Restaurazione, l’unica rivoluzione possibile

Ogni possibile, futuribile rivoluzione, non potrà che consistere nella restaurazione della sovranità degli stati, della dignità del lavoro, dei principi etici della democrazia

 

Dalle elezioni del 4 marzo è emersa la profonda divaricazione sociale esistente nella società italiana. Il dissenso, se si sommano le percentuali ottenute da M5S e Lega alla quota degli astenuti, è largamente maggioritario nell’elettorato italiano. Tale dissenso ormai dilagante in Italia e in Europa, riflette le trasformazioni della struttura sociale subita dalla società italiana negli ultimi 20 anni. La progressiva scomparsa del ceto medio e della piccola e media impresa hanno comportato un rilevante mutamento in senso verticale dell’assetto sociale, con la conseguente ascesa delle classi più elevate e la proletarizzazione di massa della piccola e media borghesia.

L’accentuarsi della disuguaglianza ha creato un malessere sociale crescente e le forze politiche che hanno prevalso nelle elezioni non sono in grado di formare una maggioranza per il varo di un nuovo governo. In questa situazione di stallo, contrassegnata da estenuanti e inconcludenti trattative, si avverte però la presenza oscura di un convitato di pietra: l’Europa. Da Bruxelles vengono inviati chiari messaggi: un nuovo governo dovrà comunque rispettare i trattati e i parametri economico – finanziari europei e, qualora non si formasse un governo che possa offrire adeguate garanzie in tal senso, si renderà necessario costituire un governo tecnico, o del presidente, con l’eventuale intervento della troika, al fine di salvaguardare l’appartenenza (subalterna) dell’Italia all’Europa.

L’instabilità politica potrebbe fare innervosire i mercati. Viene spesso ripetuto dai media questo manta dal sapore mafioso. Infatti, l’adesione alla Nato e alla UE sono proposte che non si possono rifiutare.

Riforme europee e dissoluzione della democrazia

 

I governi succedutisi dal 2011 in poi (da Monti e Gentiloni), non sono stati formati da maggioranze legittimate dal consenso popolare, ma sono stati governi del presidente, varati per l’attuazione delle riforme del lavoro, della scuola, della pubblica amministrazione imposte dalla UE. Il devastante processo di dissoluzione dello stato sociale e la evidente subalternità del lavoro rispetto al capitale, sono le dirette conseguenze delle trasformazioni prodotte dal modello sociale neocapitalista – oligarchico che si è imposto in Europa.
Infatti gli organi direttivi della UE hanno espresso a chiare note il loro veto rispetto a governi che non garantiscano la sussistenza delle riforme sistemiche varate dai precedenti governi, quali il Job Act e la riforma Fornero.

Sono stati enfatizzati dai media fino alla nausea i risultati conseguiti dai governi Renzi e Gentiloni, in osservanza delle direttive europee. L’Italia è tornata alla crescita (1,5% nel 2017), il deficit è diminuito dall’1,6% allo 0,8% del Pil, grazie all’avanzo primario conseguito nel bilancio dello stato. E’ previsto il sostanziale pareggio nel 2020. Tuttavia tale avanzo primario del bilancio statale (differenza tra entrate e spesa pubblica, esclusi gli interessi sul debito), ha potuto essere realizzato mediante il prelievo di risorse che eccedono le spese e non vengono quindi ridistribuite alla collettività. Tale avanzo pertanto comporta una sottrazione di risorse che si traduce in un rilevante decremento dei redditi per i cittadini. Il debito pubblico ammonta al 130% del Pil; sulla sua mancata diminuzione prevista hanno inciso le erogazioni di fondi previsti dal decreto salva – banche.

Il Job Act ha determinato l’abolizione dell’articolo 18. Lo statuto dei lavoratori è stato di fatto abrogato in quanto la contrattazione collettiva viene ad essere integrata e/o sostituita da contratti settoriali o aziendali. E’ stata rimodulata la cassa integrazione e di fatto sostituita con l’indennità di disoccupazione. Sono state inoltre introdotte norme penalizzanti per il lavoratore per quanto concerne la possibilità di effettuare demansionamenti di qualifica del dipendente su decisione unilaterale dell’imprenditore. Da tale contesto emerge la istituzionalizzazione della precarietà e flessibilità del lavoro, il drastico ridimensionamento delle tutele sindacali e giuridiche del lavoratore, l’evidente squilibrio del potere decisionale dell’imprenditore rispetto ai lavoratori subordinati.

Renzi & C. affermano di aver creato nuovi posti di lavoro, ma in realtà si è determinata solo la diffusione della gig economy, dei contratto dei riders, giuridicamente considerati lavoro autonomo, ma in realtà svolti a cottimo, privi di minimi salariali e di qualsivoglia tutela assicurativa e sindacale. Gruppi multinazionali quali Amazon e Ryanair sono stati incentivati ad investire in Italia, Essi usufruiscono di agevolazioni fiscali e contributive, ma operano in aperto disconoscimento della legislazione del lavoro italiana a danno dei lavoratori che subiscono condizioni di palese sfruttamento.

Ma il programma di riforme europeo non si ferma qui, anzi avrà successive evoluzioni nell’ambito di un processo di razionalizzazione verticistica del neocapitalismo e di un progressivo irrigidimento dei parametri finanziari stabiliti dai trattati europei. Infatti nel 2018 la UE procederà al varo di nuove riforme riguardo agli NPL (crediti deteriorati delle banche), che incideranno in senso restrittivo nella erogazione del credito alle imprese e ai privati cittadini, il fiscal compact subirà irrigidimenti normativi che non consentiranno di usufruire della flessibilità concessa in passato nei bilanci degli stati.

La UE inoltre potrà condizionare l’erogazione dei fondi per gli investimenti e l’occupazione agli stati all’attuazione delle riforme: in Italia si vogliono imporre ulteriori riforme del mercato del lavoro, con la sostituzione del contratto nazionale di lavoro con il contratto aziendale. Oltre alla richiesta di una nuova riforma Fornero bis, per la sostenibilità del sistema previdenziale.
L’Europa ha esautorato la sovranità degli stati, l’oligarchia ha soppresso la volontà popolare, le riforme europee hanno condotto alla dissoluzione della democrazia.

 

Dissenso antieuropeo e disagio sociale crescente

 

Il popolo italiano ha espresso la sua protesta riversando il proprio consenso sulle proposte di M5S e Lega, quali il reddito di cittadinanza, la flat tax, l’abolizione della riforma Fornero. Al di là della fattibilità e dei benefici sociali (spesso discutibili) di tali proposte di riforma, occorre rilevare che il consenso riscosso da tali proposte, riflette una evidente situazione di disagio sociale avvertito dalle classi subalterne, che spesso vivono sotto la soglia di povertà.

– Reddito di cittadinanza. Tale misura ha il suo fondamento in apparenza su un diritto sociale, ma in realtà si rivela un provvedimento funzionale alle dinamiche del marcato capitalista. Non a caso è una riforma condivisa da economisti ultra liberisti, quali Milton Friedmann. Infatti, mediante l’erogazione di tali sussidi alle masse emarginate dal mercato del lavoro, si vogliono sostenere i livelli di consumo necessari alla sussistenza dell’economia capitalista. In realtà la problematica del reddito di cittadinanza rende evidente la resa senza condizioni di uno stato che rende manifesta la sua incapacità a creare lavoro e occupazione. Si è affermata la precarietà generalizzata del lavoro senza creare opportuni ammortizzatori sociali per sostenere la popolazione nei periodi di disoccupazione, oltre che a salvaguardare la dignità della persona sancita dalla costituzione.

Secondo i dogmi dell’economia liberale la spesa devoluta dallo stato al welfare si tramuterebbe in un ostacolo alla crescita. Ma senza il sostegno pubblico alla povertà e alla disoccupazione collasserebbe oltre che l’economia, anche la società. La stessa economia capitalista può sopravvivere in virtù del sostegno offerto dallo stato nelle sue crisi ricorrenti, altrimenti sarebbe scomparsa da tempo. Tra le voci della spesa pubblica improduttiva, da tagliare nei bilanci statali, non dovrebbero allora essere annoverati i fondi assistenziali erogati a questo capitalismo parassitario?

– Flat tax. Una riforma fiscale che contemplasse l’aliquota unica, incrementerebbe solo le disuguaglianze sociali, in quanto l’incidenza della pressione fiscale sui redditi bassi risulta essere più accentuata, rispetto ai redditi più elevati. E’ inoltre falso il presupposto secondo cui, detassando i redditi più alti, si incrementerebbero gli investimenti e la crescita. I surplus dei redditi detassati si riverserebbero in investimenti finanziari e consumi di lusso, con irrilevanti ricadute sulla crescita produttiva. L’esperienza reaganiana della flat tax, ora riproposta in era trumpiana, ha dimostrato che tale sistema di tassazione proporzionale non produce crescita, ma calo del gettito fiscale, che finisce per essere compensato da un aumento del debito pubblico.

Occorre però rilevare che le varie riforme fiscali succedutesi negli ultimi 20 anni in Italia hanno creato un sistema fiscale in cui l’imposta progressiva viene ormai applicata solo sui redditi da lavoro (sia da lavoro dipendente che autonomo). L’aliquota proporzionale IRES sui redditi delle società di capitale ha subito ribassi rilevanti (dal 34% del 2003 al 24% del 2018), i redditi di capitale hanno l’aliquota proporzionale (e godono in taluni casi della ritenuta a titolo d’imposta e divengono quindi redditi non cumulabili altri soggetti alla progressività), così come in parte i redditi fondiari. Si è quindi dato luogo ad una palese discriminatoria sperequazione tra redditi di lavoro e redditi di capitale.

E’ stato quindi palesemente disatteso il dettato costituzionale che prevede l’imposta progressiva. In Italia oggi la pressione fiscale eccessiva sui redditi da lavoro ha garantito il gettito erariale ma ha penalizzato il reddito e il risparmio della stragrande maggioranza dei cittadini. La progressività dell’imposta ha una duplice funzione, sia sociale che economica: da un lato costituisce un argine agli eccessivi differenziali di reddito e quindi alla disuguaglianza sociale, dall’altro si rivela un efficace meccanismo di redistribuzione del reddito. Sarebbe necessaria una riforma che introduca fasce di aliquota più ampie, con la diminuzione quelle più basse e l’innalzamento di quelle più alte.
Una riduzione della pressione fiscale si rende comunque necessaria. Occorre però al contempo creare occupazione e reddito diffuso incrementando i redditi più bassi. Si verificherebbe allora un aumento della base imponibile rendendo possibile una riduzione della pressione fiscale ed anche, potenzialmente un aumento del gettito.

– Abolizione della legge Fornero. I drammi scaturiti dall’aumento dell’età pensionabile sono noti a tutti. Così come la tragedia degli esodati, masse di lavoratori rimasti, in concomitanza con l’approvazione della legge Fornero, senza pensione e senza lavoro. Le pensioni, già decurtate dalla riforma Treu, sono spesso sotto i limiti di sopravvivenza.
Il taglio sempre più accentuato della spesa pensionistica è del tutto coerente con la logica produttivistica capitalista. Con le pensioni vengono retribuiti ex lavoratori non più in grado di essere produttivi, che, secondo la logica della forma merce propria del liberismo economico, sono, al pari delle merci obsolete e fuori mercato, suscettibili di rottamazione o di liquidazione a prezzi stracciati.

L’insostenibilità del sistema previdenziale italiano è una conseguenza proprio dell’avvento delle riforme neoliberiste della UE. All’invecchiamento della popolazione fa riscontro una disoccupazione giovanile dilagante che impedisce un adeguato finanziamento del sistema previdenziale. L’innalzamento dell’età pensionabile non ha risolto il problema, ma al contrario è divenuto un elemento di ulteriore impedimento o di ritardo per l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Ma soprattutto sono la precarietà del lavoro, i contratti atipici e il generalizzato ritardo dei giovani nell’accesso al lavoro che hanno generato una drastica riduzione delle entrate nelle casse previdenziali a rendere insostenibile il sistema. Sussistono inoltre regimi previdenziali privilegiati per alcune categorie (tra cui i politici), consolidatisi negli anni, su cui le riforme penalizzanti per la generalità dei cittadini non hanno inciso.
Solo con la creazione di occupazione stabile sarebbe possibile ampliare l’imponibile contributivo e quindi garantire la sostenibilità del sistema previdenziale.
ll capitalismo neofeudale della rendita finanziaria
Il malessere sociale ed il dissenso hanno dunque radici profonde. Il distacco del popolo dalle istituzioni è evidente ed irreversibile. Il depauperamento delle masse, l’assenza di mobilità sociale, il pessimismo diffuso per il futuro dei giovani, sono conseguenze evidenti della instaurazione di un sistema capitalista oligarchico, che ha provocato un devastante degrado sociale.

Lo stato di disuguaglianza in cui versano l’Italia e l’Europa è dovuto alla precarietà del lavoro, la compressione salariale e l’erosione dei redditi che hanno coinvolto i popoli negli ultimi 20 anni, in concomitanza con la costituzione della UE.

Secondo l’economia liberale, il corso dei salari deve essere agganciato alla produttività. Ma agli incrementi di produttività dovuti al progresso tecnologico, ha fatto riscontro una stagnazione ultradecennale dei salari. La competitività sfrenata ha generato concorrenza al ribasso tra i lavoratori dei diversi paesi. In realtà l’incremento della produttività non retribuita ai lavoratori è stata incorporata nei profitti sempre più elevati degli azionisti e nei compensi stratosferici del management: il neoliberismo non ha prodotto nuova ricchezza, ma ha semmai effettuato un trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale. Gli economisti affermano che i salari potrebbero aumentare qualora si verificasse un incremento di produttività tale da garantire immutati profitti. Innanzi tutto non si comprende a quali astronomici livelli debba aumentare la produttività. Ma soprattutto occorre rilevare che il profitto è per definizione la remunerazione spettante all’imprenditore, a fronte del rischio di impresa. Il profitto è per sua natura variabile ed incerto, perché soggetto ai rischi degli investimenti e ai mutamenti ricorrenti delle condizioni di mercato in cui opera l’impresa. Nell’era del capitalismo assoluto il profitto si è invece tramutato in una variabile indipendente dal ciclo economico, una rendita finanziaria che deve essere comunque garantita. Da tutto ciò emerge che il neoliberismo ha trasformato il profitto in rendita finanziaria, a discapito degli investimenti e della distribuzione del reddito.
La classe dominante ha inaugurato l’era del neofeudalesimo capitalista, fondata sul privilegio familiare e di classe, e sulla rendita finanziaria. L’economia del capitalismo assoluto ha stravolto i parametri dell’economia classica. Nelle fasi di crescita economica non aumentano i prezzi e l’inflazione, perché l’innovazione tecnologica e la presenza di un vasto esercito industriale di riserva costituito dai migranti, sono elementi che determinano la stagnazione, se non la compressione salariale. Nelle fasi di crisi economica i profitti hanno da sempre registrato un ribasso, mentre oggi invece si mantengono spesso inalterati. Il rischio di impresa e i costi sociali delle crisi vengono riversati sui lavoratori.

 

La restaurazione, l’unica rivoluzione possibile

 

Il modello di società oligarchico instauratosi a seguito delle riforme europee realizzate e di quelle in corso di attuazione, ha determinato un livellamento verso il basso delle classi medie e di quelle già socialmente disagiate che si accentuerà nel prossimo futuro. Così si esprime Josef E. Stiglitz riguardo alle diseguaglianze sociali del nostro presente: “In breve, abbiamo creato un sistema economico e sociale e una politica in cui, andando avanti, le attuali disuguaglianze non soltanto è possibile che si perpetueranno, ma verranno esacerbate; possiamo prevedere per il futuro una maggiore disuguaglianza di capitale tanto umano che finanziario”. (Dal libro di Josef E. Stiglitz “Il prezzo della disuguaglianza, Einaudi 2013”.

L’Italia, già mutilata della propria sovranità economica e monetaria dalla UE, non può eleggere governi e maggioranze contrapposte o alternative all’Europa. La crisi italiana non è stata determinata tanto da una classe politica incapace e/o corrotta, quanto dalla imposizione di un sistema neocapitalista rivelatosi fallimentare.
Sin dalle sue origini settecentesche, l’ideologia illuminista / liberale si è identificata con il progresso, che è per definizione fonte illimitata di libertà ed emancipazione. Il capitalismo globale del XXI° secolo si è certo identificato con il progresso, ma si è oggi rivelato oscurantista, oligarchico, neofeudale ed antistorico.

Pertanto ogni possibile, futuribile rivoluzione non potrà che consistere in una restaurazione della sovranità degli stati, della dignità del lavoro, dell’uguaglianza dei cittadini. Dovrà dunque essere restaurata la democrazia con i suoi fondamentali principi etici. Ogni opposizione che non converga con la necessità storica della restaurazione dei valori dominanti nel XX° secolo è destinata al fallimento. Il dissenso sociale dilagante non ha trovato fino ad oggi forze politiche adeguate a rappresentarlo, quale opposizione al sistema. Opposizione, o meglio restaurazione rivoluzionaria cercasi….

You can leave a response, or trackback from your own site.

2 Responses to “Restaurazione, l’unica rivoluzione possibile”

  1. BestShenna ha detto:

    I have noticed you don’t monetize your page, don’t waste your traffic,
    you can earn extra cash every month because you’ve got hi quality content.

    If you want to know how to make extra bucks, search for: Ercannou’s essential adsense alternative

  2. restaurazione-l ha detto:

    Joy Mallo

    Ogni possibile, futuribile rivoluzione, non potrà che consistere nella restaurazione della sovranità degli stati, e dei principi etici della democrazia

Leave a Reply

Powered by WordPress
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: