Home Attualità MONDO POST-COVID? SEMPRE PIU’ PRIVILEGIATI CONTRO ABBANDONATI

MONDO POST-COVID? SEMPRE PIU’ PRIVILEGIATI CONTRO ABBANDONATI

245
0

Un’élite di 2.153 miliardari nel mondo detiene una ricchezza superiore al patrimonio di 4,6 miliardi di persone, mentre alla metà più povera della popolazione resta meno dell’1 per cento. Come dice Fusaro, la lotta di classe non è affatto morta, solo che a combatterla è solo la classe dei padroni.

Nella sua monumentale opera, Il capitalismo nel XXI Secolo, Thomas Piketty delinea l’andamento che l’attuale sistema socio-economico ha intrapreso negli ultimi decenni, ed ha evidenziato come si sia progressivamente assistito a un accentramento senza precedenti nella storia di ricchezza nelle mani di pochi, oserei dire pochissimi individui. Tale tendenza è derivata dal sistema mercantilistico neo-capitalista sorto negli anni ’80, con il duo Reagan-Thatcher e che ha preso un’accelerazione spaventosa negli ultimi anni grazie alla GIG economy e a quella delle piattaforme, che hanno sottratto valore, per dirla con la professoressa Mazzuccato, al mercato a favore della finanziarizzazione e la disintermediazione dei rapporti padroni-lavoratori. Il dato più incredibile, e spaventoso, è che un’élite di 2.153 miliardari nel mondo detiene una ricchezza superiore al patrimonio di 4,6 miliardi di persone, mentre alla metà più povera della popolazione resta meno dell’1 per cento. Tanto che capire dell’entità di cui si parla, Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, ha un patrimonio personale di 185 miliardi di dollari (il tanto decantato Next Generation EU è un pacchetto di poco più di 200 miliardi di Euro). Anche l’Italia è stata coinvolta in tale fenomeno. Difatti la somma dei patrimoni dei tre uomini più ricchi del Paese è superiore a quello del 10% della popolazione italiana; e come evidenzia la Professa Stirati, in Italia il 10% del reddito detenuto dai più ricchi è pari circa al 28% intero reddito nazionale (negli USA 15% popolazione detiene circa la metà (il 47%) del reddito annuo nazionale).

A oltre un anno dall’inizio della pandemia da Covid-19 si sta sempre più affermando l’idea che essa non sarà una faglia che genererà un cambio radicale nel sistema, ma sarà un punto di ulteriore estremizzazione del neocapitalismo che rischia seriamente di ampliare ancora la forbice tra ricchi e poveri che abbiamo prima evidenziato. Non penso sia credibile sostenere che dietro al virus e alla sua diffusione ci sia qualcuno che abbia volutamente creato milioni di morti. È però un dato di fatto che, come evidenzia giustamente Fusaro, seppur con alcune specificazioni che ci porterebbero troppo lontano, si sta assistendo a una ristrutturazione del capitalismo, magari non in termini autoritari, ma quanto meno elitari.

Che una piccolissima fetta della popolazione stia quanto meno traendo profitto dalla pandemia è assolutamente inoppugnabile e basta guardare un dato molto semplice: secondo Buy Shares, la ricchezza delle prime dieci persone più ricche del mondo è cresciuta del 56,8%, a 1.140 miliardi di dollari tra il 13 marzo e il primo dicembre 2020, cioè durante il primo lockdown, quando milioni di persone hanno visto crollare i propri redditi. Sebbene esistano momenti in cui plasticamente si manifesta la compattezza di questa élite (Club Bilderberg, Trilateral Commission, e altri, a cui peraltro partecipano i giornalisti più in voga) non bisogna commettere l’errore di “personalizzare” tale realtà. Non c’è un Gates o un Bezos – poco cambia se al loro posto si parlasse di qualche magnate russo o cinese – che in stanze oscure curano la regia di disastri o pandemie, sfortunatamente è tutto impersonale. La geniale analisi del mondo della tecnica di Martin Heidegger, il quale descrive come tale realtà si auto-rigeneri attraverso meccanismi che dominano l’uomo stesso, si può applicare alla dinamica del capitalismo in questo mondo globalizzato. Si pensi che nel 2020 il peso dei manufatti ha superato il peso degli esseri viventi a livello planetario. Non c’è più un padrone fisico da combattere, ma algoritmi che definiscono ritmi di lavoro, azzardi finanziari, delocalizzazioni, e tutte le belle altre cose del mondo della new e GIG economy.

Questa spersonalizzazione da parte delle imprese, che rende pochissime persone detentrici di una ricchezza che fa spavento, ha un riscontro esatto nella disintermediazione dalla parte dei lavoratori. Nel modo di produzione capitalista che abbiamo conosciuto fino a qualche anno fa, i lavoratori erano facilmente “classificabili”. Le fattispecie contrattuali, seppur già eccessivamente numerose, erano tutto sommato contenute, le partite IVA erano molte ma in linea col resto d’Europa. La serie di riforme che hanno portato all’attuale deregolamentazione del mondo del lavoro e al precariato, basti citare a riguardo quelle Treu e Biagi, hanno disintegrato la compagine lavorativa esistente rendendo il contratto a tempo indeterminato quasi l’eccezione a fronte di contratti termine, part-time, stage non retribuiti, contratti a chiamata, ritorno del cottimo (seppur spesso mascherato), ecc. Abbiamo negli anni anche assistito alla demolizione della cooperazione con finte realtà o situazioni di assoluto sfruttamento, per non parlare del florilegio di appalti, sub-appalti, sub-sub appalti, ecc. È bene ricordare che l’Italia è tra i Paesi col più alto numero di partite IVA dell’Unione Europea e che spesso si tratta in realtà di lavoratori a tempo indeterminato a tutti gli effetti “obbligati” ad aprire una partita IVA pur di lavorare.

Questa situazione ha creato l’impossibilità di tutelare in modo universale e sostenibile il mondo del lavoro durante i mesi della crisi (la Germania dispone di una maggiore disponibilità economica e organizzazione statale ed anche in questo caso il sistema della co-gestione delle aziende ha manifestato tutti i suoi effetti positivi) con intere fasce di lavoratori abbandonati senza un soldo (si pensi solamente agli “invisibili” del mondo dello spettacolo o ai casi in cui due impiegati svolgenti le medesime mansioni della stessa azienda che si sono trovati uno col diritto alla cassa integrazione e l’altro nella vana attesa dell’elemosina chiamata “ristori”). Ma anche in prospettiva la situazione non è rosea perché questa segmentazione estrema del mondo del lavoro rende impossibile una tutela estesa dei lavoratori che finiscono quindi a sedersi in ordine sparso (quando ci riescono) ai tavoli dove si decidono le scelte strategiche per la tanto attesa ripresa. Si pensi al ruolo marginale assunto dai sindacati sul Next Generation EU. I lavoratori con tutta probabilità saranno coinvolti in una guerra tra poveri di “tutti contro tutti”.

In conclusione, è evidente ormai a chiunque guardi con occhi disincantati la realtà, che la pandemia avrà degli effetti detonatori sulle diseguaglianze che erano già in nuce prima di essa.

Come dice Fusaro, la lotta di classe non è affatto morta, solo che a combatterla è solo la classe dei padroni.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.