Tagli ai fondi per l’editoria: articolo 21 a rischio

 

 

 

 

 

L’esecutivo gialloverde taglia i fondi all’editoria invocando logiche concorrenziali e finge di non accorgersi che così pregiudica la libertà di stampa e il diritto al pluralismo dell’informazione

 

Tra le principali misure adottate dal governo Lega-M5S nell’ambito della recente manovra finanziaria figura a pieno titolo il taglio del contributo pubblico all’editoria e all’informazione. Il provvedimento presenta un carattere di progressività temporale: nel 2019 la sforbiciata sarà pari al 25%, nel 2020 al 50% e nel 2021 al 75%, così da ridurre a zero i fondi nel 2022.

La norma, pluriennale cavallo di battaglia dei 5 Stelle, si incardina in quel disegno di altrettanto progressiva disintermediazione sociale e politica teorizzata dai neo corifei dell’alienazione rousseauiana: il superamento di qualunque corpo intermedio – dai sindacati ai giornali, dalla magistratura alle aule parlamentari – che possa frapporsi alla sostituzione della democrazia rappresentativa con quella diretta gestita da piattaforme on-line.

Dopo le smentite d’ufficio di voler soffocare il pluralismo dell’informazione, fin troppo facili sono apparse le inoppugnabili giustificazioni del provvedimento addotte dal vertice pentastellato: gli unici azionisti dei giornali sono i lettori, quindi, questa la tesi, se i lettori non ne vogliono più sapere di un giornale non è giusto che tutti gli italiani debbano tenerlo in vita. Un ragionamento – a nostro avviso – di chiara impronta ultraliberista mascherato da populismo à la carte.

Il taglio investirà centinaia di testate giornalistiche che hanno finora beneficiato delle provvidenze della legge 250/1990 e del decreto legislativo 70/2017. Tra di esse spiccano, per risalto mediatico, quotidiani quali “Libero”, “il Manifesto”, “Avvenire”, “Italia Oggi”, “Il Foglio”. Tali giornali nel corso degli anni hanno ricevuto ingenti somme. Questi, nel dettaglio (fonte: “La Notizia” del 12.01.2019), i finanziamenti ottenuti dal 2003 al 2017: “Libero” 53,2 milioni; “il Manifesto” 46,1; “Avvenire” 79,6; “Italia Oggi” 61,8; “Il Foglio” 36,4.

Al di là dei retroterra politico-ideologici o delle sensibilità socio-culturali ai quali i giornali quotidiani e periodici interessati dai tagli si rivolgono, non si può non esprimere una forte preoccupazione per l’attacco mosso alla libertà di stampa e di pensiero sancita dall’art. 21 della Costituzione, la cui lettura estesa comprende anche lo speculare diritto ad essere informati.

Rivendicando una logica libero-concorrenziale, sembra quasi che il governo abbia voluto applicare surrettiziamente anche all’editoria ciò che abbiamo già stigmatizzato in ambito politico: una soglia di sbarramento. In questo sembrano infatti consistere il significato e la portata della scure governativa sul contributo pubblico all’editoria, mascherati mediaticamente da risparmio dei costi e riordino del comparto.

Altra vittima illustre è Radio Radicale, organo del Partito Radicale che fu di Marco Pannella, da non confondere con i Radicali Italiani di Emma Bonino. Per l’emittente radiofonica la manovra ha previsto per l’anno 2019 la drastica riduzione da 10 milioni a 5 milioni del contributo (unica fonte di introiti, immutata da 11 anni, oltre a quella proveniente dal Dipartimento dell’Editoria) erogato dal Mise a fronte del servizio pubblico svolto dalla radio. Una sforbiciata esiziale che, se non compensata dallo stanziamento dei restanti 5 milioni, ne determinerebbe la chiusura nei prossimi mesi.

Neppure alla storica Radio è stata risparmiata la traduzione dalla teoria alla pratica della dottrina liberista. Nella conferenza stampa di fine anno il Premier Conte l’ha invitata a camminare con le proprie gambe, facendo finta di ignorare – e con lui l’intero governo – che Radio Radicale non ha pubblicità, esortandola, ulteriore beffa, a cercare risorse alternative avendo tempo per farlo. Un approccio sprezzante e semplicistico, se riferito ad una realtà radiofonica che in 42 anni di attività ha costruito un archivio documentale di valore inestimabile, peraltro unico nel suo genere, vero patrimonio nazionale.

Radio Radicale, infatti, trasmette in diretta – e registra senza tagli – le sedute delle Aule parlamentari, le udienze di importanti processi, i lavori congressuali di partiti politici e sindacati. Ciò che, inoltre, personalmente più apprezziamo è la trasmissione anche registrata di convegni, interviste, conferenze stampa e soprattutto presentazioni di libri. Tutte inesauribili, preziose fonti di spunti, approfondimenti, riflessioni per gli ascoltatori. I quali, peraltro, possono usufruire ogni mattina di una insuperata rassegna stampa dei principali quotidiani nazionali, nonché di altre rassegne dedicate, con diverse cadenze, a molte aree geografiche del globo.

L’auspicio che ci permettiamo di avanzare è quello che, al pari di Radio Radicale, tutte le testate giornalistiche, altrimenti destinate a chiudere, possano continuare a beneficiare di un adeguato stanziamento statale che l’attuale o i futuri governi dovrebbero considerare non un costo, ma un investimento ad alto rendimento. Investire in conoscenza ed in spirito critico costituisce la via maestra nella promozione di una cittadinanza consapevole.

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