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G7: LA FINE DELL’ILLUSIONE DI UN MONDO MULTIPOLARE

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L’unico polo che la fa da padrone in maniera quasi incontrastata è il capitalismo, e poco importa che esso si declini come “capitalismo liberale” (USA, Europa, Russia) o “capitalismo politico” (Cina). Nell’epoca del “post-moderno” il capitalismo non è più solo un sistema economico ma un sistema che plasma a sua immagine e somiglianza il tutto.

Nel 1992, il politologo statunitense Francis Fukuyama pubblica il suo saggio La fine della storia e l’ultimo uomo. Questo testo è di estrema importanza all’interno della storia del pensiero degli ultimi 30 anni, in particolare di quello neocon statunitense.

Secondo l’autore lo sviluppo della società umana ha raggiunto il suo apice al finire del secolo scorso e quindi si stava assistendo alla fine della storia. Seppur pensata pochi anni prima del fatto, tale idea è fortemente influenzata dal crollo del Muro di Berlino e dalla relativa fine del cosiddetto “socialismo reale”. Dopo la fine della II Guerra Mondiale, e la conseguente perdita di rilevanza del fascismo nelle sue diverse accezioni, l’unica alternativa che si opponeva al dilagare planetario del capitalismo era il comunismo, anch’esso nelle diverse accezioni, seppur prevalentemente quello di stampo sovietico, dato che la Cina non era più la “Terra di Mezzo”, schiacciata da una miseria che sembrava relegata a secoli precedenti e quindi impossibilitata a nutrire ambizioni di grandeur geopolitica.

La fine del regime di Mosca e della sua influenza a livello mondiale, fece dire a Fukuyama che appunto la storia era finita e che il Mondo si sarebbe dovuto rassegnare al dominio della “forma-capitale”, come la chiama De Benoist, a guida statunitense. Il tempo poi ha dimostrato che più lungimirante sia stato un altro politologo neocon, Samuel P. Huntington, che nel suo Lo Scontro delle Civiltà e il Nuovo Ordine Mondiale del 1996, smentirà Fukuyama prevedendo che il mondo non sarebbe stato regolamentato dalla nuova “Pax Americana”, ma che sarebbe stato scosso da scontri di civiltà diverse e contrapposte – si pensi alla sfida di un certo mondo islamico lanciata agli interessi cosiddetti occidentali.

Dopo quasi 30 anni di distanza dalla pubblicazione di questi due saggi, che conclusioni si possono trarre? A mio avviso, la stragrande maggioranza del globo sta effettivamente vivendo in un periodo da “fine della storia” dato che il sistema liberal-capitalista sembra non avere più ostacoli, sospinto sulle ali della globalizzazione e della “fine delle ideologie”; dall’altra parte, esistono piccolissime sacche di resistenza identitaria rappresentate da Stati e movimenti islamici sciiti che provano a immaginare un mondo diverso, sotto l’ala protettrice dell’Iran e della Russia. Come dicevano i latini al momento tertium non datur.

Da molte parti invece si sostiene che la Russia e la Cina rappresentino poli contrapposti agli Stati Uniti e che quindi si stia andando verso il ritorno a un mondo multipolare. A mio avviso tale lettura è errata ideologicamente e inconsistente sotto un punto di vista pratico. In Capitalismo contro Capitalismo. La sfida che deciderà il nostro futuro, del 2020, Branko Milanovic illustra molto bene la mia critica. L’unico polo che la fa da padrone in maniera quasi incontrastata è appunto il capitalismo, e poco importa che esso si declini come “capitalismo liberale” (USA, Europa, Russia) o “capitalismo politico” (Cina), perché nell’epoca del “post-moderno” il capitalismo non è più un mero sistema economico ma ha occupato l’intero sistema vivente diventando in realtà un sistema di relazioni sociali che plasma a sua immagine e somiglianza il tutto.

Se da un alto ci sono Amazon, Mc Donald’s e i ghetti delle megalopoli a “stelle e strisce”; dall’altra abbiamo le città più inquinate del Pianeta, Suning e Alibaba, e la miseria dei contadini e dei nuovi schiavi cinesi costretti a lavorare per qualche spiccio, se non rinchiusi in campi di lavoro, perché rappresentanti di un’identità che non piace al Governo centrale. Entrambi i Paesi appartengono a un unico polo, non dobbiamo pensare che lo scontro tra multinazionali e i loro padroni multimiliardari rappresenti una sfida su uno scacchiere multipolare.

Ciò rappresenterebbe appunto un errore ideologico, non riconoscendo il reale nemico, ciò rendendo impossibile il vero necessario scontro finale tra “alto” e “basso, e sarebbe un’analisi che ridurrebbe all’inutilità qualunque sforzo di altre realtà sistemiche e culturali, come quella europea, che sarebbero costrette a fare da vassalli dei due nuovi padroni globali.

Come si inquadra l’ultimo G7 di CorbisBay in Cornovaglia? Ha rappresentato l’ulteriore conferma della mia tesi. Lo scambio di accuse tra i Paesi membri e Pechino (ricordo che la Cina non ne fa parte) non vertono su ideologie differenti, come poteva accadere tra il Mondo Occidentale autoproclamatosi “libero” di contro a quello sovietico, ma sono tutti litigi imperialisti all’interno del grande “polo capitalista” universale.

I Paesi occidentali hanno ripetutamente rassicurato Pechino che ha tutti i diritti di entrare nel “club delle superpotenze economiche”, che sia necessario collaborare su temi fondamentali come la condivisione di regole commerciali e climatiche. Giova segnalare ove mai ce ne fosse bisogno, che la Cina ha imboccato la stessa strada del consumismo senza freni sposata dall’Occidente da decenni, tanto da essere la prima Nazione inquinante al Mondo: basti pensare che le emissioni di Co2 della Ue sono il 3% del totale mentre quelle della Cina rappresentano il 30%.

Le uniche critiche si sono concentrate sulla violazione dei diritti civili degli Uiguri e sulla repressione dell’opposizione a Hong Kong.

Anche la ormai virale vignetta dell’Ultima Cena diffusa da Pechino sui Paesi del G7 e la dichiarazione secondo la quale è finita l’epoca in cui pochi Paesi decidono le sorti del Mondo, fanno trasparire la volontà della Cina di sedersi alla tavola dei “grandi del Mondo” e spartirsi il bottino, piuttosto che volere ribaltare quella tavola teorizzando un “socialismo del nuovo millennio”.

Lo stesso Draghi ha definito il G7 “realistico” ribadendo la volontà e la necessità di collaborare con Pechino, seppur volendo rivedere gli accordi sulla Nuova Via della Seta, peraltro senza specificare in che termini. Di non diverso tono è stato il primo incontro tra Biden e Putin.

Già le critiche precedenti mosse dal neo-Presidente a stelle e strisce non erano affatto sistemiche, definendo il leader russo “un killer… che pagherà un prezzo per le intromissioni nelle elezioni americane”. Anche in occasione dell’incontro a Ginevra, le posizioni non sono state “antisistemiche”: Biden ha rimproverato a Putin la repressione delle opposizioni (l’affaire Navalny), l’incarcerazione di cittadini statunitensi in Russia e ha ribadito la volontà di difendere l’indipendenza dell’Ucraina; Putin ha risposto che non accetta lezioni al riguardo da chi ha costruito e tiene ancora aperta la prigione di Guantanamo. Nulla su questioni sociali, sull’abolizione del monopolio dei mezzi di produzione, di un rapporto nuovo tra uomo e Natura, dello sfruttamento dei ricchi sui poveri… insomma nessuna messa in discussione del sistema liberal-capitalista.

In definitiva, tutto sta spingendo verso la fluidità di un Mondo senza diversità e confini, né per le merci né per le culture, che cancellerà ogni tutela e ogni specificità all’interno di un unico mercato globale, al cui interno le uniche lotte saranno quelle tra i grandi attori capitalisti, siano essi multinazionali o Stati poco importa, col risultato di un sempre più ristretto cerchio di multimiliardari a fronte di una quasi totalità di poverissimi.

E’un fenomeno inevitabile? Certo che no, ma l’unica salvezza sarebbe creare un vero “scontro di civiltà” come diceva Huntington, dove un’Europa Nazione forte, omogenea e indipendente, tanto economicamente quanto politicamente, dia vita a un “grande spazio” schmittiano che preveda un insieme di Comunità libere, solidali, unite da rapporti organici e basati sulla sussidiarietà – insomma che sostituiscano la democrazia organica a quella liberal-capitalista.

Il problema è che al momento non si vede neppure un accenno di movimento in tale direzione, dato che molte delle energie anti-capitaliste corrono sempre dietro alla nuova suggestione esotica, invece che cercare la soluzione nella millenaria Tradizione Europea.

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