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La musica e i suoi nemici

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Intervista ad Antonello Cresti, autore del libro “La musica e i suoi nemici” Uno Editori 2020, a cura di Luigi Tedeschi

  • La tecnologia ha profondamente trasformato le facoltà percettive dell’uomo ed i percorsi della sua vita interiore. La sterminata ed immediata disponibilità di dati ed informazioni offerta dalla tecnologia ha infatti via via eliminato la predisposizione e l’attitudine alla ricerca, specie nel campo della musica. È scomparso il fascino della scoperta, la proiezione alla ricerca di un genere musicale sconosciuto, di un disco in passato spesso difficilmente reperibile. Si intraprendeva quindi nella ricerca un nuovo percorso interiore, in cui si rivelavano spesso lati oscuri della propria sensibilità. La ricerca era una manifestazione della propria soggettività, una fase creativa e formativa della propria personalità. Attualmente la ricerca si è tramutata in collezionismo, nella oggettiva reperibilità e classificazione di materiali musicali. La creatività della ricerca, non è stata dunque sostituita dalla bulimia di consumo compulsivo della musica stessa? Tale forma di consumismo musicale non è una delle cause dell’attuale stato di miseria morale e mercificazione in cui versa oggi la musica?

Senza volere fare gli antimodernisti ideologici, non possiamo non rilevare che la tecnologia sia andata a titillare in maniera determinante certe debolezze dell’essere umano. Facendo venire a galla una serie di cortocircuiti sui quali è bene indagare: innanzitutto la cosiddetta “era dell’accesso” si è tradotta in buona parte in una illusione di conoscenza, una illusione di protagonismo… Non credo si sia mai vista una umanità più supina e passiva di quella di oggi… All’interno della fruizione musicale, similmente, la possibilità di avere a portata di mano un numero pressoché infinito di musiche non ha alimentato la curiosità e la fame di scoperta, ma al contrario ha reso la musica qualcosa di fruibile solo nella sua versione “gastronomica”. Oramai nessuno cerca musica e si limita a subirla passivamente in un centro commerciale o addirittura attraverso la suoneria di uno smartphone…  Dunque non si tratta neanche di bulimia – che al limite può colpire qualche collezionista o addetto ai lavori, fenomeni marginalissimi comunque – ma di vero e proprio disinteresse. La musica non rappresenta più nulla di profondo. È al massimo una distrazione uditiva nel mentre siamo intenti a fare altro. Si è perso l’ascolto attivo, individuale come collettivo. Direi che è una immagine terribile, ma fedele del “realismo capitalista” che stiamo vivendo.

  • La musica costituisce oggi il leit – motiv della realtà esistenziale dell’uomo contemporaneo. La odierna riproduzione seriale della musica è infatti l’espressione della struttura economico – sociale di una società basata sulla produzione e sul consumo illimitato. Da sempre l’arte musicale è una creazione immateriale che trascende la realtà, è la trasfigurazione spirituale della condizione umana in un dato contesto storico. La musica pertanto è l’unica testimonianza vivente che permette di accedere ai valori e alle aspirazioni espresse da epoche e civiltà scomparse. La musica non è dunque un’arte il cui valore specifico risiede proprio nella sua inattualità?

Certamente tutta l’Arte dovrebbe trascendere i concetti di spazio e tempo, esprimendosi senza alcuna forma di limitazione. Questo, come giustamente osservi, è ancora più evidente all’interno del fenomeno musicale, per la sua natura immateriale e “imprendibile”. Di più, ricordiamo che ancor prima della musica esiste il Suono, un fattore di potenza assoluta che ci riconduce alla Creazione e ai miti cosmogonici. Il Suono è rivelazione, esso può acquietare e scatenare. Il Suono è di per sé rivoluzionario, non avendo alcuna necessità di accompagnarsi col linguaggio verbale, che, anzi, talvolta ne abbassa la potenza evocativa. Certamente, la musica è anche espressione di un tempo, di una cultura, di una idea di umanità e talvolta questo genera anche effetti interessanti, ma credo che il senso primigenio di questa straordinaria esperienza creativa stia al di là di qualsiasi demarcazione spazio-temporale.

  • I concerti costituivano negli anni ’60 e ’70 momenti di aggregazione in cui si esprimevano sensibilità collettive. La musica quindi era un valore comunitario. Nella società neoliberista, dominata dall’individualismo assoluto, il sentire comune è scomparso, sostituito dal presenzialismo all’evento, dal compiacimento narcisistico ed autoreferenziale degli interpreti e del pubblico. È infatti scomparsa la interazione carismatica tra l’interprete ed il pubblico. La fine della dimensione comunitaria della musica ha determinato il venir meno della ritualità e della simbologia del concerto. Tale degenerazione della musica non si rispecchia nella stessa scomparsa della ritualità nella religione, in cui il sacerdote è sceso dall’altare per immedesimarsi e confondersi con i fedeli? La decontestualizzazione dei ruoli non ha infine ucciso la sacralità del rito?

Credo che il Rito e il Mito siano stati messi alla porta da questa Società, che evidentemente rifugge in maniera violenta tutto ciò che possa portare ad una forma di identificazione e radicamento. Allo stesso modo l’odierno Pensiero Unico neoliberista persegue una forma ben definita di abbassamento che conduce fuori da ogni ricerca o afflato spirituale. All’epoca dei grandi concerti e dei raduni degli anni sessanta, la religione cristiana si stava secolarizzando, sostituita dal culto materialistico del consumismo, eppure permaneva a livello magari inconscio la volontà di sacralizzare in maniera comunitaria alcuni momenti della propria esistenza. Da questo punto di vista i concerti hanno rappresentato uno snodo essenziale. Seguendo il tuo parallelismo direi che nei concerti – a differenza che nella ritualità religiosa – il “sacerdote” /musicista è rimasto sull’altare come puro oggetto mercificato, ed è subentrata l’illusione che su quello stesso altare stia oggi tutto il pubblico inteso come monadica unione di individualità. Oggi non si va più ai concerti per una necessità di condivisione, ma perché spinti dall’ansia narcisistica di “esserci”, di mostrare di essere protagonisti di qualcosa in cui, in realtà, siamo molto meno protagonisti di quanto potremmo. Il concerto oggi è una triste comunione di solitudini, un monumento all’incomunicabilità. Un paradosso solo apparente, purtroppo…

  • L’assenza di creatività e la mancanza di spirito innovativo delle attuali correnti musicali dominanti, ha condotto all’espansione del fenomeno delle cover. Della ripetizione cioè infinita dell’identico, della riproduzione ossessiva del passato. La cover può dunque suscitare nel pubblico solamente sensazioni programmate e ripetitive. Nella la cover è assente qualsiasi predisposizione alla originalità e alla innovazione. I rifacimenti e le rielaborazioni musicali hanno invece attraversato i secoli, ricreando la musica stessa, reinterpretandola cioè secondo le più diverse sensibilità artistiche e i differenti significati culturali di ogni tempo. Queste continue riletture e rielaborazioni della musica hanno permesso alla creazione artistica originale di estendersi e perpetuarsi al di la del tempo e delle specifiche correnti culturali di ogni epoca. Questa sorta di atemporalità della musica, non costituisce dunque una dimensione metafisica della musica stessa?

Come correttamente segnali non è detto che una cosiddetta “cover” debba aderire pedissequamente all’originale, anzi nella reiterata trasformazione dei materiali risiede quella eterna giovinezza della Tradizione. Pensiamo al destino che hanno avuto certi brani folk, soprattutto di retaggio britannico… Per le “tribute bands” però il discorso è diverso poiché il valore dichiarato dell’operazione sta nel ricalcare nella maniera più precisa possibile gli originali. Insomma, la creatività è stata sostituita da un triste Carnevale che più che alla nostalgia mi fa pensare ad una consapevolezza di irrilevanza. C’è da dire poi che in questa ossessione per la riproposizione di ciò che già si conosce si nasconde anche il terrore verso ciò è realmente nuovo, dunque destabilizzante. Benché la retorica moderna si nutra continuamente del tema del “futuro” e della “novità”, in realtà le genti sono spaventate come non mai da tutto ciò che non conoscono o maneggiano con tranquillità…

Dunque certamente l’atemporalità del fenomeno musicale fa parte della sua dimensione metafisica, ma è altrettanto evidente che anche questo fattore si trovi oggi sotto attacco per rispondere a quelle dinamiche di abbassamento cui alludevamo prima.

  • L’omologazione della musica alla mercificazione mercatista, ha condotto alla emarginazione della creatività degli artisti estranei alla industria musicale dominante. Eppure sussiste l’incrollabile volontà di tanti oscuri compositori di far valere le proprie capacità espressive, la propria originalità creativa. Ma attualmente non si tratta più di raggiungere i settori di un pubblico di esperti di nicchia. Oggi sussiste invece una emarginazione di massa che coinvolge sia gli autori che il pubblico. Nei decenni passati l’autore, attraverso la musica esprimeva ideali, sentimenti collettivi e latenti moti di ribellismo potenzialmente presenti nelle masse. Oggi ci si chiede con quali forme di espressione, con quale linguaggio musicale, possa manifestarsi l’interazione tra l’autore ed un pubblico atomizzato e frammentato nelle sue idee, nei sentimenti e nei suoi modi di essere nel contesto di una società dominata dalla solitudine e dal solipsismo di massa. Esiste la possibilità di abbattere questo muro di incomunicabilità che non permette di trasmettere alcun messaggio alle masse?

La resa sostanziale di tanti, troppi, musicisti e compositori che pure avrebbero talenti e capacità da mettere in campo è uno degli aspetti più dolorosi dell’epoca musicale che stiamo vivendo. Me ne sono occupato in passato, da divulgatore. Questa autoemarginazione, questa incapacità di coltivare una “connessione emozionale” coi propri potenziali ascoltatori probabilmente è da addebitarsi al fatto che oggi la musica possa al massimo rappresentare una vetta estetica, senza andare a toccare la sfera dell’etica. Manca dunque la volontà di rappresentare istanze di altro tipo. La musica oggi è come “monca” … È difficile provare un senso di rappresentazione anche di fronte ad opere pure belle. Questo nel passato non accadeva. Per uscire da questa impasse credo che i musicisti debbano interrogarsi maggiormente sul loro ruolo, compiere un lavoro su sé stessi, rifuggire comode convenzioni. Se la musica tornerà ad affiancare un pensiero, allora direi che saremo sulla strada giusta perché il cuore torni a batterci all’ascolto di una composizione…

  • Viviamo in un’epoca di compiuta decadenza. Il prevalere della forma merce ha invaso la società e assimilato alle logiche di mercato la musica stessa. Tale stato di cose si è reso possibile anche in virtù dell’esaurimento della cultura e dello stesso sperimentalismo novecentesco. Il destino della musica è parte integrante del declino di una civiltà. Comunque, questa fase nichilistica, che si manifesta nel contesto della decomposizione di una civiltà, non si rivela un elemento propedeutico al sorgere di una nuova epoca? Il manifestarsi di nuovi fenomeni musicali quali il minimalismo, non è di per sé espressivo di una tendenza al ritorno ai fondamenti primordiali della musica stessa, e della scoperta di nuove potenzialità creative finora sconosciute? Per non parlare della riviviscenza della spiritualità atemporale del gregoriano emersa in autori come Arvo Part e Henryk Górecki e tanti altri, quale espressione della elevazione mistica, connaturata alla musica di ogni tempo? Del resto, non viviamo in un’epoca in cui l’unica forma di autentica trasgressione è rappresentata dalla tradizione?

Quei fenomeni che citi – e che ho ripercorso brevemente anche nel libro di cui stiamo parlando – hanno oramai circa sessanta anni di vita ed appartengono al canone della cultura musicale del passato. Certamente, si tratta di esperienze di grande importanza che, al pari di altre, possono ancora oggi insegnarci qualcosa. Ad esempio, quel ritorno all’antico cui tu fai riferimento, potrebbe oggi essere spinto alle estreme conseguenze non in una forma di revival, ma di “contropelo” alla produzione contemporanea. Sarebbe uno shock salutare tornare a certe forme arcane, pur nell’ambito della musica “di consumo” e della canzone. Io sono poi della opinione che, in mezzo a tanta paccottiglia “etnica”, insultante per la cultura rappresentata come per colui che tale banalizzazione la subisce, oggi potremmo scoprire il significato esplosivamente antiglobalista insito nelle tante musiche del mondo. Non ne sappiamo nulla. E invece ci dimostrerebbero che la differenza ancora oggi esiste e che può vincere su un mondo senza anima, fatto di sentimenti e creazioni plastificate. Si, forse è davvero giunto il momento di tornare al primigenio ed all’Arcano assoluto!

 

 

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