Voucher aboliti: intanto avanza la gig economy

La gig economy: l’ultima frontiera della flessibilità del lavoro

L’abolizione dei voucher è l’ennesima vittoria millantata da parte dei sindacati. L’esultanza dei sindacati (che tra l’altro hanno fatto largo uso ed abuso di questo strumento atto occultare il lavoro nero), e la protesta di Confindustria, rappresentano uno stanco e ripetitivo gioco delle parti mediatico, che comunque occulta la realtà del lavoro precario che continua ad espandersi a macchia d’olio.
Il capitalismo assoluto genera modelli economici che si diffondono nella realtà ed investono il mondo del lavoro, indipendentemente da una legislazione giuslavoristica che si dimostra impotente ed estranea ai processi evolutivi del mercato globale. La precarietà del lavoro, si è già imposta a livello mondiale con la progressiva liberalizzazione dei mercati. In Europa con l’abrogazione nei fatti del contratto collettivo di lavoro, il mondo del lavoro ha subito trasformazioni strutturali in senso liberista, con le riforme della Thatcher in Gran Bretagna, con la riforma Harz in Germania che ha introdotto i mini – job e la riforma Biagi in Italia con l’istituzione dei contratti atipici. Il neocapitalismo non conosce stabilità, ma è proiettato verso continue evoluzioni e quindi, di riflesso, il mondo del lavoro deve essere repentinamente riformato e reso compatibile con i nuovi modelli di sviluppo che esigono sempre maggiore flessibilità e precarietà.

L’avvento della gig economy

 

Negli USA, ma con rilevanti ricadute anche in Europa, si è imposta la gig economy, un modello basato su lavori temporanei, cioè sul lavoro on demand in funzione delle richieste di manodopera per periodi di tempo limitati. Le piattaforme informatiche regolano la domanda e l’offerta di lavoro: si è diffuso tale modello occupazionale particolarmente nei trasporti privati (vedi Uber), nella ristorazione, nelle consegne a domicilio.
La gig economy si differenzia dalla scharing economy a cui viene impropriamente assimilata. La scharing economy è un modello che presuppone una economia della condivisione di beni e servizi nell’ambito di una comunità locale, che ha lo scopo di rendere disponibili a tutti risorse non utilizzate. Nella gig economy invece i lavoratori sono autonomi, si pongono al servizio di una impresa impiegando mezzi propri, a condizioni contrattuali prestabilite dal datore di lavoro senza alcuna tutela a salvaguardia dei diritti del lavoratore.
Da una ricerca effettuata negli USA da Katz e Krueger, tali lavoratori flessibilizzati realizzano guadagni inferiori ai lavoratori ordinari del 28%, nonostante il loro orario di lavoro sia prolungato in media del 17%. La gig economy è stata concepita in funzione dell’aumento della produttività del lavoro e dell’efficienza delle imprese: la tecnologia produce solo innovazioni conformi alla logica del massimo profitto nel mondo capitalista.
Hanno destato particolare scalpore i casi di Uber, Foodora e Deliveroo. Uber è stata oggetto di una violenta protesta da parte dei tassisti, in quanto ha realizzato una legalizzazione di fatto dei taxi abusivi. Foodora, multinazionale tedesca delle consegne a domicilio, ha ridotto progressivamente le paghe orarie, imponendo nei fatti retribuzioni a cottimo. I lavoratori della Deliveroo in Gran Bretagna hanno proclamato uno sciopero a causa delle forme di retribuzione sempre più ridotte e il progetto dell’impresa di abbandonare la tariffa oraria e imporre contratti a zero ore con la scandalosa tariffa di 3,75 steline a consegna. Tali multinazionali non hanno creato lavoro che in minima parte, accentuando tuttavia lo sfruttamento estremo della manodopera.

 

Lavoratori imprenditori di sé stessi

 

L’inquadramento giuridico del lavoro della gig economy si presenta assai problematico. Secondo il giuslavorista Aloisi, tali lavoratori, pur non potendo essere considerati dipendenti, non possono allo stesso tempo essere ritenuti autonomi, dato che debbono eseguire prestazioni secondo le condizioni e le modalità integralmente prescritte dalle imprese nelle piattaforme, con relative sanzioni disciplinari ed interruzione unilaterale del rapporto di lavoro. Sono contratti flessibili e precari, non prevedono salari minimi, né tutele previdenziali ed assistenziali di alcun genere, fissano unilateralmente condizioni che possiamo definire vessatorie sulle piattaforme, senza possibilità di alcuna trattativa. Non sussiste alcuna organizzazione sindacale.
Anzi, secondo una inchiesta della ILO (International Labour Organizzation), una organizzazione sindacale tra lavoratori autonomi, in alcuni Paesi, potrebbe essere assimilata ad un “cartello” e pertanto potrebbe essere vietata in base alle normative antitrust, in quanto lesiva della concorrenza. Inoltre, i lavoratori della gig economy vengono sottoposti a metodi di valutazione da parte dei consumatori che esprimono i loro giudizi sul servizio sulle piattaforme. Tali recensioni possono pregiudicare l’impiego dei lavoratori, i quali si trovano esposti a valutazioni dei clienti che non di rado, con le loro opinioni possono creare condizioni di discriminazione tra i lavoratori che nel lavoro ordinario non sono ammesse dalla legge e contro le quali non sussiste alcuna tutela giuridica.
Probabilmente saranno varate nel prossimo futuro nuove fattispecie giuridiche atte a recepire questa nuova categoria di lavoratori. Si profilano, in tale contesto, i nuovi inquadramenti che la legislazione italiana fornirà ai lavoratori temporanei a seguito dell’abolizione dei voucher. Se il capitalismo è l’artefice dei nuovi modelli economici, spetta invece alla legislazione il compito di legalizzare uno sfruttamento generalizzato spacciato per efficientamento produttivo.
In realtà i lavoratori della gig economy sono imprenditori di sé stessi, in concorrenza tra di loro al pari delle imprese nel libero mercato, in cui la competitività estrema, al pari dei prezzi, produce la compressione accentuata delle retribuzioni e la mercificazione totale del lavoro. L’atomizzazione sociale della sopravvivenza ha raggiunto la sua piena realizzazione: la forma merce, cioè la mercificazione di sé stessi, quali prodotti di scambio e consumo a rapida obsolescenza costituisce la nuova antropologia della società di mercato.

 

Un passato ottocentesco prossimo venturo

 

In Italia, il cui tasso di disoccupazione è tra i più elevati in Europa, secondo le statistiche OCSE, al decremento della quota salari sul Pil, fa riscontro un tasso elevato di lavoratori autonomi (24,5%), il quarto nel mondo. Parallelamente, in Italia è altresì elevato il tasso di lavoro precario, che è del 14%. Il lavoro intermediato coinvolge in Italia dai 100 ai 500 mila lavoratori.
Il lavoro intermediato delle piattaforme è un fenomeno in crescita esponenziale. Negli USA raggiunge una quota di mercato del 52%, mentre in Europa è del 16%. La gig economy, che sta soppiantando anche le forme di lavoro atipico già esistenti, rappresenta una delle nuove schiavitù del mondo capitalista, che in futuro potrà coinvolgere anche lavoratori di più elevata professionalità, quali gli insegnanti, gli addetti ai servizi sanitari, gli amministratori pubblici.

 

Innovazione e progresso tecnologico nel sistema del capitalismo assoluto non possono avere ricadute sociali. Il modello neoliberista evolve verso una società dominata dalle diseguaglianze, sfruttamento, monopoli economici e finanziari.
Non occorre quindi proteggersi da un futuro incerto ed oscuro, ma da un passato ottocentesco prossimo venturo, che vuole annientare qualunque futuribile avvenire.
Luigi Tedeschi

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10 Responses to “Voucher aboliti: intanto avanza la gig economy”

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