I nazionalismi vecchi e nuovi che uccidono l’Europa

L’asse franco – tedesco è il connubio tra due nazionalismi dominanti in Europa. Al nazionalismo bellico del ‘900 si è sostituito quello finanziario dell’era globale. Si evocano e si condannano le tragedie del passato, onde occultare quelle del presente.

Giudizio dei mercati e sovranità degli stati

La UE, già data per morta o in via di dissoluzione è risorta e ha ritrovato la sua unità. La bocciatura della manovra finanziaria italiana, con relativo avvio di procedura di infrazione per deficit, ha rappresentato un momento di rinnovata unità. L’Europa è quindi unita quale istituzione finanziaria repressiva delle sovranità degli stati. La politica di espansione della spesa sociale è stata legittimata dal consenso popolare alle elezioni del 4 marzo, ma lo scontro tra una UE fondata sulla rigidità finanziaria e un governo gialloverde rappresentativo del disagio sociale attuale e del depauperamento progressivo del popolo italiano era inevitabile.

Nel 2003 sia la Francia che la Germania presentarono rispettivamente manovre che violavano apertamente il vincolo deficit/Pil del 3%, ma dinanzi proposta di sanzioni della Commissione, gli altri stati membri, conniventi con l’asse franco-tedesco, si opposero. E questo non fu un caso isolato. Tuttavia, dinanzi ad un deficit italiano del 2,4%, si è registrato un totale unanimismo nel rifiuto.

Si è ripetuto fino alla nausea che le cause della bocciatura del def italiano non è da attribuirsi a qualche decimo di Pil. Si rivelano altresì chiari pretesti gli argomenti secondo cui la UE avrebbe salvaguardato con tale bocciatura la stabilità dell’Eurozona, così come il pericolo di contagio che scaturirebbe dall’aumento dello spread e soprattutto la considerazione secondo la quale la politica espansiva della spesa pubblica avrebbe compromesso una crescita europea già di per se in fase di rallentamento. La UE non ha mai intrapreso politiche che favorissero la crescita e la redistribuzione del reddito, ma ha solo vigilato sull’osservanza dei parametri di bilancio degli stati. Trattasi pertanto di una decisione di natura politica.

Lo stesso atteggiamento di apertura al dialogo della Commissione nei confronti del governo italiano è del tutto strumentale. Infatti, l’oligarchia europea confida, per ricondurre alla ragione un’Italia recalcitrante, sull’innalzamento dello spread e sulla fuga dei grandi investitori dal debito italiano. Debito pubblico che è già oltre il 130% del Pil ed uno spread stabilmente oltre i 300 punti base lo renderebbe alla lunga insostenibile. Uno stato che perseguisse politiche contrarie alle regole dei dei parametri europei, costituirebbe infatti un pericoloso precedente che farebbe vacillare il potere oligarchico della UE.

La UE, e all’unisono le opposizioni interne del PD e FI, confidano sull’innalzamento dello spread e su eventuali minacce di default: il giudizio dei mercati oltrepassa la politica e pertanto, forze politiche ormai marginali nel contesto politico italiano, sperano che una crisi del debito possa rappresentare l’occasione di una loro possibile riviviscenza.

Se quindi non è determinante la politica dei governi né lo sono le decisioni della Commissione, perché il verdetto dei mercati si antepone ad essi, si presuppone che il giudizio dei mercati sia alieno dalla politica. I mercati finanziari globali sono dominati da pochi grandi investitori, che, sostenendo o meno i debiti sovrani degli stati, possono determinare la crescita, il default e perfino la vita di essi. Pertanto i mercati dispongono di strategie politiche ben precise. Essi impongono le politiche e le istituzioni dello stato minimo neoliberista, al fine di effettuare negli stati stessi quegli investimenti che garantiscano loro il massimo profitto. I mercati perseguono dunque politiche invasive che pregiudicano l’indipendenza e la sovranità degli stati. Il primato americano nel mondo non si è forse imposto attraverso il dominio dei mercati? E con le armi, nei confronti di quegli stati che avessero opposto una qualche resistenza all’imperialismo dei mercati.

Il ritorno dell’asse franco-tedesco

Si sono associati all’unanimismo europeo contro l’Italia anche i governi sovranisti europei, che anzi, hanno assunto un atteggiamento di aperta ostilità nel proporre immediate sanzioni all’Italia. Il sovranismo europeo vuole infatti salvaguardare gli interessi interni dei propri stati, non certo riformare l’Europa. Un eventuale successo sovranista alle elezioni europee del 2019 potrebbe riservare amare disillusioni agli euroscettici europei.

Del resto, la Germania non ha mutato i propri rapporti con l’Ungheria per le ripetute violazioni delle normative europee sull’immigrazione, né con la Polonia per i suoi atteggiamenti ritenuti illiberali in tema di garantismo. Ma gli stati dell’est europeo sono satelliti economici della potenza dominate tedesca. Solo l’Italia è rimasta isolata nella apodittica condanna inflittagli dalla Commissione europea per deficit eccessivo. Caso mai verificatosi sin dalla istituzione della UE. Il consenso riscosso dal governo Conte da Trump e Putin non si è rivelato determinante.

Dopo un periodo di immobilismo e ripetuti dissensi, si è rinsaldato l’asse franco – tedesco, quale caposaldo dell’unità europea. Francia e Germania sono infatti gli artefici di un progetto condiviso di riforma della UE. Si vuole istituire un bilancio comune dell’Eurozona, che preveda politiche di sostegno agli stati in crisi e fondi per la disoccupazione, ma solo per quegli stati che adottino politiche economiche conformi alle regole di bilancio europee. Emerge chiaramente la volontà di escludere l’Italia, la cui politica è giudicata non in linea con le regole europee.

Tale bilancio europeo dovrebbe però essere in larga parte finanziato con fondi erogati dagli stati e solo in minima parte con imposte da istituire sulle transazioni finanziarie. E’ stato quindi escluso che l’Eurozona possa finanziarsi con risorse autonome. Non è stata inoltre approvata la proposta di istituire una garanzia europea sui depositi bancari.

Il progetto di riforma include inoltre la trasformazione dell’ESM (fondo salva stati), che diverrebbe un organismo determinante in materia di ristrutturazione dei debiti pubblici insostenibili. A tale proposta già Padoan si era dichiarato contrario. L’Italia viene dunque emarginata dall’Europa.

L’asse franco – tedesco si riafferma in Europa, ma tuttavia è guidato da leaders deboli, quali oggi sono la Merkel e Macron. Le rovinose sconfitte elettorali della CDU – CSU in Germania sono note, contro Macron dilaga la protesta di massa dei gilet gialli. Anzi, Macron è riuscito nella mirabolante impresa di raggiungere indici di popolarità addirittura più bassi di Holland, leader di un partito socialista in via di estinzione.

Tuttavia una politica eterodiretta dalle oligarchie finanziarie potrà produrre nuovi leaders artificiali, nuovi cloni che potranno sostituire i vecchi ormai logorati. La recente rinascita dei Verdi in Germania ne è una palese testimonianza. Si risuscitano vecchi partiti o se ne creano di nuovi, come è avvenuto in Francia con la comparsa improvvisa sulla scena politica del partito “En Marche” di Macron, poi ribattezzato “partito di plastica”, che è stato fondato proprio con il fine specifico di sostenere le oligarchie finanziarie contro il populismo della Le Pen. Con la resurrezione dei Verdi in Germania si vuole creare un gruppo che possa riassorbire i consensi del popolo di sinistra in fuga da un SPD ormai stremato. I Verdi sono una nuova sinistra liberal, che, come affermato recentemente da Federico Rampini, si presenta come una riedizione in veste europea della sinistra californiana. Una sinistra cioè, imperniata sui diritti umani, aperta all’immigrazione e ai diritti delle minoranze. Ma le classi subalterne restano estranee a queste nuove mutazioni della sinistra. La classe operaia resta priva di rappresentanza politica.

I nazionalismi vecchi e nuovi che uccidono l’Europa

In occasione del centenario della fine della prima guerra mondiale, la Merkel, unitamente agli altri leaders europei, hanno condannato il nazionalismo europeo, le cui ideologie espansioniste diedero origine al primo conflitto mondiale. Si vuole accreditare l’idea che il nazionalismo sia un relitto del passato e quindi, onde garantire un futuro di pace e progresso per l’Europa, si condannano gli attuali sovranismi, quali fenomeni sintomatici di riviviscenze nazionaliste.

E’ tuttavia errato credere che l’attuale unione europea rappresenti un superamento dei nazionalismi. Patriottismo e nazionalismo non si identificano: l’uno è fondato su un primato dello stato nazionale che implica il riconoscimento delle altrui patrie, l’altro invece non riconosce altra sovranità all’infuori della propria.

L’Europa odierna si è istituita in funzione del primato economico e politico degli stati dominati quali sono la Germania e la Francia. E la predominanza franco – tedesca implica la negazione nei fatti della sovranità politica degli altri stati. In realtà l’asse franco – tedesco rappresenta il connubio tra due nazionalismi. Tali nazionalismi sono la negazione evidente dell’Europa delle patrie. Infatti essi esprimono il primato degli interessi nazionali, non l’etica del patriottismo. E gli interessi nazionali dell’asse franco – tedesco si identificano con quelli delle classi dominanti in Europa.

E’ in questo contesto politico che si sono determinati l’isolamento e l’emarginazione dell’Italia in Europa. Attraverso gli innalzamenti progressivi dello spread potrebbero verificarsi violente crisi finanziarie del debito che potrebbero esporre l’Italia al default. E quindi, un tale stato di emergenza finanziaria, potrebbe favorire la rapacità delle multinazionali franco – tedesche nell’appropriarsi a prezzi di fallimento delle strutture economico – finanziarie italiane.

Al nazionalismo bellico del ‘900 si è sostituito quello finanziario dell’era globale. Si evocano e si condannano le tragedie del passato, onde occultare quelle del presente.

Questa Europa non rappresenta l’avvenire dei popoli, ma è semmai una pericolosa riproposizione, sotto altre forme, di un percorso storico le cui tragiche conseguenze sono note a tutti.

Di nazionalismo predatorio l’Europa muore. Ma le lezioni della storia rimangono sempre inascoltate.

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