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Svolta storica europea? No, l’Europa è un monolite finanziario immutabile

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Erogazione di fondi in cambio di riforme: l’impianto neoliberista della UE è rimasto dunque immutato. Le riforme europee infatti sono state sempre concepite secondo una rigida logica finanziaria.

Recovery Fund: un piano inadeguato e intempestivo

L’apoteosi di Conte e del millantato successo italiano per l’approvazione del Recovery Fund ha avuto breve durata. Il Recovery Fund si rivela infatti un piano inadeguato, intempestivo per affrontare la crisi e articolato su un novero eccessivo di condizionalità che potrebbero comprometterne l’efficacia. Esso è frutto di un compromesso che indubbiamente ha favorito gli interessi dei paesi frugali a danno dei paesi del sud dell’Europa. Il Next generation EU prevede finanziamenti per 750 miliardi, tra sussidi e prestiti. La quota dei sussidi è stata diminuita rispetto alla proposta originaria da 500 miliardi a 390, mentre è stata aumentata la quota dei prestiti da 250 miliardi a 360. Per l’Italia è prevista una quota di sussidi per 81,4 miliardi e una quota di prestiti pari a 127,4 miliardi. Il rimborso dei prestiti avrà luogo dal 2026 in poi, ma avrà comunque una rilevante incidenza su un debito pubblico che già oggi si aggira intorno al 150% del Pil. L’erogazione dei finanziamenti è prevista nell’arco di 7 anni. Nel 2021 verrà corrisposto il 10%, tra il 2022 e il 2023 sarà versato il 70%.

Dato che la prima erogazione di fondi all’Italia, per circa 20 miliardi tra prestiti e sussidi, non avverrà che nella primavera del 2021, è facile prevedere che sia per il dilazionamento nel tempo, che per l’inadeguatezza dei fondi corrisposti, il nostro paese dovrà affrontare una crisi devastante già nel 2020 (in Italia è previsto un calo del Pil intorno al 13%), in assenza di politiche adeguate per affrontarla.

Un progetto deludente

Il Recovery Fund è stato celebrato come una svolta epocale per l’Europa, in quanto la UE, grazie a tale accordo sul bilancio 2021/2027, disponendo di risorse proprie, avrebbe compiuto un passo di rilevanza storica nel processo di integrazione europea. Ma il confronto con la realtà della crisi attuale ridimensiona drasticamente l’euforia dei media per questa svolta europeista.

Il Recovery Fund, che è ora parte integrante del bilancio europeo, è un fondo di 750 miliardi che sarà finanziato sui mercati finanziari attraverso l’emissione di titoli garantiti dalla BCE. Sarà finanziato inoltre con l’istituzione di nuove imposte europee. Occorre rilevare che l’originario progetto di creare una fiscalità europea autonoma è stato largamente ridimensionato. Sono stati rinviati sine die i progetti riguardanti l’istituzione della tassazione sui profitti dei colossi del web e dell’ e-commerce, oltre alla prevista tassazione sulle transazioni finanziarie. Viene invece introdotta la tassa sulla plastica dal 2021, per 0,80 centesimi al chilo. Tale imposta graverà sui costi delle imprese e si riverserà sui bilanci delle famiglie.

Con la creazione del Recovery Fund, sono stati quasi del tutto eliminati i fondi europei per gli investimenti nella sanità, per la liquidità alle imprese, per la ricerca, per l’InvestEu (programmi di finanziamenti per incrementare la crescita e l’occupazione), per la transizione climatica. L’istituzione del Fondo per la Ripresa, ha determinato dunque il venir meno degli investimenti per l’innovazione e la modernizzazione dell’economia europea.

Inoltre, il consenso al Recovery Fund da parte dei paesi frugali ha comportato un rilevante aggravio dei costi per il bilancio europeo. E’ infatti assai discutibile l’accordo raggiunto riguardo alla contribuzione degli stati al bilancio europeo. L’Italia, che in Europa è contributore netto, aveva visto già ampliarsi la quota di contribuzione al bilancio europeo dall’11% al 14% a causa della Brexit. L’importo della contribuzione italiana è oggi pari a 27 miliardi in 7 anni. Inoltre, quale esito del compromesso raggiunto per il Recovery Fund, a seguito delle pressioni dei paesi frugali, in primis dell’Olanda, la UE ha concesso rilevanti sconti di contribuzione a tali paesi.

Già dal 2018, la Commissione europea propose di riformare il sistema dei “rebates”, che consistono in sconti ai singoli paesi sui contributi europei. Trattasi di quote di imposte sui dazi doganali riscossi sulle importazioni dai paesi extraeuropei trattenute dai singoli paesi a titolo di sconto sui contributi al bilancio comunitario. Il progetto della Commissione era di ridurre tali rebates dal 20% al 10% con la prospettiva di eliminarli nel futuro. A seguito della trattativa sul Recovery Fund, i paesi frugali hanno invece ottenuto ulteriori sconti pari al 25%. Il cospicuo vantaggio per l’Olanda è evidente dato che Rotterdam è il maggiore porto europeo per l’affluenza di merci extracomunitarie. Comunque, l’esito di tale accordo comporterà per il bilancio della UE una perdita di risorse fiscali valutata in 27 miliardi in 5 anni.

A tale decremento di risorse dovranno quindi far fronte gli altri paesi membri. Aggiungasi poi, che dato il decremento generalizzato delle entrate fiscali degli stati derivante dalla crisi, tali trasferimenti fiscali alla UE, avranno per gli anni a venire un un impatto particolarmente gravoso sui bilanci degli stati membri.

Non è stata peraltro nemmeno messo in discussione lo status privilegiato di paradisi fiscali europei di cui godono l’Olanda, l’Irlanda ed altri stati membri, che attraverso la loro politica di dumping fiscale hanno contribuito a depauperare in misura rilevante le entrate fiscali degli altri stati.

Il Recovery Fund si è rivelato un progetto deludente, che accrescerà gli squilibri già esistenti tra gli stati e incrementerà la conflittualità interna alla UE.

Condizionalità, riforme e sovranità degli stati

L’erogazione dei fondi del Recovery Fund è sottoposta a rigide condizionalità. I singoli paesi dovranno presentare piani nazionali di riforma, nel rispetto delle raccomandazioni della Commissione. Tali piani di riforma saranno sottoposti al Consiglio europeo che delibererà a maggioranza qualificata (voto favorevole di paesi che rappresentino almeno il 32% della popolazione della UE).

L’Olanda ha quindi dovuto rinunciare alla sua pretesa del voto unanime dei 27 in sede di Consiglio europeo, ma ha tuttavia ottenuto l’istituzione del “freno di emergenza”. Infatti, nel caso in cui nel corso dell’erogazione delle tranches dei fondi ai singoli stati membri, a norma dell’accordo, “Se, eccezionalmente, uno o più Stati membri ritengono che vi siano serie deviazioni dal soddisfacente raggiungimento degli obiettivi cardine e di quelli pertinenti essi potranno chiedere al presidente del Consiglio europeo di riferire in Consiglio” La Commissione dunque dovrà sospendere l’elargizione di aiuti, in attesa che il vertice UE abbia luogo. “Questo processo, di norma, non richiederà più di tre mesi dal momento in cui la Commissione ha chiesto il proprio parere al Comitato economico e finanziario”. Tale meccanismo potrebbe rallentare gli esborsi, provocare nuove gravi crisi economico – sociali, innescare continui conflitti tra gli stati.

Ma soprattutto il “freno di emergenza” accresce il potere di condizionamento degli stati dominanti, che potrebbe pesantemente incidere sulle politiche economiche e sulla stessa sovranità politica degli stati più deboli. Lo stesso obbligo di predisposizione da parte degli stati dei piani di riforme, è esplicativo della logica di rigore finanziario che ha presieduto al varo del Recovery Fund. Erogazione di fondi in cambio di riforme: l’impianto neoliberista della UE è rimasto dunque immutato. Le riforme europee infatti sono state sempre concepite secondo una rigida logica finanziaria. Rigore finanziario nella politica di bilancio, con tagli allo stato sociale, alla previdenza, all’assistenza e compressione salariale. Nella attuale crisi tali misure avrebbero effetti recessivi dalle conseguenze devastanti.

E’ dunque la UE, in virtù delle condizionalità / ricatto circa l’esborso dei finanziamenti, a imporre la politica economica degli stati, che subiranno una ulteriore espropriazione della propria sovranità. Per quanto riguarda l’Italia infatti, si pretenderà l’abolizione di quota 100 unitamente alla revisione del sistema previdenziale / assistenziale e prevedibili aggravi della pressione fiscale sugli immobili e sulle imposte di successione. L’Italia, in nome dell’osservanza del piano di riforme, potrebbe essere soggetta a manovre – ricatto che comportino la cessione si asset strategici e l’esproprio (mediante imposte patrimoniali), del risparmio dei cittadini.

C’è stata una svolta storica europea?

C’è stata quindi una svolta storica europea? No, l’Europa è e rimane un monolite finanziario immutabile. La UE è un organismo sovranazionale la cui governance è determinata da brutali rapporti di dominio tra gli stati. Tale situazione è ben descritta da Giulio Sapelli in una recente intervista a Italia Oggi, intitolata “L’Europa si sta dissolvendo”: “Basta vedere chi gestirà il controllo delle risorse che arriveranno all’Italia, controllo che non è più affidato alla Commissione europea, di cui si può parlare bene e male ma ha propri regolamenti e migliaia di persone che lavorano a linee guida. In un continente con 500 milioni di abitanti, l’ultima parola sarà del Consiglio europeo, dove i singoli stati saranno rappresentati dai propri ministri. In un clima di antipolitica e di divisioni delle stese famiglie politiche, di guerra accesa tra gli stati, questo accordo ci porta a un passo dal precipizio. È la certificazione che siamo in un ordinamento di fatto e non più di diritto”… “L’accordo ci ha disvelato che non c’è una Costituzione ma che si decide in base a rapporti di forza politici, l’olandese Rutte ha le elezioni, la Merkel ha la Baviera che spinge per avere più debito… in questo modo si accelera la dissoluzione. In assenza di uno stato di diritto, basterà un piccolo incidente per far saltare tutto”… “Corriamo un rischio elevatissimo. In assenza di uno stato di diritto, i colpi di mano sono sempre possibili. Era meglio a questo punto ricorrere a prestiti nazionali o alla Bce, piuttosto che assistere allo spettacolo della dissoluzione dell’Europa. Molti non hanno capito che le decisioni si prenderanno sulla base degli umori nazionali che si rifletteranno sull’arena internazionale. Una cosa barbarica, mi pare di leggere il Leviatano. Si sono gettate le basi per una guerra senza esclusione di colpi tra tante maggioranze”.

La UE è costituita da una pluralità di stati tra loro in permanente conflitto: l’asse franco – tedesco, i paesi mediterranei, l’Olanda e i paesi del nord e il blocco di Visegrad. La Germania, paese dominante in Europa, ma marginalizzato (così come la UE), nella geopolitica mondiale, deve preservare il proprio primato continentale. Quindi il Recovery Fund ha la sua ragion d’essere al fine di far fronte ai guasti derivanti dalla crisi della catena di valore dell’economia tedesca diffusa in Europa. L’Europa è dominata dall’area economico – finanziaria della Germania, che si estende dal Benelux ai paesi diVisegrad (protettorati economici tedeschi e al contempo protettorati politico – militari americani), oltre a comprendere la Finlandia, la Catalogna e le regioni del nordest dell’Italia.

Le pretese dei paesi frugali, sebbene in apparente conflitto con la Merkel, si sono dimostrate funzionali a preservare la politica di rigore finanziario indispensabile al dominio tedesco sull’Europa.

L’equilibrio politico europeo sussiste in virtù del primato della Germania. Trattasi tuttavia di un equilibrio fragile, che potrebbe essere travolto dalle tensioni sociali interne agli stati che presto si manifesteranno con l’acuirsi della crisi e dal progressivo dissolvimento delle forze politiche tradizionali europeiste che hanno presieduto alla fondazione della UE e alla sua governance fino ai nostri giorni.

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