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La nuova crisi siriana: Israele torna alla Dottrina Yinon

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L’operazione orchestrata da Tel Aviv è volta a impedire una stabilizzazione della Siria e ad accentuare la sua frammentazione. Una riedizione della Dottrina Yinon, che prevede la disintegrazione degli stati-nazione mediorientali per sostituirli con un pulviscolo di piccoli potentati su base etnica e settaria. La Siria è divisa fra potentati e l’autorità del governo è del tutto nominale in assai vasta parte del paese diviso fra influenze esterne. 

Israele ha l’obiettivo di raggiungere direttamente il confine iraniano attraverso le regioni curde siriane e irachene. Israele è condannato ad esaurirsi in guerre che da quasi due anni ha dimostrato di non saper né poter vincere. E’ ormai tempo che l’ultima entità coloniale esistente al mondo finisca.

Al momento in cui scrivo questo pezzo, dopo una settimana di combattimenti che hanno causato oltre mille morti, nell’area di Sweida è in corso una tregua fra le milizie druse e quelle tribali beduine. Che tenga ancora è assai dubbio, lo è ancor di più che sia definitiva. Dopo i massicci attacchi aerei israeliani a sostegno dei drusi e sulla capitale siriana, Damasco ha ritirato l’Esercito dalla regione, limitandosi a inviare forze di polizia per interporsi fra i contendenti.

Non si è trattato di scontri endemici fra tribù diverse, né di un conflitto occasionale in cui Israele ha pensato d’inserirsi, tutt’altro. È piuttosto un’operazione orchestrata da Tel Aviv, volta a impedire una stabilizzazione della Siria e ad accentuare la sua frammentazione. Le cause di questo ennesimo intervento israeliano sono molteplici, sia di tipo strutturale che contingente.

Dal punto di vista strutturale, siamo in presenza di una riedizione della Dottrina Yinon, formulata da Odet Yinon in un saggio sulla rivista Kivunin nel 1982, e da allora stella polare dell’establishment israeliano. Essa prevede la disintegrazione degli stati-nazione mediorientali per sostituirli con un pulviscolo di piccoli potentati su base etnica e settaria. In sostanza, è il nuovo Medio Oriente vagheggiato da Netanyahu: un coacervo di minuscole entità succubi di Israele.

Un concetto che rispecchia in pieno quanto dichiarato recentemente da Tom Barrak, ambasciatore americano in Turchia e inviato speciale per Libano e Siria. In un’intervista a cui ha dato il massimo rilievo, ha sostenuto con enfasi la necessità di un profondo mutamento della regione, con il superamento dell’architettura politica determinata dal patto Sykes-Picot, ovvero, la fine degli stati-nazione mediorientali coagulatisi nel corso dell’ultimo secolo, per l’affermazione di piccoli stati caratterizzati dall’appartenenza religiosa o etnica. È la riedizione della Dottrina Bertrand Lewis, da sempre architrave delle politiche Neocon per il Medio Oriente e del tutto in assonanza con la Dottrina Yinon: frantumare per meglio controllare.

È vero che gli interessi della Casa Bianca sono divergenti da quelli israeliani: per gli USA sarebbe imperativo chiudere le crisi mediorientali per concentrarsi altrove. Fede ne fa una furiosa telefonata intercorsa fra Trump e Netanyahu subito dopo il bombardamento di Damasco, in cui il Presidente americano urlava al premier israeliano che “non poteva aprire un nuovo fronte ogni due giorni”. Ma Washington è lontana e gli USA sono tutt’altro che un monolite fisso su un’unica strategia. Nei ranghi intermedi, che godono di vasta autonomia, sono in molti a rimanere attaccati alle tradizionali politiche Neocon sul Medio Oriente. E anche ai vertici dell’Amministrazione sono in tanti a essere restii ad abbandonare l’area, fissi – a prescindere da qualsiasi altra considerazione – nell’appoggio incondizionato a Israele e nell’attacco all’Iran a testa bassa.

Sia come sia, in questa fase Israele sta giocando la carta delle minoranze: oggi si erige del tutto strumentalmente a protettore dei drusi siriani a Swaida, con l’occhio ai curdi delle SDF, con cui collegarsi attraverso il cosiddetto corridoio di Davide, verso l’Eufrate e oltre. Nei fatti, è un’azione che tende alla frantumazione di ciò che resta della Siria.

È interessante notare che l’intervento israeliano è giunto pochi giorni dopo l’incontro del presidente siriano pro-tempore Hamed al-Sharaa con funzionari dell’entità sionista avvenuto in Azerbaijan, a Baku: al-Sharaa non è stato in grado di garantire a Israele né l’immediata formalizzazione della cessione del Golan, né la subitanea normalizzazione dei rapporti, confermando il fatto di essere un burattino nelle mani di terzi, dunque non un interlocutore: non può garantire il controllo del paese, meno che mai nelle periferie. Ora, però, Damasco sarà comunque costretta ad accettare il diktat israeliano. Quantomeno, la costituzione di aree cuscinetto controllate dalle IDF nel sud della Siria.

Dal punto di vista contingente, l’attacco alla Siria serve a Netanyahu per distrarre ancora una volta l’attenzione dai suoi problemi immediati: i suoi processi e la questione della coscrizione haredi. Circa un mese e mezzo fa, l’attacco all’Iran ha sospeso le sue traversie giudiziarie e gli ha permesso di superare indenne la proposta di scioglimento della Knesset. In questi giorni, l’attacco alla Siria ha bloccato ancora i suoi procedimenti e ha messo nel limbo l’uscita dal governo dei partiti haredi: Shas e Giudaismo Unito della Torah; dal governo, ma non dalla maggioranza. Differenza tutt’altro che irrilevante.

Il nodo è ancora e sempre la legge sul reclutamento degli studenti delle yeshivot, chiesto trasversalmente e con voce crescente dal resto dell’elettorato su cui grava il peso della guerra, oltre che dai vertici delle IDF, che vedono i propri reparti logorati. Ma ripudiato dagli ultraortodossi, che non hanno alcuna intenzione di cedere e neanche di rinunciare al governo più a destra che ci sia mai stato in Israele.

Con la Knessett che chiude il 27 luglio, se ne riparlerà dopo il Simchat Torah, il 19 ottobre, alla ripresa dei lavori parlamentari. Considerando che, in ogni caso, Netanyahu avrebbe per legge fino a cinque mesi di tempo per indire nuove elezioni, e che la legislatura scadrebbe in ogni caso nell’ottobre del 2026, si vedrà allora se Bibi andrà a elezioni anticipate sulle ali di una qualche vittoria più o meno immaginaria costruita dai media – dopo aver rifiutato ogni responsabilità nella parabola suicida in cui ha avviato Israele – o proverà a galleggiare ancora, con la consueta abilità tattica di cui ha sempre dato prova. E per la cronaca: l’elettorato israeliano è del tutto radicalizzato; se critica Netanyahu per alcuni versi, lo approva in toto quando compie massacri e attacca palestinesi e i suoi vicini; per cui, una sua ennesima vittoria elettorale non è affatto da escludersi. Anche perché l’opposizione non ha un vero leader e, in ogni caso, chiunque vinca non muterebbe granché la distruttiva e autodistruttiva aggressività israeliana.

Infine, c’è una dinamica che mette insieme ragioni strutturali e contingenti: è il tentativo israeliano di raggiungere direttamente il confine iraniano attraverso le regioni curde siriane e irachene. Aree su cui l’influenza di Tel Aviv è stata sempre assai alta. Raddoppiando così la già presente possibilità d’infiltrarsi in Iran dall’Azerbaijan, con cui Israele ha più che stretti rapporti. È uno scopo presente da sempre ma che, alla luce dell’attuale, decisivo, scontro aperto, acquista una valenza primaria per l’entità sionista.

A questo quadro è opportuno aggiungere alcune riflessioni; la prima è che non si sa con certezza chi sia l’autore vero delle tante esecuzioni sommarie. I massacri di Swaida hanno caratteristiche diverse da quelli avvenuti nel marzo scorso sulla costa halawita. Là si è trattato della bestiale rappresaglia indiscriminata di gruppi takfiri, dopo il tentativo d’un gruppo di mercenari al soldo degli Emirati di ritagliare un’area d’influenza per Abu Dhabi. Qui è stata ed è, piuttosto, una sanguinosa provocazione per far precipitare un conflitto fra le tribù beduine e la comunità drusa; in breve, è stata la costruzione d’un casus belli per propiziare l’intervento israeliano.

Intervento che è stato del tutto strumentale, invocato unicamente da Sheik Al-Hijri, solo uno dei tre leader religiosi drusi avversi a Damasco, quando gli altri esponenti di spicco tendevano a un accordo. E per fugare ogni possibile dubbio, Al-Hijri ha mostrato il suo vero volto quando è giunto ad invocare l’annessione di Swaida a Israele, definito “stato democratico che ha a cuore il destino delle minoranze”.

È un contesto che ha messo l’attuale governo siriano in una doppia in difficoltà: il ritiro dell’Esercito da Swaida, conseguente all’attacco israeliano, è un messaggio di debolezza rivolto alle SDF curde di oltre Eufrate. Esse saranno incoraggiate a non sciogliersi e integrarsi nell’Esercito siriano, ed è significativo che, poco dopo il cessate il fuoco, l’inviato americano Tom Barrak abbia incontrato Mazloum Abdi, che delle SDF è il leader. Inoltre, i privilegi strappati da Swaida nell’abito degli accordi di pace mettono la dirigenza siriana in forte imbarazzo rispetto alle altre regioni della Siria, che non mancheranno di richiederle anch’esse. Innescando una corsa al privilegio destinata a dissolvere quanto resta dell’autorità centrale.

E questo ribadisce un’altra considerazione: al di là dei proclami e della retorica, la Siria è di fatto divisa fra potentati e l’autorità del governo è del tutto nominale in assai vasta parte del paese diviso fra influenze esterne. Per cominciare quella della Turchia, decisa a sbarrar la strada all’attivismo israeliano e all’espansione della sua influenza oltre l’Eufrate, perché ritiene la Siria il suo naturale cortile di casa. Ma suscita anche l’irritazione di Arabia Saudita ed Emirati, che hanno investito molto sulla stabilizzazione del paese e dell’intero Medio Oriente, impedita dalle continue aggressioni israeliane. E qui veniamo al punto finale.

A differenza del 2011, dai tempi delle primavere bugiarde e degli anni successivi, dopo tanti sconquassi, è tutta la regione che vuole stabilità. Ha compreso che, nella nuova era multipolare, collaborare è molto, molto più conveniente che contrapporsi. Esattamente ciò che Israele non può né vuole capire, con la sua logica di brutali aggressioni senza fine. Con ciò isolandosi anche da chi non avrebbe alcun problema a stargli accanto. Con ciò mettendosi contro gli interessi di tutti.

Gli restano certo vicini gli USA, ma – come detto – i loro interessi veri stanno altrove, e tutte le risorse che stanno bruciando in Medio Oriente sono sottratte al loro teatro principale, l’Indo-Pacifico. Forse, tirati per i capelli da Israel Lobby, Neocon e sette evangeliche, indugeranno ancora nel quadrante, ma sarà la forza delle cose a concentrarli altrove, pena ulteriore, definito, smacco con la Cina dopo quello subito in Ucraina. E per Israele, lasciato a esaurirsi in guerre che da quasi due anni ha dimostrato di non saper né poter vincere, sarà la fine. Del resto, dopo circa ottant’anni, è finalmente tempo che l’ultima entità coloniale esistente al mondo finisca.

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