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Biden: l’esportazione della democrazia con altri mezzi

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Biden ha un fine ben preciso: destabilizzare la Russia. Biden è in perfetta continuità con la strategia di espansione americana verso l’Eurasia, già teorizzata da Brzezinki.

E’ tornata la guerra fredda? No. La risposta di Biden nell’intervista televisiva alla domanda su Putin “Lei conosce Vladimir Putin. Pensa che sia un assassino?” “Lo penso”, non è davvero una gaffe, ma la chiara espressione delle direttive fondamentali della politica estera che saranno perseguite dal neopresidente americano. La politica estera di Biden infatti, è in perfetta continuità e coerenza con quella dei suoi predecessori democratici, Clinton e Obama. Unilateralismo americano, interventismo politico e militare con coinvolgimento dei paesi alleati, primato dell’America nel mondo, in difesa dei diritti umani e soprattutto del sistema economico e politico neoliberista a livello globale.

La guerra fredda sorse in un contesto storico assai diverso. Quello della contrapposizione politica, militare ed ideologica tra le due potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale: gli USA e l’URSS. Ma nell’attuale contesto geopolitico, scaturito dalla fine dell’URSS, gli USA di Biden riconoscono solo la Cina come potenza mondiale legittimata ad interloquire (anche se in un posizione conflittuale), con gli Stati Uniti. La Russia di Putin non è considerata dagli USA una potenza mondiale come lo fu l’Unione Sovietica. Anzi, la Russia di Putin fu definita da Obama “potenza regionale”. La politica di Putin ha sempre avuto come obiettivo strategico il ritorno della Russia al ruolo di protagonista sulla scena geopolitica mondiale ed il suo interventismo politico e militare in medioriente in difesa della Siria, con la sconfitta dell’Isis ha sortito importanti risultati.

Pertanto Putin ha sempre aspirato ad istituire con gli USA un “rapporto alla pari”, che preludesse ad un “ritorno a Yalta”, ovvero ad una svolta nella geopolitica mondiale ispirata ad un multilateralismo tra potenze continentali in grado di determinare un nuovo equilibrio tra potenze e garantire quindi sicurezza nelle varie aree del mondo dilaniate da conflitti ricorrenti. Gli USA di Biden invece non fanno mistero della propria intenzione di preservare l’unilateralismo e quindi il primato americano nel mondo.

Il definire Putin “assassino” rappresenta un atto di aperta ostilità di Biden nei confronti della Russia, cui fa riscontro, in coerente continuità, l’affermazione di Regan negli anni ’80 riguardo all’URSS, che fu definita come “impero del male”. La russofobia è connaturata alla politica americana da sempre, e l’estrema aggressività della affermazione di Biden è in perfetta conformità con la concezione veterotestamentaria del popolo eletto chiamato a combattere il male, incarnato dal nemico assoluto di turno. Tale ispirazione biblica ha presieduto alla fondazione degli USA e alla loro espansione nel mondo. Diceva Giorgio Gaber nel suo brano “America”: “Sotto sotto c’è sempre un po’ di western. Anche nei manicomi riescono a metterci gli indiani”.

In realtà l’esternazione di Biden verso Putin ha la sua ragion d’essere nelle interferenze messe in atto da Putin, in sostegno a Trump, in occasione delle recenti elezioni presidenziali. In particolar modo, Biden si è sentito offeso dalla manovra propagandistica perpetrata da Trump in collaborazione con Rudy Giuliani, che coinvolse il figlio di Biden, Hunter, che era stato nominato nel C.d.A. della Burisma Holding, società ucraina per l’estrazione del gas. Le interferenze mediatiche nella politica interna degli stati, in un mondo globalmente interconnesso, sono diventate la norma. Ma questa dichiarazione di Biden, di aperta ed aggressiva ostilità nei confronti della Russia, in un clima di emergenza pandemica mondiale, ha un significato ben preciso.

L’amministrazione Biden, oltre alla crisi pandemica, si trova ad affrontare problemi interni assai gravi. L’assalto al Congresso dei seguaci di Trump, è la chiara espressione delle divisioni interne nel paese. Tali contrapposizioni potrebbero mettere a rischio di destabilizzazione le stesse istituzioni democratiche americane. Non dimentichiamo inoltre, i frequenti ed inquietanti episodi di conflittualità razziale che affliggono la società americana. Sussiste tuttora il problema dei flussi migratori, con migliaia di minori detenuti presso il muro ai confini con il Messico, eretto da Trump, ma già proposto da Clinton e Obama. Resta insoluto il problema del ritiro della truppe americane dall’Afghanistan. Oltre ai problemi della crisi economica scaturita dalla pandemia, del disagio sociale crescente e delle diseguaglianze sempre più accentuate. Biden non è nemmeno riuscito a far approvare dal senato la legge che prevedeva l’aumento dei minimi salariali.

Pertanto, la sortita aggressiva di Biden contro Putin, è da interpretarsi come un’azione di distrazione di massa, messa in atto al fine di dirottare l’attenzione dell’opinione pubblica americana e dei partners internazionali, verso il pericolo di un nemico esterno da abbattere. Infatti, la politica imperialista americana si è sempre legittimata mediante la prefigurazione mediatica di un nemico da cui difendersi, di un vero o presunto “asse del male”, o della difesa dagli “stati canaglia”. Un nemico assoluto e irriducibile cioè, che attentasse alla democrazia, alla libertà, ai diritti umani, alla sicurezza interna degli USA. Valori, la cui difesa giustificasse il primato americano nel mondo.

In tale ottica, mentre vengono condannate le interferenze russe nella politica statunitense, si tace invero sugli interventi diretti o indiretti americani tesi a destabilizzare gli stati retti da regimi ritenuti non compatibili con gli interessi strategici americani. Occorre infatti menzionare a tal proposito, l’assassinio del generale iraniano Soleiman in Iraq, perpetrato da Trump, le primavere arabe in Nordafrica e le rivoluzioni colorate quali quella dell’Ucraina, organizzate, finanziate e sostenute militarmente dagli USA, al fine di destabilizzare la Russia. Oltre al sostegno che determinò l’ascesa di Elsin in Russia, unico regime russo, che, subalterno all’Occidente e corrotto fino al midollo, godette del favore degli USA. Gli Stati Uniti infatti, sono l’unico paese legittimato a elargire patenti di democrazia e rispetto dei diritti umani a tutti i paesi del mondo.

La politica estera di Biden è interventista, differenziandosi in ciò, dall’ “America frist” di Trump. Stiamo infatti assistendo alla ricomposizione della Nato in Europa in funzione antirussa. Il multilateralismo, così come la vocazione atlantista enunciata da Biden, consiste appunto nel coinvolgimento degli alleati, in condizione certo subalterna, alle strategie espansioniste americane. L’Europa è peraltro dilaniata dalla azione disgregatrice svolta in seno alla UE dai paesi del patto di Visegrad, il cui rivendicato sovranismo, altro non rappresenta, se non una politica filo atlantica in aperta contrapposizione con la Russia. Vengono minacciate nuove sanzioni contro la Russia, in cui saranno coinvolti anche i paesi della UE, che ne subiranno le conseguenze economiche. In realtà, gli USA vogliono impedire la costruzione del Nord Stream 2, gasdotto che, attraverso il Baltico, dovrebbe rifornire l’Europa di gas proveniente dalla Russia. E’ evidente la volontà degli USA di isolare la Russia mediante la progressiva interruzione dei suoi rapporti con l’Europa. Gli Stati Uniti vogliono quindi sostituirsi alla Russia quali esportatori in Europa di gas e shale oil. Tale progetto comporterebbe peraltro la dipendenza energetica europea nei confronti degli americani. La politica americana ha come finalità l’isolamento e la marginalizzazione della Russia. La politica delle sanzioni, del sostegno alle opposizioni interne, compresa la campagna mediatica condotta per il rispetto dei diritti umani legata al caso del tentato omicidio del dissidente Navalny, la condanna del regime autoritario russo, la campagna di criminalizzazione dello stesso Putin, sono manovre che hanno uno scopo ben preciso: la destabilizzazione interna della Russia, quale potenza ostile all’espansionismo ad est della Nato. La politica estera di Biden è in perfetta continuità con la strategia di espansione americana verso l’Eurasia, già teorizzata da Brzezinki. Biden è dunque il nuovo artefice di quella stessa politica di esportazione della democrazia attuata con altri mezzi, quali la propaganda e le sanzioni.

La rinnovata aggressività americana verso la Russia non è nemmeno casuale che venga riproposta nel corso della crisi pandemica. Esiste infatti anche una geopolitica dei vaccini. Gli USA, attraverso le sanzioni e l’isolamento della Russia, vogliono impedire la diffusione del vaccino Sputnik, già adottato da 50 paesi del mondo e quindi preservare il monopolio e i mega profitti delle Big Pharma anglosassoni. Il ruolo monopolista assunto dalle multinazionali americane e britanniche in Europa, peraltro rafforzato dalla cointeressenza della Germania, è la chiara testimonianza dell’esistenza di un atlantismo vaccinale di cui la UE è succube. Afferma a tal riguardo Alberto Negri: “Putin è un assassino secondo Biden. Cosa farà se l’Unione europea dovesse acquistare il vaccino dalla Russia? Bombardarci come l’Iraq? Biden nel 2003 votò l’attacco a Saddam che scoperchiò il vaso di Pandora del Medio Oriente. Ecco chi è Biden”.

L’Europa, orfana dell’atlantismo con la presidenza Trump, invocava il ritorno al multilateralismo americano. Ma tale multilateralismo si tramuta inevitabilmente in coinvolgimento subalterno, se non coloniale, alla politica imperialista americana nei confronti dell’Eurasia. Dal punto di vista geopolitico comunque, l’isolamento e la marginalizzazione della Russia, comporta anche l’isolamento e la marginalizzazione dell’Europa nel contesto mondiale.

E solo un’Europa non atlantica peraltro, potrebbe disinnescare gli obiettivi strategici degli USA. L’Europa infatti, mediante l’istituzione di intese di collaborazione politica ed economica con la Russia, potrebbe contribuire a creare nuovi equilibri geopolitici, fondati sulla sicurezza dell’area eurasiatica e mediorientale.

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