Referendum ATAC: le ragioni politiche di un doppio “NO”

I due quesiti promossi dai Radicali Italiani mirano a introdurre elementi di privatizzazione e concorrenza nel trasporto urbano di Roma, che per sua natura deve restare pubblico e sotto il controllo, seppur indiretto, dei cittadini

 

Il prossimo 11 novembre i cittadini romani saranno chiamati alle urne per esprimersi su due quesiti referendari di carattere consultivo promossi da Radicali Italiani e Radicali Roma sul trasporto pubblico della Capitale. Il primo riguarda l’affidamento del citato servizio mediante gare pubbliche; con il secondo si chiederà agli elettori se intendano favorire e promuoverne l’esercizio ad imprese operanti in regime di concorrenza.

L’iniziativa referendaria trae le sue giustificazioni e poggia le sue speranze sui livelli qualitativi offerti agli utenti dall’azienda comunale del trasporto pubblico. Tuttavia – continuiamo a sostenere – la lunga campagna referendaria svolta nel 2017 (le firme furono consegnate nell’agosto di quell’anno) fu utilizzata dai promotori per ottenere visibilità ed attenzione mediatica funzionali a raccogliere consenso politico e – più prosaicamente – le firme necessarie a presentare le liste alle elezioni legislative del successivo 4 marzo 2018. Un problema spinoso che fu brillantemente risolto dall’ex Dc ed ex Udc Bruno Tabacci il quale mise generosamente a disposizione di Emma Bonino il simbolo del suo Centro Democratico (gruppo già presente in Parlamento) così da evitare, con una operazione “contro natura”, quella raccolta rivelatasi ben presto proibitiva e forse ostativa.

 

Il successivo, inevitabile accordo elettorale con la coalizione di centro-sinistra si rivelò per i Radicali Italiani – nel frattempo confluiti nel più capiente ed accattivante contenitore antisovranista e ultraliberista di +Europa – il proverbiale coniglio dal cilindro: benché al di sotto della soglia di sbarramento del 3%, i suoi due principali esponenti, la stessa Bonino ed il segretario nazionale Riccardo Magi, conquistarono in collegi uninominali blindati i loro seggi rispettivamente al Senato e alla Camera. Grazie – questa rimane la nostra convinzione – a quella visibilità ottenuta con la ben ragionata sovraesposizione referendaria. Non senza ragione si potrebbe parlare di referendum utilizzato come metaforico mezzo di trasporto pubblico per raggiungere le fermate di Palazzo Madama e di Montecitorio.

 

Dopo quasi un anno di sordina tutto ciò è tornato – almeno a Roma – di stringente attualità. Entrando nel merito della questione, non possiamo non rilevare che in caso di prevalenza del Sì il servizio di trasporto urbano finirebbe per rispondere ai soli criteri privatistici di sostenibilità finanziaria, tra cui la concorrenza e la remunerazione del capitale. È invece evidente che per sua intrinseca natura tale servizio deve contemplare e preventivare anche esigenze di matrice sociale che non solo non rispondono ai suddetti canoni economici, ma che con essi apertamente confliggono. Soltanto un gestore pubblico, dunque, può – e, aggiungiamo, deve – garantire tale offerta, facendosi carico dei relativi costi.

Il pessimo livello del servizio di trasporto collettivo reso agli utenti di Roma non può essere tuttavia utilizzato strumentalmente per sostenere il superamento della natura pubblica del servizio e conseguentemente porlo a giustificazione della richiesta di apertura a gare e concorrenza. Su questo punto dal sapore politico non si deve abbassare la guardia. Il servizio deve migliorare, gli standard devono essere innalzati sensibilmente, l’equilibrio economico ed una maggiore efficienza devono essere perseguiti, ma a farlo deve e non può che essere l’operatore pubblico.

 

Ciò che non deve essere permesso è l’abile sottrazione di competenze dal pubblico a favore del privato. Che le disfunzioni costituiscano la motivazione dello smantellamento dell’essenza pubblica del servizio non rappresenta che uno scaltro espediente comunicativo e giuridico dei promotori e dei loro interessati fiancheggiatori da combattere in radice nelle urne.

Il No ai due quesiti ha – a nostro avviso – una valenza non solo referendaria, ma preminentemente politica. Votare No significa, infatti, anche impegnarsi affinché le sfide di efficienza e miglioramento del servizio siano mantenute nel perimetro della competizione politica, dove i cittadini con il loro voto continuino ad avere la possibilità di incidere, seppure indirettamente, nelle scelte del governo locale e ad esercitare una vigorosa pressione sugli amministratori.

 

Votare Sì implicherebbe, invece, una sottrazione di “sovranità amministrativa” alienata a favore di consigli di amministrazione privi di responsabilità politica verso la popolazione locale. Anche per questo ci sembra un argomento poco persuasivo essere rassicurati che, con l’apertura alle gare e alle logiche concorrenziali, a fornire il servizio di trasporto a Roma possano essere analoghi gestori di altre metropoli italiane.

 

Infine, una considerazione tecnica: per rendere valida la consultazione è necessario che l’affluenza degli elettori superi il 33,33% degli aventi diritto. Al pari di altre tornate referendarie nazionali, indette per l’abrogazione di norme legislative, forte è la tentazione dei cittadini romani contrari alla riforma di disertare le urne per evitare di raggiungere il quorum. Facciamo innanzi tutto notare, anzi ribadiamo che in questa circostanza la consultazione capitolina ha carattere consultivo, orientato cioè a conoscere l’orientamento della popolazione, senza quindi dirette implicazioni legislative. In virtù di ciò, appare improprio – e in questo caso ancor meno giustificato – il ricorso a quella discutibile alleanza tra astensionismo e sostenitori del No.

 

Poiché, inoltre, l’occasione sarà utilizzata soprattutto da quel che resta del Pd romano per tentare di recuperare posizioni nei confronti di un M5S in difficoltà, il test referendario potrebbe trasformarsi in una squallida disputa locale di basso cabotaggio che, se da un lato traviserebbe il nucleo del contenuto dei quesiti, dall’altro finirebbe per estromettere completamente ogni valenza davvero politica che abbiamo cercato di porre in evidenza. A scanso di equivoci e di obiettivi malintesi, meglio recarsi alle urne e votare due volte No.

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