Cittadino Mussolini


Come ha ricordato il vecchio Montanelli prima di morire, gli italiani sono malati di contemporaneismo, che è la malattia che viene a chi non conosce minimamente la propria storia.

   È ormai evidente che, tra i tanti conti che gli italiani non riescono a far quadrare (conti pubblici, conti aziendali, conti domestici) trovano il loro posto anche i conti con il passato, o meglio con un certo passato, quello del ventennio fascista.

   Solo quello però, perché tra i tanti crimini che la storia d’Italia si porta dietro solo quelli commessi durante il ventunennio fascista (1922-1943) e durante il biennio della guerra civile (1943-1945) non si possono e non si devono dimenticare. Il resto sì, anche perché, come ha ricordato il vecchio Montanelli prima di morire, gli italiani sono malati di contemporaneismo, che è la malattia che viene a chi non conosce minimamente la propria storia.

   Quindi sono ricordate a tratti, ma si abbuonano nella sostanza, le vessazioni dei Borboni al sud, i lager per i napoletani in Piemonte, le cannonate di Bava Beccaris, che a Torino almeno ha ancora la sua bella via dedicata nel centro storico barocco, l’aggressione alla Libia di Giolitti, le malversazioni democristiane prima e pentapartitiche poi (sulle quali stanno iniziando per fortuna le doverose distinzioni tra corruzione e buona opera di governo). 

   Ma Mussolini no: le bonifiche, il welfare e la modernizzazione parziale dello stato si scontrano e soccombono contro i suoi crimini, che sono, in ordine cronologico, l’olio di ricino, le bastonature mortali degli avversari, l’incarcerazione di quelli che con le bastonate non sono morti, l’aggressione coloniale alla Libia ed all’Etiopia, le leggi razziali (quelle del 1938 contro gli ebrei, perché quelle contro gli africani non se le ricorda nessuno chissà perché), i fanti nelle sabbie mobili in Grecia, i bersaglieri con l’ameba in Africa e gli alpini con il culo gelato in Russia (le ultime tre sono citate con ironia perché occorre ricordare che quando viene dichiarata la guerra a tutto il mondo dal balcone di palazzo Venezia la gente sotto impazziva dalla gioia, quindi…)

   A Mussolini quindi non si riesce a perdonare nulla e fin qui niente di male. D’altronde, come mi diceva il mio amico Costanzo Preve, non bisogna dimenticare che i fascisti hanno menato per primi, e poi che la guerra se la sono andata a cercare facendo male i conti sulle capacità di resistere degli inglesi. La storia, del resto, la scrivono sempre i vincitori, e guai ai vinti.

   E qui si affaccia il contemporaneismo di Montanelli (che in realtà riconobbe con molta onestà intellettuale ad Ugo Ojetti la paternità del concetto): il contemporaneismo su Mussolini e sui crimini del fascismo è roba recente, dell’ultimo trentennio. Non ci poteva essere negli anni cinquanta e sessanta, perché la guerra civile  era ancora ben viva nel ricordo di tutti, e soprattutto perché vivi erano ancora quelli che l’avevano combattuta. Erano vivi, tanto per capirci, quelli che l’olio di ricino l’avevano somministrato e quelli che lo avevano bevuto con le conseguenze fisiologiche del caso. Quelli che le bastonate le avevano date e quelli che le avevano prese. Balle troppo grosse non se ne potevano raccontare perché tutti, chi più e chi meno, sapevano quanto successo. Chi è sopravvissuto alle torture di Koch e Carità di quelle portava testimonianza, ma non si inventava altre cose.

   Dal momento che l’epurazione non c’è stata, ed anzi la riconversione dalla camicia nera a quella bianca e ben stirata è stato un rito di massa (non smettiamoci di ricordare la battuta di un film di Totò del 1948 che ironizza sul numero di chi asseriva di avere fatto il partigiano alla grande adunata dell’anno prima, ed al quale è stata comunque data la tessera di combattente), ma anche dal momento che una pacificazione immediata (come quella imposta da Franco immediatamente dopo la loro guerra civile) non era possibile e nemmeno voluta, i primi governi repubblicani risolsero gordianamente il problema imponendo il silenzio sui fatti del ventennio e della guerra. Non se ne parlava e basta. I libri di scuola arrivavano fino a Vittorio Veneto. Restavano le battute al cinema (tipo Totò e Tognazzi, o Billi e Riva), e i documentari della neonata televisione, ma tutto con il contagocce. Tant’è che all’istituto Luce vennero classificati con la sigla “agricoltura” chilometri e chilometri di pellicole inedite sul duce e sulla repubblica sociale, scoperte per sbaglio all’inizio degli anni ottanta dallo storico Nicola Caracciolo.

   Oggi ci si è dimenticati di tutto. Delle bonifiche come del manganello. Del resto la storia non interessa a nessuno e questo è un dato di fatto inconfutabile. I professori che la insegnano non la conoscono, e questo è un dato di fatto inconfutabile (sì ci sono anche le eccezioni, ma non fanno altro che confermare la regola). Ci si ricorda solo che i nazisti erano cattivi, i fascisti anche (ma leggermente di meno) e gli altri no, quelli erano buoni. Un po’ come nella chiesa targata Bergolio, i cui pastori hanno presente a mala pena che Gesù è quello buon e il diavolo quello cattivo…e che gli alberi non vanno tagliati (anche se il concetto è un po’ pagano).

   Il problema è che alle ricorrenze poi non si sa che cosa dire, e allora si dà il meglio con gare di iniziative grottesche per apparire un paese antifascista ad ottant’anni dalla caduta del fascismo. Le notizie di questi giorni sono che una serie di comuni, che tra gli anni venti e gli anni trenta hanno conferito la cittadinanza onoraria a Mussolini, ora fanno a gara a revocarla: Sarno, Mantova, Salò, San Gennaro Vesuviano e infiniti altri. Tutti convinti di fare un torto al fascismo, che non c’è più, e di fare un favore alla causa dell’antifascismo, che non ha più senso di essere perché appunto non c’è più il primo.

   Fino a Finale Ligure, in provincia di Savona, che ha conferito a Mussolini la cittadinanza onoraria nel 1927 e vergognosamente non ha mai fatto altrettanto con Carlo Donat Cattin, che invece a Finale c’era nato. A Finale appunto c’è stata maretta in consiglio comunale, dove – vien da pensare – altri problemi da risolvere non ne hanno e quindi hanno potuto scornarsi con frasi del tipo “non vogliamo essere concittadini di chi ha fatto le leggi razziali” e così via. Un feticismo quasi divertente al quale per fortuna ha messo fine (temporaneamente pare) il sindaco, tale Ugo Frascherelli, di centro sinistra, il quale, stizzito per le accuse di fascismo a lui ed alla sua amministrazione, ha ricordato intelligentemente che Mussolini è morto (dato che il contemporaneismo non contempla) e che formalmente non si può revocargli la cittadinanza, così come non si può essere concittadini di un morto.

   Non ci vuole quindi una laurea in storia o una risposta più complessa di quella del sindaco ligure, basterebbe veramente il buon senso ad evitare il ridicolo. A Mussolini peraltro magari interessava anche poco essere cittadino onorario di Bergamo, Rivoli o San Vitaliano. Come funzionario pubblico – almeno questo glie lo si riconosca da qualsivoglia parte – si occupava di problemi più importanti. La cittadinanza onoraria al duce è stata evidentemente concessa da burocrati leccaculo del potere costituito che non sapevano più come idolatrarlo, e per le stesse ragioni (uguali e contrarie) per cui oggi altrettanti burocrati fanno a gara a revocarglierla. Tutto ciò fa stare allegro chi legge i giornali, ma riduce l’antifascismo all’avere fatto, nella guerra alle mosche, il tifo per queste ultime.

Funzione psicologica del 25 aprile

Celebrare la liberazione dall’occupazione nazista copre il fatto che essa è stata sostituita da un’altra occupazione, che perdura militarmente a tutt’oggi

Ogni sistema di potere, anche quello detto liberaldemocratico, rappresentando interessi della élite che lo esprime, tende a rendersi definitivo, non delegittimabile, non resistibile nemmeno culturalmente, plasmando e imponendo un pensiero unico più o meno apertamente obbligatorio. Tende, cioè, a farsi autocratico (similmente a come qualsiasi grande attività imprenditoriale tende a farsi monopolio ponendosi sopra il libero mercato). Così è giustificato ad imporre ciò che di volta in volta gli conviene: t.i.n.a., there is no alternative. Cionondimeno, tutti i sistemi di potere, prima o poi, decadono o crollano.

I mezzi per raggiungere e mantenere tale condizione di dominanza variano in ragione dei contesti storici, degli ambienti ideologico-religiosi, e degli strumenti tecnologicamente disponibili nei vari contesti storici; alle volte sono credenze soprannaturali, alle volte sono credenze economiche; alle volte sono rozzi e materiali, alle volte sono sofisticati e microscopici; ma tutto ciò non toglie che i vari regimi tendano all’identico, suddetto obiettivo; né implica che essi siano giudicabili e classificabili in termini etici.

Ciascun regime ufficialmente insegna e sostiene che i mezzi usati dai regimi precedenti o concorrenti fossero abietti e che quei regimi fossero ingiusti e immorali. E di essere sorto per porre fine a quegli abusi. E di usare metodi etici e legittimi.

Celebrazioni come il 25 Aprile hanno la funzione di creare l’illusione che la tendenza al dispotismo e al totalitarismo sia non un tratto generale di ogni sistema di potere in quanto strumento di un interesse elitario, ma circoscritta a determinati regimi, legata a caratteristiche (im)morali dei medesimi; e che quindi possa essere vinta definitivamente abbattendo quei regimi e, dopo, continuando ad attaccare i loro apologeti reali o inventati. Celebrare la Resistenza al regime fascista serve a legittimare il regime italiano attuale, che è almeno altrettanto corrotto, che causa sul piano economico disastri paragonabili a quelli compiuti dal fascismo, e che non usa i suoi grossolani strumenti, ma ne usa altri, oggi resi disponibili dalla tecnologia, e che possono fare danni molto più profondi alla libertà, alla sicurezza e alla salute.

Celebrare la liberazione dall’occupazione nazista copre inoltre il fatto che essa è stata sostituita da un’altra occupazione, che perdura militarmente a tutt’oggi (assieme alla perdita della sovranità nazionale), e che persegue le solite mire di dominio mondiale, anche con l’uso delle guerre.

Siffatte celebrazioni servono quindi ad accreditare come esenti da quella tendenza autocratica i regimi di volta in volta in sella e le forze che in essi si collocano ed operano. Servono a far credere nella democrazia, quindi nella responsabilità del popolo per le scelte prese da altri sopra la sua testa. Servono a identificare-separare i buoni, dagli altri, i malvagi (quindi sono necessariamente divisive, perché ogni identità sociale consiste nel distinguere l’ingroup dall’outgroup). Svolgono insomma funzioni rassicuranti, identificanti, legittimanti, che sono indispensabili per tenere insieme un vasto corpo sociale di persone ordinarie che non sosterrebbero la consapevolezza della realtà.

Credo che il bisogno di celebrazioni quali il 25 Aprile, con le suddette funzioni, sia destinato ad acuirsi, via via che il regime si farà più duro e afflittivo, più simile nei metodi ai regimi che esso definisce “male assoluto”, per le ragioni che seguono, esposte qui in estrema sintesi, e più ampiamente nei miei saggi Tecnoschiavi e Oligarchia per popoli superflui.

Abbiamo da un lato un mondo le cui risorse si stanno rapidamente esaurendo e in cui un crescente inquinamento da parte di una sovrappopolazione crescente sta compromettendo la biosfera in modo irrimediabile.

Abbiamo dall’altro lato un sistema globale centralizzato e finanziarizzato di profitto e potere che, anche grazie all’automazione e all’intelligenza artificiale, non ha più bisogno di masse di lavoratori, consumatori, combattenti; sicché i popoli sempre più divengono superflui e ininfluenti, quindi passivi.

Con queste premesse, è evidente quale sarà il percorso per il futuro: decrescita infelice, riduzione dei diritti individuali, aumento del controllo manipolatorio sulla ente, riduzione consistente della popolazione mediante gli strumenti biologici già disponibili e legalizzati o legalizzabili.

Per le medesime ragioni è irragionevole pensare che si possa uscire dalla “crisi” con una ripresa generalizzata delle economie, della produzione e dei consumi. L’attuale, interminabile crisi, e il malessere dei popoli sono ciò che meglio asseconda gli interessi di chi possiede il potere reale. Sono il modo attuale di governare e modificare le nazioni.

L’embargo americano verso l’Iran e la destabilizzazione del Medio Oriente

L’embargo verso l’Iran è un atto unilaterale americano. Le accuse di fomentare il terrorismo nell’area, sono chiaramente di natura strumentale, sono azioni di propaganda bellica atte a occultare le strategie egemoniche israelo – americane in Medio Oriente.

Dal 2 maggio cesseranno le deroghe all’importazione di greggio dall’Iran. Trump, l’8 maggio 2018 annunciò l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo con l’Iran già concluso nel 2015 dall’allora presidente Obama, unitamente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e alla Germania. Tale accordo, prevedeva la fine dell’embargo imposto all’Iran, che, in cambio di aiuti economici, si obbligava alla costruzione di centrali nucleari solo per fini civili. Tale accordo fu denunciato da Trump a seguito di pressioni da parte di Israele, in quanto l’Iran rappresenta per essa l’unica potenza in grado di contrastare la sua politica egemonica in Medio Oriente. Analoghe pressioni furono fatte dall’Arabia Saudita unitamente agli Emirati arabi, nemici irriducibili dell’Iran sciita, che ha validamente contrastato l’espansione sunnita in Iraq e Siria dell’Isis, oltre a rappresentare per gli stati del Golfo un temibile concorrente nel mercato petrolifero.

Il rinnovato embargo verso l’Iran, prevedeva tuttavia delle deroghe temporanee nel commercio con l’Iran stesso, per 8 paesi tra cui l’Italia. Tali deroghe non saranno più rinnovate. Secondo Washington “Questa decisione mira a ridurre a zero l’export del petrolio iraniano”. Gli USA hanno annoverato i guardiani della rivoluzione iraniani tra le “organizzazioni terroristiche” e pertanto impongono tali sanzioni “per mettere fine all’attività destabilizzante del regime che minaccia gli Stati Uniti, i nostri partners e la sicurezza in Medio Oriente”. Trattasi dunque di una decisione unilaterale degli USA. Non sembra peraltro che, riguardo al pericolo del terrorismo islamico e alla sicurezza dell’are mediorientale decisioni simili siano state adottate dagli USA nei confronti dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi, già aperti sostenitori dell’Isis, e fautori dell’espansionismo sunnita nell’area. Tali paesi vengono invece annoverati tra i loro alleati.

L’embargo verso l’Iran è un atto unilaterale americano che comunque pregiudica, oltre che l’Europa, anche l’economia di molti paesi. Mentre i dissensi europei circa l’embargo sono stati assai tiepidi e solamente verbali, la Cina ha reso noto la sua ferma opposizione a tale embargo rivendicando la legittimità e la legalità internazionale degli accordi già da essa stipulati con l’Iran. La Turchia ha duramente contestato la decisione americana e ha dichiarato la sua ferma contrarietà all’embargo, in quanto la politica degli USA, oltre a non contribuire alla pace a alla sicurezza del Medio Oriente, provocherà enormi danni alla popolazione iraniana.  L’embargo americano è tra le principali cause della crisi economica in cui è precipitata la Turchia dallo scorso 2018. L’Iran è il principale fornitore di petrolio e il primo partner commerciale della Turchia.

Per quanto concerne l’Italia, gli USA hanno inflitto alla Unicredit una multa pari ad 1,2 miliardi di dollari per violazioni delle norme sull’embargo. La decisione americana ha inoltre un rilevante impatto negativo sull’export italiano. L’interscambio tra Italia e Iran era cresciuto nel 2017 del 97% rispetto al 2016; ammontava a 5 miliardi di euro, più elevato di quello francese (3,8 miliardi) e di quello tedesco (3,3 miliardi). Infatti le esportazioni italiane in Iran avevano subito un notevole incremento dal 2012 al 2017, nei settori dei macchinari, delle apparecchiature elettriche, della chimica – farmaceutica e del made in Italy, pur dovendo affrontare notevoli difficoltà per contendere le quote di export ai competitor occidentali. Erano stati programmati per gli anni a venire, circa 30 miliardi di investimenti italiani in Iran.

Le esportazioni di petrolio costituiscono la maggiore fonte di entrate per l’Iran. La strategia di “massima pressione” annunciata dal Segretario di Stato americano Mike Pompeo,  mira a generare, attraverso l’isolamento dell’Iran, una vasta crisi economico – finanziaria interna, al fine di suscitare un ampio malcontento popolare e favorire quindi insurrezioni che abbiano l’effetto di rovesciare il regime iraniano. La politica americana ha dunque la finalità di destabilizzare ulteriormente l’area mediorientale. Le accuse di fomentare il terrorismo nell’area, sono chiaramente di natura strumentale, sono azioni di propaganda bellica atte a occultare le strategie egemoniche israelo – americane in Medio Oriente.

L’Europa si rivela impotente e disarmata dinanzi alle scelte unilaterali della politica estera americana. L’Europa ha già dovuto scontare le conseguenze economiche dell’embargo imposto alla Russia a seguito della guerra in Ucraina. L’embargo verso la Russia ha comportato per l’Italia gravi danni per l’export nel settore agro – alimentare. Inoltre, la politica trumpiana riguardante l’imposizione dei dazi sulle importazioni si sta dimostrando particolarmente incisiva nel settore dell’auto in Europa e assai determinante nel rallentamento dell’economia europea verificatosi nel secondo semestre 2018.

In conseguenza del dichiarato embargo totale sul petrolio iraniano tutti i mercati finanziari hanno registrato una vorticosa impennata delle quotazioni del greggio e dei prodotti petroliferi ed un parallelo rincaro del prezzo del petrolio a 7 dollari il barile. Si è inoltre verificato un calo dei titoli obbligazionari con relativo incremento dei tassi di interesse ed innalzamento dello spread per l’Italia. L’aumento del prezzo del greggio ha automaticamente innescato anche la spirale speculativa: in Italia, come da tradizione, in corrispondenza delle festività la benzina è aumentata raggiungendo la soglia di 2 euro al litro. Secondo le previsioni la tendenza al rialzo del prezzo del greggio potrebbe perdurare fino a raggiungere nel prossimo futuro la quota di 8,5 dollari il barile. Tale andamento al rialzo dei carburanti, avrebbe effetti depressivi rilevanti su una economia europea già in fase recessiva, specie per l’Italia. Occorre infatti tener conto che il trasporto commerciale avviene in Italia per l’85% su strada. Il costo dei carburanti incide in misura rilevante sulla logistica e quindi anche sui prezzi al consumo. Particolarmente colpito è il settore agro – alimentare, in cui i trasporti incidono per il 30 – 35% del costo di produzione.

In realtà sta emergendo in tutta la sua evidenza la progressiva emarginazione dell’Europa dal contesto geopolitico mondiale, dovuto proprio alla identificazione dell’Europa stessa con l’Occidente americano.

La divergenza tra gli interessi americani e l’Europa si è rivelata già insanabile con il mutamento delle strategie della politica estera americana verificatosi con l'”America First” inaugurato dall’avvento della presidenza Trump, che ha tra l’altro comportato anche la crisi della Nato.

La nuova politica estera americana, riguardo ai rapporti con l’Europa si è rivelata ondivaga e priva di credibilità. La recente crisi libica ne è un eclatante esempio. Gli USA sostenevano fino a circa un mese fa in Libia il governo legittimo di Tripoli di Sarraj, conferendo tra l’altro all’Italia un ruolo strategico rilevante nel mediterraneo, in contrapposizione al regime di Bengasi del generale Haftar, sostenuto dalla Russia. Tuttavia recentemente gli USA, a seguito dell’aggressione di Haftar (già sostenuto dalla Francia in aperta ostilità alla presenza italiana in Libia), volta alla conquista di Tripoli, hanno ribaltato le proprie alleanze a favore di Haftar. Le ragioni di tale voltafaccia sono evidenti: Haftar è sostenuto dall’Arabia Saudita, dagli Emirati e soprattutto dall’Egitto, da paesi cioè alleati e grandi partners commerciali e finanziari degli USA. L’irrilevanza dell’Onu e della legalità internazionale è evidente.

E’ comunque l’Italia a fare le spese di questa ambivalenza americana. L’Italia è rimasta isolata ed impotente a sostenere il governo di Serraj e vede seriamente minacciata la sua presenza in Libia. Il clamoroso paradosso tutto italiano è che i movimenti sovranisti, si ispirino all’atlantismo e alla politica trumpiana. Su certo patriottismo è lecito nutrire seri dubbi.

Si vanno profilando nuove alleanze e nuove strategie geopolitiche degli USA nell’area mediorientale. Si va costituendo una sorta di nuova “Nato mediorientale”, che vede protagonisti Israele, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, l’Egitto, quale schieramento di paesi che possano garantire gli interessi americani legati alle materie prime e il dominio del Medio Oriente e del nord Africa. Le potenziali nuove “primavere arabe” in Sudan, Algeria, la recente guerra in Libia e la politica di destabilizzazione dell’Iran sono la tangibile conferma delle rinnovate mire espansionistiche americane.

La nuova strategia geopolitica americana comporterà la progressiva estromissione dell’Europa dal Medio Oriente e dal Mediterraneo. L’Europa, che sembra condannata ad un ruolo marginale nel contesto geopolitico mondiale, è in realtà vittima di se stessa, della sua gabbia finanziaria, degli egoismi franco – tedeschi dominanti al suo interno, della propria settantennale acquiescenza allo stato di sovranità limitata imposto dalla Nato e dal dominio politico – militare americano. L’Europa ha generato in se stessa i gemi della propria dissoluzione.

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