Quello che la “quota 100” non dice

Quota 100: le pensioni e le loro pluridecennali riforme non hanno impatti soltanto economico-contabili, ma determinano anche conseguenze psico-sociali ed insospettabili ricadute politiche

L’imminente varo della legge di Bilancio 2019 costituirà il banco di prova della credibilità e della rispondenza tra annunci propagandistici e loro concreta trasposizione in atti legislativi da parte delle due forze politiche, Movimento 5 Stelle e Lega, fortemente competitive in campagna elettorale e poi alleate nel cosiddetto “governo del cambiamento”. I rispettivi cavalli di battaglia – reddito di cittadinanza, flat tax e riforma delle pensioni – utilizzati per la ricerca del consenso popolare ed inseriti nel contratto di governo, come ogni coesistenza forzata finiranno per costituire occasioni di attrito, a meno di un realistico depotenziamento a tutto detrimento delle sopra citate credibilità e rispondenza. Su uno di quei punti del programma, la riforma della legge Fornero, stanti le relative complesse implicazioni, intendiamo formulare alcune osservazioni.

Innanzi tutto è da precisare che l’accesso alla pensione, al di là degli inevitabili tecnicismi, non è un mera questione di raggiungimento di parametri numerici. È molto di più, ed investe fattori di valutazione imprescindibili. Tale evento, infatti, sancisce per un individuo il cruciale passaggio da una posizione produttiva attiva ad una che propriamente attiva non sarà più, con ricadute dunque non solo economiche, ma anche socio-psicologiche e comportamentali generatrici – ed è questo il punto che preme sottolineare – di rilevanti ricadute politiche. Ma procediamo con ordine.

La fortuna mediatica e politica della Lega contro la riforma pensionistica targata Fornero trova le sue fondamenta in alcune criticità: la prima riguarda lo “scalone” introdotto dalla legge n. 214/2011, in vigore dal 1° gennaio 2012, in base al quale il requisito di età fu innalzato a 67 anni. Un salto brusco in grado di far impallidire quello introdotto da Maroni nel 2004 che, superando la “quota 92” (57+35) fissata dal governo Dini nel 1995, introduceva lo scalone a “quota 95” (60+35) a decorrere dal 1.1.2008. Tale salto di tre anni fu corretto da Damiano nel 2007 con la previsione di “scalini” che avrebbero raggiunto gradualmente “quota 97” dal 1.1.2013.

Con il neonato governo Monti – quello tenuto a battesimo dai cori “Bella ciao” scanditi sotto le finestre amiche del Quirinale – i lavoratori scoprirono amaramente, grazie alla citata legge varata appena un mese dopo il suo insediamento, di dover lavorare almeno cinque anni in più per accedere alle prestazioni dell’INPS.

La seconda criticità riguarda il fenomeno – a volte tragico – degli esodati. Come è noto molte aziende di grandi dimensioni, dopo aver dichiarato centinaia o migliaia di esuberi, offrono ai propri dipendenti non più indispensabili la possibilità di percepire un assegno mensile (pari all’incirca alla futura pensione) erogato da fondi di solidarietà categoriali per “accompagnarli” per un periodo massimo di 60 mesi alla agognata finestra INPS. La riforma Fornero, innalzando il requisito di età, determinò lo spostamento in avanti dell’apertura della finestra pensionistica. Decine di migliaia lavoratori, colti dalla riforma in mezzo al guado, al termine del periodo di copertura del Fondo, si trovarono senza assegno e senza possibilità di percepire la pensione. Da qui il dramma sociale (sfociato perfino in alcuni gesti estremi) dei cosiddetti esodati, considerati dalla sobrietà al governo vittime di effetti collaterali del riformismo in loden.

Tra gli altri princìpi introdotti dalla legge Fornero vi fu l’applicazione del cosiddetto “pro quota contributivo” per tutti i trattamenti pensionistici: a partire dal 1.1.2012 tutte le posizioni pensionistiche sarebbero state calcolate attraverso il metodo contributivo, più penalizzante rispetto a quello retributivo. Fu, inoltre, confermata ed estesa l’applicazione del meccanismo di adeguamento triennale (biennale dal 2019) alla speranza di vita dei requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici.

Ferma restando la sacrosanta riprovazione per un provvedimento calato come la mannaia di una sentenza senza appello sul corpo socio-laburista della nazione, a distanza di sette anni occorrerebbe realisticamente prendere atto che l’impatto dirompente di quelle criticità – ovvero “scalone” ed “esodati” – è stato di fatto assorbito, metabolizzato dal mondo del lavoro e delle imprese.

Le critiche di ora con le ineccepibili motivazioni di allora – benché mosse da un soggetto politico, la Lega, coerentemente contrario sia nel 2011 sia nel 2018 a quella norma – rischiano tuttavia di essere derubricate a persistente sentimento di ostilità utilizzato come un “tesoretto” di consenso politico differito nel tempo.

A nostro avviso non si può imputare alla riforma Fornero il mancato accesso al mondo del lavoro dei giovani impossibilitati dalla permanenza ex lege degli over 60. Occorre riconoscere che in uno scenario macroeconomico e tecnologico nel quale il fattore lavoro non serve più a produrre maggiore ricchezza e a massimizzare competitività e produttività (semmai è purtroppo vero il contrario), l’argomentazione utilizzata per giustificare e perorare la causa della “quota 100” – ovvero il turn-over della forza lavoro con il relativo assorbimento della disoccupazione – non regge. O almeno non appare tale da giustificare un poderoso e costoso intervento sulle curve di equilibrio previdenziale.

Delle altre due caratteristiche della riforma Fornero, il calcolo contributivo è ormai una prassi giuridica (ed anche politica) acquisita: le recenti campagne demagogiche ed ideologiche contro i privilegi probabilmente impedirebbero qualsiasi ipotesi che si discostasse anche di un solo euro dal finanziariamente corretto sistema contributivo. Una battaglia da combattere sul piano politico-legislativo e ancor prima su quello del rispetto dell’intelligenza dei cittadini è, semmai, l’adeguamento periodico dei requisiti di età ed anzianità alle attese di vita. Se è concettualmente corretto, alla luce dei progressi della farmacia e della medicina, commisurare i parametri di età per accedere alle prestazioni pensionistiche all’allungamento della vita media, sarebbe altrettanto doveroso prevedere uno speculare adeguamento al ribasso in caso di diminuzione statistica dell’attesa di vita. Nel 2015 tale evenienza si verificò, ma la legislazione previdenziale non aveva previsto (o non aveva voluto prevedere) questa fattispecie: così fu mantenuto il limite di età già acquisito invece di computare una sua diminuzione a favore dei lavoratori. Con buona pace dell’adeguamento automatico – che si presuppone nelle due direzioni – e della buona fede di una riforma obiettiva e rigorosamente etica.

La pluridecennale vicenda delle riforme pensionistiche permette di far luce su un aspetto talmente evidente da non essere rilevato nel dibattito socio-politico. Con l’accesso allo status di pensionato si accelera un processo – anche involontario, ma comunque già avviato negli ultimi anni di lavoro – di passaggio da una sensibilità collettiva, dove il senso di appartenenza è forte e costitutivo di una spiccata identità sociale (dai vincoli aziendali alla solidarietà categoriale, a quella di lavoratore autonomo o dipendente), ad un mutato sentire maggiormente attento alle esigenze personali e familiari. Si assiste, cioè, a quello che in altri tempi si sarebbe definito ripiegamento borghese nel privato.

Con l’uscita dal lavoro l’elemento rivendicativo, la contrapposizione – soprattutto nell’ambito dei rapporti subordinati – con la controparte datoriale, l’adesione e la rappresentanza sindacale costituiscono aspetti destinati ad essere prontamente espulsi dal novero delle preoccupazioni quotidiane. La stessa trattenuta non più versata alle organizzazioni sociali viene percepita dal neo pensionato come un piccolo guadagno netto.

Con l’accesso alla pensione l’ormai ex lavoratore scivola nei comportamenti e nelle sensibilità sociali verso destra. Maggiore diventa la cura del “particulare”, gli orizzonti di ambizioni ed aspettative vengono ormai limitati o circoscritti ad esigenze o eventi familiari. Insomma, con la pensione – ci si passi la semplificazione – si guarderebbe e si penserebbe “a destra”. Il carattere dei seniores indulgerebbe più alla ricerca di stabilità, ordine e benessere. Tanto più che con la persistente crisi (soprattutto “di lavoro”, come si è detto) sono proprio le generazioni più anziane a compensare in ambito familiare l’arretramento del welfare pubblico.

Non è un caso, per concludere, che tra i citati provvedimenti così cari al nuovo “governo del cambiamento” la riforma pensionistica sia quella che storicamente ha rappresentato l’innegabile giustificazione causale dei discutibili interventi presidenziali (tacciati da destra, senza mezzi termini, di “golpismo”) nel 1994 con Scalfaro e nel 2011 con Napolitano volti a rovesciare governi legittimamente espressione di una limpida volontà popolare. I primi e più significativi provvedimenti dei neo costituiti esecutivi Dini e Monti riguardarono proprio la riforma delle pensioni, posticipando l’uscita dal mondo del lavoro e ritardando lo “scivolamento” a destra. Un caso? Più si rimane al lavoro, dunque, più lotta di classe la trionferà.

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2 Responses to “Quello che la “quota 100” non dice”

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  2. Quello che la ha detto:

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    Quota 100: le pensioni e le loro pluridecennali riforme determinano anche conseguenze psico-sociali ed insospettabili ricadute politiche

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