Disoccupazione europea ed export di liberismo made in Germany

La disoccupazione reale europea è il doppio di quella ufficiale 

 

Disoccupazione: l’Europa distrugge le proprie risorse umane
Da uno studio della BCE di maggio 2017, emerge che in Europa sussiste una forza lavoro non impiegata pari al 18%. Il tasso di disoccupazione medio europeo è del 9,5%. Le statistiche riguardanti la disoccupazione infatti non considerano la massa di lavoratori precari, sottoccupati e scoraggiati, cioè disoccupati che non cercano più un lavoro.
Trattasi dunque di manodopera in eccedenza non utilizzata (particolarmente diffusa tra i giovani), di risorse umane escluse dal mondo del lavoro. Tali risultati statistici fanno comprendere che la disoccupazione / sottoccupazione reale in Europa è il doppio di quella ufficiale. Possiamo affermare che tale situazione di carenza occupazionale è una delle principali cause della labile ripresa europea e della stessa ondata deflattiva che ha investito l’Europa negli ultimi anni.
L’aumento del tasso medio di inflazione registrato in aprile è pari all’1,7%. Ma trattasi per lo più di inflazione dovuta al rincaro dei prezzi agricoli e delle materie prime e non alla ripresa della domanda interna, che invece tende a languire. La spirale della compressione retributiva e la flessibilizzazione del lavoro hanno prodotto negli anni i loro effetti, influendo negativamente su redditi e consumi. Le riforme imposte dalla UE relativamente alla legislazione del lavoro al fine di incrementare la competitività delle imprese e la produttività del lavoro, hanno determinato progressivi decrementi del costo del lavoro e maggiore discrezionalità da parte delle imprese nei licenziamenti e nelle assunzioni. I contratti aziendali hanno sempre maggiore diffusione, facendo venir meno la contrattazione collettiva. Si è accresciuto il potere contrattuale delle imprese a danno dei lavoratori, che vengono quindi privati di larga parte delle tutele sindacali.


La contrattazione aziendale si è spesso dimostrata non rispettosa dei minimi salariali. E’ nota la diffusione del lavoro precario, dei contratti a tempo determinato, dei contratti interinali in Italia. Ma una simile tendenza si registra in tutta l’Europa. In Germania i mini – job (lavori a tempo, esentasse, retribuiti in media a circa 500 euro mensili), coinvolgono 7 milioni di lavoratori. Ma al di là del precariato e delle tante forme di lavoro nero semi – legalizzato (vedasi in Italia la vicenda dei voucher), la difesa del rispetto dei minimi salariali si rivela assai problematica. Infatti possono essere assunti in molti settori (vedi il trasporto), lavoratori stranieri, specie dell’est europeo, che percepiscono salari pari a 1/3 rispetto ai lavoratori italiani, in base alle norme contrattuali dei paesi d’origine, sebbene svolgano le proprie prestazioni in Italia.
L’industria manifatturiera tedesca ha esternalizzato larga parte della produzione nei paesi dell’est europeo, facendo produrre le componenti dei prodotti in tali paesi, in cui i salari sono assai inferiori a quelli tedeschi. Le industrie tedesche si limitano ad effettuare poi l’assemblaggio della componentistica prodotta all’est e quindi realizzano un valore aggiunto ben più elevato rispetto ad una produzione effettuata integralmente nel paese d’origine. L’istituzione della UE ha rappresentato l’occasione più propizia per conseguire alti valori aggiunti, per i paesi e per le classi dominanti, ma si è rivelata foriera di diseguaglianza e miseria per i paesi deboli e le classi subalterne. La Spagna, devastata dalla crisi del 2008, nel 2016 ha raggiunto una crescita di circa il 3% del Pil, ma con un calo di due milioni di occupati: la disoccupazione è oggi al 18,8% e il 40% dei contratti è a tempo determinato o part – time.
La Germania, con la riforma Hertz (realizzata in barba ai parametri europei sul deficit), ha ridotto il costo del lavoro e quindi ribassato i prezzi alla esportazione. Pertanto, ha ottenuto negli anni successivi con l’export negli altri paesi della UE avanzi commerciali abnormi e in violazione delle norme europee. I paesi più deboli dell’Eurozona, non potendo riequilibrare i propri conti con l’estero mediante la svalutazione dei cambi, perché inseriti nell’area della moneta unica, hanno subito rilevanti recessioni economiche con relativi deficit commerciali e crescita esponenziale del debito pubblico. Gli squilibri nel tempo si sono accentuati in virtù della politica di austerity imposta ai paesi del sud della UE. Le politiche di austerity, che hanno comportato drastici ridimensionamenti del welfare, liberalizzazioni a pioggia ed espansione del debito, hanno profondamente inciso sulla stessa sovranità politica degli stati.
La stessa Germania, nonostante la crescita, persevera tuttora nella politica di compressione salariale, al fine di garantire la competitività delle proprie esportazioni. Lo stimolo della domanda interna favorirebbe la crescita economica degli altri paesi europei. Ma il primato della Germania è basato proprio sulle crisi degli altri membri della UE. La stagnazione della domanda in Germania è del resto confermata dal fatto che la crescita per abitante è stata negli ultimi 5 anni dello 0,6%. L’Europa a trazione tedesca è immobile ed irriformabile a causa dei ripetuti veti posti dalla Germania a qualsiasi proposta di riforma dei trattati europei. Ma soprattutto il dominio tedesco in Europa può sussistere grazie servilismo ed alla pavidità dimostrata dagli altri stati membri.

 

Export di liberismo, come tecnica di dominio

 

La disoccupazione ha prodotto ondate migratorie di masse giovanili, spesso per i lavori più qualificati, verso i paesi dominanti. Ai paesi d’origine, la crisi ha quindi sottratto ingenti risorse umane. Inoltre, le ripetute crisi del debito hanno comportato enormi afflussi di capitali verso la Germania, che, dalla crisi del 2008 ha potuto usufruire di un surplus di risorse finanziarie e quindi ridurre di 145 miliardi gli interessi del debito pubblico.
Il made in Germany, annovera tra i prodotti destinati all’export, l’austerity ed il liberismo. Il neoliberismo, più che una teoria economica, si è rivelato una tecnica di dominio messa in atto dalla Germania al fine non solo di destrutturare le economie degli stati membri della UE, ma per destabilizzare la stessa sovranità degli stati.

 

Le riforme antisociali vengono imposte all’Europa da una Germania in cui le banche rimangono sotto il controllo dello stato (oltre ad essere in larga parte sottratte alla vigilanza europea), e in cui vige un sistema protezionista in economia. Si rifiuta di approvare provvedimenti contro la disoccupazione in Europa e normative inerenti le garanzie sui depositi bancari.
Le terapie liberiste non prevedono meccanismi di redistribuzione del reddito e in tal modo si pregiudicano irrimediabilmente gli strumenti necessari alla crescita. La disoccupazione non è conseguenza di politiche economiche rivelatesi errate, ma è un fenomeno strutturale generato da un sistema economico e politico europeo in cui non può sussistere alcun organico ed equilibrato sviluppo degli stati membri. Nella UE si è affermato il dominio di una Germania, la cui crescita è diretta conseguenza del depauperamento degli altri stati membri. Lo sviluppo del capitalismo è basato rapporti di dominio: allo sviluppo dei dominanti fa sempre riscontro il sottosviluppo dei dominati. Al primato delle potenze colonialiste europee del XIX° secolo corrispose il sottosviluppo dei paesi colonizzati dell’Asia e dell’Africa.
L’Europa è salva! Così è stata salutata l’elezione di Macron. Ma chi salverà i popoli e gli stati dall’Europa?

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16 Responses to “Disoccupazione europea ed export di liberismo made in Germany”

  1. Eugenio Orso ha detto:

    “La disoccupazione non è conseguenza di politiche economiche rivelatesi errate, ma è un fenomeno strutturale generato da un sistema economico e politico europeo in cui non può sussistere alcun organico ed equilibrato sviluppo degli stati membri.”

    Mi sento in dovere di precisare un punto fondamentale, in merito al discorso che si fa nell’articolo.
    La disoccupazione è una conseguenza inevitabile della struttura del modo di produzione neocapitalistico.
    Un elemento strutturale caratteristico del neocapitalismo (che non è il capitalismo produttivo del secondo millennio) è la creazione del valore azionaria, finanziaria e borsistica, che sussume l’estrazione del plusvalore di marxiana memoria. Ciò significa, in poche parole, che il lavoro subisce una doppia sussunzione e, per dirla in modo più chiaro, una doppia svalutazione, economica e culturale. Il lavoro è interamente fattore e non più diritto, non è più un veicolo d’integrazione ma è soggetto alla spietata logica finanziaria, tipica delle élite dominanti postborghesi del terzo millennio. Non sorprende, perciò, in un simile contesto il dilagare della disoccupazione e alti tassi di disoccupazione reale a fronte di “risanamenti” dell’economia come conclamato (dai media …) nel caso spagnolo.

    Cari saluti

    Eugenio Orso

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