Migrazioni bibliche e neocolonialismo globale

Intervista di Luigi Tedeschi a Alessio Mannino, autore del libro “Mare Monstrum”, Arianna Editrice 2014

 

 

 

 

 

 

1) Il fenomeno delle migrazioni di massa è scaturito dall’avvento della globalizzazione. Oggi, con l’insediamento della presidenza Trump negli Stati Uniti e il dilagare dell’ondata populista in Europa, la globalizzazione sembra subire rilevanti battute d’arresto. Comunque, le sembra prevedibile, alla luce dei recenti mutamenti di indirizzo politico in Occidente una flessione delle ondate migratorie, data la perenne instabilità del terzo mondo?

 

Per la verità una diminuzione degli sbarchi, per quanto riguarda l’Italia, c’è stata già l’anno scorso per effetto degli accordi presi dall’ex ministro degli interni Minniti (che come si sa è del Pd) con i libici. In pratica, anche se non si può dire, pare che li si sia pagati. Il suo successore Salvini vuole in sostanza dare un violento giro di vite sulle Ong, e secondo me farebbe giusto, a patto che preventivamente e contestualmente scattasse la vera e unica soluzione operativa per, se non proprio chiudere, almeno stringere di molto il rubinetto dei flussi: campi di identificazione e smistamento attrezzati, organizzati e soprattutto umani nei Paesi di origine, Niger, Ciad, Mali, Sudan, ma anche negli stessi Stati di transito, come la Libia. Il problema è che negli ultimi tre, per esempio, sono in corso guerre civili e guerriglie infinite, e finchè noi Occidente non ci mettiamo d’accordo con noi stessi, ovvero non decidiamo di farla finita con la nostra pelosa complicità economica e geopolitica in quelle aree (si pensi alla Francia in Mali, e sempre alla Francia ma anche agli inglesi e a noi italiani a Tripoli), magari anche recuperando quella necessaria realpolitik che, altro esempio, servirebbe con l’Egitto, continueremo a dover subire, e per giunta da fessi, questa colonizzazione di ritorno e a rovescio. Che è la nemesi del nostro colonialismo passato (e questo senza assolvere le corrottissime e grottesche classi dirigenti africane). La globalizzazione effettivamente, e fortunatamente, sta arretrando, si veda il ritorno al protezionismo con Trump e l’epidemia europea di lebbra populista, per citare quell’infame manichino di Macron. Ma mi guarderei bene dall’affermare che si è invertita la rotta: lo sviluppo tecnologico dell’economia capitalistica mondiale, a cui ormai tutti i popoli hanno aderito o con cui devono comunque fare i conti, non lo consentirebbe in ogni caso.

2) Con il declino della sovranità degli stati, organismi non governativi quali le ONG si impongono agli stati, che si rivelano sempre più impotenti a contrastare il fenomeno migratorio. Tra le posizioni più radicali, quali l’apertura incondizionata all’immigrazione e la chiusura totale delle frontiere, quali sono le possibili soluzioni realistiche di regolamentazione dell’immigrazione?

 

Quella nel breve, o meglio medio periodo, l’ho detta sopra: la gestione delle partenze nei luoghi più vicini possibili alle partenze. Senza lager disumani, possibilmente. Ma nel lungo periodo, posto che non potremo vedere la fine dell’immigrazione in un mondo che resterà, volens aut nolens, globalizzato, io non vedrei altra via d’uscita che togliere ai migranti le motivazioni per migrare. E quindi far pressione su due leve: da una parte, reintrodurre forti limitazioni in entrata, qui da noi (anche la Gabanelli, sul Fatto Quotidiano del 26 giugno, parla di quote per gli immigrati economici); dall’altra, in uscita, tentare – quanto meno tentare – di intavolare un discorso questo sì globale con le potenze, Cina in primis, che in Africa stanno perseguendo la politica occidentale di sfruttare intensivamente e proditoriamente la terra espellendo manodopera, o foraggiando con le industrie belliche quei conflitti e quei regimi che scaricano da noi profughi e perseguitati di varia natura. E dev’essere un discorso in cui, anche qua, si mettono limiti all’assalto alle ricchezze, non certo per un improbabile sentimento umanitario ed ecologista, ma sulla base di do ut des, di scambi, di reciproci paletti che coinvolgano anche l’Onu e che siano un’occasione per trovare equilibri più equi fra i grandi attori mondiali. Vastissimo programma, ma d’altronde l’emigrazione di massa è un vastissimo problema epocale. Ed esige di conseguenza risposte altrettanto epocali.

 

3) Si evidenziano assai spesso i problemi dei paesi occidentali meta dell’immigrazione di massa, quali gli squilibri sociali, l’integrazione, gli inevitabili conflitti legati alla convivenza tra culture e identità diverse. Ma non le sembra che vengano del tutto trascurati i danni subiti dai paesi del terzo mondo, che con l’emigrazione di massa vengono privati di rilevanti risorse umane necessarie al loro sviluppo?

 

Certo. Ripeto: quel che vediamo qui, con quei ragazzoni e quelle madri e quei bambini che rischiano l’annegamento in mare, è il portato finale di processi di occupazione strategica di terre enormi da parte del business non solo occidentale, ma anche asiatico, nella più pura logica del capitalismo globale. Su quelle terre, abitano popolazioni mediamente molto giovani e ancora vitali, feconde, esuberanti, piene di futuro, che anziché investire il proprio in patria, dove magari si fa la fame o dove si vive ai margini di bidonvilles col miraggio dell’edonistico benessere di chi fa la bella vita in città, spesso una copia un po’ ridicole delle nostre, cosa preferisce? La via rischiosa, ma almeno con dentro una chance, di attraversare il deserto e il mare per sbarcare nell’eldorado. Che nella maggior parte dei casi non siamo noi, Italia, ma l’Europa centrale e settentrionale. Personalmente li capisco: ma perché dovrei restare, che so, sotto una dittatura, o in un Paese dove si combatte, o dove più che povero sono miserabile, anziché almeno tentare la sorte là dove una sorte è almeno teoricamente possibile? E qui sta, tutta e grossa, la responsabilità degli establishment locali, a cui non sembra fregare molto che i loro giovani abbandonino, per così dire, il campo. Anzi: meno insoddisfatti e frustrati, meno pericoli di dissenso e contestazioni.

 

4) L’Italia, rimasta l’unica meta europea per l’immigrazione di massa, a seguito della chiusura delle frontiere degli altri paesi europei, ha opposto con il nuovo governo giallo – verde una decisa reazione all’isolamento e alla condizione di subalternità imposta dalla UE. Ma l’Italia in Europa non dispone di alcun alleato. Le sembra possibile una alleanza con quei paesi dell’est europeo che, chiudendo le frontiere, hanno riversato i problemi dell’immigrazione di massa unicamente sull’Italia?

 

Il cosiddetto gruppo di Visegrad, capeggiato dall’Ungheria, ha il precipuo interesse oggettivo a non cambiare le regole di Dublino, che prevedono che ad arrangiarsi con la prima accoglienza siano gli Stati di attracco, cioè in pratica noi, la Grecia e la Spagna. Strategicamente, quindi, non vedo dove sia l’interesse comune con noi. Sul piano tattico, tuttavia, secondo me Salvini e il governo Conte non hanno fatto male, anzi, a cercare una sponda coi sovranisti del Centro-Est Europa: bisogna pur far massa, politicamente parlando, per contrapporsi all’arrogante Francia e alla potente Germania.

 

5) La cultura cosmopolita di apertura incondizionata all’immigrazione è patrimonio comune della sinistra ormai minoritaria e della Chiesa Cattolica. Sia la sinistra che la Chiesa hanno da tempo perduto la loro credibilità nei confronti dei rispettivi popoli di riferimento. Sono dunque gli immigrati l’unica risorsa loro rimasta per garantire la propria sopravvivenza?

 

Devo dire che, rara avis, papa Bergoglio, questo gesuita tutt’altro che bonaccione (anche se molto sopravvalutato), l’ha detta giusta: non esiste solo il diritto a emigrare, esiste anche il diritto a non emigrare. Cioè a restare nel proprio luogo di nascita, magari per impegnarsi a migliorarne le condizioni. In generale, comunque, la Chiesa ha sposato una linea immigrazionista che per certi aspetti (ma solo per certi, non in toto) non può non perseguire, data la sua radice evangelica di fondo. Ma non credo lo abbia fatto con intenti, appunto, evangelizzatori, di conversione, di sostituzione delle poche anime rimastele fedeli con le nuove più o meno desiderose di omologarsi a noi (che, come senso comune e civiltà, non siamo più da un bel pezzo cristiani, e di sicuro non più cristiano-centrici). No, è che la Chiesa Cattolica, in nome dell’eguaglianza universale di tutti gli uomini, ha abbracciato il mantra globale che fa del cittadino ideale un migrante potenziale, un abitante del pianeta in qualsivoglia suo punto, previa occidentalizzazione dei costumi e, magari, appioppamento di un edificio ecclesiastico a mo’ di bandierina, tramite quel flagello di scrotoclasti girovaghi che sono i missionari (che gli Dei li strafulminino). Quanto alla sinistra, parola in sé ormai ridotta a significante senza significato, un calcolo politico lo fa senz’altro, vedendo nei futuri nuovi occidentali (e italiani) gli elettori di domani. Ma è miope: checché ne dica la destra ottusa che grida al lupo al lupo, gli immigrati che si stabilizzano e di fatto si integrano, gradualmente assumono la parte più decisiva del nostro modo di vivere: diventano cioè dei banali consumisti squallidoni, immersi nel tran tran lavorativo e nel disagio esistenziale che ci è tanto caro (e che, nelle seconde e terze generazioni, nei figli e nipoti, genera quel particolare risentimento che può sfociare nel terrorismo fai-da-te e nell’adesione all’integralismo islamico, percepito come antidoto facilmente fruibile, basta rinchiudersi su Internet, al nichilismo e al vuoto del nostro bellissimo e superiore Occidente). Mi spiace dirlo, ma l’immigrazione biblica e anche l’Isis, ce li meritiamo. Il che non vuol dire rassegnarsi e dover subirli. Ma cominciamo a reagire evitando, per piacere, di fabbricarci alibi tanto comodi quanto letali.

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8 Responses to “Migrazioni bibliche e neocolonialismo globale”

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