Home cultura Finis Europae

Finis Europae

183
0

Un insegnamento deve darci la vicenda dell’Austria-Ungheria. Il suo lascito è sostanzialmente “Un ideale di bellezza di un’epoca trascorsa”. Il destino austroungarico a cui deve con tutte le sue forze sottrarsi l’Europa di oggi è questo languido, tragico e insieme romanzato inabissarsi nella lontananza.

La dissoluzione finale della civiltà è uno dei temi più impressionanti della macrostoria. Il grande ciclo che si chiude. Una Kultur si inabissa e una nuova barbarie dilaga. La fine dell’Europa, alla quale stiamo assistendo, si inserisce in queste grandi inquadrature, in cui le culture scompaiono e lasciano la fiaccola, come diceva Hegel, ad altre culture. La fine dell’Europa, che si sta manifestando con ogni evidenza, ha avuto un’immediata anticipazione nella fine della Mitteleuropa.

Già una volta dunque la modernità ha assistito al fallimento di un impero multietnico e al suo precipitare nel vuoto di epoche nichiliste. La morte di Francesco Giuseppe, imperatore dell’Austria-Ungheria, sopraggiunta nel 1916, significò la fine di un equivoco. L’equivoco di una grandezza che non c’era più e di valori che erano nel frattempo scomparsi, sopravviventi tutt’al più nell’immaginario di qualche tardo epigono.

L’elogio della monarchia asburgica, per dire, fu più intenso quando questa era già morta, di quando era trionfante. Tutti si accorsero della perdita solo quando i sepolcri della cripta dei Cappuccini furono al completo. Per tutto l’Ottocento, si ebbe un semplice patriottismo dinastico, via via sempre più incarnato nell’apparente stabilità, che finì col diventare l’immobilismo del cadavere. Ciò che più temeva quel patriottismo di antica fattura erano i giovani nazionalismi – italiano, slavo, pangermanico – che già si affacciavano nel caotico Parlamento viennese e che furono, alla fine, i giustizieri storici di uno Stato anacronistico.

Tutto stava nell’ambiguità di voler fare dell’Austria-Ungheria una “grande Svizzera”, mescolanza di quei “miei popoli”, come li si chiamava nei proclami imperiali, legati al vincolo dinastico del paternalistico sovrano, ma che non dovevano essere nazioni: “popoli, come ci si preoccupava di dire, cioè razze e gruppi etnici e non individualità nazionali”, come ha scritto Magris. Cioè etnie senza Stato e quindi, più ancora che popoli, popolazioni. “Decrepita menzogna”, definì d’Annunzio questo voler negare la nazione.

La decrepitezza del Kaiser aveva illuso generazioni di austroungarici che l’Impero avrebbe anche potuto essere eterno, e garantire così i valori tanto cari della rispettabilità, dell’ordinato procedere della vita burocratizzata, della sicurezza sociale e delle buone abitudini del bel tempo andato. Le “piccole cose di pessimo gusto” di cui parlerà Gozzano parevano i rassicuranti gingilli che servono per occultare un vuoto esistenziale, l’estetica eterna dell’Imperialregia monarchia danubiana divenuta soprammobile per i salotti delle vecchie zie.

Tutto questo donò al quotidiano la forza dell’abitudine secolare, e a quella accozzaglia di popoli rinserrati nella monarchia paternalista attribuì il carattere di una continuità che pareva inesausta. L’ambiguità era tutta in quell’espressione multietnica (“i miei popoli”), con cui il Kaiser edulcorava la realtà delle identità popolari, immaginandosi una fittizia realtà da operetta, dove la divisa sfavillante sostituisce la concretezza di tradizioni differenziate. Le generazioni che vissero la parabola finale di Cecco Beppe e gli sopravvissero conservarono sempre questa frattura esistenziale, e il caos che investì il centro Europa dopo il 1918 parve la rappresentazione plastica che con quella salma era scomparsa una Kultur.

Questa Kultur era in fondo la grande cultura – o meglio la “civiltà” – austro-tedesca degli ultimi decenni del secolo XIX e dei primi anni del XX, durante la Belle époque, per la quale aveva speso elogi un Thomas Mann, ai tempi delle “considerazioni di un impolitico”, quando le ragioni del germanesimo trovarono nel futuro avversario del nazionalsocialismo un fiero cantore. Questa cultura ebbe grande densità nell’Austria della Secessione, coi pittori dell’arte nuova (basta pensare a Klimt o a Schiele), che ripensarono le categorie di un bello aspro e stilizzato, e con la schiera dei grandi scrittori della nostalgia, un po’ espressionisti, un po’ noir, un po’ fantastici ed esoterici, molto romantici e passatisti: da Roth a Meyrinck, da Rilke a Hofmannsthal, da Werfel a Zweig e a Svevo, fino a Kafka, fino a Musil e molti altri.

Emblematico, in questo senso, è il significato dato in genere da questi scrittori all’indecifrabile e temuto futuro: un incontro con l’oblio, con l’erranza di un’eredità dispersa, infine proprio con la morte. Sono di Rilke i versi:

«L’antico retaggio degli avi / tutto ciò ch’io conquisto e gli apporto / sono ormai senza patria, nel mondo…».

L’abbandono, il senso dello smarrimento dinanzi all’epoca che cambia velocemente, un sognante sbalordimento. La guerra 1914-1918 cominciò con le divise rossazzurre degli zuavi francesi, uguali a quelle di Mentana del 1867, e finirà con gli elmetti d’acciaio, l’iprite, i carri armati e i biplani da bombardamento. Chi non capì rimase indietro, si attardò nei ricordi. Tutti, e compresi anche i più giovani – come ad esempio Roth, che era nato nel ‘94 –, si trovarono impigliati nella nostalgia e solo pochi affrontarono in piedi lo sgomento della modernità che avanzava col ritmo nichilista di una rivoluzione.

C’è un che di grandioso nel vedere affondare un impero ricolmo di pennacchi e di simboli, di sciabole sguainate e di dragoni irrigiditi in eleganti divise, un che di nobile nello sbriciolarsi di un’etica e di un’estetica sotto l’infuriare delle tempeste d’acciaio. Il regno di “Kakania”, come lo definiva Musil (da kaiserlich-königlich, imperial-regio) era il rifugio dei renitenti della storia, coloro che in nome di un’etica morente rifiutavano la prova con il nichilismo arrembante. Quanti non accettarono la sfida nicciana – combattere il nichilismo distruttivo della modernità con il nichilismo attivo della tradizione rivoluzionaria – si videro precipitare nei meandri della storia, e finirono con l’avere, anziché una grande politica, una buona letteratura. “Kakania” fu il risultato di un fallimento: la convivenza coatta delle differenze etniche in un’epoca di crescita e mutamenti, ciò che richiedeva realismo e non fuga nei risvolti della cronaca letteraria.

Quando Musil diceva che con la modernità aveva vinto lo spirito del formicaio, in cui la natura umana periva, metteva il dito sulla piaga. Per restituire forza e identità all’istinto superiore dell’uomo, però, non bastava più l’eterna moderazione asburgica (in cui c’era “non troppo” di tutto), ma occorrevano una volontà d’acciaio e un’etica immorale. Il lavoro sporco contro la bassa modernità richiedeva manovalanza operaia rivoluzionaria, non era più il tempo dei tenentini della riserva. L’Austria, tutt’al più, ebbe una funzione di salvaguardia biologica. Servì non poco a proteggere e tenere in pressa il calderone antropologico centro-orientale, aggregandolo all’Europa ed evitando che scivolasse verso qualche deriva microasiatica o mediorientale. Per dire, il barone di Taittinger, nella “Milleduesima notte” di Roth, quando se ne torna alla sua tenuta nei Carpazi, incontra un caleidoscopio razziale che allora era la vivente ricchezza ereditaria del continente: il borgomastro tedesco, i coloni sassoni, l’amministratore che veniva dalla Moravia, i contadini russo-carpatici, il servo ungherese, il guardaboschi ruteno, il maresciallo slovacco: questo mondo euro-orientale, direttamente erede dell’alto Medioevo e nato dalla Völkerwanderung, in fondo è stato salvato dalla burocrazia austriaca, e in seguito dal congelamento sovietico, giungendo nel tritacarne dell’era digitale con una maggiore capacità di tenuta di quello euro-occidentale.

In ogni caso, lo sforzo di proteggere le tradizioni cercando di farne il contorno di un solo simbolo di potere, fallito storicamente, è sopravvissuto come attestato di antica vitalità culturale, pegno di moderato approccio alle contraddizioni del progresso.

Fu così che un esperimento storico – il regno alpino/balcanico degli Asburgo – che nei suoi ultimi assetti era proveniente direttamente dalla catastrofe della prima grande guerra civile europea (la guerra dei Trent’anni), diventò un mito. Ma un mito di poeti e romanzieri, non di popoli. Alla prova dei fatti, all’acme della crisi, l’Austria-Ungheria non venne difesa né da austriaci né da ungheresi, né da slavi o italiani o rumeni o bosniaci, ma venne proprio da loro abbandonata ai lati della storia e della geografia, come un relitto di cui dovessero, da allora in poi, occuparsi i necrofori culturali: eredi, come si sentiva anche un Hofmannsthal, di una civiltà ormai consunta, che non aveva da dire più nulla a nessuno.

Questo, probabilmente, accade quando gli uomini non vogliono dar retta alla natura, ma solo alle loro utopie razionaliste. Bello credere nell’impero universale, la repubblica del mondo, il Kaiser gentiluomo coi suoi popoli, l’utopia sovranazionale. Tutti diversi e tutti sotto la stessa sovranità: che bella favola, rade al suolo le asperità, pialla le diversità e crea la grande angoscia dell’uniforme cimiteriale. Di queste utopie pericolose ancora oggi, e oggi più che mai, ribolle a suo modo la propaganda mondialista nemica dei popoli. Ma la realtà della vita è dinamica, e la statica di quell’impero in putrefazione e senza più ragion d’essere ne soffrì fino a morirne.

Un insegnamento deve darci la vicenda dell’Austria-Ungheria. Il suo lascito è sostanzialmente una grande cultura di rammemorazione e di contemplazione senile. “Un ideale di bellezza di un’epoca trascorsa”. I tempi attuali, al contrario, per l’inasprimento delle condizioni immorali e per la fine senza eredi di ogni grande cultura, necessita di pochi rimpianti e di molta volontà. Se l’organismo morente possiede ancora il ricordo del sangue che affluisce, ci vogliono uomini in grado di riattivarlo.

Dobbiamo quindi ragionare “a contrario”: il castrato di Roth, l’unico personaggio puro e incorrotto, che è una specie di maestro di cerimonie tra le vicende umane, ben rappresenta l’esito finale di ciò che gli scrittori della Finis Austriae considerarono, alla Balzac, la commedia umana, senza cogliere il fulcro dell’epoca, che invece era tragedia allo stato puro. Si direbbe che la moderazione è dunque da castrati. L’intellettuale austroungarico, chi più chi meno, e con solo qualche eccezione, non aspetta più nulla, si lascia andare, vuole, quasi, come in un “cupio dissolvi”, l’estinzione e la fine.

Quando la trama del romanzo austroungarico termina, termina anche la storia dell’impero, e tutto diventa esilio. È noto il paradosso letterario, che sovrappone il destino mitteleuropeo a quello jiddisch nella finale relativizzazione del luogo e del tempo, così che tutto sembra scomparire nella dissolvenza in cui si inabissa una certa, vecchia Europa. È il tempo dell’assenza. Precisamente il nostro tempo attuale, in cui tutto è assenza, mancanza, desertificazione, oblio. “Vai laggiù?”, chiedeva l’ebreo; “Chissà allora come sarai lontano!”. Già, si chiede, ma… “lontano da dove?”.

Il destino austroungarico a cui deve con tutte le sue forze sottrarsi l’Europa di oggi è questo languido, tragico e insieme romanzato inabissarsi nella lontananza. Lo smarrimento del luogo in cui sorge il genio umano, e la dispersione nell’ovunque.

L’attentato che il progressismo sta facendo a danno dei popoli è questa trappola in cui il suolo della patria diventa il mondo, proprio mentre il mondo, come scriveva Roth, tramonta. Ne “La marcia di Radetzky” è scritto che, un’ora prima della fine del mondo, sono gli stolti ad aver ragione contro i savi.

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.