Sovranismi nazionali e conflittualità europea

Il governo giallo – verde non è una rivoluzione. Ma si imporrà una nuova dialettica del conflitto tra oligarchie e popoli che segnerà il sorgere di nuove prospettive per l’Europa

 

 

Il governo giallo – verde non è una rivoluzione. Costituisce semmai un laboratorio politico volto a elaborare progetti al fine di rimuovere uno stutus quo italiano ed europeo che ha instaurato un ordine totalitario di natura finanziaria. Esso è espressione di un movimento di rivendicazione popolare che si oppone allo stato di subalternità in cui le elites tecnocratico – finanziarie hanno confinato i popoli in tutto l’Occidente. Esso è sorto sulla base di una necessità politica, in mancanza di qualsiasi alternativa di governo del paese, se vogliamo, esso rappresenta la somma delle contraddizioni di natura politica e sociale esistenti nella società italiana, generate dall’imposizione di un modello neoliberista che ha prodotto povertà generalizzata e disgregazione sociale.


E’ nota l’ostilità quasi assoluta dei detentori del potere mediatico, che tuttavia si è rivelato inefficace a orientare la pubblica opinione: anche Trump è stato eletto con un sostegno minimo, in confronto allo strapotere mediatico della Clinton.

Il consenso popolare riversatosi in massa su Lega e M5S è la naturale conseguenza di un processo di riforme attuato in Italia su mandato europeo, che ha trasformato la struttura economica e sociale del paese. Il governo Conte è depositario dell’onerosa eredità lasciata dai governi di 20 anni di centrodestra e centrosinistra, costituita da riforme che hanno istituzionalizzato la precarietà del lavoro, quali il Job Act, da fenomeni di sfruttamento quali l’avvento della gig – economy e del commercio on line dominato da multinazionali come Amazon. Il governo giallo – verde rappresenta quindi esigenza sociali imprescindibili, è espressione di un popolo che ha subito le conseguenze della scomparsa del ceto medio, della compressione salariale, dl venir meno dei diritti sociali, della precarietà, della disoccupazione giovanile ormai endemica. Il popolo reclama un futuro, esige innanzi tutto un condizione esistenziale diversa, la libertà di essere artefici della propria vita, sia nella sfera individuale che in quella sociale, rivendica la sovranità popolare. Il popolo vuole sfuggire al fatalismo neoliberista, vuole affrancarsi dall’immobilismo sociale, dalla società stratificata della diseguaglianza, dal dominio dell’oligarchia sulle classi subalterne.

 

Siamo all’alba di un nuovo sovranismo comunitario?

 

Al di là dei velleitarismi riformatori, al momento solo potenziali, si sono comunque manifestati fenomeni che preludono a profondi mutamenti della società italiana. Infatti, dinanzi al ricatto finanziario dei mercati manipolati dai paesi dominanti in Europa, costituito dall’innalzamento artificioso dello spread (manovra già messa in atto con il golpe finanziario che ha condotto al governo tecnico di Monti), e i relativi insulti all’Italia da parte della stampa tedesca e di Macron in tema di immigrazione (ma il fenomeno migratorio nel mediterraneo è stato provocato dalle guerre in Nordafrica della Francia), la reazione popolare italiana è stata unanime: sembra che il popolo abbia riscoperto la dignità nazionale. Stiamo assistendo dunque alla rinascita della sovranità nazionale. E’ un sentimento diffuso nel popolo, che rifiuta una dominazione imposta dall’Europa e da governi italiani servili e conniventi: gli italiani si sentono coinvolti in una causa comune, al di là degli schieramenti ideologici ormai obsoleti.
Assistiamo ad un processo, per ora in fieri, di identificazione e mutuo riconoscimento tra le esigenze del singolo individuo e quelle della comunità nazionale. Se si rifiuta la condizione subalterna dell’Italia in Europa, ci si oppone anche al modello economico – sociale del neoliberismo finanziario istituito dalla UE.

Emerge dunque un nuovo sovranismo, che si è già diffuso anche in Europa. Ma il sovranismo italiano può avere alleati in Europa? Decisamente no. I paesi del patto di Visegrad, per non parlare del movimento sovranista tedesco di AfD, rappresentano solo egoismi nazionali e la somma di egoismi tra loro contrapposti (vedi il tema delle migrazioni), non può condurre ad alleanze, ma solo a nuove conflittualità. I paesi dell’est europeo inoltre, avversano al UE, ma la loro politica, marcatamente omologata agli USA e alla Nato, in funzione anti – Putin, può solo destabilizzare l’Europa: essi affermano una sovranità interna, cui fa riscontro una totale sudditanza all’Occidente americano.

 

La crisi dell’asse franco – tedesco

 

La UE e l’europeismo sono in crisi profonda. La conclusione del recente vertice di Bruxelles sulle migrazioni ne è la conferma più eclatante: totale disunione europea, nessuna responsabilità europea condivisa, accordi la cui attuazione è assai aleatoria, il trattato di Dublino resta in vigore, nessuna solidarietà con l’Italia. Ogni paese ha inteso salvaguardare la sussistenza del consenso e della governabilità interna.
Si evidenzia però una profonda crisi dell’asse franco – tedesco, che ha detenuto la governance europea fino ad oggi. Esso appare inadeguato a fronteggiare i problemi legati ai flussi migratori, all’ondata populista che investe l’Europa, alla crisi del sistema bancario, alle difficoltà dell’economia determinatesi a seguito della svolta protezionistica americana, alla sostenibilità del debito degli stati. La crisi dell’asse franco – tedesco è rivelatrice della debolezza intrinseca dell’Europa sia interna, che nella geopolitica mondiale. Falliti i tentativi di

Macron di riformare l’europeismo, dinanzi ai netti dinieghi della Merkel, Francia e Germania si sono eretti a difensori dello status quo europeo, quali paesi dominanti. L’asse franco – tedesco si è tramutato in un organo repressivo interno all’Europa, contro la diffusione dilagante della “lebbra” populista interna agli stati e contro le istanze sovraniste dei paesi subalterni della UE. L’asse franco – tedesco non governa l’Europa, semmai la domina. La debolezza interna dei suoi leaders è ormai conclamata. La Merkel è incalzata dalla minaccia di secessione dalla coalizione della CSU bavarese e dal populismo di AfD. Macron è a sua volta in calo verticale di consensi, a causa del malcontento popolare suscitato dalle sue riforme neoliberiste e dai risorgenti populismi di destra e di sinistra. La governance europea franco – tedesca è sempre più assimilabile ad una fortezza assediata dalla protesta popolare, dai flussi migratori, dall’America di Trump.

La debolezza strutturale dell’Europa ha avuto del resto una visibile conferma nell’ultimo summit del G7 in Canada, in cui Trump, dopo aver annunciato provocatoriamente l’imposizione dei dazi sulle importazioni europee, si è congedato dal vertice, proclamandone nei fatti la sua irrilevanza, data l’urgenza di volare a Singapore per concludere gli accordi con la Corea del Nord.

In realtà il G7 (già G8 prima dell’estromissione della Russia a seguito della guerra in Ucraina), è un organismo creato nel 1974, quale vertice delle maggiori potenze economiche dell’Occidente per far fronte all’espansionismo sovietico, appare ormai obsoleto. Tuttavia l’atteggiamento arrogante e liquidatorio di Trump nei confronti degli europei è la testimonianza evidente dell’irrilevanza dell’Europa nel contesto mondiale. Tale debolezza strutturale europea è constatabile nella flebile, impotente reazione posta in essere dinanzi alla aggressiva politica dei dazi trumpiana. La UE ha annunciato contromisure economiche inefficaci, vorrebbe inoltrare una improbabile, quanto risibile denuncia al WTO.

L’Europa vuole mantenere in vita ad ogni costo un Occidente ormai in stato di avanzata decomposizione, data la sua genetica incapacità di realizzare una qualsiasi politica sovrana e solidale.

 

Il debito globale: un virus letale per i popoli e per gli stati

 

Il QE di Draghi è ormai alla fine. L’uscita dal QE sarà comunque graduale e i tassi rimarranno bassi fino a metà 2019. Draghi ha assicurato che la BCE reinvestirà comunque i titoli che andranno in scadenza. Certo è che con il rialzo dei tassi, la fine del QE e un’inflazione che rimane al di sotto delle aspettative, si annunciano prospettive assai preoccupanti, in specie per l’Italia, il cui debito pubblico è ad oltre il 130% del Pil. La fine dell’era del denaro facile comporterà nuovi squilibri e nuove incertezze per l’economia mondiale.

La crescita incontrollata del debito non è un problema solo italiano, ma globale. Il debito globale ha raggiunto la quota di 237 miliardi di dollari ed ha dal 2007 in poi un incremento maggiore del Pil. L’aumento dei tassi, già verificatosi negli USA, nel Regno Unito e in Canada, determinerà seri problemi in tema di sostenibilità del debito globale.

A preoccupare maggiormente non è il debito pubblico, ma l’incremento del debito delle imprese che ha raggiunto il 96% del Pil. Dopo la crisi del 2008, in Occidente la liquidità erogata dalle banche centrali non è stata trasmessa che in parte minore alla economia reale, data la regolamentazione restrittiva imposta al sistema bancario circa la concessione del credito alle imprese, specie in Europa. Larga parte della liquidità a tasso zero ha alimentato il settore finanziario, che ha acquistato in massa obbligazioni. Oggi i fondi di investimento detengono il 30% dei bond aziendali negli USA e il 20% in Europa, in cui nel 2008 detenevano appena il 5%.

Data la non rimuneratività dei titoli di stato, a interessi vicini allo zero, masse di capitali di finanziarie e fondi di investimento si sono riversate, a causa dei tassi più appetibili, nell’acquisizione di obbligazioni di imprese ad alto rischio, per la loro scarsa affidabilità. Secondo una stima dell’Ocse tali “titoli spazzatura” nel 2017 costituivano il 40% del totale delle emissioni obbligazionarie. Il rialzo dei tassi di interesse potrebbe dar luogo ad una fuga in massa dei grandi investitori dai titoli ad alto rischio, rendendo assai volatile il finanziamento alle imprese. La stessa BCE ha ridotto negli ultimi mesi gli acquisti di obbligazioni delle imprese.

Il rialzo dei tassi potrebbe sortire conseguenze devastanti sul debito delle famiglie. In alcuni paesi (Australia, Canada, Olanda etc…), il debito delle famiglie ha superato il 150% del loro reddito. Negli USA il 27% dei consumatori è considerato “subprime”.

Il sistema capitalista ripropone gli stessi squilibri che diedero luogo alla crisi del 2008. Data l’assenza di meccanismi di redistribuzione del reddito, la crescita non ha ricadute sulla società in termini di benessere e incremento generalizzato dei redditi. Pertanto, i consumi sono sostenuti da un debito privato che fatalmente si rivela non sostenibile per imprese e famiglie. Il sovraconsumo creato con l’indebitamento dei popoli è la causa delle accentuate diseguaglianze sociali e delle crisi finanziarie ricorrenti.

La sostenibilità del debito pubblico italiano (oltre il 130% del Pil), e il basso tasso di crescita, sono fattori che inducono a rendere incerte le prospettive dell’economia italiana. Il rischio derivante dalla sostenibilità del debito pubblico, è tuttavia un problema determinato dai parametri di bilancio europei. Infatti se gli indici del debito fossero parametrati al debito aggregato (debito pubblico + debito imprese + debito delle famiglie), fornirebbero risultati assai diversi. Il debito aggregato della Francia è infatti pari al 400% del Pil, a fronte del 350% dell’Italia e del 270% della Germania. Occorre tener conto inoltre del debito implicito, che è dato dai futuri impegni dello stato in materia di previdenza, sanità, assistenza. Qualora vengano aggregati debito pubblico esplicito e implicito, risulta che quello italiano è pari al 57%, a fronte di quello tedesco che è del 149%.

Ma i parametri europei prendono in considerazione solo il debito pubblico. Appare allora evidente come la UE, da Maastricht in poi, sia stata costruita in funzione degli interessi della Germania e a discapito dei paesi del sud. Nel contesto delle trattative per la riforma dell’Eurozona, l’Italia potrebbe pretendere che gli indici di sostenibilità del debito pubblico siano oggetto di valutazione con il criterio dell’andamento storico anziché con quello prospettico (che è l’attuale criterio seguito dalle agenzie di rating). Ma le speranze di una riforma strutturale dell’Eurozona sono nulle.

 

La conflittualità europea e le speranze dei popoli

 

Dopo i parziali successi ottenuti dal governo Conte nei vertici europei sul tema dell’immigrazione, il governo italiano, con la presentazione del Def per il 2019 si scontrerà con la rigidità finanziaria di Bruxelles che pretenderà l’osservanza assoluta dei parametri di bilancio europei. Dopo le riforme restrittive del sistema bancario, vi sarà una più rigida applicazione del fiscal compact. E’ chiaro l’intento dell’asse franco – tedesco di reprimere per via finanziaria il recente sussulto di sovranismo italiano. La UE, facendo leva sullo spread potrebbe imporre il governo della troika come in Grecia. L’Italia chiederà lo stralcio della spesa per investimenti dal computo del deficit. Ma si schianterà contro il muro delle regole europee.

La crisi dell’asse franco – tedesco è però evidente. Merkel e Macron vogliono affermare la propria posizione dominante in Europa onde occultare le proprie defaillances interne ed internazionali. Potrebbero ricattare l’Italia, condizionando la concessione di una minima flessibilità di bilancio con l’imposizione di riforme devastanti sul piano sociale. Lo stesso spread potrebbe però rivelarsi un’arma inefficace, dato che Draghi ha affermato che anche dopo la fine del QE, la BCE sosterrà il debito degli stati.

La Germania dovrà inoltre far fronte alla svolta protezionista americana: i dazi americani potrebbero incidere gravemente sull’export tedesco. Il dominio tedesco sull’Europa potrebbe essere ridimensionato nel prossimo futuro. L’Italia potrebbe allora far valere le proprie ragioni in questo contesto di debolezza e conflittualità europea. Potrà ridiscutere le misure europee più penalizzanti, potrà porre il veto su riforme in contrasto con gli interessi italiani in Europa.

L’Europa rimane tuttavia una struttura rigida ed irriformabile. La UE è dalle sue origini organismo burocratico e finanziario a guida franco – tedesca. Il sistema capitalista – finanziario non genera sviluppo a beneficio dei popoli, ma produce solo trasferimenti di ricchezza dalle classi subalterne alle oligarchie dominanti.

Secondo Levi Strauss esistono due forme di società: le società fredde, immobili e società calde, soggette a perenni mutamenti e trasformazioni. Il modello neoliberista può essere qualificato come una società fredda, che non si evolve, ma riproduce sempre sé stessa. Luca Ricolfi nel libro “Sinistra e popolo, Longanesi 2017” afferma che la nostra è una società a somma zero: “Che cos’è una società a somma zero? Una società a somma zero è una società competitiva nella quale – come nei giochi a somma zero – a fronte di qualcuno che vince c’è sempre qualcuno che perde perché la posta, la torta da spartirsi, è limitata e non aumenta nel tempo.
Il nostro problema è proprio questo. Stiamo diventando società senza crescita, come le società fredde del passato, ma non abbiamo in alcun modo eliminato né la competizione fra individui, né la concorrenza fra economie, ovvero i due tratti più caratteristici delle società calde del mondo moderno. La società a somma zero è proprio questo: una società in cui le risorse da distribuire non aumentano, ma i modi di appropriazione e di distribuzione restano quelli dell’ era delle risorse crescenti.
Per la prima volta dai tempi della Rivoluzione industriale, ci troviamo a vivere in un mondo di risorse costanti (se non decrescenti), ma non abbiamo ancora imparato a fare i conti con un mondo di questo tipo. Nel mondo della crescita, chiunque poteva pensare che il progresso del vicino non fosse a spese proprie, o di chiunque altro. Nel mondo della crescita zero è matematico che i progressi di ego siano gli arretramenti di alter”.

Siamo all’inizio di un’era di conflittualità crescenti in seno all’Europa, che potrebbe condurre alla sua implosione, con la connivenza della politica destabilizzante posta in essere dagli Stati Uniti. La possibile caduta della Merkel, favorirebbe l’ascesa di una nuova classe politica che esaspererebbe le rigidità finanziaria europea. Si amplierebbero quindi le conflittualità verticali tra l’oligarchia e le classi subalterne, tra stati dominanti e dominati, tra europeismi e populismi, in una Europa tesa a sopravvivere unicamente nella sua struttura finanziaria. Si imporrà una nuova dialettica del conflitto tra oligarchie e popoli che segnerà il sorgere di nuove prospettive storico – politiche per l’Europa. La speranza dei popoli si identifica con la dialettica del conflitto.
Luigi Tedeschi

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6 Responses to “Sovranismi nazionali e conflittualità europea”

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