Immoral suasion

Il veto quirinalizio su Paolo Savona al dicastero dell’Economia è la cartina tornasole della sovranità limitata e della subalternità dell’Italia nel contesto internazionale

 

Il tormentato percorso della gestazione dell’esecutivo Lega-M5S, dopo l’accelerazione impressa dalla designazione congiunta da parte delle due forze politiche del prof. Giuseppe Conte e dall’incarico da questi ricevuto dal presidente della Repubblica, accettato con riserva, di formare il governo, ha subito una grave battuta d’arresto sul nome di Paolo Savona, classe 1936, indicato dalla Lega, con l’appoggio del M5S, a ricoprire la funzione di futuro ministro dell’Economia.

A mettersi di traverso è stato il Presidente Sergio Mattarella il quale, con un tenace ostruzionismo si è reso zelante interprete dei desiderata dell’Unione europea e delle principali cancellerie non troppo benevole nei confronti di un’Italia finalmente desiderosa – almeno nelle intenzioni – di riappropriarsi del proprio destino di nazione di rango e di rinegoziare le condizioni di partecipazione ai trattati economici.

 

Il solo simulacro di rinascita di sovranità politica e monetaria, ancora tutta da realizzare e con tutti i condizionamenti del caso, è stato prontamente giudicato intollerabile dalla Commissione europea – ben noto esempio internazionale di negazione istituzionale di metodo democratico – nonché dai vertici di Francia e Germania, solerti nel distogliere le rispettive opinioni pubbliche dalle difficoltà interne.

 

Il veto su Paolo Savona non riguarda la sua persona, il suo curriculum, la sua pluridecennale esperienza professionale, accademica e governativa. La questione è più grave. Ciò che per Mattarella e per i suoi referenti internazionali risulta inammissibile sono le sue idee, il suo giudizio tecnico sull’euro: valutazioni giuridiche e funzionamenti economici che il professore conosce minuziosamente, dal di dentro. Questo è ciò che non viene perdonato a Savona, questo è ciò che gli vale la qualifica di impresentabile, di indesiderabile e, dunque, di inadatto a rappresentare l’economia italiana in Europa e nel mondo.

 

La vicenda dell’ostinazione quirinalizia merita alcune puntualizzazioni. Secondo la Costituzione, il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato: in questa veste può essere considerato il garante della Carta. Ciò premesso, ricordiamo che l’articolo 1 stabilisce che il popolo esercita la sovranità nelle forme e nei limiti della Costituzione (dunque l’esito delle elezioni è diretta espressione di sovranità). Secondo l’articolo 21 tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero (e quindi anche di non essere discriminati a causa di esso). L’articolo 32, inoltre, statuisce la libertà della scienza (anche di quella economica, immaginiamo) e del suo insegnamento.

 

Tali norme lette in maniera integrata, tracciano un quadro inquietante del pericoloso sentiero che l’attuale Garante sta percorrendo. Anche alla luce di un altro elemento che è doveroso non tralasciare. Secondo la sentenza n. 1/2014 della Corte costituzionale – organo che assicura il rispetto della Costituzione da parte delle altre fonti normative – la legge utilizzata per eleggere il Parlamento (nel 2006, 2008 e) nel 2013 è stata dichiarata incostituzionale. Ebbene, il Parlamento, così illegittimamente composto, nel 2015 elesse Sergio Mattarella presidente della Repubblica. Da notare – sia detto incidentalmente – che il presidente dovrebbe conoscere bene quella sentenza, essendo all’epoca membro della stessa Consulta.

 

All’indomani del referendum del 4 dicembre 2016 avanzammo l’idea che dopo le elezioni legislative del 2018 (quelle del 4 marzo, per intendersi) e dopo la fiducia al nuovo governo, il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto rassegnare le dimissioni per sanare – come dicemmo – “quel vulnus di legittimità e ripristinare (anche con una sua ricandidatura) un quadro di correttezza giuridica e trasparenza politica”.

 

A distanza di un anno e mezzo, il braccio di ferro sul prof. Savona rende quell’ipotesi non solo auspicabile, ma addirittura doverosa. Con una forzatura politico-giornalistica saremmo tentati di consigliare al Presidente uno scatto d’orgoglio, anticipando le sue dimissioni come soluzione giuridico-costituzionale all’impasse da lui stesso determinata. Ci chiediamo perché i due movimenti alleati nel tentativo di dar vita al “governo del cambiamento” non abbiano utilizzato questa carta negoziale per piegare la resistenza della conservazione antinazionale.

Ciò detto, se non si trattasse del capo dello Stato, sarebbe lecito domandarsi con quale autorità Mattarella ponga veti ad un nome espressione – seppur mediata – della maggioranza dei voti espressi democraticamente alle ultime elezioni e porsi, in questo modo, in opposizione alla volontà popolare, leggasi al richiamato articolo 1, e dunque al principio fondamentale della Costituzione, ovvero alla democrazia.

 

Invece di brandire minacciosamente la clava dell’articolo 92, nascondendocisi dietro, Mattarella farebbe bene invece a rileggere in filigrana l’articolo 90: le due spiacevoli fattispecie ivi menzionate potrebbero riguardarlo. Anche se in cuor nostro non ce lo auguriamo.

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13 Responses to “Immoral suasion”

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