Diritti dell’uomo e diritti dei popoli

Intervista a Danilo Zolo sul tema “Diritti dell’uomo e diritti dei popoli” a cura della redazione di Italicum – da Italicum novembre – dicembre 2004

It. Quale valenza ha il discorso del cosiddetto occidente sui diritti dell’uomo se è vero, come è vero, che esso ignora o addirittura attenta al diritto dei popoli per motivi egemonici, culturali, economici? Così come nell’800 il colonialismo mercantile pretendeva di arrecare ‘progresso e civiltà’, oggi il fondamentalismo mercantile del terzo millennio si autoproclama portatore di ‘diritti e democrazia’: c’è una continuità storica in tutto ciò?

D.Z. A mio parere c’è una sicura continuità storica fra il colonialismo classico e l’ambizione all’egemonia globale che, dalla reinterpretazione wilsoniana della dottrina Monroe in poi, ha animato la politica estera degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno ereditato dalla vecchia Europa la vocazione razzista, espansionista e missionaria del colonialismo classico, affermatosi fra ottocento e novecento nel mondo intero. La guerra in Vietnam è stata sicuramente l’episodio centrale di questa transizione, che la dura sconfitta subita dagli Stati Uniti non ha bloccato. Al contrario si può dire che, vinta la quarta guerra mondiale — la guerra fredda –, gli Stati Uniti hanno ripreso con grande impeto la loro strategia egemonica, sino a farne una prospettiva di dominio imperiale del pianeta, grazie all’uso monopolistico dei grandi mezzi di distruzione di massa. La retorica contemporanea dei diritti dell’uomo equivale, entro il repertorio delle giustificazioni occidentali della guerra, alle vecchie retoriche della difesa della cristianità, dell’esportazione della civiltà e del progresso, della garanzia della sicurezza e della pace. Oggi, in un tempo di espansione planetaria degli strumenti di comunicazione di massa, l’universalismo normativo della dottrina dei diritti dell’uomo si presta assai bene a fondare il carattere ‘giusto’ di una guerra di aggressione e ad assicurare agli aggressori il necessario consenso, interno e internazionale.

It. Nel volume Oltre i diritti dell’uomo di Alain De Benoist si afferma che per difendere le libertà “la stessa società che a parole celebra i diritti dell’individuo, poi di fatto è quella che ha messo a punto i più asfissianti meccanismi di controllo collettivo”. Pensa che la causa di questa contraddizione reale sia da ascriversi alla impossibilità di coincidenza tra ‘unicità’ ed ‘eguaglianza’ nell’individuo? Nessuna persona, insomma, può essere allo stesso tempo ‘unica’ ed ‘eguale’ ad un’altra persona…

D.Z. Su questo punto dissento un po’ da Alain de Benoist. Non credo che la civiltà politica europea, quella che ha ‘inventato’ lo Stato di diritto e il diritto costituzionale moderno, possa essere accusata di aver messo a punto “i più asfissianti meccanismi di controllo collettivo”. Nonostante tutto, nonostante le recenti, opprimenti forme di ‘videocrazia’ che si sono affermate in occidente, non si può negare che un certo numero di diritti civili e ‘libertà negative’ sono stati sempre protetti nella tradizione dei paesi liberaldemocratici europei. Altro discorso, certo, andrebbe fatto per i diritti politici e per i cosiddetti ‘diritti sociali’. Ma a negare e sopprimere in radice le libertà individuali sono stati i regimi autoritari, fascisti, nazisti e sovietici. Detto questo non c’è dubbio, secondo me, che l’eguaglianza è una nozione politica ambigua: in realtà, chi lotta per l’eguaglianza, sotto l’insegna di valori e finalità universalistiche, combatte in realtà non per divenire eguale ad altri o per rendere altri eguali a se stesso, ma per abbattere i privilegi di uno specifico avversario e per affermare le proprie particolari aspettative, la propria individuale soggettività. Penso che una sinistra moderna dovrebbe archiviare la nozione, sostanzialmente vuota, di ‘eguaglianza’ e sostituirla con quella della autonomia dei soggetti: autonomia economica, politica, cognitiva.  

It. Nel 1976, ad Algeri, fu sottoscritta da diverse nazioni la ‘Carta dei diritti dei popoli’. Si parlava di diritti all’autodeterminazione, di difesa della propria cultura, delle proprie ricchezze e risorse naturali ecc. A circa trent’anni di distanza sembrerebbe che si siano fatti molti passi indietro rispetto alle aspettative dello scorso secolo. Dovremo necessariamente augurarci un mondo futuro bi–tri–polare (USA controbilanciato da Russia, ancora una volta, e dalla nuova Cina capitalmarxista), per poter vedere un mondo riequilibrato (non conseguentemente migliore), ma ancora con l’assenza di un soggetto europeo?

D.Z. Il diritto di autodeterminazione dei popoli è stato soppiantato dalla dottrina statunitense, poi divenuta dominante, dell’ humanitarian intervention che, assieme alla sovranità degli Stati, tende a cancellare anche il potere costituente dei popoli, la loro autonomia e indipendenza politica. Questo è un gravissimo passo indietro rispetto allo stesso ‘sistema di Vestfalia’ che la Carta delle Nazioni Unite ha tentato di superare. La stessa dottrina dei ‘diritti collettivi’ — il diritto alla propria cultura, a parlare la propria lingua, a professare la propria religione — è sostenuta da autori non occidentali, mentre i classici Bill of Rights occidentali tendono a ignorarli, riducendoli al più a puri diritti individuali. Oggi i diritti collettivi — si pensi all’etnocidio del popolo palestinese, ad esempio — sono ignorati e sempre più minacciata è la stessa sovranità degli Stati. E’ chiaro che il sistema del diritto internazionale moderno, che si fonda sulla sovranità dei singoli governi nazionali, non può funzionare in presenza di un soggetto — gli Stati Uniti d’America — che si ritengono e tendono ad essere considerati legibus soluti, al di sopra della legge. Soltanto una redistribuzione del potere internazionale che dia vita a un pluralismo di grandi spazi politici con al centro un’Europa dotata di una forte identità politica e di una piena autonomia può portarci verso un ordine internazionale, non dico giusto e pacifico, ma meno spietato e sanguinario.

It. C’è un’idea, un concetto, una prassi che ai giorni d’oggi appare sempre più offuscata, dimenticata nella società europea: la sovranità. Non si parla di sovranità della persona, non si affrontano i problemi riguardanti la sovranità di una nazione, di un popolo, di una comunità. Tutto è mediato attraverso altri concetti – specchio: umanità, diritti, mercato. Quale, secondo Lei, la possibilità di una inversione di tendenza o, quantomeno, di una fuoriuscita da questo percorso obbligato, che nega l’esistenza delle differenze e quindi la vita?

D.Z. Sono perfettamente d’accordo: occorrerebbe un forte recupero dell’idea di sovranità, sia pure in un contesto che richiede una intensa cooperazione transnazionale per affrontare problemi globali rispetto ai quali il singolo Stato oggi è nettamente fuori scala. Occorre affermare con forza che il carattere globale dei problemi che abbiamo di fronte — lo sviluppo economico ed umano, l’equilibrio ecologico, lo sfruttamento equilibrato delle risorse energetiche, l’equa distribuzione della risorsa idrica, la lotta contro la criminalità organizzata, il controllo delle armi nucleari, etc. — non significa affatto che globale debba essere anche il potere politico. Non significa che si debba auspicare la formazione di uno ‘Stato globale’, di un Leviatano cosmopolitico. Questa semplicistica idea, di origine kantiana, ignora che un potere accentrato è un potere meno visibile e controllabile e ignora che, in presenza di fenomeni di concentrazione del potere internazionale, i soli soggetti che sono in grado di gestire tale potere sono le grandi potenze economiche e militari. Oggi, di fatto, solo gli Stati Uniti sono in grado di esercitare una piena, assoluta sovranità, limitando ad libitum — si pensi alla prassi della messa al bando dei rogue States — la sovranità delle potenze medie e piccole. La via di uscita, come ho già accennato, è un mondo differenziato e policentrico, nel quale l’Europa riacquisti un suo decisivo ruolo strategico, in dialogo sia con le culture dell’altra sponda del Mediterraneo, sia con i paesi dell’Asia centrale, oggi sottoposti alla aggressione degli Stati Uniti e dei loro più stretti (più servili) alleati, a cominciare dall’Italia.

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