Un appello, anzi un invito ai ricchi

La globalizzazione ha prodotto squilibri distributivi ed eccessi nella concentrazione della ricchezza

 

 

DISUGUITALIA (i dati della disuguaglianza economica in Italia) è un inserto del nuovo rapporto Oxfam Italia, dal titolo “Ricompensare il lavoro, non la ricchezza” e costituisce un sintetico aggiornamento sulla distribuzione statica della ricchezza netta in Italia a metà del 2017. La rielaborazione di Oxfam si basa su dati, modello econometrico e metodologia di stima utilizzati da Credit Suisse per la stesura delle edizioni più recenti del Global Wealth Report e Global Wealth Databook e permette di fotografare gli squilibri distributivi e gli eccessi nella concentrazione della ricchezza netta alla fine del primo semestre 2017.

Questi i dati della “torta”:

Il 20% più ricco possiede il 66,41% della ricchezza nazionale
Il 20% successivo il 18,76%
Il 40% successivo il 14,74%
Il 20% più povero lo 0,09%

L’ammontare complessivo della ricchezza nazionale netta alla fine del primo semestre 2017 è pari a 10.853 miliardi di dollari e ha registrato un aumento di 706 miliardi in 12 mesi. Un’analisi più dettagliata rispetto al primo 20% della “torta” porta ad evidenziare la seguente ripartizione percentuale:

L’1% più ricco possiede il 21,50% della ricchezza nazionale pari a 2100 miliardi
Il 4% successivo il 18,00% pari a 1800 miliardi
Il 15% successivo il 26,91% pari a 2691 miliardi

Se si suppone, per facilitare i calcoli che la popolazione italiana ammonti a 60 milioni (arrotondamento per difetto) risulta che:
ricchezza pro-capite media

600.000 italiani possiedono il 21,50% di 10.853 miliardi di dollari, 3.5 milioni
2.400.000 di italiani il 18,00% 0.615
9.000.000 di italiani il 26,91% 0.300
12.000.000 di italiani il 18,76% 0.300
24.000.000 di italiani il 14,74% 0.060
12.000.000 di italiani lo 0,09% 0.000750

Se si ipotizza una donazione, in un anno, di 36.000 dollari da parte dei 600.000 italiani più ricchi, 9.000 dollari da parte dei 2.400.000 successivi, 2.400 dollari da parte degli ulteriori

9.000.000 e 1.800 dollari da parte dei rimanenti 12.000.000, coinvolgendo dunque soltanto i 24.000.000 più ricchi si ottiene:
600.000 x 36.000 = 21.6 miliardi
2.400.000 x 9.000 = 21.6 miliardi
9.000.000 x 2.400 = 21.6 miliardi
12.000.000 x 1.800 = 21.6 miliardi

Per un totale di 86.4 miliardi di dollari. Con una tale “dote”, un governo rispettoso delle sorti dei più deboli e della nostra nazione, potrebbe “sposare” politiche espansive e farsi valere anche in Europa dove, va detto con chiarezza, non si può sopportare l’invadenza tedesca e francese, pronte ad avallare politiche di austerità nei nostri confronti. I trattati europei, cui politici improvvidi ci hanno legati, sporcando la nostra Costituzione con l’articolo 81 (pareggio di bilancio), non possono continuare a svolgere il ruolo di capestro, in favore della finanza internazionale. Occorre pensare ad una Europa dei popoli realmente indipendente, in particolare dagli Stati Uniti d’America!

Quello fatto è soltanto un esempio. La tabella che segue riporta quanti miliardi di dollari si possono ottenere con donazioni diverse:

Con 30.000 dollari (quota dei più ricchi) si ottengono 72 miliardi,
con 27.000 dollari 64.8 miliardi,
con 24.000 dollari 57.6 miliardi

Il quadro complessivo che evidenzia, per ciascun gruppo, la rata mensile delle quattro possibili donazioni evidenziate è il seguente:
rate mensili in dollari

600.000 3.000 2.500 2.250 2.000
2.400.000 750 625 562,5 500
9.000.000 200 167 150 134
12.000.000 150 125 112,5 100

Resta un’ultima considerazione. Quando in Italia si parla di patrimoniale tutti si allarmano e pensano a chissà quale disastro. Eppure anche la Cristine Lagarde, regina del Fondo Monetario Internazionale in questi giorni suggerisce questa strada di solidarietà, a fronte di squilibri sociali così evidenti. E, proprio per questo, ho pensato ad un atto di generosità dei più ricchi in favore dei loro concittadini più diseredati ma anche del loro Stato.

In realtà, la donazione che io propongo è veramente piccola cosa per le tasche dei ricchi. Pensate che, a bocce ferme, sembrerebbe una donazione dell’1,4% della propria ricchezza. Ma se si pensa che la ricchezza è cresciuta in un anno del 6,5% (706/10.853) si tratterebbe soltanto di una modesta parte dell’interesse maturato in un anno! Ho pensato ad un atto di generosità, sapendo bene a chi mi rivolgevo! Senza ironia e senza malizia.

 

Alcune considerazioni politiche sulla globalizzazione

 

Il pensiero unico della dittatura neoliberale della globalizzazione si configura:

– in un aspetto economico (il neoliberismo, appunto, contrapposto ad un ventaglio di figure diaboliche come il comunismo, il keynesismo, il populismo sociale, il protezionismo ecc.),
– un aspetto politico (la preferenza per il sistema elettorale bipolare maggioritario, con contestuale formazione di due direzioni “centriste responsabili” in entrambi i poli, invitati ad enfatizzare le loro differenze identitarie sulla base di profili culturali estranei alla “polpa” economica),
– un aspetto culturale (un multiculturalismo alla Benetton, caratterizzato da girotondi di bambini bianchi, neri e cinesi, unificati da un comune accesso ad un’unica società dei consumi, in cui l’unica diseguaglianza “razziale” non è più la pelle, ma la differenza dei redditi).

Questo pensiero unico tende:

– al monolinguismo (unica lingua globale, la lingua inglese; le altre, solo per folklore locale, mafia italiana, grosso e grasso matrimonio greco, corride spagnole, birrerie tedesche, cultura sofisticata francese ecc.),
– all’ecumenismo religioso unificato (onora il tuo Dio come vuoi, purché questo Dio non abbia obiezioni etiche ed economiche verso la globalizzazione e la società mondiale dei consumi),
– ad un unico bilancio “condiviso” del passato storico (il Novecento fu orrendo, perché funestato dal totalitarismo nazista e comunista, l’utopia è però stata definitivamente falsificata e si tratta solo di estendere i diritti umani universali a pochi Stati–canaglia recalcitranti).

Questo pensiero unico idolatrico – la religione del mercato è infatti una vera e propria idolatria in senso letterale – è incompatibile:
– sia con la democrazia intesa come autogoverno delle piccole comunità,
– sia con la democrazia intesa come forma di governo politica degli Stati nazionali moderni,
– sia con la democrazia intesa come prevalenza del demos, cioè della parte più povera della popolazione.

Si tratta di tre incompatibilità distinte e nello stesso tempo in correlazione tra loro, per cui l’unica interconnessione, che personalmente vedo nella globalizzazione, è proprio questa. E’ pertanto logico e del tutto normale che, quello che è spesso impropriamente chiamato movimento anti-globalizzazione e No Global, non sia un movimento “puro” e unitario, ma un’alleanza quasi sempre instabile tra:

– chi difende le comunità,
– chi difende lo Stato nazionale – inteso come somma di sovranità monetaria e di sistemi di welfare –
– chi difende gli interessi del demos inteso come aggregato degli economicamente svantaggiati.

Queste tre componenti parlano tre lingue diverse, mentre il partito unico della globalizzazione ne parla una sola: l’inglese operazionale dei mercati finanziari.

C’è dunque bisogno di una specie di “servizio di interpretariato”, per far parlare e decidere insieme queste tre componenti distinte. In estrema sintesi, la democrazia, nell’epoca della globalizzazione, si pone, per ora, come un problema di mediazione linguistica. L’avversario dispone già di una lingua veicolare, noi invece dobbiamo generalizzarne l’apprendimento.

Per quanto riguarda il rapporto fra la globalizzazione e le comunità locali, è evidente che essa annulla ogni possibile democrazia. Democrazia, per le comunità locali, significa soprattutto autodeterminazione sui sistemi produttivi e sugli ecosistemi ambientali, in cui queste comunità vivono e si riproducono. Il motto proposto per l’autodeterminazione democratica delle comunità locali è “agire localmente, pensare globalmente”, ed è difficile trovarne uno più appropriato. Si pensa globalmente in termini di ambiente e di sviluppo sostenibile e si agisce localmente in termini di difesa del territorio e del suo ecosistema. Al di fuori di questo quadro, si entra in un sistema orwelliano, in cui verrebbe chiamata “democrazia” la costrizione ad adeguarsi a scelte presunte “sistemiche” fatte altrove. E’ vero che, se si agisce localmente e non si pensa globalmente, qualsiasi comunità può essere tacitata e corrotta spostando altrove il suo problema (tipo: Tu non vuoi l’inceneritore e, siccome hai un deputato locale potente, lo spostiamo in un posto, in cui il deputato locale conta come il due di picche»). E’ questa la ragione, per cui un agire locale senza un pensiero globale non risolve il problema.

Per quanto riguarda il rapporto fra la globalizzazione e la sovranità dello Stato nazionale, è evidente che esso oggi ruota sui progetti di ridimensionamento e/o di smantellamento del welfare. C’è chi non teme questi progetti, anzi ne è segretamente contento, perché pensa che così si possa superare la passività assistenzialistica prodotta dallo statalismo e si possa quindi tornare al cooperativismo volontario ottocentesco delle origini. Io non condivido affatto questa opinione, la considero anzi una pericolosa sciocchezza.

Il welfare:
– non è stato un regalo keynesiano, attuato in deficit del bilancio pubblico,
– non una “toppa” messa ad un abito sdrucito,
– non una semplice mossa di arginamento del comunismo e delle sue possibili seduzioni, anche se non trascurerei di esaminare questa eventualità.

Il welfare è stato essenzialmente:
– una conquista democratica,
– un’attenuazione virtuosa del “regno della necessità”.

La prevalenza del capitale finanziario, e delle sue esigenze globalizzate di concentrare rapidamente gigantesche somme di denaro per le strategie di tipo bellico, porta naturalmente a un impoverimento del welfare e delle sue spese, considerate “improduttive”. Si vorrebbe allora una democrazia, che accettasse, ed anzi favorisse fra canti popolari, lo smantellamento del welfare.

Per quanto riguarda, infine, la globalizzazione nel suo rapporto con la prevalenza del demos, le statistiche parlano da sole, poiché da esse si evince l’aumento del differenziale dei redditi fra la parte più ricca e la parte più povera della popolazione e il fatto che ormai il bilancio di una multinazionale media è molto più alto di quello di un popoloso Stato asiatico o africano. Chi non si fida delle opinioni e sostiene che invece la matematica non è un’opinione, è invitato a dare un’occhiata alle statistiche del cosiddetto “svi1uppo”. C’è chi crede che la globalizzazione faccia bene all’agricoltura: chi lo crede, è invitato a riflettere sulle ragioni, che spingono gli emigranti poveri ad affollarsi su barconi sfondati, pagando per questo un prezzo superiore a quello pagato dal turista europeo medio, che fa il percorso inverso sul Mediterraneo in una confortevole cabina di una nave da crociera. E’ anche vero, però, che solo chi “pensa globalmente” è in grado di istituire questo scandaloso rapporto.

L’affermazione, per cui la globalizzazione, al di là dei buoni propositi, è negativa, non è dunque settaria ed estremistica, ma è purtroppo un’affermazione fattuale. A questo punto, però, il ragionamento deve articolarsi ulteriormente, prendendo separatamente in esame gli aspetti interni, prima, e gli aspetti esterni, poi, di questo svuotamento della sovranità delle decisioni democratiche.

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7 Responses to “Un appello, anzi un invito ai ricchi”

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