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Dietro le quinte

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Intervista di Luigi Tedeschi a Enrica Perucchietti, coautrice del libro “Dietro le quinte” Uno Editori 2019

 

1) Il progresso tecnologico degli ultimi decenni ha determinato mutamenti profondi nei rapporti sociali e nella psicologia di massa. I social media hanno assunto un ruolo rilevante nella strategia di manipolazione dell’informazione e della cultura, omologando le masse al materialismo e al consumismo illimitato della società neoliberista. Tuttavia gli stessi social media, non potrebbero alla lunga essere rivelatori di potenzialità emozionali represse ma diffuse nella società e quindi convertirsi in strumenti suscettibili di generare forme di rivolta esistenziale atte a tramutare il dissenso in aperta rivolta contro il sistema? Nel contesto dell’attuale degrado sociale, politico e morale, è possibile che la creatura tecnologica possa sfuggire di mano al suo creatore, cioè alla classe dominante?

In parte credo di sì, ed è per questo che negli ultimi anni si è creata ad arte la battaglia, sapientemente pilotata, contro fake news, hate speech e cyberbullismo. L’idea è proprio quella di poter censurare il web a piacimento, in qualunque momento e impedire ad autori e ricercatori alternativi di poter fare informazione e creare così sacche di dissenso. Se pensiamo che si sta persino patologizzando il dissenso (il caso del “sovranismo psichico” credo sia eclatante) è evidente che il sistema sta cercando di ricorrere a misure draconiane per ripotare all’ovile chi traligna dal binario del pensiero unico. Dall’altra però, la rete è anche facilmente manipolabile e oscurabile da coloro che sanno manovrarla, quindi semmai una “resistenza”, una specie di quinta colonna potrebbe consolidarsi nel Dark Web o nel Deep Web, dove si aggirano hacker e anarchici e da dove sono nate realtà come WikiLeaks.

2) Nel tuo libro viene individuato nel Big Data il “Sesto Potere”, che consente all’oligarchia globale dominante di acquisire, mediante il controllo sociale, la privacy e la profilazione di massa, il monopolio dei dati sensibili e quindi un potere assoluto di natura totalitaria sulla società. Accanto ai tre tradizionali poteri istituzionali (legislativo, esecutivo e giudiziario), al quarto (quello della carta stampata), al quinto (i media, il web ecc…), si è affermato il sesto, il Big Data, quello relativo ai dati sensibili. Ma in realtà, il Big Data più che affiancarsi agli altri poteri, non sembra semmai sostituirsi ad essi, per poi successivamente abrogarli? I diritti costituzionalmente garantiti, quali la libertà di opinione e di informazione, non vengono ad essere monopolizzati da enti privati, quali sono i giganti del web, che mediante minacce, censure, oscuramenti, possono materialmente reprimere ed annullare i diritti fondamentali dei cittadini?

Credo che si stia passando dal capitalismo della sorveglianza a una vera e propria dittatura della sorveglianza, problema che svisceravo già in Cyberuomo. Il problema di fondo è che nonostante le denunce, gli scandali e l’informazione a riguardo, le persone sembrano preferire un’apparente “comodità” consegnandosi nelle mani delle derive liberticide di questo processo e pertanto nelle mani dei colossi high tech (basti pensare alla nuova tendenza di farsi microchippare, persino sul posto di lavoro). Questi colossi, da Google a Facebook, ci profilano, trafficano e rivendono i nostri dati a terzi, senza che ce ne rendiamo conto. Acconsentiamo per inerzia a cedere informazioni, rubrica, contatti ad app o a servizi perlopiù inutili, informazioni che vengono facilmente intercettate anche dai servizi segreti o da agenzie come la NSA, come mostrato da Snowden: siamo noi stessi i primi a offrire gratuitamente a multinazionali e ai servizi la possibilità gratuita di scandagliare nelle nostre vite.
Per anni il web e più in generale il progresso tecnologico sono stati celebrati come un mezzo di democratizzazione e di emancipazione senza precedenti. La cronaca non ha mancato di pubblicizzare le comodità che la rete, i social network e alcuni dispositivi tecnologici ci offrono, ma ha anche dimostrato i limiti di un nuovo stile di vita che impone di essere sempre “connessi”, arrivando allo scandalo Datagate che ha aperto il vaso di Pandora sulla sorveglianza tecnologica.
Negli ultimi anni si è tentato di convincere l’opinione pubblica ad attribuire scarso valore alla privacy, quando paradossalmente sono proprio i magnati di Internet e i politici i primi a custodire gelosamente la propria privacy da occhi indiscreti. Il mantra che è stato sbandierato per anni suonava all’incirca come: “se non hai nulla da nascondere non ti farai problemi ad abdicare alla tua privacy, solo chi ha commesso qualche reato avrà problemi a mostrarsi in tutto ciò che fa”. Anche su questo fronte aveva ragione Aldous Huxley: accompagnando “dolcemente” le masse con “miracoli e circensi”, con distrazioni e apparenti comodità, si spingono le stesse ad accettare dei metodi di restrizione della libertà. Le persone ormai accolgono un maggiore controllo senza neppure accorgersene e senza il bisogno che il potere adotti un metodo coercitivo.

3) L’avvento della modernità, e con essa l’affermazione della società liberale, ha comportato l’istituzionalizzazione della forma merce, vale a dire, il criterio di valutazione esclusivamente economica esteso alla totalità dei rapporti umani. Tale trasformazione ha prodotto radicali mutamenti nei rapporti sia tra gli esseri umani che tra l’uomo e la natura. Le relazioni intersoggettive si sono tramutate in rapporti tra soggetti (classe dominante) e oggetti (classe dominata), in conformità alla mercificazione del lavoro e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. Ma con l’avvento della postmodernità, l’umanità intera, attraverso le manipolazioni genetiche, la robotica, la creazione oltre che degli OGM anche degli IGM, non assumerà una dimensione totalmente oggettiva? E’ dunque condivisibile il pensiero di Dugin secondo cui, se la modernità ha determinato la “morte di Dio”, la postmodernità condurrà anche alla “morte dell’uomo”?

Lo condivido ed era quanto già esprimevo in Cyberuomo. Stiamo abdicando alla nostra umanità per trasmutarci in marionette cibernetiche o per abbandonarci in paradisi artificiali. Ci troviamo di fronte a un’umanità che dovrebbe perseguire “virtute e canoscenza” e che invece oggi sembra essere irretita da un sogno prometeico: abbattere la natura, potenziare il corpo, cambiare il proprio destino biologico e trascendere i propri limiti. Inoltre, come osservavi, la reificazione e la mercificazione di tutto, persino dell’essere umano (pensiamo che siamo arrivati ad approvare come un “diritto” la fabbricazione e la vendita di bambini, ossia la maternità surrogata) non può che condurre al disfacimento della società e di fatto all’annichilimento dell’essere umano per come lo conosciamo. Da qua in poi ci troveremo a un bivio: o salta il sistema e si ri-inizia da capo, oppure finiremo in una tecnodistopia, ossia in una società ipercontrollata, ipermeccanizzata e ipersorvegliata.
E su questo punto dobbiamo ammettere che, fermo restando che la via della violenza è sbagliata, aveva ragione Ted Kaczynski. Se n’era convinto persino il papà di Java, Bill Joy, che nell’aprile del 2000 su «Wired», una delle riviste di punta della nuova era digitale, aveva pubblicato l’articolo “Perché il futuro non ha bisogno di noi”, demonizzando il rischio che la digitalizzazione delle discipline scientifiche come biologia e nanotecnologie possa produrre effetti sgradevoli e persino pericolosi. Già allora, proprio dopo un confronto con Ray Kurzweil e dopo la lettura del manifesto di Unabomber, Joy paventava il rischio che le macchine avrebbero potuto prendere il sopravvento e la specie umana avrebbe rischiato di scomparire nella competizione tra materia organica e inorganica. Joy dovette ammettere di essersi confrontato con le previsioni catastrofiche di Unambomber, riflettendo così sulle possibili derive che la tecnologia potrebbe assumere negli anni a venire. Egli dovette ammettere che, nonostante le azioni di Kaczynski fossero «assassine, e, secondo il mio punto di vista, criminosamente folli», aveva dovuto confrontarsi con il messaggio antisistema di fondo.

4) Il mondo globalizzato è sorto e si evolve attraverso la manipolazione dell’informazione e della cultura di massa. L’immagine virtuale si sostituisce al mondo reale, la percezione mediatica si sovrappone e annulla la verità obiettiva dei fatti. E’ tuttavia mia opinione che accanto alla censura ufficiale si è diffusa una nuova autocensura individuale e sociale ormai generalizzata. I rapporti umani sono improntati a convenzioni sociali sostitutive di valori etici in cui quasi nessuno più crede. La dimensione del futuro è stata rimossa nella psicologia collettiva. Si vive del qui ed ora, nell’immediatezza fine a se stessa dell’eterno presente. L’istinto di sopravvivenza, dinanzi alla prospettiva traumatizzante di un futuro oscuro se non tragico, ha generato una inconscia volontà di non sapere, definibile anche come colpevole menzogna o fuga dalla realtà. E’ infatti più comodo ed accattivante aderire ad una piacevole virtuale menzogna, piuttosto che prendere coscienza di una drammatica realtà e assumersi quindi responsabilità etico – morali, che metterebbero in luce la nostra miseria spirituale. Si produrrebbero in tal caso crisi di coscienza che avrebbero effetti traumatizzanti sia negli individui che nella società. Tale forma di autocensura collettiva non costituisce forse il maggiore ostacolo alla diffusione dell’informazione e della cultura alternativa? La volontà di non sapere infatti, non preclude ogni potenziale progetto di trasformazione della società?

Sì concordo in pieno e ne parlo sempre nelle mie conferenze. C’è una specie di resistenza a conoscere la verità e il tentativo a vivere in un eterno presente orwelliano in cui d’altronde si è più facilmente preda di manipolazione perché viene a mancare il contatto col passato e manca un orizzonte futuro. Si vorrebbe abbandonare la propria scatola di credenze solo a costo di poter facilmente subentrare in un’altra scatola di credenze, senza dover mettere in discussione niente e senza dover assumersi la responsabilità di alcunché.

5) La distopia orwelliana di 1984 sembra realizzarsi compiutamente nella società contemporanea. Il dominio unilaterale dell’Occidente americano deve sempre e comunque legittimarsi ideologicamente attraverso la contrapposizione, non importa se reale o virtuale, ad un nemico assoluto. Il nemico pubblico orwelliano sembra suscettibile di riprodursi mediante successive reincarnazioni, vedi Bin Laden, Saddam Hussein, Gheddafi, Assad, Kim Jong-Un ecc… Se non esiste, occorre inventarlo, vedi la criminalizzazione della Russia di Putin. Ma il prefigurare un necessario nemico assoluto, non è una metafora ideologica iscritta nel codice genetico della cultura illuminista – liberale sin dalle sue origini? L’ideologia liberale, fondata sulla logica della “libertà da”, sussiste quale processo di progressiva liberazione da ordini oscurantisti, liberticidi, reazionari. Dopo essersi liberato dell’ordine feudale, della religione, delle ideologie novecentesche, il nuovo ordine globale neoliberista, non deve necessariamente creare sempre nuovi nemici assoluti cui contrapporsi, onde espandere e legittimare il suo dominio planetario?

Credo che sia una modalità ancora più antica e rodata: ogni società ha bisogno di un nemico per compattarsi e coalizzarsi contro di lui. Non importa se la minaccia esterna è virtuale o inventata. Il nemico rappresenta una valvola di sfogo per la frustrazione e l’aggressività delle masse, catalizza su di sé la violenza che altrimenti potrebbe sfociare in gesti inconsulti.

Creando un nemico pubblico o strumentalizzando una minaccia si compatta l’opinione pubblica e la si distrae da ciò che invece potrebbe essere realmente pericoloso per la collettività. Sicuramente la modalità con cui negli ultimi decenni si strumentalizza e si amplifica se non addirittura si crea un nemico pubblico sembra ricalcare alla perfezione il personaggio orwelliano di Emmanuel Goldstein in 1984. Alla creazione del nemico pubblico si accompagna la strumentalizzazione della paura che permette di orientare l’immaginario delle masse verso la percezione di un pericolo in modo da tenere sotto shock o tensione continua le persone e poterle meglio controllare. Non importa che il nemico o il pericolo esistano: importa la percezione di essi. Ciò che conta, cioè, è che la gente percepisca la paura di una minaccia esterna e che quindi sia capace di accettare qualunque reazione a tale emergenza. In una società in cui non solo il presente ma anche il passato vengono continuamente riscritti e in cui le alleanze mutano senza lasciare un segno di tale ambiguità, la popolazione ha un oggetto contro cui riversare le proprie paure e la propria violenza. E la società ha uno stratagemma per poter controllare e manipolare la popolazione attraverso il terrore e una minaccia esterna consolidata…

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