Accogliamoli tutti

 

 

 

 

 

 

 

I primi ad esserne felici dello stop all’immigrazione sarebbero proprio i migranti, costretti a spostarsi alla ricerca di un futuro migliore. 

 

Una mattina mi son svegliato, e ho trovato l’invasor

 

 

“È il cuore del Piemonte, quello aspro e severo

come solo la montagna sa essere e non è

davvero un posto per tutti. È uno di quei posti

dove vai solo per due motivi: o per lasciare il

rumore del mondo, oppure per combattere”.
G. Ruotolo

 

Montoso, località a metà strada tra Cuneo e Torino, è davvero “il cuore del Piemonte, quello aspro e severo”. Nelle parole del partigiano che aprono questo articolo, viene rimarcato che vi si può andare solo per isolarsi o per fare guerriglia. Di sicuro, non per integrarsi.

È in questo luogo che si svolse quella che Giovanni De Luna, docente all’Università di Torino, chiama la Resistenza Perfetta. Dopo l’8 settembre 1943, Montoso era diventato uno dei principali punti di convergenza per quegli ufficiali e sottufficiali antifascisti, soldati sbandati, giovani renitenti alla leva, gente stanca della guerra e sfollati dalla città che decisero di prendere le armi in difesa della propria patria. La Val Luserna, ben presto dichiarata Bandengebiet (zona infestata da bande) vedeva attiva la 105^ Brigata Garibaldi guidata da due grandi figure: Pompeo Colajanni (uno dei primissimi promotori delle bande partigiane) e Ludovico Geymonat (grande filosofo e intellettuale piemontese).

 

Chi tornasse oggi su quei monti, per rivivere in prima persona uno degli itinerari storici della Resistenza, potrebbe imbattersi in qualcosa di inaspettato, un “invasore” tanto incolpevole quanto spaesato.

Un bizzarro esperimento di integrazione ha infatti portato 16 giovani uomini – provenienti da Togo, Nigeria, Senegal e Guinea – ad essere ospitati nell’ex albergo Chamois d’or, oggi di proprietà di una società cinese. Al centro del paese, nella piazza intitolata proprio ai martiri della libertà.
Sedici migranti per trenta residenti: ogni tre abitanti di questo paesino sperduto nelle montagne del cuneese, uno è di colore. Nulla di male, ma bizzarro.

 

Tutto il contrario del vademecum dell’accoglienza, con buona pace delle velleità cosmetiche del sistema SPRAR, nato per gestire il fenomeno migratorio con l’idea di non concentrare richiedenti asilo e profughi in città, dentro strutture sovraffollate, ma di distribuirli sul territorio per gestirli meglio con l’aiuto di istituzioni e associazioni locali (quando ci sono, ovviamente).
La struttura per ospitare migranti dovrebbe essere “collocata in luoghi abitati, facilmente raggiungibili da servizi di trasporto pubblico al fine di favorire la partecipazione alla vita sociale e l’accesso ai servizi del territorio”. Ma come i giovani africani raccontano all‘inviato de La Stampa, il paese più vicino, dove ci sono i servizi, è Bagnolo Piemonte, a 10 km di distanza.
Confessa Martin (25 anni, nigeriano): «Qui non c’è niente da fare. Vogliamo lavorare, ma non ci sono proposte». I migranti si sono mossi finora con l’autostop: «abbiamo provato a raggiungere Bagnolo chiedendo un passaggio – raccontano – per vedere com’era il paese e conoscere qualcuno: qui ci sentiamo soli».
Qualcuno dirà che li abbiamo mandati in villeggiatura “con i soldi nostri”. Ma la verità è ancora più fastidiosa, e dovrebbe farci arrabbiare molto di più.

 

Con le case degli altri son tutti bravi a predicare l’accoglienza, e come accade sempre più spesso (in Piemonte e in altre regioni italiane) i richiedenti asilo vengono spediti in una località turistica dove “non nevica firmato”, dove il residente è l’operaio Fiat o il medio impiegato che – dopo una vita di sacrifici, nell’epoca d’oro della prima repubblica – è riuscito a comprarsi un monolocale in cui trascorrere i weekend. E che, come è naturale, reagisce con preoccupazione di fronte all’ennesima svalutazione del proprio immobile.

 

I soliti benpensanti condanneranno questi rozzi villeggianti come xenofobi, retrogradi e razzisti. Tuttavia, cianciare di accoglienza vivendo in collina e pontificando dalle terrazze del Sestriere è un gioco facile, che la sinistra conosce bene.
Come sempre la regola è: immigrati sì, ma per favore non tra i piedi. Una “incondizionata” solidarietà nei confronti dell’immigrato immaginario, purché quello in carne e ossa non entri a casa nostra.
I radical chic amano i profughi, purché non vadano a Capalbio. Ci spiegano che è dovere di tutti accogliere, ma stranamente il loro buonismo ciarliero si scarica esclusivamente sulle spalle di chi vive in posti di per sé periferici e già problematici.
Come diceva la canzone, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Il centro del sistema allontana da sé il problema, ed esorcizza le difficoltà e le inquietudini che genera nei ceti popolari ricorrendo all’onnipresente armamentario politicamente corretto.

 

Se li portassero al Sestriere, nelle stesse proporzioni? Assisteremmo alla stessa svalutazione degli immobili che stanno subendo queste piccole località turistiche, e al sorgere di “barricate xenofobe” erette da esponenti imbellettati della gauche caviar.

E questo sì, sarebbe davvero bizzarro.

 

Accogliamoli tutti.

 

L’idea dell’accoglienza illimitata è sostenibile all’interno di un contesto di prosperità, di sufficiente copertura dei servizi sociali, di creazione di posti di lavoro. Cioè di benessere diffuso e sufficientemente redistribuito. Non è il nostro caso, purtroppo. Si deve scegliere fra priorità, fra l’aiutare i propri cittadini o agire nel nome di un egualitarismo di maniera che non aiuta nessuno, né i propri cittadini né, alla lunga, gli immigrati.
Definire l’italianità il criterio per favorire, nell’assegnazione di servizi sociali, alcune famiglie rispetto ad altre, probabilmente non è di sinistra, non è cristiano, non è giusto. Ma non si può, non si deve, evitare di guardare cosa realmente si muove nella pancia, nel cuore e nella testa di quelle famiglie italiane che si trovano dietro a quelle immigrate, più numerose, in queste particolari graduatorie della disperazione.

Non ci sono soluzioni facili, come per tutti i problemi complessi. Ci sono però narrazioni che mistificano, a destra e a sinistra.

I radical chic amano i profughi, purché non a Capalbio. La destra vagheggia impossibili stop all’immigrazione. In mezzo ci siamo noi, che a Capalbio ci possiamo permettere di acquistar poco o nulla; e la seconda casa ce l’abbiamo, se va bene, a Montoso.  In mezzo, ci sarebbe da gestire un fenomeno imponente e problematico, in una società che non è più opulenta come una volta.

Che interi segmenti produttivi e mestieri siano stati spazzati via dalla globalizzazione è un dato di fatto. Che gli immigrati si concentrino in quartieri periferici, lasciando relativamente tranquilli i ceti medi urbani, è anch’esso un dato di fatto. Che la concorrenza degli immigrati tocchi soprattutto i ceti popolari è ancora un dato di fatto. Che una parte dei posti di lavoro conquistati dagli immigrati siano sottratti ai nativi, e che in alcuni settori la presenza di un “ceto industriale di riserva” composto da immigrati possa comprimere i salari e peggiorare le condizioni di lavoro di tutti è evidente.

Non è che a sinistra non lo sappiano. E’ che non gliene frega niente.

A destra lo sanno, forse, ma sono intontiti dallo slogan improbabile “aiutiamoli a casa loro”.

I primi ad esserne felici dello stop all’immigrazione sarebbero proprio i migranti, costretti a spostarsi alla ricerca di un futuro migliore. Per frenare il fenomeno andrebbero fatte cose che saremmo ben lieti di vedere: andrebbe redistribuito il potere tra salari e profitto, a favore dei salari, per offrire lavori dignitosi agli italiani e creare nuove opportunità lavorative; non lavori a basso costo per poveracci. Andrebbero cambiate le politiche ambientali per evitare gli effetti del riscaldamento globale e quindi le migrazioni dovute a disastri ambientali. Andrebbero fermate guerre dietro a cui si celano le grandi potenze globali. Andrebbero sposate politiche di sviluppo locale ben diverse da quelle che noi occidentali attuiamo ora, basate sull’estrazione di risorse naturali e sul trading finanziario di materie prime alimentari. E soprattutto, andrebbero creati spazi di democrazia in quei paesi dove i dittatori sono “figli di puttana, ma sono i nostri figli di puttana”. Una strategia mondiale di inversione di rotta che non esiste oggi. Chi parla di aiutarli a casa loro mente sapendo di mentire.

Tra l’impossibile “accogliamoli tutti, senza se e senza ma” della sinistra e l’altrettanto impossibile “fermiamo l’invasore” della destra, ci siamo noi, alla ricerca di un possibile compromesso.

Un compromesso di convivenza in un quadro in cui c’è lavoro perché viene redistribuito, ad esempio. In cui le politiche d’austerità lasciano spazio a politiche espansive che si occupano delle nostre periferie abbandonate, per fare un altro esempio. Un mondo dove vivremmo meglio tutti noi, autoctoni o immigrati, che faremmo a meno di facili slogan elargiti a piene mani da palazzi del centro storico di Roma o dalle piazzette di Portofino.

 

 

Acido kalergico.
Immigrazione, sedativi buonisti e bad trip

 

 

Chi ama il politicamente corretto è pregato di voltare pagina.

 

Nell’era di Internet molti cittadini vivono in una personalissima bolla di irrealtà e non sono propensi a mettere in dubbio verità consolidate, specie su argomenti sensibili come l’immigrazione, dove ciascuno coltiva granitiche certezze.

Quando si osa affrontare tali materie si corre il rischio di assistere a isterismi veri e propri, accompagnati da denunce di razzismo lanciate in ogni occasione, per conflitti di ogni tipo, la qual cosa fa perdere la capacità di leggere la realtà e soprattutto porta a inimicarsi sempre più ampie fette di popolazione, che si sentono additate (“siete degli ignoranti”), attaccate, non comprese nelle loro paure ed esigenze.

Sempre più spesso, ci si imbatte in individui che – per opporsi a fantomatici fascismi e per paura di “dargli spazio” – finiscono per sottacere, o addirittura negare, l’esistenza di problemi concreti legati all’integrazione, giungendo così a difendere l’indifendibile.

Un po’ come accade per le tante difficoltà e ingiustizie legate all’Unione Europea, dove si ripete la stessa strategia della rimozione, la stessa “anestesia della ragione”: i problemi vengono negati per paura di aprire il campo alla destra, lasciando gioco facile proprio a chi critica l’UE da posizioni estreme, che può ergersi ad unico difensore dei ceti popolari. Una siffatta opposizione finisce per alimentare esattamente quello che vorrebbe combattere.

Uno dei miti buonisti assai cari alla sinistra l’ha condotta a negare la dimensione sociale e il dramma economico vissuti da milioni di persone che entrano in diretto contatto con l’immigrazione. Non è del resto un caso che i voti della sinistra si concentrino nei quartieri borghesi e diventino sempre più occasionali nelle ex aree industriali e nelle periferie. Grillo dichiarò a questo proposito qualcosa di importante: «se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità […] il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico. Sostituirsi all’opinione pubblica, alla volontà popolare è la pratica comune dei partiti che vogliono “educare” i cittadini, ma non è la nostra».

La vera frattura è tra le storie che vogliamo raccontarci e le situazioni oggettive che si creano. Se il Paese reale è impoverito, vittima di crisi, austerità, tagli alla spesa, privatizzazioni, precarietà, disoccupazione, e il ceto politico semplicemente lo nega, le persone non crederanno più nel sistema.

L’ascesa sociale è bloccata se non invertita, bisogna riconoscerlo. Per gli italiani far quadrare i conti è un rompicapo, e ogni volta che provano a chiedere un servizio o un sostegno si accorgono che c’è sempre meno: questa è la loro esperienza reale. Ma la percezione è che invece per i “profughi” i soldi ci siano. Su questo crinale la teoria del complotto trova terreno fertile, si diffonde e si carica di bufale.

Il lavoratore italiano concepisce l’immigrato come competitor, come crumiro oggettivo (per quanto involontario), più che come compagno. E francamente è comprensibile che sia così. I non-italiani sono infatti prontissimi a fare qualsiasi lavoro a qualsiasi salario. Sono malvisti dai disoccupati, che sentono la loro concorrenza come una prepotenza da cui nessuno li difende.

Sono gli italiani ad essere troppo schizzinosi, a non voler raccogliere pomodori a 2 euro l’ora, e quindi a creare questo mercato per il lavoro immigrato? È così? Poveri contro poveracci?

A parte che ormai gli italiani ci vanno, a raccogliere pomodori per questi salari da fame, è evidente che il problema sia il sistema-paese, che questi lavori offre, e non altri; mentre esporta ricercatori nelle università di tutto il mondo, l’Italia attira braccianti agricoli.

Esiste certamente alla radice dello sviluppo di un’economia capitalistica la necessità per il capitale di stratificare il mercato del lavoro, per costruire settori poveri di forza lavoro, che garantiscano l’accumulazione e i profitti. Ma il vero problema del nostro paese è che la parte maggioritaria dell’occupazione è oramai concentrata nel settore più povero del lavoro.

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito, dice il proverbio. Allora forse gli immigranti sono il dito e il sistema economico la luna. Dobbiamo decidere se fermarci al dito, oppure mirare alla luna. Ma dobbiamo anche modificare il proverbio: chi si sofferma così tanto sul “dito” dell’immigrazione non lo fa perché è stolto. L’occhio in questo caso si sofferma su una piaga grave, concreta, oggettiva. Il detto potrebbe diventare: quando il saggio indica la luna, il sofferente guarda il dito.

Non è negando i problemi delle nostre periferie legati all’immigrazione, né rimuovendone i contrasti sociali, culturali, religiosi che si risolverà il problema. Anzi, così facendo chiuderemmo gli occhi sia di fronte alla luna, sia al dito, confermando a milioni di nostri concittadini quel che già sentono in cuor loro: che sono soli e abbandonati.

L’Italia era una grande potenza industriale, mentre ora è diventata una semplice periferia dell’impero; d’altra parte il sistema si adegua al livello di competenze della sua offerta di lavoro. Se il bacino di offerta di lavoro si dequalifica, anche tramite l’immissione di grandi quantità di immigrati, verrà meno l’incentivo a fornire maggiore valore aggiunto alle produzioni.

Come ci insegnano gli economisti, tra due beni necessari alla produzione, capitale (cioè investimenti) e lavoro, gli imprenditori utilizzeranno tendenzialmente il bene che costerà di meno. Dopo il bazooka di Draghi il denaro costa poco, ma le banche non lo prestano facilmente a chi fa impresa: i profitti sono infatti molto maggiori per gli investimenti finanziari che per quelli nell’economia reale. Il lavoro, invece, può essere immigrato, nero, irregolare, precario, ed è oggi sempre più abbondante. Meglio più lavoratori sottopagati che un macchinario all’avanguardia, per banalizzare all’estremo.

L’offerta di lavoro quindi si lega a un sistema industriale dismesso, alla debolezza del nostro apparato produttivo che crea una domanda di lavoro a basse competenze e bassi salari. E solo dentro alla trasformazione degli assetti produttivi italiani (nell’assetto più complessivo della divisione internazionale del lavoro) si può parlare di omologazione delle condizioni di lavoro tra migranti ed autoctoni. Il problema è principalmente questo.

L’obiettivo deve essere invertire la rotta, aprendo un conflitto con l’Europa e con tutti i livelli istituzionali ad essa collegati. Frenare l’immigrazione senza proporre una nuova politica industriale e un nuovo paradigma produttivo, significa esclusivamente raccontar(si) delle storie (Althusser).

In conclusione, che la manodopera straniera in alcuni casi vada a occupare posti che potrebbero essere appannaggio della manodopera nazionale è una realtà oggettiva, frutto della crisi e del declino economico e produttivo del nostro Paese. E accettare il fatto che in alcuni casi gli immigrati entrino direttamente in competizione con i lavoratori locali, è un primo passo verso il riconoscimento della realtà. Ma questo è il risultato di molteplici cause storiche, sociali e politiche, non di una strategia preordinata di “sostituzione” dei popoli europei. Non esiste il “Piano Kalergi”.

I complotti sono nella storia, ma nella storia non tutto è un complotto; qualche setta o organismo segreto proverà anche a tramare nell’ombra, ma ciò che caratterizza le élite è essenzialmente un insopprimibile conflitto strategico per dirigere a vantaggio dell’una o dell’altra le “cose che accadono”. Pertanto, l’immigrazione va davvero gestita nella sua concretezza. “Tutti dentro” o “tutti fuori” sono solo slogan da campagna elettorale, che vanno smascherati e smontati. Ne parleremo ancora, quindi restate sintonizzati.

L’anestesia serve a non provare dolore, ma fa chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Al contrario, l‘acido kalergico può avere un suo fascino, ma va assunto con estrema moderazione. Crea forte dipendenza psichica, e non è raro dia luogo a disorientamento, panico, paranoia e «bad trip».

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8 Responses to “Accogliamoli tutti”

  1. Dicus Quotes

    Per frenare il fenomeno andrebbe redistribuito il potere tra salari e profitto, a favore dei salari, e creare nuove opportunità lavorative.

  2. Susie Quotes

    Per frenare il fenomeno andrebbe redistribuito il potere tra salari e profitto, a favore dei salari, e creare nuove opportunità lavorative.

  3. Alesia Quotes

    Per frenare il fenomeno andrebbe redistribuito il potere tra salari e profitto, a favore dei salari, e creare nuove opportunità lavorative.

  4. Sandy Quotes ha detto:

    Dewa Jokowi tidak pernah salah… Dia dewa yg maha benar…. Hahaha…

  5. Fredrick Quotes ha detto:

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