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Capitalismo e conflitti di classe nella geopolitica del XXI° secolo

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Intervista a Gennaro Scala, autore del libro “Per un nuovo socialismo”, a cura di Luigi Tedeschi

1) Ci si domanda oggi, quali forme di conflitto sociale potrebbero manifestarsi alla fine della crisi pandemica. Nell’era del capitalismo globalizzato, sono venuti meno infatti i soggetti già protagonisti del conflitto, cioè le classi sociali. Il neoliberismo è, secondo Costanzo Preve, un capitalismo senza classi. La divisione del lavoro nel XXI° secolo è strutturata secondo una funzionalizzazione di competenze estremamente specialistiche alle tecnologie della produzione. E’ scomparsa la classe sociale come forma di aggregazione unitaria, quale gruppo omogeneo identificabile con gli interessi, le istanze, i valori rappresentativi del mondo del lavoro. Il tramonto della conflittualità di classe non ha la sua origine in quel processo di “economicizzazione del conflitto” che ebbe luogo nel ‘900, che comportò l’integrazione progressiva delle classi lavoratrici nel sistema capitalista? La struttura elitaria poi assunta dal capitalismo assoluto, non determinò anche il venir meno della ragion d’essere stessa del confronto e del conflitto tra le classi sociali?

Preve con il termine capitalismo senza classi ovviamente non intendeva l’assenza di disparità socio-economiche, l’assenza di dominati e dominanti, ma l’assenza di gruppi sociali con coscienza del proprio essere sociale. A partire dallo smarrimento dell’identità culturale da parte della stessa borghesia, analogamente al suo stesso antagonista, il proletariato, che si definiva in opposizione ad essa. Non scompaiono i lavoratori salariati, ma scompare la classe come soggetto con una coscienza di sé. La classe per sé, secondo la terminologia hegeliana, applicata da Marx alla classe operaia. Bisogna considerare che tale coscienza di classe era anche una forma di cultura, la cultura borghese era cultura europea. Pochi si rendono conto che noi oggi viviamo in un universo culturale diverso rispetto a quello di Gramsci, Croce e Gentile, con il crollo dell’Europa la cultura europea si è dissolta, è stata radicalmente trasformata dall’egemonia statunitense. Questo era un fattore esogeno rispetto al conflitto sociale interno agli stati europei. Con il crollo della cultura europea, sostituita dalla “cultura di massa” è venuto meno quel quadro culturale all’interno del quale furono definiti i rapporti tra le classi, oltre al cambiamento strutturale apportato dal “capitalismo” di tipo statunitense.

Bisognerebbe chiedersi quale ruolo ha avuto il “conflitto di classe” nella civiltà europea.  Non è stato solo un sintomo di decadenza. Nella sua formulazione marxiana voleva essere una negazione radicale della società europea capitalistica, e insieme la prospettiva di una sua palingenesi. Se la sola questione di classe non poteva esaurire le ragioni della crisi radicale della civiltà europea, nondimeno questa crisi era presente, come risulta dalla storia successiva. Non possiamo certo imputare al movimento operaio il crollo della civiltà europea. Con il senno di poi possiamo dire che la teoria marxiana era solo un “segnalatore d’incendio”, il segnale di una crisi radicale della civiltà europea che poi si è manifestata successivamente, e che Marx credeva potesse risolversi con una radicale ricostruzione, in seguito ad una rivoluzione che ne avesse cambiato la sua struttura fondamentale che riduceva al rapporto capitale-lavoro.

Credo di aver meglio compreso il significato dell’“economicismo” di Marx studiando Dante, che presenta delle straordinarie affinità con il filosofo tedesco venuto circa mezzo millennio dopo (la Commedia è uno dei classici più citati ne Il capitale), nonostante che il primo fosse materialista e il secondo cristiano. Per un’esposizione dettagliata non posso che rimandare ad un mio prossimo lavoro in merito, qui diciamo che Dante è il primo a rendersi conto del perseguimento dell’illimitato, che nasce nell’ambito dell’economico, ma che si estende in tutte le sfere sociali, e su cui viene a fondarsi la nascente civiltà europea che vede nascere sotto i suoi in quel di Firenze (“la gente nova e i sùbiti guadagni, / orgoglio e dismisura han generata”). Dante vuol uscire dal mondo dominato dalla cupidigia (che è una categoria teologica-economica caratterizzata dalla dismisura, la lupa dalla “fame sanza fine cupa”) attraverso la soggezione universale all’imperatore. La brama dell’illimitato ha termine con l’imperatore che non avendo nessun al di sopra di lui, non può bramare ulteriore potere, instaurando un dominio oikonomico nel senso che il mondo per l’imperatore universale è trasformato in una casa dove si applica appunto il criterio dell’oikonomia, gestione della casa, dove non vi è deliberazione politica. Il che va in direzione contraria rispetto a quanto sosteneva Aristotele da cui pur prende origine il discorso dantesco. L’imperatore dantesco governa il mondo come il padrone dell’oikos amministrava la sua casa. Questa utopia dantesca è l’uscita utopica dal vicolo cieco della civiltà comunale italiana. Ugualmente per Marx è fondamentale la categoria della dismisura (il “capitale è senza misura”) su cui fonda l’economia, che è per lui un paradigma dell’intera società. Come osserva Preve è Aristotele il fondatore della filosofia dell’economia, ed è il punto di riferimento comune tra Dante e Marx. L’uscita da questo paradigma avverrebbe all’interno dell’economia, all’interno dei “rapporti di produzione”. Come quella di Dante è un’uscita utopica universalistica (la rivoluzione universale comunista) dal vicolo cieco in cui si era cacciata la civiltà europea. Ecco noi dobbiamo capire quale problema nasconde l’analisi economica marxiana, ma scartarne la soluzione “economicista”, l’economicizzazione del conflitto, rivelatasi errata.

La questione dell’economia in Marx non riguarda ciò che noi intendiamo come economia in senso stretto. L’economia, come la tecnica, è un modo di essere al mondo che poi si traduce in un certo tipo di struttura sociale, di “economia”. Tra l’altro il fatto che indichiamo con economia ciò che invece per Aristotele era la sfera della crematistica è espressivo. Oikonomia è l’amministrazione della casa, dove non vi è deliberazione politica, in quanto si tratta di eseguire gli ordini del padrone della casa, mentre la sfera della crematisca, cioè dell’acquisizione delle ricchezze necessarie alla collettività essendo una sfera collettiva è sottoposta alla deliberazione politica. Come scrive Agamben in un fondamentale libro sulla nascita di una sfera dell’economia (Il regno e la gloria), essa può nascere solo con la frattura tra essere e volontà sorta con il creazionismo. L’idea di un mondo completamente amministrato (come una casa) nasce in questo ambito.  Quella di Marx è una critica radicale dell’economia (oikonomia) restando sempre nell’ambito dell’economia. Di un cristianesimo secolarizzato è la soluzione economica di Marx del problema posto dall’economia. Gli ultimi saranno i primi. La soluzione al problema dell’economia sarebbe venuta dall’interno della sfera economia. La classe operaia, classe nata all’interno della sfera economica basata sul perseguimento dell’illimitato, risolverà il problema dell’economia. Abbiamo visto il carattere illusorio di questa soluzione, ma non dimentichiamo che il problema da cui sorge è tanto reale che attuale. Ripeto l’economia di per sé non è un problema economico (nel senso generico del termine quale sfera dei rapporti sociali dedicata al conseguimento dei beni materiali, che Aristotele chiamava crematistica), ma è l’idea di una completa amministrabilità del mondo. È l’idea che sul mondo si possa stabilire un controllo totale.

La civiltà europea nasceva sotto il “peccato originale” del perseguimento dell’illimitato. Ed è crollata sotto il peso dell’illimitata volontà di potenza delle sue nazioni, dalla Francia all’Inghilterra alla Germania, la cui eredità è stata raccolta dagli Usa, i quali, pur essendo sul piano strettamente culturale una civiltà diversa, hanno però raccolto il modello dell’illimitata espansione. Tra l’altro il dominio globale sui mari degli Usa, in cui si sostanzia questo dominio in proiezione illimitato sul mondo, non è stato ottenuto interamente da loro, ma l’hanno in gran parte ricevuto in eredità dalla Gran Bretagna.

Il modello liberale oligarchico statunitense ora dominante non prevede conflitto di classe, soprattutto nessuna rappresentanza politica per le classi inferiori e i sindacati, come organizzazione autonoma dei lavoratori, furono sconfitti dalle classi dominanti statunitensi attraverso la violenza privata e dello Stato all’inizio del secolo scorso. Mentre i sistemi politici europei erano partiti come oligarchici per censo, poi democratizzati dal movimento operaio che nacque inizialmente come movimento per il diritto di voto. Il sistema politico americano è nato come sistema dall’inizio formalmente democratico, ma di fatto oligarchico, poiché entrambi i due partiti sono espressione delle classi superiori.

I sindacati e i partiti nati dal movimento operaio europeo nel secondo dopoguerra realizzarono il “compromesso socialdemocratico” dovuto alla presenza dell’Unione Sovietica.  Quando non è più servito, con il crollo dell’Unione Sovietica, il welfare è stato in gran parte smantellato. La stessa classe media americana (ed europea) ha subito un forte processo di erosione. Oggi, noi siamo come gli Usa una società in cui metà della popolazione nemmeno va a votare, perché non si sente e non è rappresentata dalle forze politiche esistenti. Un’oligarchia di fatto. Si sta compiendo quel processo che ci ha visti perdere progressivamente quelle caratteristiche europee per assimilarci sempre di più agli Usa. E l’Italia è capofila in Europa di questo processo.

Il new deal non è stata una “stagione democratica”, ma una fase di quella che Sheldon Wolin chiama “democrazia dall’alto” dettata dalla volontà delle classi dominanti di integrare le masse popolari a cui si chiedeva di partecipare allo sforzo bellico della II guerra mondiale. Una fase che è durata fino al dopoguerra e ai “30 gloriosi”, con la prevalenza delle politiche keynesiane. È stata questa la fase egemonica statunitense vera e propria, in cui essi funzionavano da centro regolatore, sia dell’Occidente, che dell’intero sistema mondiale degli Stati, in conflittuale collaborazione con l’Unione Sovietica. Fase che è certo preferibile a quella “neo-liberale” ma che non è esattamente definibile democratica, con un’autentica organizzazione dal basso, con partiti popolari e sindacati come in Europa. Il sistema europeo e quello statunitense sono in realtà due sistemi differenti che si sono integrati e uniti.

Uno dei fattori secondo me poco considerati nella dismissione del modello del dopoguerra, quale estensione del new deal, è lo scacco che gli Usa sperimentano durante la guerra contro il Vietnam con una vasta renitenza alla leva e proteste di massa contro la guerra. Questo determina secondo me il passaggio ad una forma di “coercizione liberale”, per riprendere un concetto utilizzato da Andrea Zhok relativamente al green pass, con cui si è voluta obbligare l’intera popolazione alla vaccinazione, in cui si è formalmente liberi di non vaccinarsi (non esiste obbligo di legge), ma chi non si vaccina è sospeso dal lavoro e dalla retribuzione con la prospettiva di perderlo ed è emarginato dalla vita sociale.

La “coercizione liberale” è una coercizione indiretta che si attua attraverso le cose. Nessuno ti obbliga ad iscriverti all’esercito, se non il fatto che altrimenti avrai ottime possibilità di entrare nella schiera degli homeless. Simile alla coercizione che si applica al lavoratore salariato, il quale è formalmente libero di non entrare nel rapporto di lavoro salariato e quindi morire di fame. La trasformazione dell’esercito di massa proveniente dalla II guerra mondiale in un esercito professionale necessitava però di grandi quantità di soldati, dato il dominio mondiale degli Usa, che però si possono ottenere soltanto esercitando una forte “coercizione liberale” sulla società. Questo rapporto tra la forma dell’esercito e l’assetto politico e anche materiale della società è di solito trascurato (fu analizzato in estensione dal sociologo tedesco Otto Hintze), ed è secondo me una delle cause dell’avvento del neo-liberismo, che è sostanzialmente una verticalizzazione dei rapporti di potere, un rafforzamento dello strumento coercitivo indiretto, attraverso il controllo delle “cose”, ovvero attraverso il controllo dei mezzi materiali di sussistenza.

Attualmente siamo integrati nel sistema occidentale a guida statunitense e quindi le possibilità di azione politica dipendono da quanto avviene negli Usa, in particolare dalle divisioni interne alle classi statunitensi. La breve stagione del “populismo” che pure ha costituito un debole ostacolo e un arresto all’attacco delle classi dominanti è stata dovuta alla presenza della presidenza Trump. Non sono convinto della definizione di “capitalismo assoluto”. Attualmente il sistema sembra così pervasivo da apparire immodificabile, soprattutto se guardato dalla periferia dell’impero. Tuttavia profondi conflitti attraversano il centro del sistema.

Oggi ci troviamo integrati nel sistema statunitense, anche se nel dopoguerra si sono conservate delle parti di un sistema autonomo, che stanno ora progressivamente scomparendo. Ma se un giorno le nazioni e i popoli europei ritroveranno una propria strada per rientrare nella storia, il che comporterebbe un vero e proprio cambiamento “antropologico”, ovvero il tipo di personalità che si è sviluppata in decenni di “pace” all’ombra del dominio statunitense. Un rientro nella storia degli Stati europei, che vorrebbe dire una partecipazione attiva ai conflitti statunitensi, e non le “missioni di pace” poco più che simboliche, se consideriamo il numero di morti, potrebbe avere effetti inaspettati.

Un eventuale rientro nella storia delle popolazioni europee potrebbe spingere ad una riscoperta della propria identità e cultura, e forse per questo gli Usa non vedono di buon occhio la riformazione di autentici eserciti europei, anche se ne avrebbero bisogno. Bisogna infine considerare che il sistema statunitense seppur generato da quello europeo è un sistema diverso, adottare tout court quello statunitense significa adottare un modello estraneo, anche se questi tre quarti di secolo di dominazione statunitense lascerà comunque un’eredità. In ogni caso le masse non sono quantité négligeable, qualsiasi sistema deve realizzare in qualche modo un’integrazione della propria popolazione, oppure stabilire su di esse un controllo, più o meno stretto, se difetta l’integrazione egemonica. Ad es. il sistema meritocratico confuciano cinese sta cercando forme di legittimazione attraverso forme di partecipazione a livello locale, come ci informa Daniel Bell, in The China Model.

Negli Usa il consenso di base è fornito principalmente dal nazionalismo, dall’orgoglio di partecipare alla più grande potenza mondiale. Per le nazioni europee il consenso è stato perseguito attraverso il benessere materiale, e l’identità vicaria di essere occidentali, ovvero appartenere alla cultura dominante a livello mondiale.

La tradizione culturale europea prevede forme di organizzazione autonoma del demos, dalla polis greca, alla Roma repubblicana, ai comuni medievali, all’azione delle masse nei decisivi rivolgimenti democratici, dalla rivoluzione inglese a quella francese, nonché il ruolo dei movimenti nazionali che portarono alla costituzione degli stati nazionali che pure furono movimenti di massa.

In Europa va progressivamente finendo l’era dell’integrazione delle classi popolari attraverso le garanzie dello stato sociale, mentre il sistema oligarchico si prefigura sempre più come un puro sistema di dominio. Ma questa oligarchizzazione cozza contro le suaccennate tradizioni democratiche.

Il comunismo marxiano è stato solo una parte del movimento operaio europeo, esso ha avuto una funzione egemonica per motivi estrinseci, diventò egemone perché vi fu la rivoluzione sovietica. In Lenin il comunismo si tradusse in antimperialismo, mentre la teoria marxiana ha un fondamento universalista-globalista, che di fatto vedeva l’espansionismo globale capitalista inglese come una forza progressiva, pur non nascondendone gli aspetti barbarici.  Tuttavia il movimento operaio non si può ridurre al solo comunismo, che diventò egemonico nella sua versione leninista. Ma se in Russia era necessario un rivolgimento dello Stato (poiché quello zarista si dimostrò incapace di affrontare il conflitto con gli altri Stati), questo non era necessario nelle nazioni europee. Quindi questa egemonia del leninismo fu dannosa, nonostante l’ammirazione che possiamo avere per la rivoluzione sovietica. Per il movimento operaio europeo, in cui non era necessaria nessuna rivoluzione interna per adeguare la forma dello Stato, era più adeguata una strategia di trasformazione dall’interno dello Stato. Per questo bisogna ritornare a parlare di socialismo se vogliamo raccogliere quella eredità. Non credo che sia un caso che lo Stato si è dimostrato più resistente di fronte all’impatto del covid, che ha affrontato senza derogare ai propri principi basilari, sia proprio la Svezia che ha incarnato questo modello socialdemocratico.

Come dimostra la vicenda Trump, con assalto finale al Campidoglio, i conflitti interni agli Usa non sono superficiali e non si sono risolti con la sconfitta elettorale di Trump. Naturalmente non si tratta di Trump o Biden, ma delle possibili opzioni strategiche, e dei pezzi di società americana, che si coalizzano intorno all’una o l’altra figura.

Lucio Caracciolo in un’intervista sosteneva che la strategia della Cina è aspettare, consapevoli che gli Usa “sono affetti da una malattia incurabile”. Consapevolezza che non possiamo escludere provenga ai cinesi anche dal marxismo. L’espansionismo Usa è modellato dal rapporto “oikonomico” con il mondo, volto ad una crescita infinita, non semplicemente di ricchezza, ma di potenza, è la ragion d’essere del sistema. Ma nel momento in cui tale espansione incontra un limite, cominciano a sorgere le divisioni interne che a detta del gruppo di Limes sono profonde (vedi numero Tempesta sull’America). Il gruppo di Limes vorrebbe giocarsi l’eredità della cultura romana, l’impero romano il quale in quanto vero impero aveva un Limes che delimitava chi era dentro e chi era fuori, mentre non l’hanno gli Stati Uniti in quanto non sono un vero impero, ma dovrebbero acquisirlo (come sostengono nell’editoriale del numero citato). Difficile che la questione possa risolversi soltanto con la battaglia culturale, gli Usa dovranno cozzare a loro volta contro il limite (Limes). Per questo credo che bisogna confrontarsi ancora oggi con l’opera di Marx. L’analisi del Capitale riguarda un problema ancora oggi fondamentale e realissimo, la malattia genetica della civiltà europea, trasferita in eredità agli Usa, anche se la soluzione marxiana, interna all’economia si è rivelata fallimentare. Il Capitale non è un problema solo economico, ma un problema di civiltà. Ancora una volta la civiltà nata in Europa, precisamente in Italia ai tempi di Dante, come Ulisse, archetipo dell’uomo occidentale, dovrà incontrare i suoi limiti. E il limite a cui siamo giunti è estremo. Anche se i principali conflitti attuali dovessero sfociare in un conflitto nucleare, non credo che sarà la fine dell’umanità, concetto che è il risvolto negativo dell’idea di un illimitato dominio del mondo. Un conflitto nucleare non potrà coinvolgere ogni angolo della terra, e in seguito comunque la vita tornerebbe a riformarsi, come dimostra quanto è avvenuto intorno all’area di Chernobyl. Sarebbe qualcosa di terrificante, ma non è l’interruttore che spegne la vita sulla Terra.

Il problema è questo: dato che l’espansione illimitata è la ragion d’essere del sistema, quando incontra un muro nella presenza di altre civiltà che sono rinate dalle ceneri delle vecchie e si sono consolidate, penso soprattutto alla Cina e alla Russia, ma non sono da dimenticare l’India, l’Iran, la Turchia, tale sistema dovrà giocarsi il tutto per tutto nella distruzione di questo muro, cioè arrivando ad una guerra aperta con le altre potenze, con le immaginabili terrifiche conseguenze. Per il momento la strategia è quella del “contenimento”, ma tale strategia non ha fermato e credo non fermerà l’ascesa della potenza cinese, allora o si dovrà affrontare frontalmente la Cina con il rischio di un conflitto con un potenziale distruttivo immane, considerate le armi attuali.

Oppure si dovrà affrontare una trasformazione interna, sarà un periodo di caos e qui ritorneranno in gioco i movimenti sociali, a partire dal centro del sistema occidentale, cioè gli Usa. Gli stessi già defunti movimenti populisti possono essere solo una pallida e deforme anticipazione, un aborto di eventuali movimenti futuri che ri-nasceranno. Essi hanno origine dal centro, dagli Usa, ed hanno trovato una fiacca, e dalla vita breve, applicazione in Italia, al solito luogo di sperimentazione. Trump avrebbe voluto una riduzione dalla funzione imperiale degli Usa, rispondendo alla stanchezza della popolazione statunitense che vorrebbe un maggiore benessere interno e un disimpegno dagli impegni connessi alla potenza imperiale, non ha potuto però farlo poiché ciò implicherebbe il cambiamento della ragion d’esser del sistema imperialistico statunitense. Si potrà continuare anche per qualche tempo con la strategia del contenimento, forse anni o qualche decennio, ma prima o poi si arriverà al dunque, o il sistema imperialistico statunitense realizza la sua ragion d’essere, cioè il dominio mondiale, annientando le potenze rivali, oppure sarà necessario un cambiamento di sistema. Siccome la prima è un’opzione distruttiva, pur essendo ben presente, non la prenderemo in considerazione, sulla seconda invece fondiamo la necessità di nuovi movimenti sociali, poiché le trasformazioni interne si attuano con i movimenti sociali. Si tratta di un ragionamento sicuramente futuristico, ma credo che la stasi attuale, che sembra la consueta calma prima della tempesta, non durerà a lungo, la storia si metterà di nuovo in moto.

2) L’avvento del neoliberismo ha determinato la decadenza, se non la scomparsa del ceto medio. All’emergere di ristrette oligarchie economico – finanziarie, ha fatto riscontro la proletarizzazione generalizzata delle masse, con conseguenti estreme diseguaglianze sociali. Ma secondo quanto affermato da Giulio Sapelli, nel suo libro “Nella Storia mondiale, Stati, Mercati, Guerre”, si è manifestata nella società una proletarizzazione ancora più radicale e profonda di quella economica, quella intellettuale: “Questa nuova proletarizzazione è la perdita di sapere dell’uomo rispetto all’oggetto tecnico a cui si trova di fronte”. La perdita del sapere si tramuta in dipendenza tecnologica, prima che economica. Tale proletarizzazione investe, non solo il mondo del lavoro, ma invade anche la vita quotidiana e quindi esclude alla radice qualunque forma di conflittualità sociale. Non si ripropongono allora, nell’era neoliberista, le problematiche marxiane inerenti l’espropriazione dl lavoro, l’alienazione, il “feticismo della merce”?

Non so se in questo passo Sapelli abbia in mente Claudio Napoleoni di cui è stato allievo, il quale sulla base della complessa teoria sraffiana era giunto alla conclusione che il concetto di sfruttamento marxiano conteneva un problema irrisolvibile. Non stiamo qui a riprendere questa complessa teoria, possiamo dire che vi era un’incongruenza irrisolvibile tra il piano del prodotto del lavoro che è sempre sociale, il prodotto è frutto del lavoro associato, mentre lo sfruttamento del lavoro era determinato in termini di ore di lavoro individuali che il lavoratore riceveva per il proprio salario, e quanto invece andava al possessore dei mezzi di produzione. Napoleoni proponeva conseguentemente di spostare l’attenzione sulla questione dell’alienazione, proponendo una sorta di accorpamento tra alienazione e sfruttamento. La perdita di controllo del lavoratore sulle condizioni produzione era lo sfruttamento effettivo, con il suo lavoro l’operaio generava una potenza che lo dominava. Nella mercificazione universale che si estende oltre l’ambito della produzione vediamo la pervasività del meccanismo che sembra talmente universale da apparire insuperabile, una generale perdita di controllo sulle condizioni della propria vita.

“Non avrai nulla e sarai felice” recita uno slogan lanciato sul sito del forum di Davos. In un futuro distopico la casa sarà fornita da una piattaforma di co-housing, così come l’automobile non sarà di tua proprietà, ma la utilizzerai a tempo, il tempo libero, viaggi, ristorante sarà tutto gestito dallo “Stato”, ma uno stato che si identifica con Google, e varie “piattaforme” annesse. Lavorerai, quando lavorerai, secondo le modalità stabilite dalle piattaforme, oppure ti forniranno un reddito di sussistenza, ma tutto in un generale spossessamento e perdita di controllo sulle proprie condizioni di vita. Anche qui vediamo in gioco l’oikonomico, nel senso di desiderio di controllo illimitato sulla società.

Il nuovo controllo digitale sembra così pervasivo da sembrare invincibile. Esso trasforma nel suo contrario quello che è decisamente un enorme potenziamento del general intellect, quale è stato lo sviluppo dell’informatica, per riprendere un concetto marxiano, che passa da Aristotele, Averroè e dallo stesso Dante. Proprio perché questo sviluppo della conoscenza collettiva (general intellect) avviene sotto il segno dell’alienazione diventa una potenza che invece che migliorare la condizione umana diventa strumento di oppressione. Anche questo caso la filosofia può darci qualche indicazione. Secondo Heidegger caratteristica della Tecnica è credere che il mondo da essa creato sia l’unico mondo reale. Fin quando restiamo noi stessi in questa convinzione sarà infatti impossibile uscirne, tuttavia uscire dal mondo creato dalla tecnica si può e si deve. In termini pratici, uscire ad es. dal mondo dei social, o usarli nei limiti del possibile per ricostruire una socialità reale. Uscire dal mondo virtuale della Tecnica per costituire delle società nelle società, come indica Agamben. Che poi è il presupposto per una nuova autonomia di classe, necessaria tanto alle classi medie che alle classi inferiori.

 

3) Il confronto e il conflitto tra le classi sociali sono scomparsi, in quanto è venuta meno la dialettica di contrapposizione tra le forze sociali emergenti dalla società civile. Le classi sociali traevano la loro ragion d’essere dalla dialettica di contrapposizione tra borghesia e proletariato. Il venir meno della classe borghese ha quindi determinato anche la scomparsa della classe operaia antagonista. La dialettica istauratasi tra le classi sociali determinava la presa di coscienza da parte delle masse della propria identità collettiva, del proprio ruolo nella società civile. Il confronto e lo scontro tra le classi sociali, generò un sempre maggiore ampliamento della partecipazione politica dei cittadini e una sempre più incisiva rappresentatività dei corpi intermedi nelle istituzioni statuali. La scomparsa delle classi sociali ha invece prodotto una struttura oligarchica della società, che ha comportato il progressivo deficit di rappresentatività delle stesse istituzioni democratiche. Tale divaricazione interna alla società, tra élites e masse proletarizzate, ha determinato anche la fine di qualunque dialettica interclassista. Non credi dunque, che al capitalismo classista, si sia sostituito un nuovo ordine neoliberista che potremmo definire “castale”?

L’oligarchizzazione della società, e la verticalizzazione dei rapporti di potere comporta appunto la formazione di “caste” in ambito economico, politico, nei media, nelle università. I gruppi di potere si chiudono in se stessi e ne risulta una scarsissima mobilità sociale, mentre quest’ultima è invece il classico indice di una società funzionante. Tutte le statistiche parlano di una mobilità sociale declinante in tutti le nazioni occidentali.

4) Dopo il tramonto delle ideologie novecentesche, è scomparsa nella società post industriale, la dicotomia della lotta di classe tra borghesia e proletariato. L’ideologismo del ‘900 non è forse fallito per la sua visione unilaterale e utopica della realtà storico – sociale? La vittoria del proletariato, avrebbe determinato la fine delle classi o l’avvento di un totalitarismo classista? La concezione ideologica classista, per sua natura autoreferente, non si dimostrò incapace di interpretare e di rappresentare la complessità di una totalità sociale che comprendeva una pluralità assai diversificata di soggetti sociali emergenti non riducibile alla dicotomia borghesia – proletariato?

La dicotomia derivava da una logica interna del sistema marxiano, poiché attraverso di essa si sarebbe giunti al rovesciamento del sistema, ma la tendenza reale invece ha visto una crescita delle classi medie. La questione della mancata polarizzazione della società prevista dalla teoria marxiana, anzi al contrario vi fu lo svilupparsi delle classi medie, sorse abbastanza presto nell’ambito del movimento socialista e comunista. Nonostante che tale errore infirmasse dei capisaldi della teoria marxiana della trasformazione sociale, non fu mai veramente riconosciuto poiché alla fine “il motore della trasformazione” restava la classe operaia, seppure intesa in senso largo, comprese le “forze mentali della produzione”, “dall’ingegnere all’ultimo manovale” come si esprimeva Marx ne Il Capitale. Chi sollevava queste obiezioni venne liquidato come “revisionista”. L’irrisolto problema delle classi medie ebbe gravi conseguenze sul movimento operaio tedesco, ed ebbe un peso non indifferente nello spingere le classi medie verso il nazismo (ne parlo più dettagliatamente nel mio libro Per un nuovo socialismo).

Direi che dobbiamo uscire da questa ottica, anche perché in effetti non esiste più un movimento operaio. Diciamolo chiaramente una società organizzata è una società con differenziali di potere e contro-potere. Se si toglie potere ai corpi intermedi si finisce per concentrarli nello Stato fino al punto da configurare una società totalitaria. Bisogna abbandonare l’idea utopica di una “società senza classi”, ma allo stesso tempo riflettere su quali differenze possono essere accettabili, giustificate e necessarie. Quelle attuali sicuramente non lo sono. Aveva ragione Hannah Arendt, una società destrutturata, “senza classi”, è una società totalitaria. L’individualismo assoluto del giovane Marx (come giustamente lo definisce Louis Dumont) immaginava un mondo in cui si sarebbe potuta magicamente superare la divisione del lavoro, e l’“uomo” alla mattina avrebbe fatto il cacciatore, nel pomeriggio il pescatore, e la sera il critico. Nel Capitale abbiamo una formulazione più matura: lo sviluppo della produttività del lavoro avrebbe ridotto il tempo di lavoro necessario liberando tempo per lo sviluppo di sé, la cura della propria formazione, degli affetti e delle relazioni sociali e politiche. Quest’ultima è una formulazione certo più realistica e permette di fondare il rapporto tra le classi in termini diversi. Un lavoratore anche se è in basso nella scala sociale, dovrebbe e potrebbe avere tutti i mezzi per una vita dignitosa. Ma il sistema di potere attuale preferisce creare una classe di esclusi, da mantenere eventualmente con un reddito di sussistenza (detto di cittadinanza), pur di non abbassare l’orario di lavoro. Una grande battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro sarebbe una battaglia in cui dovrebbero convergere classi inferiori e medie.

Comunque, la questione della divisione del lavoro, intorno alla quale si formano i gruppi sociali, restava irrisolta nel marxismo. È possibile realmente superare la divisione del lavoro? A mio parere no, data la specializzazione necessaria per molte professioni.  Una schietta riflessione su tale problema, cosa che non possiamo fare in questo contesto, aiuterebbe a riformulare in termini più realistici anche la questione del rapporto tra le classi sociali.

5) Nel sistema neoliberista non esiste alcuna dialettica di confronto tra le parti sociali in quanto nelle istituzioni dello stato liberale non sussistono i corpi intermedi. L’ideologia liberale ha una matrice individualista e quindi il capitalismo non è un progetto di società definito. Il capitalismo infatti è un sistema economico ed ideologico assai multiforme e suscettibile di adattamenti e trasformazioni nei più diversi contesti storici e geopolitici. Secondo il pensiero di Costanzo Preve, l’attuale realtà storica non è confrontabile con quella del 1917, ossia quella del capitalismo dialettico, ma è semmai assimilabile a quella del 1789, quella cioè della contrapposizione tra l’ancien régime e il terzo stato. Infatti, ad una oligarchia tecnocratico – finanziaria, fa riscontro un terzo stato, che non può qualificarsi come una classe sociale antagonista come lo fu il proletariato, ma una massa atomizzata di individui economicamente marginalizzati dal mondo del lavoro e politicamente estraniati dalle istituzioni politiche. Pertanto, non è oggi assai problematica l’instaurazione di un conflitto di classe? Qual è il tuo pensiero al riguardo?

Per Preve era necessario il superamento della battaglia “tragicomica” tra la piccola  borghesia pseudo-nicciana e le classi popolari subalterne pseudo-marxiste, sorvegliata e alimentata dall’alto dalla grande oligarchia capitalistica (come scriveva in un testo dedicato a “Marx e Nietzsche”). Anche la questione del superamento della dicotomia destra-sinistra, una delle principali esigenze della filosofia politica previana, derivava da questa consapevolezza. Nel solco della riflessione aperta da Preve, dovremo indagare quali sono gli elementi che nell’eredità del marxismo ostacolano una collaborazione tra classi medie e classi inferiori.

6) La società civile è per definizione articolata sulla multiformità delle funzioni svolte dalla pluralità diversificata dei gruppi sociali che la compongono. La società capitalista è strutturata infatti sulla divisione del lavoro. Nella organizzazione e nel funzionamento dell’economia globale, la divisione del lavoro ha raggiunto il suo apice. Pertanto, nel contesto del sistema neoliberista globale, si è realizzata l’identificazione delle classi sociali con le categorie produttive. Ma, mi chiedo, il fondamento dell’aggregazione degli individui in una determinata classe sociale, non è invece di natura politica? Il principio comunitario che presiede alla formazione di una classe sociale, non si identifica con la sintesi tra interessi politici, culturali ed economici, mediante la quale si realizza la partecipazione politica dei cittadini? L’identificazione tra classi sociali e categorie produttive, non è quindi frutto di un orientamento ideologico liberista ed economicista che rende le classi sociali omogenee e funzionali alla struttura del sistema neoliberista?      

In effetti la classe sociale è una costruzione, non è solo l’appartenenza ad una categoria socio-economica. Nel momento in cui una classe si organizza crea i propri partiti, il sindacato, le proprie organizzazioni culturali e per il tempo libero. Mentre senza organizzazione di classe ogni individuo appartiene ad una categoria ma non appartiene ad una classe. Per questo va superato il dato puramente economico o sociologico, senza la dimensione politica che la organizza la classe non esiste, e viene meno uno dei fondamentali corpi intermedi tra l’individuo e lo Stato.  Per questo un singolo nel passato poteva anche essere di diversa estrazione sociale, ma riconoscersi e partecipare alle forme di vita associate, nella politica e nella cultura del movimento operaio.

Comunque, è chiaro che il ciclo del movimento operaio otto – novecentesco si è concluso. La democratizzazione da esso apportata sta scomparendo. Non è un caso che l’oligarchizzazione colpisca anche la classe media, la quale spero ora capisca l’errore strategico di puntare principalmente sulla lotta contro le classi inferiori. È il punto cruciale di questa nostra discussione, dal momento che anche la classe media è colpita, molti di coloro che da essa provengono sentono la necessità di riscoprire il “conflitto sociale” e qualcuno guarda anche a Marx, per antonomasia il pensatore del conflitto sociale. Vi è però in merito un ostacolo. Nel passato, quando ancora era vitale il movimento operaio, chi apparteneva alla classe media, seppur poteva essere simpatetico con la lotta delle classi inferiori, non poteva ignorare che il comunismo prevedeva la scomparsa della classe media. Ovvio che nel passato anche quanti potevano pensare alla necessità di un’alleanza fra le classi nella misura in cui nel movimento operaio prevaleva l’obiettivo della “scomparsa delle classi sociali” non potevano aderirvi per un puro principio di autoconservazione.

Ritengo che si possa tenere insieme la consapevolezza del conflitto sociale, e in questo certo la teoria marxiana resta utile, con l’idea di una società articolata e strutturata al suo interno, abbandonando l’utopia della “scomparsa delle classi sociali”, perseguendo al contrario l’idea di una società riccamente articolata al suo interno, in cui nessun gruppo sociale sia privo dei mezzi per una vita degna dell’essere umano.

Oligarchizzazione vorrà dire soprattutto questo: esclusione dalla vita sociale, per alcuni direttamente miseria, per altri magari no, ma comunque una vita impoverita e priva di quei legami e rapporti umani, che sono il sale della vita e sono propri di una società strutturata e organizzata al suo interno. Un mondo fatto di ristrette élites dominanti e una massa spappolata, mentre la propaganda, come già adesso avviene, la renderà incapace di comprendere che è proprio questa la causa della sua infelicità. Davvero è difficile predire così in astratto, si auspica che sorgeranno delle forme di opposizione a questa esclusione sociale. Se vogliamo nel movimento contro il green pass possiamo vedere qualche anticipazione di un movimento che deve crescere tanto in dimensioni quanto in maturità politica. Il green pass è diventato il simbolo di questa esclusione di massa, che si presenta come una loro bovinizzazione, se mi è consentito il termine, masse da rinchiudere in casa, da vaccinare indiscriminatamente, e a cui raccontare un sacco di balle. La questione green pass è un pezzo di una più ampia questione democratica. Bovinizzazione a cui la maggioranza acconsente, data la fatica e i rischi che comporta la ribellione, e grazie all’azzeramento operato dai media di ogni prospettiva di una vita dignitosa. Ma non è escluso che un domani, quando verrà alla luce il disastro che le classi dominanti stanno creando con il covid, molti risulteranno oppositori della prima ora, come è già accaduto con il fascismo.

Nella misura in cui riconosciamo la necessità di abbandonare un modello marxista che perseguiva la “fine della società di classe” dobbiamo porre l’inaccettabilità della struttura sociale odierna, del vero e proprio abisso che separa le classi dominanti da quelle non dominanti, che per quest’ultime si prospetta come una vera e propria esclusione dal sistema sociale.

In conclusione di questo discorso rivolto al futuro, ma è talvolta necessario non appiattirsi sul presente, bisogna ribadire che la storia si rimetterà di nuovo in movimento, anche per dei “pensionati della storia” come sono i popoli europei, e la popolazione italiana in primo luogo. Prima o poi si arriverà ad una risoluzione dell’apparente stallo, gli Usa non possono accettare la nascita di un’altra potenza, dalla soluzione di questo problema centrale, in un modo o nell’altro, si rimetterà  in moto la storia e quindi anche i movimenti sociali. È evidente che dobbiamo attraversare questo passaggio, terrificante per i rischi che comporta.   Si spera che l’Italia riesca, non si sa come, ad attraversare la tempesta, poiché la nostra nazione corre rischi molto grandi di spaccatura e di seria retrocessione che potrebbe riportarla ad “espressione geografica”. Lottare per la conservazione della cultura italiana, che, con tutti i suoi difetti, credo che, com’è stato nel passato, possa avere ancora qualcosa da dire nel futuro, è un obiettivo prioritario.

 

 

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