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Russia e ideologia

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La Russia non è disposta a rinunciare al suo ruolo sulla scena planetaria e a sottomettersi  all’egemonia americana che distruggerebbe la sua identità e la sua stessa esistenza. La Russia vuole dotarsi di un disegno di Stato, di società, di economia, di retroterra etico e culturale che si propongano come alternativi all’ordine liberaldemocratico esistente.

Nel confronto tra Occidente e Russia, sempre più pronunciato negli ultimi anni e culminato nella completa contrapposizione in seguito al recente intervento militare russo in Ucraina, si è andato progressivamente accentuando, tra i diversi motivi che ne spiegano il senso, anche quello di carattere ideologico. Un dato di fatto a prima vista sorprendente, dopo che la repentina implosione dell’Unione Sovietica, quindi l’autoscioglimento o il drastico ridimensionamento dei partiti comunisti di cui in vario modo e misura essa era stata il faro, la profonda crisi della stessa dottrina marxista, avevano lasciato credere al definitivo tramonto delle ideologie, proprio sul finire del secolo ventesimo che ne aveva visto il trionfo.

In verità, presto sarebbe apparso chiaro, invece, che non tanto di morte di tutte le ideologie si trattava, quanto della vittoria, almeno nell’emisfero settentrionale del pianeta, di quella ideologia liberale e liberista di stampo anglosassone (soprattutto assimilata dalle istituzioni politico-economiche americane) di cui la potenza militare degli Stati Uniti, con la conseguente capacità della sua “cultura” e dei suoi costumi di proporsi come modello al mondo, amplificava il valore e sottolineava l’efficacia nell’assicurare benessere e libertà. Una “fine delle ideologie” solo apparente, dunque, nel segno della quale l’ideologia liberaldemocratica, che continuava invece a vivere, sapeva nascondersi, proponendosi piuttosto come la condizione politica ed economica più naturale ed ovvia, reinventandosi e potenziandosi come la più genuina anima della globalizzazione, a sua volta, questa, limpida espressione delle strategie neocapitaliste.

Trent’anni, quindi, di una martellante, penetrante e pervasiva formula, tale da attrarre e incorporare in essa, grazie anche ad un subalterno e opportunistico apparato intellettuale e ad un complice sistema mediatico, persino gli scampoli di visioni culturali, politiche, economico-sociali una volta (così sembrava) alternative; in modo da ridurre il tanto declamato “pluralismo” a nient’altro che una varietà di dettagli in una sostanziale uniformità di idee, di programmi, di prospettive. Un vero e proprio “totalitarismo liberale”, dunque, in grado di piegare persino quella Europa una volta fucina di una molteplicità di originali filosofie e formule politiche; poi ridotta, invece, specie nei suoi propositi federalisti, alla mera traduzione in termini burocratici di un pensiero unico. Trent’anni, addirittura, di una tracotante dottrina della “esportazione della democrazia”, nell’inosservanza di qualsiasi regola di ormai soggiogati organismi internazionali, quasi non fosse facilmente visibile la sua funzionalità al disegno, nei più diversi ambiti, della egemonia americana, con contemporanee sanguinosissime guerre di aggressione, di qua e di là, con cento pretesti, senza alcuna conseguente sanzione.

Da considerare, poi, insieme a quanto detto, la straordinaria efficacia della idea liberaldemocratica, una volta fatta propria da un determinato paese, nel creare le condizioni per la spregiudicata azione, in seno ad esso, da parte di un altro paese istituzionalmente affine ma in una posizione di egemonia economica e militare: quale esempio, la progressiva capacità di colonizzazione della democrazia americana nei confronti dei suoi alleati satelliti è di una lampante evidenza; la qual cosa permette di capire la refrattarietà o la convinta avversione nei confronti della “democrazia liberale” di paesi restii a rinunciare alla propria identità storica e culturale. Un orientamento che, del resto, non sarebbe apparso tanto sorprendente, una volta, quando la democrazia era declinata in una varietà di forme, potendo essa mostrare, nella teoria ma talora anche nella concreta realizzazione, non esclusivamente un volto “liberale”, ma anche un aspetto “socialista”, “cristiano”, “nazionale”, “corporativo”, “organico”, “consiliare”, “partecipativo”, persino (pleonasticamente) “popolare”, e via dicendo: una pluralità di prospettive ideologiche che, pur in seno allo stesso presupposto democratico, indicava un mondo non appiattito ed uniforme, in definitiva totalitario, quand’anche in maniera morbida, come quello di oggi.

Nel contesto di considerazioni del genere si manifesta, in tutta la sua importanza sia teorica che pratica, il tema dello stretto rapporto tra la condizione storico-politica della Russia e l’ideologia; un rapporto che, se non poteva non esprimersi in forma vistosa nella fisionomia marxista dell’Unione sovietica, è destinato a segnare con non minore forza anche la nuova storia non comunista del grande Paese. Appaiono tutt’altro che casuali ed episodiche, infatti, le sempre più esplicite e articolate critiche alla uniforme versione liberale delle democrazie occidentali da parte di studiosi di vari campi, di politici, finanche dello stesso presidente Putin. Di quest’ultimo non si può dimenticare, per esempio, l’intervista al Financial Times di quasi tre anni fa, nel corso della quale egli evidenziava lucidamente i limiti di una formula che, mentre garantisce libertà personali e sociali, non permette invece regole forti, altrettanto necessarie, modulate sulle particolari esigenze di popoli e nazioni; il che è dimostrato dall’affermazione di manifestazioni sia pur eterogenee di populismo e di sovranismo proprio là dove la democrazia liberale mostra la sua vocazione globalista. Il che rivela un opposto orientamento in favore di forme di democrazia diverse (come in effetti è in tante parti del mondo) che non si può pretendere di sottomettere ad un unico neutro modello segnato, in nome di un astratto multiculturalismo, dall’assenza di forti elementi di specificità legati alla storia dei popoli.

Una visione ancora più articolata si riscontra in successivi interventi di Putin, in cui egli contrappone all’ideologia liberaldemocratica una concezione del mondo incentrata su valori tradizionali e identitari, avversa al relativismo etico (tra l’altro in evidente sintonia con la Chiesa ortodossa). Mentre si rimarca, infatti, l’irreversibile abbandono, da parte della Russia, di quella che fu l’ideologia sovietica, giudicata carente sul piano morale e spirituale, si presenta tuttavia anche l’ultima versione del liberalismo occidentale come una “neo-barbarie” volta alla distruzione, in ogni ambito, dei valori naturali e tradizionali. Una decisa presa di coscienza ideologica “antiliberale”, dunque, considerata assolutamente necessaria per affrontare una vera e propria crisi di civiltà, che vede accanto ai cambiamenti materiali (come quelli attinenti alle complicate questioni ambientali e alle trasformazioni scientifiche e tecnologiche, o a problemi socioeconomici globali tali da suscitare molti seri interrogativi sull’attuale modello di capitalismo) persino inedite e ineludibili domande, sul piano etico, circa il modo d’intendere l’essere umano (nel caso, per esempio, dello stravolgimento in atto, in Occidente, delle nozioni di genere e di famiglia). Di fronte a questi complicati processi, contrariamente al disegno liberalglobalista di progressivo dissolvimento delle identità nazionali (ma, con una evidente contraddizione, ad esclusivo vantaggio di certi paesi!), ecco invece la forte riaffermazione delle funzioni politiche degli Stati sovrani, ai quali l’ortodossia neoliberale tenta di imporre, con accanimento e in modo strumentale, presunti superiori modelli sociopolitici universali.

Pertanto, contrapporre la democrazia autentica, quale si autodefinisce la liberaldemocrazia occidentale, all’“autocrazia”, nella quale invece si ridurrebbe una falsa democrazia russa, è un’operazione metodologicamente errata, se non volutamente mistificante, che vuole far passare per mero ottuso autoritarismo quello che nella Russia post-sovietica è certamente un deciso orientamento politico alternativo, ma tutt’altro che incompatibile con l’idea democratica; un orientamento suggerito da penetranti analisi culturali della ideologia dominante. Questo risulta particolarmente evidente, in particolar modo, negli scritti di Aleksandr Dugin, non a caso additato dalla informazione occidentale, già da tempo, come un delirante teorico di un tenebroso pensiero tradizionale, ed ora, con la “guerra di Putin”, anche come ispiratore diretto di un folle dittatore aggressivo e sanguinario. In verità, l’imperdonabile “peccato” di Dugin, per l’informazione occidentale, è quello di rifiutare l’intellettualismo delle generalizzazioni astratte per mettere invece in primo piano la vita degli uomini in tutti suoi aspetti e in tutta la sua concretezza, rappresentata quindi nelle sue specificità e differenze, radicata in molteplici contesti spaziotemporali, culturali, etnici, erede di storia e tradizioni. Per giunta, questo autore osa svelare persino quello che può sembrare un paradosso, ovvero il carattere totalitario del liberalismo, che, contrariamente a quanto promette il termine, nella sua versione più recente si risolve decisamente nel suo contrario; con tratti molto simili (come d’altronde lucidi anticipatori dei tempi avevano previsto) a quelli del materialismo post-marxista e post-modernista, ovvero della “sinistra dei diritti” e non più dell’impegno sociale.

Non si tratta di esporre, qui ed ora, in maniera completa, il pensiero di Dugin e di esprimere un articolato giudizio in merito ad una impostazione teorica probabilmente provvisoria e incompleta, ma soltanto di sottolineare quanto sia inevitabile e necessario per un Paese come la Russia, grande sotto tanti riguardi, comprensibilmente non disposta a rinunciare al suo ruolo sulla scena planetaria e a sottomettersi perciò all’egemonia americana che ne sconvolgerebbe o distruggerebbe la sua fisionomia e la sua stessa esistenza, dotarsi di un disegno di Stato, di società, di economia, di retroterra etico e culturale, di una conseguente e coerente architettura istituzionale, che si propongano come alternativi all’ordine liberaldemocratico esistente, che sempre più mostra la sua insufficienza nel prospettare efficaci soluzioni ai giganteschi problemi del mondo, che anzi mostra sempre più di essere esso stesso il principale problema. Per questo, può piacere o no, forse non è eccessivo affermare che la Russia è impegnata nella ricerca (che altri tentarono in passato) di una “terza via” tra l’ideologia comunista che si è lasciata alle spalle e quella neoliberale, al momento egemone.

 

 

 

 

 

 

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