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MA QUALE RIPARTENZA ?

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Una vera ripartenza non potrà mai avvenire e sarà l’ennesima volta che si dovrà affrontare periodi di “lacrime e sangue”.

“Il 2021 sarà l’anno della ripartenza. Recovery da non sprecare. Vaccinarsi è un dovere”. Questo, in sintesi, il messaggio di Mattarella ai “cittadini”, in occasione del tradizionale discorso di fine anno. Certamente traspare una speranza per il futuro, una vena di ottimismo, non sempre caratterizzante il profilo del personaggio pubblico che attualmente ricopre la più alta carica dello Stato, suo obiettivo, in questo ultimo anno di mandato,sarà proprio “la ripresa della vita economica e sociale del nostro Paese (sic). “La ripartenza”, ma quale ripartenza e poi, all’attuale stato dell’arte? E’ realmente prospettabile una ripartenza, oppure ci avviamo, sempre più velocemente, verso il baratro di un irreversibile declino? Se analizziamo le stime relative alla contrazione del PIL nel 2020, la situazione italiana non ispira certo valutazioni positive. Essere nei primi posti, con probabili risultati a due cifre, in compagnia di una Spagna in piena crisi di identità e, similmente a noi, senza una reale maggioranza politica, con una contrazione economica paragonabile solo ai foschi anni della guerra civile, non può essere certo di buon auspicio. Inoltre il calo dei consumi ha riportato l’asticella indietro di una trentina di anni. Determinante, tra l’altro, la voce relativa al turismo, praticamente dimezzato in termini di presenze, che rappresentava circa il 13% del nostro prodotto totale.

Sicuramente altre nazioni europee si trovano in cattive acque, prima fra tutte la Francia e senz’altro la stessa Germania non può sottovalutare una perdita ben superiore al 5%. Tuttavia torniamo a casa nostra e vediamo cosa si è fatto fino a oggi.

Certamente si è voluto tutelare la salute pubblica a scapito di una fredda e disumana visione di salvaguardia del tessuto economico e sociale, ma i risultati sono stati a dir poco catastrofici, pur evidenziando che non c’è mai un limite al peggio, si accredita all’Italia, secondo uno studio della Jhons Hopkins University, il terribile primato di paese con il più alto numero di morti ogni 100.000 abitanti, precedendo Spagna, nonché il vituperato Regno Unito, perfino gli Stati Uniti del folle Trump, il Brasile del criminale Bolsonaro e tutti gli altri ovviamente. Si può addurre tutta una serie di motivazioni nel tentativo di giustificare un dato così drammatico, ma certamente ciò rende scarsamente credibile gli asseriti apprezzamenti sul “Modello Italia” e il nostro vanto di aver saputo privilegiare la”vita” sulla “economia”.

Nel frattempo il Presidente del Consiglio Conte, bisogna dire in compagnia di fior di capi di stato e di governo, quali Macron, Sanchez e altri ancora, che si accodarono successivamente, come Boris Johnson ed in ultimo la stessa Merkel, ha operato attraverso un incredibile numero di DPCM, sempre in nome della tutela della vita umana e nella messianica attesa del vaccino, da considerare come unica soluzione percorribile.

Il Governo ha snobbato qualsiasi tipo di cura che potesse ridurre il rischio di decesso e ha evitato qualsiasi concreta ed accurata indagine sulle motivazioni che determinavano, in alcune nazioni, tassi di letalità e propagazione del contagio notevolmente inferiori ai nostri. Si è proceduto con una serie interminabile di divieti,che partendo da condivisibili esigenze di distanziamento e di protezione personale, nonché dalla necessità di evitare assembramenti, dimostravano, tuttavia, incredibili limiti applicativi sul trasporto pubblico locale, allargavano all’inverosimile l’obbligo di utilizzo delle mascherine, arrivavano a determinare la chiusura di Teatri, Musei, Cinema, che nella stragrande maggioranza dei casi hanno presenze limitate, limitabili e certamente gestibili.

Su quest’ultimo aspetto qualcuno ha scritto “il contagio della cultura non uccide, riaprite i Musei” e certamente iniziative di questo tipo, di danni ne stanno facendo assai. Così si è proceduto alla chiusura dei campi da sci, forse i probabili assembramenti erano a latere degli impianti di risalita, certo non sulle piste,ma i gestori avevano investito per evitare questo rischio potenziale, ma non è bastato. Come non sono bastati gli interventi dei ristoratori, che pur con investimenti anche cospicui per dehors e distanziamenti vari, si sono visti incredibilmente limitare il loro orario di apertura alle 18, rendendo impossibile cenare dove si era tranquillamente pranzato, fino ad arrivare alla chiusura completa per tutto il periodo delle feste natalizie. Rammento, per inciso, che il Turismo rappresenta il 13 % del nostro PIL. Se poi si aggiunge il coprifuoco alle 22, il gioco è fatto.

Qualcuno ha voluto scherzare su questi aspetti, che tra l’altro, limitano gravemente le libertà individuali, descrivendo il Covid-19 come un virus notturno che appare nei ristoranti alle 18 e dalle 22 circola nelle nostre città, purtroppo forse la scelta è stata determinata dalla mancanza di coraggio e di capacità nel controllo il territorio, con la paura di dover intervenire per far rispettare la norma sensata, che vieta assembramenti e conseguenti inutili rischi di contagio. Se così fosse, si ricorda che un Governo privo degli attributi per far rispettare le indicazioni dallo stesso emanate, forse sarebbe meglio facesse un passo indietro onde evitare ulteriori danni. Danni che nella gestione dell’emergenza sono oltremodo evidenti nell’ambito scolastico, dove un forse inutile rinnovo del layout, caratterizzato anche comicamente da soluzioni quali i “banchi a rotelle”, non ha garantito la minima continuità didattica, specie nelle scuole secondarie di ogni grado e nelle università. In effetti il Governo non ha certo brillato in capacità organizzative e visioni strategiche, in buona compagnia con le Regioni a prescindere dalle maggioranze che le governano.

Le carenze, una certa approssimazione, la facilità con cui le indicazioni mutavano e si contraddicevano, avevano già caratterizzato i primi mesi di gestione dell’emergenza Covid-19. Carenze degli approvvigionamenti di mascherine e degli altri dispositivi di protezione, interventi che hanno forse permesso errori nelle cure, la scelta di bypassare completamente i medici di base, le conseguenze di una trentennale politica dissennata di abbandono dei presidi sanitari territoriali hanno determinato una situazione drammatica con conseguenze immaginabili. Purtroppo lo scarso spessore di tutta l’attuale dirigenza politica viene confermato dalle loro scelte e queste oggettive carenze sembrano caratterizzare anche la campagna vaccinale, iniziata in un clima di aperta intolleranza e minaccia verso chiunque esternasse qualsiasi dubbio sulla venuta del “Messia Pfizer” e poi proseguita in un certo marasma gestionale.

Al momento i dati sull’occupazione non hanno ancora risentito, se non molto parzialmente, della crisi determinata dalla pandemia. Il tasso di disoccupazione ha subito un lieve rialzo, ma tutto è al momento edulcorato dal pressoché totale blocco dei licenziamenti e dall’attivazione da speciali forme di cassa in deroga collegate direttamente alle conseguenze del Covid-19 sulle imprese. Il quadro chiaro della situazione ci viene dato direttamente dall’INPS ed è a dir poco catastrofico.

Le ore di Cassa Integrazione Ordinaria autorizzate a novembre 2020 sono state 173.302.776 e si riferiscono quasi interamente alla causale “emergenza sanitaria Covid-19”. A novembre 2019 le ore autorizzate erano state 14.277.115. Gli interventi in deroga sono stati pari a 73.870.312 di ore autorizzate a novembre 2020. La variazione congiunturale registra a novembre 2020, rispetto al mese precedente, un incremento del 22,3%. A novembre 2019 le ore autorizzate in deroga erano state 8.437. Il numero di ore autorizzate a novembre 2020 nei fondi di solidarietà è pari a 129.247.082 e registra un incremento rispetto al mese precedente pari al 7,9%. A novembre 2019 le ore autorizzate erano circa 669.482.

Tuttavia queste soluzioni eccezionali non possono essere rinnovate in eterno e solo una forte iniezione di liquidità ed investimenti, nel quadro di un piano di rilancio strategico, potrà impedire tragiche conseguenze per il mondo del lavoro e per l’economia nazionale in generale.

Quindi importanti settori del terziario e il relativo indotto sono stati fortemente penalizzati dai provvedimenti del governo, ma non solo, secondo l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, si stima che a livello pro capite l’anno scorso ogni italiano abbia perso mediamente 2.600 euro di reddito. Infine anche tutto il settore agroalimentare ha risentito delle misure di confinamento. Citando Il Primato Nazionale, secondo la Coldiretti/Filiera Italia, l’alleanza a tutela delle eccellenza dell’agroalimentare italiano, si evidenzia una riduzione del 50% del fatturato per il settore ittico, un quarto di perdita per quello vitivinicolo e ancora: -30% per il prosciutto di Parma, mentre la mozzarella di bufala è arrivata, nelle settimane più dure della pandemia, a far segnare un -60%.

Ora poniamoci un’altra domanda: a livello mondiale, chi ha tratto utili da questa particolare situazione? Innanzitutto Amazon, tra l’altro sempre con qualche problema per pagarci le tasse sulle vendite fatte sul nostro territorio nazionale, ha avuto una ulteriore opportunità per bypassare la piccola e media distribuzione, in passato valore aggiunto per la crescita della nostra economia, poi personaggi come Elom Musk, Mark Zuckerberg, Steve Ballmer, Larry Elison, Bill Gates e, tra le nazioni, non poteva certo mancare la Cina, che, tuttavia ancora per qualcuno, è stata la causa di tutto, vista la poca trasparenza con cui ha gestito i primi mesi del contagio e una informazione fortemente controllata e pesantemente repressa nei suoi elementi più autonomi ed indipendenti.

Tutto questo dovrebbe farci meditare. Lontano da teorizzazioni complottiste, certamente chi esce rafforzato, dalle scelte gestionali di questa crisi, appare in tutta la sua evidenza, come appare l’inadeguatezza di una classe politica italiana, in buona compagnia con quella europea, se non internazionale, che preferisce assecondare strategie spesso autolesioniste, piuttosto che affrontare radicalmente i problemi, che, per noi, non sono solo dell’oggi e della drammatica situazione determinata dalla crisi pandemica, ma nascono da una ormai intrinseca e ultradecennale fragilità della nostra economia e del nostro tessuto sociale, da una sanità da troppi anni in preda ad una riduzione lineare dei costi, che si è dimostrata incapace ad affrontare un’emergenza vera, da una intollerabile perdita di controllo di asset strategici alla stessa sopravvivenza del sistema Italia.

Tutto questo dovrebbe farci capire che aldilà di scelta radicali e coraggiose, possibili solo da parte di una nuova classe dirigente, in una nuova prospettiva di sovranità nazionale e di corrette relazioni economiche internazionali, una vera ripartenza non potrà mai avvenire e sarà l’ennesima volta che si dovrà affrontare periodi di “lacrime e sangue”.

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