Il M5S – grazie all’accordo sulle due cariche istituzionali – avrebbe acquisito sul campo i titoli politici per essere inattaccabile da destra. Da parte sua, la Lega, in un siffatto scenario che la vedrebbe restare nell’immediato all’asciutto, potrebbe in realtà beneficiare di un lauto tornaconto temporalmente differito. Non strappare con le altre componenti del centrodestra, rinunciando ad un’intesa governativa solitaria con i pentastellati così mantenendo fede all’unità dell’alleanza, accrescerebbe il reciproco sentimento di fiducia e lealtà da e verso l’ampio bacino politico-elettorale di area (quasi un 40%).

 

Si tratterebbe – da parte di Salvini – di una prova di fermezza strategica e di psicologia politica che faciliterà le condizioni per lanciare un’Opa nei confronti dell’intera coalizione in occasione delle prossime elezioni con una nuova legge elettorale (forse nel 2019 in abbinamento alle Europee). Tale soluzione permetterebbe anche di risolvere la disputa – altrimenti insolubile – su chi debba sedere a Palazzo Chigi e soprattutto chi debba rinunciarvi. In questo modo il nodo si scioglierebbe da sé a favore di Di Maio o di altro pentastellato. Ma Salvini si assicurerebbe il vantaggio di avere il monopolio dell’opposizione, leggasi praterie sterminate di azione politica, con relativo dividendo da incassare in futuro dopo aver esercitato una forza di attrazione all’interno della coalizione.

 

Questa nostra previsione, formulata all’indomani dell’elezione dei presidenti di Camera e Senato, recepisce un dato numerico di natura socio-politica già evidenziato dai risultati del 4 marzo: rispetto alle precedenti legislative del 2013, il M5S ha guadagnato il 7% ed il Pd ha registrato un’analoga speculare variazione, ma di segno opposto. Chiaro dunque un sostanziale travaso di elettorato tra le due formazioni, che il presidente della Repubblica, nelle sue valutazioni, non potrà non considerare.

 

Ecco il punto: Mattarella, abile democristiano, dirimerà equamente la questione dell’incarico che verrà presumibilmente affidato dapprima al centrodestra (prima coalizione) il quale, preso atto dell’indisponibilità del restante 63% di partecipare ad un governo a guida leghista, sarà costretto a rinunciarvi. Il secondo incarico spetterà allora al M5S (primo partito): ciò determinerà l’avvio di quell’articolato processo di ricerca e costruzione di base parlamentare al quale si è fatto cenno. Con in più un vantaggio: nessun oserà contendere la poltrona a Di Maio. Ai miracolati di centrosinistra non parrà infatti vero di poter scendere dall’Aventino vestendo i panni dei “responsabili” ed affermare che “è Mattarella che ce l’ha chiesto”. Intanto, così la simbiosi Lega-M5S sarà compiuta.

 

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