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Crisi COVID 19: Serve ancora questa Europa?

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Serve ancora questa Europa? E’ giunto il momento di rivedere la partecipazione italiana in seno all’Unione Europea, propendendo decisamente per una sua uscita e rimodulare il nostro assetto nel quadro delle attuali alleanze (leggi i rapporti con gli U.S.A. e la N.A.T.O.)

In questi tempi bui, con quel che sta avvenendo, assistiamo in maniera sempre più evidente, al fallimento di un modello, quello europeo, o meglio, di questa Europa, che ci avevano presentato come vincente, rassicurante, solidale, attento e vicino ai bisogni delle Nazioni, delle persone.

Niente di tutto ciò. In questo momento di crisi e di emergenza, l’Italia è sola! Nessun aiuto europeo, alcun sostegno, nemmeno un po’ di solidarietà!

E’ questo il risultato del “castello di carta” a cui, da più di 60 anni dall’edificazione delle c.d. istituzioni europee, si è giunti.

Senza entrare in questa sede nella critica del diritto comunitario così denominato, non possiamo non constatare, oggi, che ha prevalso la costruzione dell’Europa del tecnicismo giuridico, del particolarismo, degli interessi privati e personali, dei burocrati, dei potentati economico-finanziari, delle lobbies, delle banche, del mercato.

Si, proprio del mercato, così come ce lo descrivono e ce lo magnificano, criticabile già di per sé, ma che in momenti come quelli attuali, mostra ancor più la sua essenza, il suo vero volto, il suo lato peggiore. Proprio come un mercato rionale, infatti, gli Stati membri forti, quell’asse portante franco-tedesco ma non solo, fanno la spesa.

Ognuno cerca di accaparrarsi tutto o quantomeno il meglio, in tutto gli ambiti, in tutti i settori.

Luoghi, quelli europei di Bruxelles e Strasburgo , dove prevalgono egoismi e individualismi. E tale predisposizione, tali atteggiamenti, si badi bene, non rappresentano l’eccezione, ma costiutiscono la regola.

Gli Stati membri, quasi da subito e sempre più, hanno compreso che quello che ancora in molti chiamano il “mercato comune europeo” , poteva essere un’occasione immensa di arricchimento, di sfruttamento, di approvvigionamento, un’opportunità di farsi gli “affari propri” (uso volutamente un eufemismo per non apparire volgare), e per di più a spese di altri Stati, quelli più deboli o più arretrati come dicono gli “opinionisti bravi”, quelli dell’area mediterranea, i “Paesi Pigs” , e aggiungerei quelli che hanno perso la guerra, come l’Italia, la cui immagine è risultata svilita, sminuita, se non addirittura derisa.

D’altronde i comportamenti cialtroneschi, gli atteggiamenti voltagabbana, le frenetiche fughe da Brindisi, pesano e si sedimentano nelle coscienze dei Popoli e delle Nazioni.

Ma tornando a questa immensa opportunità di guadagno e di profitto in tutti i sensi, al di là e al di sopra degli Stati, lo hanno compreso (e forse propugnato) soprattutto, come già espresso, le lobbies, i potentati economico-finanziari, gli speculatori senza scrupoli.

E allora, eccoci qui, al punto da cui siamo partiti, soli, abbandonati in un simile drammatico frangente, addirittura additati come “untori internazionali” e si chiede e ci si domanda: serve davvero ancora questa Europa?

Serve ancora questa Europa?

Mi si conceda ora, un po’ di sano qualunquismo politico che non è lontano, tuttavia, dalla realtà e, soprattutto, da ciò che le persone comuni, i cittadini, avvertono.

Un’Istituzione, quella europea, che è assente nel fronteggiare la situazione di pandemia attuale e che anzi si mostra divisa e per certi versi cinica; che non è servita nella lotta al terrorismo islamista (dove ogni Stato prendeva le proprie misure interne e qualcuno, forse, ha da farsi perdonare qualcosa); che è parsa tiepida, se non addirittura insensibile, nel caso di gravi fenomeni naturali (mi riferisco agli eventi sismici che hanno colpito il centro Italia nell’estate del 2016); che non interviene, specula e al più “gioca allo scaricabarile”sul fenomeno immigratorio di massa, lasciando sole Nazioni come l’Italia e la Grecia.

Senza poi minimamente contare il disinteresse delle Istituzioni europee e dei burocrati di Bruxelles, per chi, causa la crisi economica che ci attanaglia da quasi un decennio, abbia perso tutto o quasi: risparmi, lavoro, casa, dignità!

Il Coronavirus come “un’assurda opportunità”.

Fatte queste debite premesse, serve ancora questa Europa? E’ vero e mi rendo conto che la domanda presta il fianco ai fautori del globalismo, ai no borders, a chi vorrebbe, al contrario, più Europa, proprio per intervenire e provvedere (sic), a detta loro, per simili evenienze, per simili sciagure.

A tali tipi di obiezioni e ad essi risponderò solamente in un modo: Pietà!

Chi scrive ritiene, invece, che sia giunto il momento di rivedere la partecipazione italiana in seno all’Unione Europea, propendendo decisamente per una sua uscita (Italia-exit) e di considerare, pertanto, la riappropriazione della nostra piena sovranità: da quella politica a quella monetaria.

Rimodulare il nostro assetto nel quadro delle attuali alleanze (leggi i rapporti con gli U.S.A. e la N.A.T.O.), atteso che le nostre tradizionali alleanze rappresentano un fardello che ci portiamo addosso dal dopoguerra, dalla c.d. “guerra fredda”.
Nella situazione di attuale emergenza, peraltro, gli aiuti ci sono giunti proprio da chi meno te l’aspetti (la Cina, la Federazione russa, Cuba) e non da quegli “alleati classici” (gli U.S.A.) che si dichiarano, a parole, sempre amici dell’Italia, salvo poi riempirla di soldati, di basi militari, oltre ad averla abbondantemente bombardata, giovi qui ricordarlo.

Avere, cioé, mano libera nello stringere alleanze con altre potenze a livello mondiale, e rafforzare contatti di tutti i tipi, con Stati terzi e indipendenti.

Tutto ciò, permetterebbe di uscire, una volta per tutte, da quell’amministrazione controllata su base americanocentrica, rappresenterebbe un’immensa opportunità per l’Italia, con l’apertura di nuovi e impensabili scenari internazionali dai quali trarre reciproco vantaggio.

Un’ulteriore opportunità è rappresentata dal fatto di riconsiderare i nostri stili di vita, i nostri comportamenti sia pubblici che privati.

A cominciare dal rispetto delle regole – specie in situazioni emergenziali come quelle attuali – e quindi disciplina, abnegazione, spirito di sacrificio, prevalenza dell’interesse nazionale rispetto a quello individuale, preminenza del bene comune e dei bisogni collettivi su quelli personali, di categoria, di ceto sociale.

In tempi di quarantena e di “domicilio forzato”, accanto ai valori appena citati, occorre ricostituire/ricostruire quelli legati alla riscoperta e al rinsaldamento dei vincoli familiari, ripensare ad un “sano egoismo” nazionale (specie in campo economico), una “sana” autarchia, alla preferenza e alla valorizzazione di prodotti italiani, in tutti gli ambiti e settori commerciali.

Anche più banalmente, facendo un esempio, devono sparire dal nostro lessico quotidiano frasi del tipo: “andiamo dal cinese” (piuttosto che “dall’indiano”), che pronunciamo per la scelta di un ristorante o di un negozio. Anche così, si accetta un modello ed uno stile di vita globalisti, si determina l’espandersi di un’economia straniera in Italia, si incide sull’affossamento delle aziende nazionali.

Eppoi la riscoperta di fondamentali valori quali quello dell’amore per la propria Patria, la difesa dei confini e del Sacro Suolo nazionale, l’orgoglio e la fierezza di essere italiani.

Una volta il refrain era quello del “ce lo chiede l’Europa”, oggi a maggior ragione per quello che ci siamo appena detti, il motivo deve essere quello del “ce lo chiede l’Italia”, “ce lo chiede la nostra Storia, la nostra Tradizione”, “ce lo chiede chi ci ha preceduto e chi ci seguirà”!

 

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