La morte della Repubblica

Mentre il governo Lega-M5S, dopo quattro mesi di oziose polemiche, vara in extremis la manovra di bilancio 2019, un libro di Marco Mori analizza scientificamente le ragioni degli “attriti” con l’Unione europea e straccia il velo di ipocrisia che avvolge il rapporto tra l’esecutivo giallo-verde e le burocrazie contabili sovranazionali. Con esiti sorprendenti.

“L’attuale bizzarra alleanza di governo tra Hobbes e Rousseau, se coronata da successo, può costituire un precedente interessante”. Così scrivemmo a giugno, poco dopo l’insediamento dell’esecutivo giallo-verde, concedendo un’apertura di credito ad un esperimento politico inedito e, sulla carta, promettente. Una benevolenza fondata sulla duplice convinzione che le forze politiche di maggioranza intendessero sinceramente dare avvio ad una nuova stagione politica caratterizzata da trasparenza comunicativa verso il popolo e confronto intransigente, ma sostenibile, nei confronti delle burocrazie contabili europee.

Ebbene, sei mesi dopo, a pochi giorni dall’approvazione definitiva della manovra di bilancio 2019 in Parlamento e a circa tre dalla sconcertante sceneggiata consumata sul balcone di Palazzo Chigi nella quale un gruppo di cretini inneggiava alla fine della povertà – un’emergenza che data, a Roma, almeno dal tempo dei Gracchi –, quell’apertura di credito, soprattutto intellettuale, ci sentiamo in diritto di revocarla, ancor prima che i provvedimenti normativi abbiano dispiegato i loro effetti e prodotto i “benefici” nel vissuto sociale del popolo.

Nel merito, non condividiamo alcuno dei cosiddetti cavalli di battaglia che connotano la manovra “del cambiamento”: dal reddito di cittadinanza alla “quota 100”, dalla flat tax alla penalizzazione delle cosiddette pensioni d’oro. Nemmeno il taglio progressivo del contributo pubblico all’editoria o la riduzione del tasso di adeguamento al costo della vita degli assegni pensionistici oltre i 1500 euro lordi. Più in generale è l’opacità genetica di molti provvedimenti, come il raddoppio della tassazione per le associazioni no profit, che non convince. Ognuna di queste riforme, brandite autonomamente in campagna elettorale, non solo contiene in nuce i germi di un oltranzismo ideologico che ne mina la credibilità, ma presenta vizi di compatibilità economico-finanziaria, socio-politica o addirittura costituzionale che ne compromette, in sostanza, la liceità.

L’opportunità politica, ancor prima della correttezza istituzionale, avrebbe dovuto indurre i due alleati di governo ad un immediato chiarimento, magari a reti unificate. Avrebbero dovuto, cioè, ammettere e non rinnegare una campagna elettorale condotta in netta contrapposizione; prendere atto che una legge elettorale maldestra aveva determinato un’impasse politico-istituzionale; confessare che la loro era un’alleanza forzata, dettata da una legge miope e dai numerosi veti incrociati dei partiti politici.

Avrebbero, in conclusione, dovuto riconoscere che i rispettivi programmi non potevano essere realisticamente perseguiti in toto una volta confluiti in un comune “contratto” di governo, poiché privi di copertura finanziaria e soprattutto di adeguata compatibilità politica. Questo avrebbero dovuto fare, se davvero fossero stati ispirati dall’imperante retorica del cambiamento succeduta a quella, altrettanto cialtronesca, della rottamazione. Ma così non è stato.

Il conflitto con l’Unione europea, al proposito, è stato esasperato e mediaticamente ingigantito non per sostenere una rivoluzionaria visione del mondo, per conseguire obiettivi strategici di lungo periodo, di respiro autenticamente nazionale e popolare, o per mettere politicamente a nudo il deficit democratico della Commissione europea. No, lo scopo è stato molto più prosaico: rincorrere l’effimero consenso elettorale registrato da effimeri sondaggi da utilizzare come clava comunicativa esterna con le irrilevanti forze di opposizione parlamentare e come strumento di confronto interno tra le stesse due forze di governo. E poter replicare come un mantra che “le promesse elettorali sono rispettate”, nonostante un deficit falcidiato in itinere di circa sette miliardi.

Solo con la chiave di lettura del binomio consenso-sondaggi è forse possibile spiegare la follia di un fraudolento braccio di ferro con i commissari Ue – pagato peraltro con circa cento punti di spread – che un governo di figure inadeguate non poteva certo condurre coerentemente fino in fondo; cioè rinegoziare duramente le regole contabili, oppure rovesciare il tavolo, uscire dall’euro e rompere il giocattolo della stabilità pagata con crescenti quote di sovranità e di benessere sociale. Molto più conveniente invece piegarsi, dopo un congruo lasso temporale e una generosa dose di selfie e tweet, alle granitiche richieste della Commissione lasciando sul terreno dello scontro ampie fette di agibilità politica nazionale e di credibilità personale.

Non ci stupiremmo, dunque, se la fine di questa esperienza di governo non coincida con la scadenza naturale della legislatura del 2023. Le smisurate clausole Iva pari a 23 e a 30 miliardi da disinnescare rispettivamente nel 2020 e nel 2021 – reale impedimento in quegli anni a qualsiasi margine di manovra (di bilancio) – sono ghiotti argomenti da non lasciarsi sfuggire per far cadere il governo nel 2019, andare alle urne, incassare il dividendo elettorale e ridisegnare profilo, composizione e soprattutto responsabilità delle future assemblee elettive. Tanto più che le rilevazioni demoscopiche di questo scorcio di anno confermano il progressivo ridimensionamento del M5S, ma registrano, significativamente, anche i primi scricchiolii nel monolite leghista.

Inoltre, sia detto come inciso, sul requisito della discontinuità di questo autoproclamato governo del cambiamento rispetto ai precedenti esecutivi varati in vigenza di “democrazia sospesa” è lecito nutrire qualche dubbio. Sul versante del merito, infatti, non possiamo non rilevare che già nel 2012 Monti aveva introdotto il blocco indiscriminato dell’adeguamento delle pensioni al costo della vita. In più, ora, è possibile ravvisare in filigrana un pauperismo profondo, ideologico, rancoroso, una miscela tra socialismo reale e comunismo mentale, di una parte del governo che considera alti, e quindi da penalizzare, assegni pensionistici mensili di 1500 euro. Per poi ricorrere schizofrenicamente alla collaudata prassi dei condoni edilizi e fiscali.

Sul versante del metodo, con il colpo di spugna alla dignità di Palazzo Madama, l’attuale dirigismo governativo ha ottenuto de facto ciò che l’abortita riforma costituzionale targata Boschi-Renzi non era riuscita de iure a realizzare: l’annientamento del Senato. Forse uno stadio intermedio nella visionaria strategia della Casaleggio Associati verso l’approdo, tramite il superamento progressivo ma irreversibile della democrazia parlamentare, alla democrazia totalitaria rousseauiana.

Proprio ad aspetti di metodo è, infatti, riconducibile la discutibile modalità di approvazione della legge di bilancio 2019, soprattutto nel passaggio al Senato. La mancanza di rispetto formale e sostanziale delle prerogative parlamentari, con una proibitiva compressione dei tempi per l’esame dei suoi contenuti, il ricorso alla fiducia e il voto notturno, ha creato un grave vulnus politico avente come corollario non solo un ricorso alla Consulta per presunta violazione dell’art. 72 della Costituzione, ma addirittura la messa in discussione della stessa forma di governo parlamentare. A nessuno è sfuggito – ecco lo snodo di questa nostra riflessione – che nel fine settimana che ha preceduto il Natale l’attenzione politica e mediatica per l’accaduto siano state egemonizzate dagli accorati interventi in aula di Emma Bonino, di Mario Monti e dalle dichiarazioni del redivivo Giorgio Napolitano.

Nell’occasione, la colpa imperdonabile di questo esecutivo è stata – a nostro avviso – quella di aver offerto l’opportunità a simili figure (o figuri) per ergersi a vestali del parlamentarismo e della democrazia. Monti ha persino avuto l’improntitudine dalle colonne del “Corriere della Sera” del 23 dicembre di parlare di Parlamento esautorato, dimenticando di essere stato lui stesso, nell’anno senza grazia 2011, col suo dante causa, un esautorante. Tre profili, quindi, dotati di scarsa dimestichezza con il rispetto del voto e della sovranità popolare, ma che molto hanno a che spartire con le lobby, le burocrazie e gli apparati di potere dell’Unione europea in funzione antinazionale ed antisovranista.

È in questo contesto di mediocrità morale e di riserva mentale, anzi grazie forse a questo degradato contesto che abbiamo potuto maggiormente apprezzare la lettura del libro “La morte della Repubblica” (Altaforte Edizioni, 2018, pp. 194), nel quale il suo autore, Marco Mori, avvocato, registra ed analizza la realtà politica, economica e sociale del nostro Paese, inquadrandola nel complesso impianto di relazioni diplomatiche e giuridiche internazionali, tracciando al contempo le possibili azioni da intraprendere per farlo uscire dalla palude. L’agenda politica di questi primi sette mesi di governo contraddistinti da un acceso, almeno sulla carta, dissenso antieuropeo rende, infatti, il saggio particolarmente adatto a spiegare scenari, dinamiche ed opzioni altrimenti incomprensibili.

L’Autore, lungo l’intero sviluppo dell’opera, pone grande cura nell’evidenziare quella sottaciuta, negata linea di demarcazione che oppone la nostra Costituzione al fitto reticolo di trattati internazionali, testi unici europei, statuti di organismi sovranazionali accomunati da una visione finanziaria, materialista ed iperliberista dei processi economici, sociali e quindi politici; tutti comunque finalizzati allo smantellamento delle vestigia laburiste e sovraniste. Merito di Mori su questo fronte è quello, ad esempio, di aver individuato nella sciagurata normativa di attuazione (legge 243/2012) del riformato art. 81 della Costituzione (introduzione dell’obbligo dell’equilibrio di bilancio) il cappio che impedirà all’Italia di potersi indebitare (“in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea”) e quindi di poter dispiegare anche in deficit – soprattutto in deficit – le proprie potenzialità produttive ed i relativi livelli di welfare.

Un articolo che viene così a trovarsi in palese contraddizione con quanto statuito dall’art. 41 sulla libera iniziativa economica e, per il suo tramite, persino con il secondo comma dell’art. 3. Altro merito è quello di aver rammentato il nome di colui che in quel 2012 predispose il disegno di legge poi approvato: Giancarlo Giorgetti, l’attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e numero due della Lega, riconosciuto unanimemente uomo forte dell’attuale esecutivo.

Anche un altro esponente di spicco del governo del cambiamento viene ricondotto da Mori, a dispetto delle sue ben veicolate credenziali euroscettiche e sovraniste, al suo alveo ultraliberista e mondialista: il ministro Paolo Savona. Del quale l’Autore ricorda il favore, espresso durante il governo Ciampi, alla privatizzazione del patrimonio nazionale per ridurre il debito pubblico; oppure una lettera del settembre 2018 indirizzata a Bruxelles nella quale il ministro per gli Affari europei auspicava la creazione di una scuola europea di ogni ordine e grado per favorire una comune cultura.

Il modello cui riferirsi, neanche a dirlo, è il politicamente corretto progetto Erasmus (generatore di “cittadini del mondo”, intercambiabili, senza radici, con curricula artificiali, ma guai a parlarne male!), quello meglio in grado di favorire l’unificazione politica, rendere irreversibile l’euro, rivitalizzare il consenso necessario per l’Unione europea e la moneta unica. Niente male per il campione governativo della sovranità politica e monetaria che lo scorso maggio poté fregiarsi del veto di Mattarella alla sua nomina a ministro dell’Economia.

La tirannia dello spazio impedisce di segnalare adeguatamente i molti altri argomenti salienti del libro. Non possiamo, tuttavia, non menzionare, sempre in ambito costituzionale, ciò che Mori definisce la “messa al bando del liberismo”, un principio, contenuto nella Parte prima, Titolo III (articoli 35-47), che permette di comprendere l’attacco pianificato di centrali finanziarie come J. P. Morgan all’impianto socialista e nazionalista di costituzioni come quella italiana, nonché le recondite motivazioni della riforma del 2016 preparata sotto i nefasti auspici di Napolitano. Un liberal-liberismo arrogante, ma che – sia detto incidentalmente – non ha impedito lo scorso 24 dicembre ad un commentatore del “Financial Times” di affermare che “liberalism is failing because of market forces”.

Nel quadro di un’attenzione alla cognizione dei fenomeni storici, non manca, inoltre, una ricca ricostruzione del conflitto geopolitico ed economico consumatosi nel 1944 alla conferenza di Bretton Woods tra Inghilterra e Stati Uniti, tra Keynes e White. Convintamente keynesiani, condividiamo con l’Autore il rammarico per la sconfitta del piano del grande economista di Cambridge e la conseguente scelta del dollaro quale moneta di riferimento per le transazioni internazionali.

Nella stesura dell’opera, va riconosciuta a Marco Mori l’adozione di un rigoroso metodo scientifico, soprattutto nella elaborata ricerca documentale. Un rigore che l’Autore riesce comunque a tenere disgiunto dai convincimenti che animano i suoi studi. Il libro, comunque lo si interpreti, in virtù di quel carattere indagatore della contraddittoria attualità politica, si rivela un ottimo strumento di analisi e di presa di coscienza della realtà nella quale tanta parte della popolazione, suo malgrado, vive inconsapevolmente immersa. E, col tempo, finirà per acquisire valore di documento storico.

You can leave a response, or trackback from your own site.

Leave a Reply

Powered by WordPress
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: