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Referendum: anche stavolta c’è chi dice “no”

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Il 20 e 21 settembre saremo chiamati ad esprimere il nostro dissenso alla follia grillina “no-pol” di disprezzare la politica, amputare la democrazia ed offendere i cittadini in cambio di effimeri risparmi di spesa pubblica. Da questa opposizione alla cultura dell’ignoranza potrebbero, forse, nascere nuove esperienze di partecipazione

Molti sono gli indicatori attraverso i quali misurare empiricamente il rapporto tra sovranità popolare e livello di qualità di un sistema democratico. Pensiamo – a puro titolo di esempio – al grado di istruzione della popolazione, alla copertura del sistema sanitario, alle copie di giornali vendute per mille abitanti, ai tempi della giustizia, alla partecipazione alle elezioni politiche. E poi: il tasso di occupazione, le curve demografiche e previdenziali, la distribuzione del reddito, la copertura ferroviaria, quella digitale e molto altro ancora. Dati assoluti o percentuali in grado, comunque, di stimare il livello di garanzia di quelle libertà inscritte nella parte più sensibile della Costituzione.

Per questa ragione – crediamo – ogni tentativo di sottoporne a modifica parti più o meno estese si trova fatalmente sottoposto al confronto con reazioni che solo giudizi superficiali possono ricondurre a posizioni di conservazione otto-novecentesca, ma che, in verità, afferiscono più ad una lecita custodia di valori che tenta di preservare quel citato rapporto tra sovranità di popolo ed esercizio democratico delle libertà. Premettiamo tutto ciò condividendo – ma con minore benevolenza – il noto giudizio di Churchill sulla democrazia.

L’APPUNTAMENTO DEL 20-21 SETTEMBRE

Il prossimo 20 e 21 settembre i cittadini italiani maggiorenni saranno chiamati ad esprimersi in un quarto referendum confermativo (dopo quello approvato nel 2001 e quelli bocciati nel 2006 e nel 2016) di una riforma costituzionale passata con successo al vaglio delle camere parlamentari. Stavolta non si tratta, come nei casi precedenti, di una riforma di sistema o di struttura, frutto di una visione organica delle istituzioni politiche e della società, perseguita con intenti, almeno sulla carta, riformisti alla quale aderire con entusiasmo o, con pari dignità, opporsi con convinzione.

No, in questa occasione l’oggetto del quesito – l’amputazione lineare di oltre un terzo dei seggi di Camera e Senato patrocinata dal Movimento Cinque Stelle – occupa il piano sovrapposto tra agibilità democratica e sovranità popolare con, sullo sfondo, la cruciale funzione della politica di interpretare le istanze popolari ed incanalarle verso approdi istituzionali, nonché il ruolo mediatore dei soggetti partitici. Insomma, il cuore della convivenza civile e della legittimazione sociale. E ciò dopo due anni interi di campagna di disinformazione, anzi di censura, per impedire un pieno e corretto confronto paritario tra i sostenitori delle due posizioni.

Il cosiddetto taglio dei parlamentari, spacciato fraudolentemente dai grillini come risparmio sui costi del bilancio pubblico, in realtà è una battaglia ufficialmente cavalcata con inquietante zelo dalla quasi totalità delle forze rappresentate in Parlamento. Tutti i partiti, nei lunghi mesi di dibattito e di doppie votazioni ex articolo 138 della Costituzione, hanno rincorso le insensate argomentazioni “no-pol” del M5S nella speranza di intercettare un eventuale consenso elettorale e di non lasciargliene l’esclusiva.

Hanno, cioè, seguito la corrente, disattendendo la funzione della politica che impone, al contrario, di tracciare percorsi anche scomodi ed anticipare soluzioni lungimiranti. Non c’è altra chiave di lettura per questa simultanea caduta di ragione collettiva. L’ormai famosa quarta votazione alla Camera – quella che sancì l’ignobile voltafaccia del Pd ed il sostanziale voto di scambio (o patto di potere) tra dem e M5S, da poche settimane alleati di governo – registrò, è bene ricordarlo, solo quattordici voti contrari. Quattordici individualità, quattordici autonome menti pensanti.

LA VICENDA DEI 600 EURO

Ebbene, il medesimo schema mentale di rincorsa al populismo dei 5S registrato sul taglio dei parlamentari si è riproposto in questo mese di agosto in occasione dell’incresciosa vicenda dei 600 euro destinati dal decreto “Cura Italia” dello scorso marzo alle partite IVA e finiti anche nelle tasche – ecco il punto – di tre parlamentari.

Il comportamento dei tre deputati – indifendibile sotto il profilo socio-economico e dell’opportunità politico-mediatica – non si configura tuttavia come un inganno, una truffa, un reato, poiché nessun vincolo di reddito era stato introdotto dalla norma. Ciò che è maggiormente interessante – per un’analisi non appiattita sull’hic et nunc – è semmai soffermarsi sui rischi di schedatura da parte di enti pubblici, quali l’Inps, e sull’uso illecito di dati riservati (non necessariamente sensibili), di cui sono titolari, a fini di lotta politica. Una volta, qualcuno ben informato avrebbe potuto parlare di apparati deviati (o “devianti”) dello Stato.

Non sarà, infatti, sfuggito all’opinione pubblica che i dati incrociati tra richiedenti, professione svolta e relativa categoria di appartenenza fossero da mesi a conoscenza dell’istituto previdenziale (guidato, ma questo è un dettaglio trascurabile, da un presidente designato dal M5S), e che solo nell’imminenza dell’avvio agostano della campagna referendaria sul citato “taglio delle poltrone” siano stati abilmente diffusi agli organi di informazione, con l’oggettiva conseguenza di alimentare lo spirito antipolitico in grado di influenzare l’opinione pubblica e condizionare (ecco la “deviazione”) l’esito del voto popolare.

Diffusi da chi? Ovviamente non si sa. Il presidente Inps, udito il 14 agosto in Commissione Lavoro della Camera, ha smentito e negato che la fonte della notizia fosse interna all’istituto; inoltre, proprio durante l’audizione, il quotidiano Repubblica ha precisato in un comunicato di aver ottenuto le informazioni da “altra fonte”, ovviamente protetta dal segreto professionale. Tout se tient. Ciò che inquieta non è il grado di moralità dei tre “onorevoli”, ma che l’impropria profilatura di una richiesta di bonus e la sua pubblicazione a furor di popolo sui media possa costituire un pericoloso precedente di sovversione democratica al quale poter, in futuro, fare giuridicamente riferimento.

Rilevante ai nostri fini è, inoltre, sottolineare che quello stesso pensiero unico, quell’estremismo da Stato etico (leader politici e popolo uniti nell’esigere i nomi dei peccatori) messo al servizio di una politica prêt-à-porter continui a generare un sentimento pericoloso e fuorviante di gogna mediatica. Giornali, tv e programmi di pseudo approfondimento sono stati per interi giorni colonizzati da questo argomento trattato dai “professionisti” dell’informazione con chiari intenti qualunquisti e demagogici, fomentando la nefasta sinonimia tra politica, costi e casta.

DA “ROUSSEAU” UN “NO” AL REFERENDUM

In aggiunta a ciò, si impone un’ulteriore riflessione politica, o meglio un argomento sostanziale per votare No alla consultazione di settembre. La stessa vigilia di Ferragosto i piattaformisti rousseauiani, oltre a riformare la matematica, hanno approvato la possibilità per il M5S di formare alleanze regionali con i partiti cosiddetti tradizionali (leggasi Partito democratico). Molti osservatori vi hanno intravisto un tratto di maturazione del Movimento; altri, più maliziosamente, hanno evidenziato l’ennesimo tradimento di un suo carattere originario e la condanna ad un triste destino di irrilevante corrente minoritaria piddina. Partito, quello del Nazareno, che non a caso ha accolto con malcelato entusiasmo il risultato degli scrutini on-line. A proposito di qualunquismo, il simmetrico precedente storico dell’invito alla collaborazione rivolto da Giannini a Togliatti nel 1947 – e soprattutto il suo esito – è evidentemente ignoto agli utenti seriali della tastiera.

Venuta meno, per sua stessa ammissione digitale, l’alterità politica del M5S rispetto al restante panorama nazionale, con il corollario della sua asserita ed usurpata superiorità morale, non ha più alcun senso e alcuna ragione ideologica per i pentastellati sostenere il Sì al referendum costituzionale veicolato surrettiziamente con lo stigma dell’antipolitica.

Constatare che dissensi striscianti stanno prendendo piede non solo tra gli attivisti del Movimento (a proposito: nessuno si è chiesto perché non sia stato permesso agli iscritti di esprimere sulla piattaforma Rousseau il loro parere sulla riduzione dei seggi?), ma anche tra un rilevante numero di parlamentari è un dato che autorizza ad attribuire il vituperato bollino di “casta” proprio ai vertici del M5S.

Una battaglia sul piano simbolico

Lo scontro che culminerà nelle urne del 20-21 settembre e che segnerà il mese di grottesca e fuorviante campagna referendaria sbilanciata verso il Sì vedrà, quindi, i sostenitori del No privi di riferimenti politico-istituzionali, se non gli encomiabili “Comitati per il No”. Ciò che la vicenda del taglio dei seggi ha messo a nudo è la colpevole mancanza di cultura politica dei partiti e la loro incapacità – ribadiamolo – di esercitare la funzione della politica, ridotta a negazione di se stessa.

Due anni di lavaggio del cervello con retoriche del risparmio, di politici fannulloni, di stipendi d’oro e di esaltazione dell’incompetenza elevata a sistema dispensate a piene mani dagli emicicli di Camera e Senato e amplificate da media asserviti al moloch dell’uno-vale-uno stanno conducendo, se confermato dalle urne, ad un pericoloso sbocco: il drastico abbattimento del potere legislativo del Parlamento e della sua capacità rappresentativa (soprattutto delle comunità locali) e di controllo, la compressione del confronto sociale, nonché, specularmente, la maggiore incidenza dei voti di fiducia e della decretazione governativa. Una deliberata violenza contro la democrazia.

Il punto di riferimento per chi abbia una sensibilità politica, per chi viva un senso di appartenenza ad una specifica area culturale non va cercato tra quelle forze parlamentari schierate per il Sì che, contaminate dall’ignoranza o, meglio, dall’assenza di cultura politica pentastellata, hanno fatto dell’autolesionismo il loro programma e dell’irrisione del popolo il loro obiettivo.

Poiché all’amputazione della sovranità popolare è stata attribuita da parte di tutti i partiti una entusiastica (per chi scrive, criminale) valenza simbolica, quel punto di riferimento ideale va invece cercato nelle coscienze individuali di ognuno. Il No, cioè, assurga ad emblema della primazia della politica. Il No coalizzi e mobiliti – pur preservandone le tipicità – tutte le idealità presenti nella Nazione ed i rispettivi sentimenti di appartenenza politici e territoriali.

Se “Chi dice No” – al di là delle differenti sensibilità socio-politiche – riuscirà contro ogni pronostico a prevalere sulle forze del Sì, in virtù della peculiarità di questa consultazione referendaria rispetto alle precedenti, la delegittimazione democratica non potrà non coinvolgere – anche con differimenti temporali – tutti i partiti fautori del Sì. È allora che nuove capacità politiche, ora coagulate attorno a meritori centri culturali, testate giornalistiche e case editoriali, potranno emergere contribuendo a rinnovare le istituzioni democratiche senza mutilarle, ma ponendo al loro servizio impegno e partecipazione. Il giudizio passi dunque alla saggezza di popolo.

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