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Medioriente: la pax americana e la nuova “Nato araba”

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Si è creato con questo accordo, uno schieramento strategico – militare imperniato sull’alleanza tra Israele e gli stati arabi del Golfo, in contrapposizione con l’Iran e la Turchia, che è stato denominato la nuova “Nato araba”.

In questi giorni ricorre un anniversario ignorato dai media dell’Occidente.

Tra il 16 e il 18 settembre 1982, ebbe luogo l’eccidio di circa 3.000 palestinesi compiuto dalle Falangi libanesi, con la complicità dell’esercito israeliano nei campi dei profughi di Sabra e Chatila.

Così si espresse Monsignor Helarion Capucci nel 2002, in occasione del ventennale della strage: “Sabra e Chatila allora, Balata, Nur EI-Shams, Khan Younis, in Cisgiordania e Gaza, e soprattutto Jenin, la riedizione di Sabra e Chatila, ora. Allora, le donne e i bambini palestinesi venivano sgozzati. Oggi, le donne e i bambini dello stesso popolo assistono al massacro dei padri, dei fratelli, dei nonni, muoiono nelle loro case demolite dai bulldozer, saltano in aria sui campi minati a tradimento, vengono inceneriti dai missili mentre transitano per strada o sono alla finestra delle loro case oppure trovano la morte mentre attendono ai posti di blocco per poter raggiungere un ospedale.
Migliaia di innocenti vennero massacrati allora. Migliaia sono stati sterminati adesso. Palestinesi cacciati dalla loro terra, senza una patria, senza una speranza, erano le vittime ieri. Palestinesi esasperati dall’occupazione, dalle umiliazioni, senza un futuro, sono le vittime oggi”.

Queste parole sono di sconcertante attualità oggi, in una situazione in cui la causa palestinese sembra giunta ad un punto di non ritorno.

Tali ricorrenze, con l’assoluto silenzio dei media, rivelano la cattiva coscienza dell’Occidente riguardo alla tragedia del popolo palestinese, cui è stata negata una patria e nei cui confronti viene perpetrata ogni sorta di sopruso in aperta violazione di quei diritti umani di cui nessuno in Occidente invoca il rispetto per quanto concerne i palestinesi.

Dopo 38 anni dall’eccidio, in questi giorni è stato concluso il “patto di Abramo”, accordo definito “storico” per la pace in Medioriente. A Washington, Trump ha in realtà sancito una “pax americana”. Una pace cioè tra Netanyahu e gli Emirati Arabi e il Bahrein, che stabilisce la normalizzazione dei rapporti tra Israele e tali stati arabi. Accordi che peraltro preludono a future normalizzazioni con altri stati, quali l’Arabia Saudita, che comunque già intrattiene rapporti di intelligence con Israele per la fornitura di sistemi tecnologici di sicurezza militare, per l’intercettazione e lo spionaggio nella guerra contro lo Yemen.

Tale prospettiva si rivela assai concreata, dato che il Bahrein è nei fatti un protettorato saudita. Il Bahrein senza il consenso di Riyad non avrebbe verosimilmente aderito tale accordo.

Il “patto di Abramo” rappresenta l’ultimo atto conclusivo di un processo storico scandito da numerosi accordi per la pace in Medioriente, sempre sotto gli auspici degli Stati Uniti. Vogliamo menzionare nell’ordine, gli accordi di Oslo del 1993 tra Rabin e Arafat, che prevedevano il riconoscimento di Israele da parte palestinese, in cambio di una autonomia che preludesse alla creazione di uno stato palestinese indipendente e gli accordi di Camp David nel 2000 tra Barak e Arafat per una intesa di pace definitiva tra i due popoli. Ma l’esito di tutti questi vertici fu fallimentare, in quanto la politica di espansione degli insediamenti israeliani nei territori occupati proseguì incessantemente, con relativo sradicamento del popolo palestinese dai luoghi d’origine, repressioni armate, disconoscimento assoluto da parte di Israele di tutte le risoluzioni dell’ONU riguardo il riconoscimento dei diritti dei palestinesi. Il “patto di Abramo” ha in effetti una rilevanza storica, in quanto con esso viene del tutto disconosciuta la base fondamentale di ogni prospettiva di pace in Medioriente: quella della coesistenza di due popoli e due stati.

L’accordo tra Israele e gli stati arabi del Golfo, fa seguito all’ “accordo del secolo” già proposto da Trump all’inizio del 2020. Il progetto trumpiano per la risoluzione del conflitto israelo – palestinese fu predisposto a seguito della decisione di Netanyahu di estendere la sovranità israeliana ai territori della Valle del Giordano. La piattaforma di accordo americana prevedeva che Gerusalemme venisse proclamata capitale “indivisibile” di Israele, mentre la capitale del futuro stato palestinese sarebbe stata collocata nelle zone di Gerusalemme est. Era peraltro prevista la creazione di uno stato palestinese costituito da varie enclavi in territorio israeliano, oltre che dalla striscia di Gaza. I collegamenti e le frontiere dello stato palestinese sarebbero rimasti sotto il controllo militare israeliano. Lo stato palestinese non avrebbe potuto disporre di armamenti propri né avrebbe avuto la possibilità di stipulare accordi internazionali senza il consenso di Israele, che invece avrebbe avuto il potere di smantellare impianti e strutture ritenute “ostili”, onde preservare smilitarizzazione della Palestina.

Tale progetto americano per la pace in Medioriente prevedeva inoltre finanziamenti per i palestinesi per 50 miliardi di dollari, erogati dalle monarchie del Golfo. Il piano americano fu tuttavia rigettato sia da Abu Mazen che da Hamas, che dichiararono espressamente: “La nostra causa non si vende”.

Ma il “patto di Abramo”, che è stato invece concluso con paesi arabi estranei al conflitto israelo – palestinese, ha escluso da ogni trattativa i rappresentanti del popolo palestinese. In questa normalizzazione dei rapporti tra Israele e i paesi arabi del Golfo, è peraltro venuta meno la condizione già pregiudizialmente posta in passato da tutti i paesi arabi per il riconoscimento di Israele, che consisteva nel rispetto del diritto dei palestinesi a creare uno stato indipendente.

La causa palestinese è stata invece ignorata in tale trattato. E’ solamente previsto un generico impegno delle parti per una soluzione negoziata che “risponda alle aspirazioni legittime e ai bisogni dei due popoli”. Israele inoltre ha verbalmente promesso di non procedere alla progettata annessione di parte della Cisgiordania. In realtà Israele rinuncia, almeno per ora, alla sua politica di espansione in quanto il regime di occupazione della Cisgiordania viene di fatto legittimato da questo trattato. Così come viene nei fatti legittimata la condizione attuale del popolo palestinese ghettizzato in varie enclavi dotate di formale autonomia, ma in realtà paragonabili alle riserve in cui furono rinchiusi gli indiani d’America.

Considerare comunque l’accordo di Trump un trattato di pace è pura ipocrisia. Infatti, si è dato il via ad una rilevante fornitura di F35 ad Abu Dhabi da parte degli USA e si prevedono nuovi rapporti commerciali per 500 milioni di dollari.

E’ inoltre del tutto realistica la prospettiva di un futuro accordo con la stessa Arabia Saudita, data l’ostentata disponibilità in tal senso mostrata da Israele. Infatti, secondo voci attendibili, Israele e Stati Uniti avrebbero l’intenzione di offrire all’Arabia Saudita il controllo della moschea di Al Aqsa, oggi attribuito alla Giordania, in cambio della normalizzazione dei rapporti tra Israele e Riyad.

Il “patto di Abramo” assume un significato politico di estremo rilievo. Occorre infatti configurare tale trattato nel contesto della nuova strategia geopolitica americana, che prevede la fine dell’impegno diretto degli USA in Medioriente. Si è infatti creato con questo accordo, uno schieramento strategico – militare imperniato sull’alleanza tra Israele e gli stati arabi del Golfo, in contrapposizione con l’Iran e la Turchia, che è stato denominato la nuova “Nato araba”. Essenziale è stato il coinvolgimento nel patto del Bahrein, in cui è situata una importante base militare americana che ospita la V flotta. Il “patto di Abramo” crea quindi nuove alleanze strategiche in aperta ostilità con l’Iran: questo accordo, che sancisce solo una “pax americana”, non può essere considerato un patto che assicuri la pace in Medioriente.

Occorre infine rilevare l’assordante silenzio dell’Europa riguardo alla geopolitica espansionistica israelo – americana e soprattutto sulla tragedia palestinese: l’Europa ha offerto una ulteriore conferma della sua irrilevanza nella geopolitica mondiale.

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