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La caduta del muro di Berlino inaugura la società aperta, parola di Soros

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La caduta del muro non rappresentò la rinascita di una patria tedesca ed europea ritrovata, come il simbolo del riscatto dei popoli oppressi. L’unificazione tedesca, con l’annessione della Germania Est, ha costituito un laboratorio sperimentale di ingegneria finanziaria che presiedette alla creazione del sistema economico – finanziario che fu adottato per futura governance della UE.

La caduta del muro non fu una rivoluzione

Il 9 novembre cadde il muro di Berlino. Fu un evento epocale, che sancì la fine della guerra fredda, del bipolarismo USA – URSS, la fine del secolo breve, ma non fu un evento rivoluzionario. Al crollo dell’URSS infatti, fece seguito l’estensione all’est europeo del dominio americano e della Nato.

La fine del comunismo non avvenne certo a causa di una sollevazione rivoluzionaria, ma con l’implosione dell’Unione Sovietica. L’URSS infatti, non fu in grado di sostenere la nuova corsa agli armamenti innescata dall’America di Reagan né di far fronte ad una situazione di bancarotta economica e politica interna. La scelta sciagurata di Gorbaciov di riformare il sistema sovietico facendo ricorso agli aiuti economici dell’Occidente, concedendo in cambio lo smantellamento delle basi militari russe in Europa e la fine dei regimi comunisti nei paesi dell’est europeo, determinò il crollo dell’Unione Sovietica.

Nell’immagine virtuale diffusa dalla propaganda occidentale, il muro di Berlino rappresentava il confine materiale ed ideologico tra il mondo libero e il totalitarismo comunista. In realtà il muro era l’espressione del dominio bipolare sovietico – americano e dello stato di occupazione militare imposto all’Europa dalle superpotenze vincitrici della seconda guerra mondiale. Alla stessa divisione della Germania in due stati, corrispondevano due diverse aree di occupazione, due diversi modelli politici ed ideologici imposti da USA e URSS, quali potenze dominanti. Due stati tedeschi, la BDR e la DDR, che, sulla base della loro collocazione geopolitica ed ideologica, assunsero due identità distinte e contrapposte: rispettivamente quella del sistema comunista del socialismo reale (la DDR), e quella liberal democratica dell’Occidente americano (la BDR).

Occorre comunque rilevare che il crollo del muro non rappresentò solo la fine del socialismo reale, ma comportò anche trasformazioni epocali per l’Europa occidentale. Cadde infatti anche un altro muro in Occidente. Il crollo del muro diede luogo infatti, anche alla fine del modello europeo dell’economia mista, che prevedeva il controllo dello stato sui settori strategici dell’economia, lo stato sociale e la redistribuzione del reddito. Tale modello economico – sociale, di ispirazione keynesiana, che ebbe le sue espressioni nella socialdemocrazia scandinava, nella cogestione del capitalismo renano, nel gaullismo francese, promosse vaste riforme in campo sociale, riguardo all’emancipazione delle classi più disagiate e determinò una accentuata mobilità sociale. Il modello capitalista imposto dagli USA con l’occupazione dell’Europa occidentale, dovette subire profonde riforme in una Europa uscita distrutta dal secondo conflitto mondiale e che doveva affrontare un difficile processo di ricostruzione morale e materiale. E su quell’Europa priva di risorse e popolata da masse ridotte ad una povertà estrema, il modello comunista dell’est esercitava una forte attrazione, che avrebbe potuto alimentare il consenso nei confronti dei partiti comunisti omologati all’URSS. Il sistema capitalista fu dunque costretto ad implementare vasti programmi di riforme sociali onde far fronte alla minaccia comunista.

Il crollo del muro comportò anche la fine del modello keynesiano e l’avvento del sistema neoliberista in Europa imposto dal nuovo ordine mondiale dominato dall’unilateralismo americano.

Unificazione tedesca o annessione della Germania Est?

Il 9 novembre si realizzò una riunificazione della Germania che non fu l’unione di due stati, ma l’incorporazione della Germania Est nella Repubblica Federale Tedesca. Dalla caduta del muro non sorse una nuova Germania, non fu costituito un nuovo stato indipendente e sovrano, ma si diede luogo ad una vera e propria annessione (il termine Anschluss evoca sinistre memorie, ma è quanto mai appropriato a rappresentare l’evento storico del 1989), della Germania Est. Non fu emanata una nuova costituzione, come atto fondativo di un nuovo stato, ma fu estesa alla Germania Est la Legge Fondamentale della Germania Ovest, insieme al suo intero sistema legislativo.

L’imposizione della Legge Fondamentale della Germania Ovest fu resa possibile da una prospettiva secondo cui l’unificazione comportava l’instaurazione di un unico sistema istituzionale che veniva esteso ai territori dell’est. I Laender orientali non erano regioni sottoposte ad una occupazione di altri stati e ricondotti alla sovranità tedesca, ma costituivano uno stato sovrano, peraltro riconosciuto dalla Germania Ovest, che è stato istituzionalmente smembrato e annesso da un altro stato, in aperta violazione del diritto internazionale.

Dato lo squilibrio economico preesistente tra i due stati, la Germania Occidentale condizionò l’erogazione di aiuti economici alla destrutturazione del sistema socialista, alle privatizzazioni dell’industria di stato e all’apertura incondizionata ed immediata all’economia di mercato. La trasformazione politica ed economica subitanea della Germania Est, comportò la fine repentina della sua sovranità politica.

La Germania Occidentale volle imporre l’unificazione monetaria quale “atto di generosità politica” nei confronti dei fratelli dell’est. Il cambio convenzionale intertedesco era stabilito sulla base del rapporto di 1 marco occidentale a fronte di 4 marchi orientali. L’unificazione monetaria avrebbe favorito, secondo la propaganda occidentale, il benessere, l’eguaglianza economica tra tutti i cittadini tedeschi e l’agognato accesso per i tedeschi dell’est ai beni di consumo occidentali.

L’unificazione monetaria e la fissità conseguente del rapporto di cambio produsse un immediato aumento dei prezzi tra il 300 e il 400%, il mercato dell’est fu invaso da prodotti occidentali che si rivelarono inaccessibili per la popolazione dell’est. L’unificazione monetaria e il libero mercato esteso all’est, determinarono un ingente rincaro dei costi di produzione ed il conseguente fallimento di larga parte delle imprese dell’est. La disoccupazione dilagò a macchia d’olio, fino a raggiungere nel 1990 la cifra di 1.700.000 unità.

L’impossibilità di sostenere la concorrenza delle imprese occidentali determinò inoltre il collasso del sistema bancario dell’est, che fu fagocitato dalle grandi banche dell’Occidente. I crediti inesigibili delle banche orientali incorporate furono rimborsati in massa dallo stato. Il sostegno pubblico incondizionato alle perdite del sistema bancario è dunque una pratica ricorrente per la Germania, che anche a seguito della crisi del 2008 ha elargito sostanziosi finanziamenti statali alle grandi banche in default, in aperta violazione delle norme comunitarie.

La Germania Est fu destrutturata, subì un sistematico processo di deindustrializzazione. Le privatizzazioni provocarono l’accaparramento selvaggio delle imprese dell’est da parte del capitalismo occidentale, con relativa delocalizzazione della produzione nell’ovest.
L’annessione della Germania Est innescò inoltre un vasto processo di epurazione sistematico, oltre che nelle istituzioni politiche, anche nell’amministrazione pubblica e nell’ambito culturale e scientifico. Dall’unificazione tedesca i territori dell’est hanno registrato un calo della popolazione stimato intorno ad 1 milione e mezzo di abitanti, oltre ad una accentuata emigrazione di eccellenze culturali e scientifiche.

La distruzione del patrimonio industriale, finanziario e immobiliare fu sistematica, i promessi indennizzi per la popolazione non furono mai erogati. Furono indennizzate le banche ma non i cittadini. Lo spopolamento della ex Germania Est diede luogo perfino alla distruzione di interi quartieri residenziali in alcune città, al fine di scongiurare il crollo dei prezzi nel mercato immobiliare.

L’unificazione tedesca, fu un evento storico che determinò la fine della contrapposizione est – ovest, ma non l’avvento di una nuova epoca in cui si riaffermasse la sovranità e l’indipendenza degli stati nazionali. La struttura federale della Germania Occidentale fu estesa anche all’est, ma le rilevanti diseguaglianze tra i Laender e tra i cittadini dell’est e dell’ovest permangono tuttora, a distanza di 30 anni dalla riunificazione. I Laender occidentali più ricchi sono sovrarappresentati e privilegiati sia in Germania che nella UE.

Non sussistono sufficienti garanzie di solidarietà tra i Laender più evoluti e quelli più arretrati. I parametri di bilancio hanno generato una gerarchia economica dominante tra i Laender tedeschi. La Merkel, a causa del dissesto finanziario del Brandenburgo, arrivò a chiedere il fallimento del Land. I salari dell’est restano inferiori a quelli occidentali, il 46% dei tedeschi orientali si sente considerato anche oggi come un “cittadino di serie B”.

Unione tedesca: un laboratorio di ingegneria finanziaria per la UE

Esiste una relazione evidente tra l’unificazione tedesca e la successiva creazione della Unione Europea. L’unificazione tedesca, con l’annessione della Germania Est, ha costituito un laboratorio sperimentale di ingegneria finanziaria che presiedette alla creazione del sistema economico – finanziario che fu adottato per futura governance della UE. Infatti, l’unificazione monetaria europea, con la creazione dell’euro, è stata riprodotta sulla base del modello già sperimentato con l’unificazione monetaria intertedesca.

Il processo di liberalizzazione degli scambi e della libera circolazione dei capitali, unitamente al sistema dei cambi fissi, sono i fattori che hanno determinato il primato della Germania in Europa. L’euro ha imposto la fissità dei cambi, privilegiando le economie dei paesi più ricchi a danno degli stati europei più deboli, ai quali sono state imposte riforme devastanti sul welfare, una rigida compressione salariale, aumenti vorticosi della pressione fiscale. Lo sviluppo del Nord europeo si basa sulla depressione del Sud. Le ricorrenti crisi del debito, dovute agli squilibri della bilancia commerciale, hanno comportato privatizzazioni selvagge, con conseguente deindustrializzazione, disoccupazione dilagante, diseguaglianze sociali crescenti nei paesi più deboli come l’Italia.

Nella UE si sono riprodotti gli stessi rapporti di subalternità economica e politica tra gli stati, già instauratisi tra la Germania Ovest e Germania Est. Ma soprattutto si rileva come le strategie di aggressione economica messe in atto dal capitalismo finanziario possano provocare la destabilizzazione interna e quindi la successiva perdita di sovranità degli stati.

La Nato alla conquista dell’est europeo

L’URSS è ormai scomparsa da 30 anni. La caduta del muro di Berlino non ha però comportato la fine dello stato di sovranità limitata dell’Europa. Anzi, la fine del bipolarismo ha determinato l’estensione della Nato nell’Europa orientale. La caduta del muro è un evento rappresentativo della americanizzazione completa dell’Europa e della incontrastata vittoria del sistema neoliberista imposto su scala globale.

Le affermazioni del presidente tedesco Steinmeier in occasione delle celebrazioni dei 30 anni dalla caduta del muro ne sono la eclatante conferma: “Speriamo che l’America rimanga al nostro fianco”. E, riguardo ai propositi di disimpegno della Nato in Europa espressi da Trump ha ancora affermato che si augura che l’America rimanga “ancora in futuro come partner per la libertà e la democrazia contro gli egoismi nazionali, in reciproco rispetto”.

La sovranità nazionale non è dunque un valore etico da riconquistare per una Germania e una Europa ancora occupata dalle basi Nato, ma una pericolosa minaccia da esorcizzare. La Nato fu istituita dagli USA al fine di imporre il proprio dominio sull’Europa. La finalità della Nato, sin dalla sua fondazione fu quello di tenere la Germania sotto, gli USA dentro, la Russia fuori. Vista la posizione dominante assunta dalla Germania in Europa, l’Italia è dunque soggetta ad una duplice subalternità, quella americana e quella franco – tedesca. Oggi la UE, la cui espansione ad est è andata di pari passo con quella della Nato, non è un soggetto geopolitico autonomo in quanto gli americani sono dentro. E questa Europa senz’anima né dignità ne invoca la permanenza coloniale.

Il crollo del muro inaugura la società aperta, parola di Soros

Il crollo del muro è dunque un evento storico che inaugura una nuova epoca. Tale evento, visto in una prospettiva storica, non si configura come la rinascita di una patria tedesca ed europea ritrovata, come il simbolo del riscatto dei popoli oppressi da un totalitarismo imposto da una potenza occupante. Esso prefigura invece l’avvento dell’era della globalizzazione, in cui tutti i muri, così come tutti confini degli stati debbono essere abbattuti, per la creazione di un nuovo ordine mondiale, con il primato americano nel mondo e un sistema neoliberista globale portatore di un individualismo che vuole rendere libero il singolo, ma non le patrie e le comunità identitarie che invece devono essere distrutte.

Dalla caduta del muro sorse una UE che non fu l’Europa delle patrie, ma un nuovo ordine finanziario oligarchico che distruggerà la sovranità degli stati e con essi, lo stato sociale e le istituzioni democratiche.

Del significato di tale svolta storica ne offre una illuminante conferma un articolo di George Soros apparso sul Sole 24Ore del 10/11/2019, in cui lo stesso Soros afferma: “La fine delle restrizioni sugli spostamenti tra la Germania dell’Ovest ha dato il colpo di grazia alla società chiusa dell’Unione Sovietica. Allo stesso tempo, la caduta del Muro ha segnato un punto fondamentale di crescita delle società aperte”. Dal crollo del muro nasce il mondo cosmopolita della società aperta già teorizzata da Popper, del capitalismo assoluto dominato dai vari Soros, della destabilizzazione degli stati nazionali, delle diseguaglianze sempre più accentuate tra gli stati e tra le classi sociali all’interno degli stati.

La società aperta non ha generato comunque pace e solidarietà tra i popoli, non ha abbattuto muri, ma ne ha innalzati molti altri: esistono oggi 70 muri sparsi per il mondo, quali materiali rappresentazioni delle nuove conflittualità che il globalismo ha generato.

La società aperta, espressione del nuovo ordine neoliberista, deve comunque trovare nuove giustificazioni ideologiche ai propri fallimenti, individuando sempre nuovi nemici e nuove frontiere da abbattere. Il nemico irriducibile della società aperta è dunque costituito dalla resistenza opposta dal populismo dilagante e dagli stati nazionali non occidentalizzati. Afferma infatti Soros nello stesso articolo citato: “La cooperazione internazionale ha trovato diversi ostacoli sul suo cammino e il nazionalismo è diventato il nuovo credo dominante. Inoltre, finora il nazionalismo si è rivelato essere ben più potente e distruttivo dell’internazionalismo”.

In realtà, anziché abbattere muri, il neoliberismo globalista ne ha creati di nuovi e quelli più difficili da abbattere sono quelli invisibili. Quelli cioè creati dalle diseguaglianze sociali emerse dal sistema neoliberista, quelli derivanti dalla struttura oligarchico – piramidale della attuale società cosmopolita, dalla emarginazione dei popoli a vantaggio delle global class dominanti, dall’assenza di qualsiasi prospettiva di trasformazione sociale, dalla riduzione di tutti i rapporti umani ad una forma merce pervasiva delle menti e dell’anima dell’intera umanità.

La società aperta abbatte i confini degli stati, nella prospettiva di creare una società – lager per i popoli di tutto il mondo.

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