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HA PERSO L’EUROPA

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La guerra deve durare più a lungo possibile per dissanguare la Russia e provocarne il fallimento. A questo punto il dominio USA sull’Europa diventa ancora più stringente, certificato dalla ormai completa identificazione dell’Unione europea con la NATO.

A due mesi dall’inizio della guerra in Ucraina, a Washington possono essere soddisfatti della piega che hanno preso gli avvenimenti. L’attuale scenario era stato puntualmente disegnato in un rapporto redatto nel marzo 2019 dalla Rand Corporation, la potente ed influente think tank USA, finanziata dal Pentagono, dalla CIA, da varie organizzazioni non governative oltreché da “filantropi” che incidentalmente hanno anche interessi nel comparto militar-industriale americano. Nello studio, pubblicato sotto il titolo “Overextending and Unbalancing Russia”, consegnato all’Amministrazione americana, venivano suggerite varie azioni da intraprendere per costringere una potenza nemica con legami troppo stretti con le nazioni europee come la Russia, ad un intervento militare nel cuore del Vecchio Continente che provocasse lo scioglimento di tali legami, rafforzando ancora di più la dipendenza dell’Ue dagli Stati Uniti e ne minasse l’economia fino a farla implodere, come ai tempi dell’U.R.S.S.

A tale scopo, si sollecitava l’aumento della pressione delle forze NATO lungo i confini russi per spingere Putin all’azione; costringere l’Europa ad interrompere ogni tipo di rapporto sia politico che economico con Mosca; minare l’immagine della Russia all’esterno, isolandola completamente. Una raccomandazione particolare riguardava la fornitura di aiuti militari all’Ucraina che sarebbero dovuti essere attentamente calibrati in modo tale da prolungare la guerra più a lungo possibile per far dissanguare la Russia ma senza sconfinare in un conflitto di più ampia portata.

Tutti i suggerimenti della Rand sono stati puntualmente accolti da Casa Bianca e Pentagono. Da allora, la pressione della NATO su Mosca è andata progressivamente aumentando ed è culminata con tre imponenti esercitazioni militari che ipotizzavano scenari di guerra in Ucraina, svolte in rapida successione. La prima nel giugno 2021 (Brezza Marina), la seconda nel luglio 2021 (Tre Spade), l’ultima nel settembre 2021 (Tridente Rapido). Intanto è cresciuto in modo esponenziale il numero di istruttori militari dei paesi dell’Alleanza Atlantica inviati in Ucraina per addestrare le forze armate di Kiev.

La gigantesca base di Yavoriv, situata in territorio ucraino a circa 25 chilometri dal confine polacco, ha ospitato truppe statunitensi, britanniche, canadesi, polacche e lettoni. Questo progressivo atteggiamento di sfida e le dichiarazioni provocatorie di Zelenskyj che premeva chiedendo l’immediato ingresso dell’Ucraina nella NATO, hanno convinto Putin a prevenire tale ingresso, cadendo nel trappolone sapientemente preparato. Molto probabilmente, a Mosca, sopravvalutando l’efficienza delle proprie truppe, si sperava di raggiungere in fretta gli obiettivi strategici prefissati ed il presidente russo, con troppo ottimismo, ha pensato di correre un rischio calcolato…male!

A questo punto i giochi erano fatti. Con l’inizio delle ostilità, si è messa in moto la potente macchina della propaganda di guerra, tesa a criminalizzare Putin, additato come aggressore ed unico colpevole ed a sublimare un personaggio il quale, pur essendo il maggiore responsabile della tragedia in cui ha fatto precipitare il proprio paese, è stato innalzato al ruolo di eroe nazionale: Volodymyr Zelenskyj. L’esposizione mediatica e la narrazione positiva sulla sua figura sono risultati impressionanti; i collegamenti con i vari parlamenti della nazioni europee e le dirette quotidiane dal fronte, hanno monopolizzato l’attenzione di tutti i media mentre la sua attività sui social è seguitissima. Mostrarsi con barba incolta ed abbigliamento militare per accreditarsi come un presidente che guida il suo popolo in armi, sono il frutto di un’indubbia capacità comunicativa, anche se dovrebbero spiegarci come sia possibile che in una nazione che ci raccontano quasi totalmente distrutta dai bombardamenti ancora funzioni internet, strumento indispensabile per questi collegamenti. Comunque sia, la strategia del ricatto morale attuata da Zelenskyj nei confronti dei paesi europei ha avuto pienamente successo. Quasi tutte le cancellerie, sotto la spinta emotiva dell’opinione pubblica e confortate dal suo appoggio, si sono affrettate ad eseguire gli ordini provenienti da Washington, schierandosi a fianco dell’Ucraina ed accettando di inasprire ulteriormente le sanzioni contro la Russia, anche a costo di subirne, esse stesse, le conseguenze più gravi. L’interruzione di qualsiasi tipo di rapporto, tanto politico quanto economico, tra Europa e Russia era, come abbiamo visto, proprio uno degli obiettivi cui puntavano gli Stati Uniti ed al momento è stato pienamente raggiunto.

L’altro era quello di indebolire l’economia russa ed a tale scopo, Stati Uniti e paesi satelliti europei, sono impegnati a rifornire di armamenti le forze armate ucraine. La guerra deve durare più a lungo possibile per dissanguare la Russia e provocarne il fallimento senza però correre rischi di escalation nucleare. Poco importa se il costo in termini di vite umane sia a carico del popolo ucraino, anzi queste vittime sono funzionali a creare un clima di paura nell’animo dei cittadini europei che si sentono protetti dalla Nato e chi ne è fuori si affretta a cercare rifugio sotto il suo ombrello, come è successo per paesi tradizionalmente neutrali come Svezia e Finlandia, convinti ad entrare, in tempi brevissimi, nell’Alleanza Atlantica. A questo punto il dominio USA sull’Europa diventa ancora più stringente, certificato dalla ormai completa identificazione dell’Unione europea con la NATO, organizzazione che, da tempo, ha assunto sempre più il ruolo di braccio armato agli ordini degli Stati Uniti.

Tuttavia, quella che viene presentata dai media come un completo isolamento della Russia a livello globale, in realtà è una vera propria mistificazione. Nel mondo soltanto 37 nazioni hanno deciso di adottare sanzioni contro Mosca; non c’è l’Africa, non c’è il Sud America, non c’è la Cina, non c’è l’India, non c’è il 90% del mondo islamico, non c’è il Sud Est asiatico. Nella stessa Europa ci sono posizioni diverse e si va in ordine sparso: Ungheria, Bulgaria e Turchia, continuano a mantenere rapporti commerciali con Mosca mentre la Germania e la Francia temporeggiano riguardo l’interruzione dell’approvvigionamento di gas. Assieme ai paesi Baltici ed alla Polonia, tradizionali nemici dei russi e la Gran Bretagna, ormai relegata al rango di fedele scudiera degli Stati Uniti, soltanto l’Italia si trova schierata incondizionatamente con gli USA. Nei prossimi giorni Draghi volerà a Washington per ribadire l’impegno dell’Italia a rinunciare progressivamente al gas di Putin. Il suo obiettivo, sostenuto con convinzione dal PD – partito ormai sfacciatamente filo-americano – è quello di diventare l’interlocutore privilegiato di Biden in Europa, vista la prudenza di Scholz ed i tentennamenti di Macron.

A settembre scadrà il mandato del segretario generale della NATO e si sussurra che Draghi punti a questa prestigiosa carica alla quale si ascende soltanto se si dimostra di essere ossequioso ai voleri di Washington e quale migliore prova di fedeltà se non quella di portare in dote la piena sottomissione dell’Italia? Il nostro presidente del consiglio ha dato la più ampia disponibilità a fornire carri armati ed armi offensive all’Ucraina senza che ci sia stato alcun dibattito in Parlamento e senza che si conosca la lista della tipologia degli aiuti militari già inviati a Kiev in quanto secretata e consultabile soltanto dai membri del Copasir.

Le sanzioni imposte inopinatamente alla Russia dai governanti europei stanno provocando gravissimi problemi. Gli aumenti dei costi energetici e delle materie prime, la chiusura di un mercato ricco come quello russo, il blocco dei beni all’estero dei cittadini di quella nazione hanno prodotto enormi danni a moltissime aziende che ora rischiano il fallimento. Le proteste dei sindacati e degli industriali tedeschi; l’opposizione delle maestranze Renault in Francia; la decisione dei calzaturifici delle Marche di continuare ad esportare in Russia, sono tutti segnali che dimostrano come qualcosa si stia muovendo. Malgrado la gigantesca e potente macchina mediatica lavori a pieno regime, i sondaggi rivelano che la stragrande maggioranza della popolazione europea non approva l’invio di armi all’Ucraina perché giustamente preoccupata della possibile escalation che potrebbe subire il conflitto il cui teatro sarebbe comunque l’Europa. Industriali, sindacalisti, operai, imprenditori del Vecchio Continente si dimostrano più realisti e lucidi dei politici nel chiedere con forza che si metta fine a questa guerra per procura, decisa da oltreoceano, che ci penalizza pesantemente e porta benefici soltanto ad una potenza: gli Stati Uniti d’America. Le forze produttrici stanno sperimentando sulla propria pelle che, in questo conflitto scoppiato, nel cuore del nostro continente, ha perso l’Europa!

 

 

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