TRUMP-JONG-MOON

Il Trumpangolo no, non l’avevo considerato.
(Kim Ki-duk)

Ebbene sì, sono un cinefilo e temo che, nel mio caso, sia un modo per rifuggire dalla realtà del mio orticello, quanto dalla steppa bruciata dal freddo sociale calato sul presente, come l’orda tartara, esaltata in toni bianchi e neri, del perfetto Andrej Rublëv girato dal mio caro amico Andrej Tarkovskij.
L’ho detto e non mi tiro indietro.

Chiamo amici i Penati della cultura, i Numi tutelari di una Tradizione estinta o in via di estinzione; coloro che riescono a scuotermi meglio di quanto non riesca la traduzione dell’eponimo Shakespeare (lancia che scuote… per gentile concessione di Carmelo Bene)

Intrappolato nelle spire magiche del sogno maldestro di uno sciamano yaqui, il mio essere o il mio doppio spirituale, non saprei, comunica in preda a un solipsismo onirico con i giganti che calcarono la terra, i mari, i deserti, le alte cime, i fiumi in piena, i papiri ondosi, la carta di riso o quella ch’era una rigogliosa tundra medievale, rimasta intatta ancora nei primi del ’900, ai piedi di un paradiso uralico sapientemente rimembrato dall’occhio malinconico di Kurosawa nel suo profetico Dersu Uzala.

Nel mio recente peregrinare tra lungometraggi che meriterebbero l’acuta analisi di un Fosco Maraini, di un Terzani o di un Chatwin, estraggo, fuori dalle secche propagandistiche hollywoodiane – com’ è stato per il caso Still Life e per il post-realista (si appiccica post ad ogni produzione culturale di un certo rilievo), Io, Daniel Blake di Ken Loach, del quale occorrerebbe un’esposizione critica a parte – Il prigioniero coreano di Kim Ki duk, il penultimo dei suoi lavori, datato 2016.

Il mondo registrato dal cineasta sudcoreano si può guardare e godere soltanto da un’angolatura asiatica, e da insetto occidentale quale sono, imbozzolato nella mia seta di paradigmi e senescenza logico-semantica, ho una certa predilezione per il suo cinema duro, scarno, povero di suspense e dialoghi, ma ricco di quel gelido rapporto filosofico tra bene e male, tra voce e silenzio, matrice dei popoli dell’Asia orientale, formatasi sotto l’ombrello secolare del sincretismo tra buddhismo e taoismo, le più cerebrali e poetiche filosofie orientali, così affini al nostro perduto mondo greco.

KKD, in quest’ultimo film, che a ragione lui ha intitolato Geumul, che significa, la rete, esplora quella dicotomia di cui scrissi in altre pagine: la democrazia della dittatura versus la dittatura democratica.

I protagonisti sono i regimi di Corea del Nord e Corea del Sud, incarnati nei loro zelanti protettori: ragni custodi delle tele socio-politiche che si contendono l’assoluta supremazia nel decidere della sorte di un umile pescatore nordcoreano finito, a causa di un guasto al motore della sua piccola barca, oltre il confine fluviale tra i due Stati, nelle grinfie degli ispettori di confine, sudcoreani.

Lo svolgimento della trama, tutti i personaggi e l’epilogo sono tragici in senso più ellenico che asiatico.

KKD si rifiuta di addolcirci la pillola: sotto la luce di una riflessione quasi anarchica, rifugge dalla giustificazione del regime di Pyongyang quanto dalla glorificazione della falsa libertà proposta o promessa, nel caso di chi scappa volontariamente dal regime di Kim Jong-un, dalla spettacolare e tentacolare Seul.

Il regista non si aspettava certo che, a distanza di due anni dal suo lavoro critico sull’eventualità di un riavvicinamento delle due Coree, saremmo arrivati a tanto.
C’è da dire, che questa convergenza politica non è priva di interessi economico-finanziari, valendo sempre il detto: “segui l’odore dei soldi”.

Chiaramente, prendo il lavoro di KKD a pretesto per far luce su quanto sta accadendo nel triangolo che nessuno aveva considerato, USA-CdS-CdN, o forse sarebbe meglio definirlo: il triumvirato Trump-Jong-Moon.

Un trittico politico che sta facendo saltare la desueta visione, ma è roba di qualche mese addietro, di un Jong contro il resto del mondo, sull’orlo di una crisi di nervi nucleare o dell’implosione del suo regime che non chiamerei comunista, ma psico-monarchico con derive autoritarie socialiste e autoreferenziali da “Dittatore dello stato libero di bananas”.

Ovviamente, sto semplificando, ma la statura politica di Jong, acquisita, anche e non solo, grazie alla regia occulta della Cina, non è messa in discussione nemmeno dalla Casa Bianca, soprattutto in questo frangente di guerra economica globalizzata a trazione Tycoon, che vuole disconnettere il cordone finanziario Pyongyang-Pechino, per ristabilire forzosamente un equilibrio yuan-dollaro che, nei fatti, risulta impossibile.

Il dollaro è la carta straccia con la quale si domina l’economia globale; l’inflazione patologica del capitalismo con la quale si acquistano: energia, materie prime e informazione.

Lo yuan è la divisa monetaria del debito mondiale: tutto ciò che i cinesi comprano dalla vendita planetaria dei loro prodotti, si trasforma in acquisto di debiti pubblici di Stati alla canna del gas e Liu He, il neo Primo Ministro dell’economia mandarina, non ha nessuna intenzione di ridurre la svalutazione competitiva nei confronti di euro e dollaro.

L’euro è una moneta che non smuove l’asse dollaro-yuan, anzi, a causa del suo cambio forte sul biglietto verde, lo rende più competitivo nell’export, motivo per cui Trump vuole attuare, soprattutto nei confronti dell’Unione Europea, una debilitante politica di dazi in spregio alle regole americane del WTO.(e nulla può il servilismo di Macron)

Per fare questa operazione, lui, che ha promesso di riportare il lavoro negli USA, ha bisogno di annettersi la Corea del Nord.

Come?

Aprendola ai mercati di Samsung, Lg, Daewoo, HanKooK, Hyundai, Korean Air, etc, ventilando una riunificazione tanto difficile quanto inattesa.

Jong non ha una moneta forte, anzi, debolissima, ma Trump può stornare biglietti verdi dal bilancio della Fed, accendere prestiti a basso interesse per il paffuto dittatore, ottenendo così un controllo monetario ed economico indiretto, ma fondamentale, sui flussi produttivi che scavalcherebbero il 38° parallelo, transitando per un corridoio mercantile di cui Jong e Moon stanno discutendo e che legherebbe Seul a Pyongyang.

Trump e Moon, in cambio di una sostanziale riduzione degli embarghi contro Jong e i 24 milioni di coreani che lo riveriscono quale unico oggetto di culto ammissibile, chiedono un totale arresto della produzione nucleare e possibilità di libera circolazione di beni e persone oltre l’area demilitarizzata, in entrambe le direzioni, per decongestionare, attraverso l’ennesima creazione di un mercato di decompressione, gli eccessi inflazionistici e produttivi causati dall’inevitabile eccedenza dell’ offerta sulla domanda.(scopo finale e sottaciuto: impiantare nuove basi NATO in territorio nordcoreano)

Per rendere più spettacolare la nuova alleanza, la Casa Bianca si è affidata a Hollywood, offrendo alla visione del paffuto Kim Jong-un, un ben confezionato trailer su come il potere globalista finanziario apolide immagina il futuro della Corea del Nord: un progresso senza limiti, saturo di energia, pace e benessere, a patto che il popolo e i suoi governanti cancellino la loro storia politica e sociale.

Il cortometraggio è stato proiettato a suggello delle strette di mano triangolate tra i leader delle tre nazioni. Tutto bene ciò che finisce bene?

Ritorno al povero pescatore coreano, pestato a sangue dagli amici della democrazia in un carcere di Seul, fedele ad oltranza al suo popolo, allo Stato Socialista, fiero di ritornare indietro verso la dittatura che lui considera libertà, rifiutando le lusinghe del capitalismo, i suoi slogan, il suo cibo, i suoi abiti, le sue cure, i suoi svaghi, la sua prostituzione a tutti i livelli, la sua missione bugiarda di esportatore di democrazia.

Ricacciato sulle sponde della sua Itaca, come un Ulisse estraniato da una breve odissea gialla – eroe immune dalle tentazioni del benessere scintillante, irradiato dalle vetrine dei centri commerciali, al quale aveva tentato di opporsi serrando gli occhi fino all’inverosimile – verrà ucciso alle spalle dai suoi gendarmi, un tempo compagni, quando, trattato da spia, traditore e sovversivo, sperimenterà sulla sua pelle e su quella della sua famiglia che l’unica libertà che gli restava, ma che gli veniva negata, era quella di continuare a gettare la rete nel fiume per sfamarsi e sfamare i suoi cari, dando un senso alla religione di Stato con la quale era cresciuto e alla quale non avrebbe voluto rinunciare.

Kim Ki-duk, dopo la parentesi fortemente introspettiva di Arirang (titolo che si riferisce a una storica canzone popolare della Corea, ora Patrimonio immateriale dell’umanità) cerca nel suo immaginario e nella rarefatta e spietata realtà che lo accerchia, uomini e donne vere sino alle estreme vette di una Pietà (film che gli valse il Leone d’oro nel 2012), se non umana, almeno divina: dono insperato in un abbraccio sfinito tra le braccia di un Dio o una Dea minore.

In effetti, ne Il prigioniero coreano, in questa tragedia minimalista, non compaiono Jong e Moon, nemmeno le loro fotografie, e, da questa prospettiva, ne deduco che quello che sta avvenendo tra i tre presidenti (manco fossero i tre tenori), è il lungometraggio da presentare al prossimo Festival Internazionale della Banca Mondiale; mentre, ciò che avviene raso terra, nei luoghi dove il trio invade i media mietendo ascolti e vittime, la gente non recita, ma vive sulla propria pelle cosa significhi essere registi unici e sottopagati della propria disfatta che non sarà mai proiettata nelle sale: creatori di vite impossibili, improbabili, fuori dalle statistiche di bieca ingegneria sociale, sognate… semplicemente irrealizzate.

Kim Ki-duk si è dunque sbagliato sul destino delle due Coree, sulla loro riunificazione?
Chul-woo, cerca di tenere la distanza… la marea è forte e spinge verso sud”.

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4 Responses to “TRUMP-JONG-MOON”

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