Italia ed Europa tra recessione ed espropriazione del lavoro

L’Europa si presenta disarmata dinanzi alla recessione incombente, ma soprattutto non ha mai superato la crisi del 2008

L’Italia è in recessione tecnica. Ma tecnica o no, la recessione avanza in Italia e in tutta l’Europa.
Quale migliore occasione si offre alle opposizioni europeiste, filo – capitaliste e progressiste, quali PD e Forza Italia per imputare la responsabilità della recessione alla politica populista, sovranista, anti – establishment del governo gialloverde? Trattasi di forze politiche ormai condannate alla marginalità dal verdetto popolare, che ripongono le uniche speranze di resurrezione dalla loro irreversibile decadenza nell’innalzamento dello spread e nel possibile default del debito italiano.

Essi aspirano ad essere partecipi in qualità di “responsabili” ad una eventuale riedizione di un governo tecnico a immagine e somiglianza del famigerato governo Monti imposta dalla UE.

Il governo gialloverde in realtà è erede di un fallimento ventennale iniziato con il declino della politica, che ha coinciso con la nascita della seconda repubblica e soprattutto con l’integrazione dell’Italia nella UE e l’istituzione della moneta unica. I gialloverdi hanno dato vita ad un governo che ha realizzato un rinnovamento dimezzato e spesso contrastato e velleitario. Tuttavia i gialloverdi hanno rappresentato una svolta determinante nella politica italiana. Lega e M5S sono forze popolari che hanno costituito un governo sulla base del consenso elettorale, segnando un decisivo distacco con i precedenti governi del presidente che, dal governo tecnico di Monti, fino al governo Gentiloni, in coerente continuità hanno perseguito la politica di austerity imposta dalla UE pur con diversificate modalità, soprattutto legate all’immagine mediatica offerta, al fine di creare consenso popolare, per generare cioè l’assenso a misure impopolari altrimenti inaccettabili dall’elettorato. Con i gialloverdi è iniziato il dopo – Monti, in quanto il popolo che già aveva sostenuto i costi sociali della crisi e dell’austerity, ha manifestato la propria volontà di riscatto contro il declino morale, politico ed economico italiano degli ultimi 20 anni. Ma certo è che dopo soli 10 mesi di governo i gialloverdi non possono essere identificati come i responsabili di una decadenza ventennale del paese.

L’Europa dell’euro disarmata dinanzi alla crisi

L’economia europea ha registrato un brusco rallentamento sin dalla metà del 2018. Le cause della crisi sono identificabili nella guerra dei dazi istaurata da Trump verso la Cina, le incognite della Brexit, le difficoltà dei paesi emergenti, le diffuse situazioni di conflittualità nel mondo. La vorticosa crescita cinese, che negli ultimi anni ha alimentato l’export europeo, specie della Germania, registra rilevanti battute d’arresto. L’export dell’auto della Germania in USA è stato penalizzato dai dazi e soprattutto dagli scandali legati alle emissioni dei gas.
Le stime di crescita dell’economia mondiale sono state riviste al ribasso dal FMI, dal 3,7% al 3,5%. La frenata è assai rilevante per l’Europa, la cui crescita media è scesa all’1,6%, rispetto all’1,9% previsto. Per la Germania nel 2019 è prevista una crescita dell’1,3% (contro il previsto 1,9%), mentre la Francia, pesantemente scossa dalle tensioni sociali dei gilets gialli, si attesta all’1,5%. Le difficoltà più preoccupanti riguardano l’Italia, la cui crescita, già prevista intorno all’1%, si attesterà allo 0,6%. Dati gli squilibri già presenti nell’economia italiana, a causa dell’elevato debito pubblico, è prevedibile che la UE imporrà all’Italia nuove manovre restrittive della finanza pubblica, al fine di accrescere l’avanzo primario e ricondurre il rapporto debito / Pil entro i parametri europei. In una fase di recessione, l’imporre politiche di rigidità finanziaria mediante tagli alla spesa pubblica e inasprimenti della pressione fiscale, significa solo aggravare la crisi già in atto e produrre nuova deflazione. L’Europa si rivela dunque un fattore generatore di crisi e non certo una istituzione di sostegno dei paesi in crisi.

L’Europa si presenta disarmata dinanzi alla crisi incombente. In questa nuova fase di recessione emergono in tutta la loro evidenza i contrasti e gli squilibri interni tra i paesi della UE, dovuti alla posizione dominante dell’asse franco – tedesco. Ma soprattutto l’Europa si trova ad affrontare un ciclo recessivo dell’economia senza aver conseguito dal 2009 in poi una crescita comparabile a quella degli USA: l’Europa non ha mai definitivamente superato la crisi del 2008. Occorre rilevare che in 10 anni il Pil europeo è aumentato del 6,6% mentre gli USA sono cresciuti del 19,3%. Il primato della crescita europea è della Germania con il 13,5%. L’Europa, chiusa nella gabbia d’acciaio finanziaria, si dimostra inadeguata a sostenere i ritmi di crescita dell’economia mondiale.

Inoltre l’Europa si dimostra attualmente del tutto impreparata ad affrontare le trasformazioni in atto della globalizzazione. Il commercio mondiale evidenzia una decrescita, così come diminuiscono le delocalizzazioni della produzione. Si verifica anzi il fenomeno del reshoring, ossia del ritorno in patria delle imprese. Si afferma una nuova geopolitica multipolare, che ha protagonisti gli USA, la Cina, la Russia e i paesi emergenti, mentre si accentua la marginalizzazione dell’Europa. Si espande invece l’economia finanziaria, con relativa crescita esponenziale dei derivati, che oggi hanno raggiunto la cifra di 2,2 milioni di miliardi di euro, per un ammontare di circa 33 volte il Pil mondiale, e tre volte superiore al 2008. I fattori di rischio che hanno generato la crisi del 2008 si sono notevolmente incrementati: potrebbero verificarsi nuove bolle finanziarie devastanti. La crisi di 10 anni fa non ha insegnato nulla. I fondamentali dell’economia finanziaria sono rimasti inalterati: possiamo quindi concludere che l’economia finanziaria neocapitalista sussiste oltre le proprie crisi e si riproduce in virtù delle proprie crisi.

Il declino ventennale italiano

Il declino italiano si è progressivamente accentuato nel corso degli ultimi 20 anni ed è addirittura risibile addossare le responsabilità di tale crisi strutturale al governo populista gialloverde. L’Italia, pur avendo subito un processo di deindustrializzazione che ha decrementato la propria capacità produttiva del 25%, riesce tuttora a realizzare quote di export ragguardevoli. Ma l’Italia evidenzia rilevanti deficit strutturali nei settori delle infrastrutture pubbliche, degli investimenti, dell’innovazione tecnologica, dell’amministrazione pubblica, della giustizia, della formazione. Gli investimenti pubblici dal 2007 sono diminuiti del 30% (circa di 57 miliardi). Il calo complessivo degli investimenti dal 2007 ammonta a 507 miliardi. Gli investimenti nella pubblica amministrazione dal 2009 al 2016 sono diminuiti da 36,15 miliardi a 20,18 miliardi. Non è un caso che tale declino italiano abbia coinciso con l’adesione dell’Italia all’Eurozona. Le crisi finanziarie e i vincoli di bilancio europei hanno gravemente inciso sulla spesa pubblica e reciso tutti gli incentivi alla crescita e allo sviluppo del paese.

Analogo processo si è verificato in Europa. Negli ultimi 10 anni il calo degli investimenti pubblici nell’Eurozona è stato di 263 miliardi. Rispetto ai livelli pre – crisi, oggi si registra nell’Eurozona un calo totale degli investimenti pari a 2.746 miliardi.
Di conseguenza, si è verificato un calo verticale della produttività, che dal 2000 in Italia non registra alcun incremento. La causa di tale fenomeno è stata imputata all’indebitamento pubblico. Ma occorre rilevare al riguardo che il Giappone ha il rapporto debito / Pil più alto del mondo (il debito è pari al 237% del Pil). Eppure il Giappone vanta il primato mondiale della produttività.
L’Italia come l’Europa non ha ancora superato la crisi del 2008: il Pil è inferiore del 4% rispetto ai livelli pre – crisi, gli investimenti sono sotto del 19%, i redditi sono inferiori dell’8,8%. La carenza di crescita così come l’incremento del debito pubblico al 130% del Pil sono dovuti al calo ventennale degli investimenti determinato dalla politica di austerity imposta dalla UE.

La BCE e i rischi del sistema bancario

La crisi imminente potrebbe avere gravi ripercussioni sulla tenuta del sistema bancario. Occorre però rilevare che dalla crisi del 2008, i sistemi bancari degli USA e della Gran Bretagna, che hanno usufruito di massicce ricapitalizzazioni da parte degli stati, si sono rapidamente ripresi e attualmente vantano situazioni patrimoniali solide e stabili. Pertanto sono in grado di sostenere l’economia nel ciclo recessivo imminente.
In Europa, nonostante i piani di salvataggio messi in atto, le banche tedesche versano in uno stato di crisi profonda a causa degli scandali della Deutsche Bank e della smisurata quantità di titoli tossici ancora nel loro portafoglio. Il sistema bancario italiano registra notevoli fattori di instabilità a causa dei crediti deteriorati non ancora smaltiti. Le banche di larga parte dell’Eurozona non sono in grado di sostenere la crescita economica. Nell’Eurozona i 2/3 delle PMI vivono del finanziamento bancario.

In Italia sarebbero necessarie misure di ricapitalizzazione per far fronte alla crisi, ma il governo non dispone delle necessarie risorse a causa dell’elevato debito pubblico e del deficit di bilancio. Inoltre, la normativa europea del bail – in, che fa gravare i rischi delle risoluzioni bancarie su azionisti e obbligazionisti, accentua i rischi di tenuta del sistema bancario stesso, specie in Italia in cui 1/3 del debito bancario è detenuto da privati cittadini. Recentemente la BCE ha esercitato pressioni su MPS e le principali banche italiane per un rapido abbattimento dei crediti deteriorati. Tali misure, se messe in atto, comporterebbero restrizioni del credito alle imprese e ai cittadini e pertanto priverebbero le banche italiane di rilevanti risorse per sostenere l’economia in crisi.

Draghi, dopo la fine del QE, date le prospettive di recessione dell’economia europea, ha annunciato il varo di misure espansive da parte della BCE, attuate mediante una LTRO, ovvero un piano di finanziamenti quadriennali alle banche a tassi vicini allo zero per l’erogazione del credito all’economia reale. Tuttavia, qualora le banche italiane dovessero destinare tali finanziamenti all’abbattimento delle masse di crediti deteriorati, non disporrebbero di adeguate risorse per finanziare l’economia in crisi. Dinanzi alla recessione incombente, le misure espansive della BCE verrebbero vanificate dalla rigidità finanziaria delle normative europee.
La BCE potrebbe finanziare direttamente gli investimenti in infrastrutture degli stati o addirittura erogare finanziamenti ai cittadini, dato che con il QE ha finanziato anche i prestiti obbligazionari delle grandi imprese. Ma tali prospettive sono del tutto illusorie nel contesto di questa Europa oligarchico – finanziaria.

La crisi finanziaria del 2008 è stata fronteggiata negli USA e in Europa mediante misure di finanza straordinaria come il QE di Draghi. Anche nella presente congiuntura economica si renderanno necessarie misure di finanza straordinaria al fine di erogare liquidità e scongiurare il rialzo dei tassi. Dobbiamo quindi concludere che il neocapitalismo sussiste e può svilupparsi solo mediante il sostegno permanente delle istituzioni che devono far fronte alle crisi e agli squilibri provocati dai mercati finanziari, altrimenti questi ultimi crollerebbero rapidamente.

L’espropriazione del lavoro

Il malessere e il dissenso sociale dilagano in tutta Europa. Il declino e la proletarizzazione dei ceti medi e il relativo espandersi della disoccupazione e delle diseguaglianze sono fenomeni evidenti. I temi delle migrazioni, della sicurezza, dei conflitti tra gli stati in Europa assumono tuttavia una valenza secondaria rispetto al dissenso sociale che ha per baricentro il tema del lavoro. I partiti populisti non si sono finora dimostrati in grado di rappresentare una alternativa sistemica all’ordine neocapitalista.

In Italia, nelle controversie relative alla TAV, vediamo larghe percentuali di lavoratori schierate a favore del si alla TAV. Così come masse di lavoratori aderire, nei fatti, alle istanze di Confindustria, omologate cioè alle ragioni della loro naturale controparte, costituita dal capitale. L’esigenza primaria di sopravvivenza, l’incertezza del futuro legata alla precarietà del lavoro, hanno subordinato il lavoro alle politiche imprenditoriali. Vengono osteggiate spesso dai lavoratori misure atte a combattere il precariato se non addirittura il lavoro nero. Un esempio evidente: il “decreto dignità” viene considerato un disincentivo alle assunzioni. La stessa posizione del M5S avversa alle trivellazioni nell’Adriatico ha condotto tale movimento ad una sconfitta elettorale in Abruzzo.

Le problematiche del lavoro vengono ormai subordinate a quelle dell’impresa. Il lavoro è una componente della produzione al pari delle merci, che vengono acquistate, immesse nel ciclo produttivo e quindi destinate al consumo. Il processo di espropriazione del lavoro, proprio del sistema neocapitalista è giunto al suo definitivo compimento. Larga parte dei ceti medi con l’avvento del liberismo globalista si omologarono al primato del libero mercato, facendo proprie le istanze della grande impresa e dell’economia finanziaria, da cui vennero poi fagocitati. Allo stesso modo oggi le classi subalterne, per amore o per forza, ripongono le proprie speranze di sopravivenza nella politica economica della grande industria, senza possibilità di alcuna mediazione tra il lavoro e il capitale.

L’impresa ha monopolizzato la politica economica. Si invocano sgravi fiscali per l’impresa e per il lavoro. Da decenni vengono varate agevolazioni contributive, sgravi fiscali a pioggia, erogazioni di contributi alle imprese, senza risultati apprezzabili in tema di sviluppo e occupazione. Ad esempio, il sistema di incentivi messi in atto da “Industria 4.0” non ha determinato la crescita della piccola e media impresa: i programmi di incentivo hanno incrementato i profitti, ma non gli investimenti. Anzi, i profitti sono spesso reinvestiti nel mercato finanziario o nel settore immobiliare.
Questa compressione sociale subita dalla classe lavoratrice è dovuta anche al venir meno del ruolo dei sindacati e alla scomparsa di forze politiche rappresentative degli interessi dei lavoratori.

La manifestazione sindacale unitaria dello scorso 2 marzo ne è stato un esempio evidente. E’ emersa una identità di prospettive tra imprenditori e sindacati. Tra i politici aderenti alla manifestazione spicca il nome di Calenda, già autorevole membro del partito di Mario Monti. Imprenditori, sinistra e sindacati hanno un nemico comune: il governo gialloverde. Si contesta al governo di non aver abolito la riforma Fornero con il varo quota 100, dimenticando che quota 100, era una proposta di riforma per anni sostenuta da Damiano (PD), ma sempre respinta dai governi di sinistra. I sindacati quando fu approvata la riforma Fornero indissero 2 ore di sciopero. Glielo ha ricordato recentemente Mario Monti, rinfacciando a sinistra e sindacati il loro consenso implicito alla riforma Fornero. Si sono contestate anche le modalità del reddito di cittadinanza, quando in decenni di sindacalismo e di governi di sinistra nessuno è stato in grado di emanare valide riforme a salvaguardia dei lavorati dalla disoccupazione e dalla povertà, già in vigore in quasi tutti i paesi europei. Non si intravvedono riforme della rappresentanza sindacale nelle imprese, quando negli ultimi anni a seguito del Job Act varato dal PD si è verificata una concorrenza selvaggia tra sigle sindacali spesso prive di rappresentatività per la firma di contratti aziendali graditi agli imprenditori, ma a danno dei lavoratori.

Occorre quindi ricreare una soggettività politica rappresentativa del lavoro. E pertanto è necessario svincolare dalla compressione imprenditoriale la classe lavoratrice. Il malessere e le tensioni sociali presenti in tutta l’Europa necessitano di alternative sistemiche al dominio neocapitalista, altrimenti qualunque movimento populista sarà condannato al fallimento. Deve essere necessariamente essere ripristinata la dialettica di contrapposizione tra capitale e lavoro: solo la lotta delle classi lavoratrici potrà riscattare i popoli dallo stato di emarginazione e subordinazione in cui sono stati relegati dalle oligarchie finanziarie che dominano la governance europea.

Tecnoschiavi

Intervista a cura di Luigi Tedeschi a Marco Della Luna, autore del Libro “Tecnoschiavi”, Arianna Editrice 2019

1) Il capitalismo finanziario è sorto e ha acquisito un ruolo dominante attraverso l’evoluzione tecnologica degli ultimi decenni. Nella storia dell’umanità si sono verificate maggiori trasformazioni negli ultimi 60 che nei precedenti 2.500. Il progresso tecnologico ha avuto un ruolo fondamentale nell’avvento dell’era della globalizzazione. La rivoluzione telematica ha determinato l’interconnessione planetaria nell’economia, nella politica, nel costume, nelle mode, nei modelli di vita di tutti i popoli del mondo. La rivoluzione tecnologica e l’avvento del dominio del sistema neocapitalista a livello globale, sono fenomeni coincidenti e tra loro inscindibili. La velocità estrema della circolazione dei capitali, la volatilità dei mercati finanziari, la virtualità della emissione monetaria, sono fenomeni generati dall’avanzata tecnologica. Così come tutti gli strumenti messi in atto per creare il consenso e nello stesso tempo il controllo delle masse. Ci si chiede allora: è stato il progresso tecnologico a determinare il dominio neocapitalista, oppure è stato il sistema capitalista a produrre strumentalmente la tecnologia?

Il capitalismo moderno, ossia quello nato con la rivoluzione industriale, quello che investe 1 in fabbriche e ne ricava 5, aumentando la produzione, fu reso possibile dalla meccanizzazione dell’industria e dalla forza motrice data dal vapore e poi dall’elettricità. Il passaggio dal capitalismo di produzione e consumo a quello finanziario, che fa i soldi coi soldi, è stato reso possibile dai progressi dell’elettronica. Però tanto i progressi delle macchine a vapore quanto quelli dell’elettronica sono frutto della ricerca di profitto e potenza, anche militare. Quindi non insisterei sulla separazione delle due cose.

2) Il progresso scientifico e tecnologico nei secoli scorsi ha indubbiamente contribuito alla emancipazione dell’uomo dall’oppressione del lavoro materiale, dalle malattie, dalla povertà, dall’analfabetismo, dalla secolare emarginazione delle masse. Elevandosi la cultura media dei popoli in virtù della tecnoscienza, si sono largamente diffusi la democrazia ed il benessere. Condividi?

No. In quanto al benessere, in senso assoluto è vero che fino a qualche lustro fa (ora si sta riducendo) esso si è diffuso notevolmente in termini materiali, ma ciò non implica che la popolazione generale sia più felice e serena, dato che felicità e serenità dipendono anche da fattori diversi dalla disponibilità di cose e servizi. Dipendono dal rapporto tra bisogni e capacità di soddisfarli, dalla sicurezza fisica, dalla socializzazione, dalla fiducia nel futuro, dal valore percepito della propria esistenza. In questo, la situazione mi pare peggiorata.

In quanto al progresso scientifico e tecnologico, anche nel campo della psicologia applicata alla gestione dei lavoratori, dei consumatori e della gente in generale, è evidente che esso ha aumentato il livello culturale generale in termini assoluti, però ha anche aumentato la distanza tra il livello di conoscenze e competenze della popolazione generale e quello, altissimo, dell’oligarchia dominante; quindi in termini relativi ha diminuito la competenza politica della gente, e ha reso ancora più lontana dalla realtà l’idea di democrazia e partecipazione consapevole. Le innovazioni importanti, le strategie di lungo termine, le grandi operazioni di ingegneria sociale, sono deliberate a porte chiuse dall’oligarchia, in isolamento tecno-burocratico, indi calate sulla popolazione generale sotto il manto di nobili scopi di interesse comune, ma senza che ne sia rivelata la natura, gli effetti e gli obiettivi ultimi. Così è avvenuto, ad esempio, con il processo di integrazione europea, con le cessioni di sovranità, con l’Euro, con le riforme della banca centrale e del sistema bancario.

Mentre in epoche passate, e nei paesi culturalmente tuttora nel passato (come quelli islamici) si ricorre alla mobilitazione ideologica delle masse per fare i rivolgimenti (vedi primavere islamiche), nel vigente sistema di potere liberale e democratico il dibattito politico pubblico è permesso, o perlomeno può aver luogo, solo dopo che tali riforme abbiano raggiunto gli obiettivi per i quali sono state introdotte, in modo che il dibattito pubblico e la politica popolare, la ‘democrazia’, non possa impedire il raggiungimento di tali effetti. Cioè i problemi vengono posti all’opinione pubblica dai mass media e divengono oggetto di dibattito ed eventualmente di lotta politica (popolare) solo quando oramai il gioco è fatto e la lotta politica è innocua, inutile. Le poche volte che la volontà popolare si è attivata per tempo dicendo no a qualche riforma calata dall’altro, come nei referendum per l’integrazione europea, i popoli sono stati fatti rivotare fino ad approvarla. Anche per la Brexit si spinge in tal senso, seppur in modo contrastato, perché su di essa l’élite britannica è divisa.

La politica popolare, di regola, viene in tal modo attivata sui problemi quando questi sono ormai superati. Viene attivata in modo fittizio per dare sfogo. Lotta per chiudere le porte della stalla dopo che i buoi sono stati rubati. Così il dibattito e la lotta politica sulla sovranità e sull’Euro sono stati avviati solo dopo che la sovranità era oramai stata perduta e che l’Euro aveva prodotto i suoi effetti (devastanti per alcuni paesi, e vantaggiosi per i paesi dominanti), sebbene già negli anni ’60, ’70, ’80 e ’90 negli ambienti tecnici si prevedessero benissimo, dato che economisti di vaglia avvertivano che il blocco dei cambi tra le monete europee avrebbe prodotto i risultati che poi ha prodotto. Fino al 2008 l’informazione popolare, la discussione politica, l’opinione pubblica italiana erano in massa per l’Euro e per l’integrazione europea, e l’informazione sui suoi previsti effetti veniva tenuta nascosta al pubblico. Le battaglie populiste-sovraniste contro l’Euro, minacciando di uscirne, si fanno solo adesso che uscirne è praticamente impossibile, come è impossibile per un pesce uscire dalla nassa – infatti chi prospettava di uscirne ha ritirato tale progetto. La popolazione generale, del resto, essendo incompetente e attenta solo all’immediato, non prevede gli effetti delle riforme tecniche, e si accorge di essi soltanto dopo che si sono prodotti, quando li sente sulla propria pelle. Ma anche allora fatica a capirne le cause. Le informazioni sono disponibili, a chi le cerca, ma pochi lo fanno, e soprattutto non avviene il coordinamento, la mobilitazione di massa, se i partiti politici non la organizzano e se, prima ancora, i mass media non mandano alla mente della gente la narrazione che il problema esiste, che è grave, che bisogna mobilitarsi. Ma lo fanno solo a giochi fatti.

Lo si è visto ultimamente nella vicenda dell’opposizione ai vaccini obbligatori, in cui il problema era reale, decine di migliaia di persone manifestavano, ma i mass media e i partiti politici non rimandavano alla mente della gente questa realtà. Lo si vede ancora oggi, con le analisi di laboratorio che mostrano come nei preparati vaccinali in realtà non vi sono le sostanze immunizzanti ma vi sono molte sostanze tossiche e contaminanti (i vaccini in sé sono una cosa utile, se fatti bene; i preparati industriali imposti ai bambini sembrano falsi vaccini, inefficaci e nocivi). Dato che tali preparati vengono iniettati molte volte in milioni di bambini, questo tema dovrebbe essere oggetto di pubblica informazione e di dibattito politico, ma politica e media lo tengono nel silenzio, perché questa operazione di bioingegneria sociale è ancora in corso e non deve essere intralciata. Qualcosa di analogo avviene con i programmi di manipolazione climatica.

In conformità a quanto sopra spiegato, attualmente non sono oggetto di dibattito politico pubblico, né di copertura mediatica, ma piuttosto di silenziamento o discreditamento e negazionismo beffardo, le informazioni circa principali innovazioni a cui l’oligarchia sta lavorando oggi, e che avranno presto un drammatico impatto sulla vita della popolazione, ossia il controllo sociale e individuale mediante le reti elettroniche e mediante la biocrazia, cioè la gestione e modificazione della gente mediante somministrazione alla popolazione in massa di sostanze chimiche e biologiche negli alimenti, nei farmaci, nei vaccini, nell’ambiente, e anche attraverso la rete 5G (con le sue onde millimetriche che agiscono sulle cellule vivente, i suoi ripetitori ogni cento metri, i suoi ventimila satelliti in orbita): manipolazione biologica proprio come avviene nella zootecnia. Quando gli effetti si saranno consolidati e saranno divenuti irreversibili, si incomincerà a parlarne alla gente.

3) L’aspirazione prometeica dell’uomo, connaturata all’idea di progresso, che ha contribuito in misura rilevante alla sconfitta delle ideologie e alla decadenza delle religioni, sembra tuttavia essersi ormai esaurita. Nella società contemporanea si è invece affermata una parossistica dipendenza dell’uomo dalla tecnologia. La nostra vita quotidiana è divenuta succube degli strumenti tecnologici, ormai indispensabili alla sussistenza stessa della società. La tecnologia è divenuta una sorta di protesi che permette all’uomo di vivere ed agire, al pari di uno strumento ortopedico che permetta ad un portatore di handicap di deambulare. Il progresso tecnologico non ha allora condotto ad una forma di regresso antropologico dell’umanità?

               E’ prevedibile l’inversione di ruoli, ossia che la popolazione generale –le classi non dominanti- diventino una protesi dell’apparato tecnologico. Una protesi sempre più adattata biologicamente all’apparato. Per poi essere soppiantate nella funzione di servizio delle classi dominanti. Che è la funzione che hanno sempre svolto, quali parti degli apparati produttori di ricchezza e potenza.

La tecnologia amplia enormemente e crescentemente le capacità di azione dell’uomo, sia come singolo che come insiemi sociali. Certamente, l’uso abituale della calcolatrice e del navigatore porta all’indebolimento per disuso della capacità di calcolo mentale e di orientamento – come l’uso del fuoco per cuocere la carne ha portato all’indebolimento della forza masticatoria. Ma questo è un fenomeno benigno e compensabile con un poco di esercizio. Qualche tecnologia ha effetti maligni.  Il punteggi del QI sono calati nelle ultime generazioni, a partire dai nati negli anni ’70, mentre nei 30 anni precedenti erano in crescita. Sono in calo le capacità di ragionamento logico concatenato, la capacità di attenzione, la capacità di memorizzazione. Ciò pare dovuto anche all’effetto nocivo che, sullo sviluppo di tali abilità, ha l’esposizione al piccolo schermo: tv, pc, videogames, etc., come evidenziato da alcuni studi (Norman Doidge, Tha Brain that Changes Itself), oltre che dal declino della qualità dell’insegnamento (a sua volta dovuto alla rinuncia alla selettività e alla forte immissione di alunni immigrati non padroni della lingua).

Ma il dato strutturalmente importante sta nel fatto che la scienza-tecnica è sempre più prodotta e trattenuta o perlomeno gestita in regime di segretezza dai vertici capitalistici e militari del mondo, i quali le vedono e le usano innanzitutto a loro proprio beneficio, come strumento per il loro potere, per il controllo sociale. Oggi la scienza-tecnica mette a disposizione alla classe dominante strumenti informatici, finanziari (e non solo) prima impensabili di monitoraggio e condizionamento del corpo sociale, delle istituzioni pubbliche, dell’attività delle singole persone. Quindi di riduzione della loro libertà, della loro privacy. Della loro capacità di partecipazione e opposizione organizzata. Pensiamo al cartello della creazione-allocazione della moneta, combinato al potere del rating, in un mondo strutturalmente indebitato verso quello stesso cartello.

4) Nella seconda metà del ‘900 si prefigurava una società in cui la scienza e la tecnologia avrebbero determinato la fine del lavoro e quindi l’umanità si sarebbe finalmente affrancata dalla dipendenza dai bisogni primari. Alle utopie ideologiche di stampo umanistico, si sono sostituite altre utopie tecno – scientifiche. Ma tali utopie hanno contribuito a generare la cultura della virtualità mediatica, i bisogni artificiali e i consumi indotti, mentre nella società neocapitalista si sono accentuati l’impoverimento generalizzato delle masse e le crescenti diseguaglianze. Il progresso tecnologico non si è rivelato compatibile con la democrazia, ma anzi, ha assunto un ruolo strumentale al predominio dell’economia finanziaria.

Quella prefigurazione era solo negli occhi degli ingenui. Le genti, educate e incoraggiate a ciò dalla famiglia, dalla scuola, dai media e da quasi ogni altra istituzione sociale, tendono a pensare, a presupporre, che il popolo (il suo benessere, la sua tutela, la legalità, i valori) sia il fine del “progresso” e dello stesso ordinamento sociale, politico, giuridico – sino al punto di convincersi che il popolo sia anche il suo artefice, il contraente attivo del patto sociale e il detentore della sovranità, e che la democrazia esista.  Ogni società è gestita da una ristretta oligarchia (detentrice di potere, ricchezza, competenza, monopolio della violenza legittima) che tende a prevenire la propria sostituzione e a rendere fisso il proprio dominio; e quando una classe dominante perde il potere, un’altra la sostituisce. Dal punto di vista di ogni siffatta oligarchia, la popolazione è un mezzo, non un fine – è uno strumento da controllare e sfruttare, fino a mercificarla pienamente, o a sostituirlo con nuovi e migliori strumenti. La lotta di classe, rivoluzionaria, contro l’ordinamento capitalista è una ruota per criceti, che gira su sé stessa e non si sposta mai dal punto di partenza. Al più, in passato (cioè prima che si costituisse la fortissima oligarchia finanziaria transnazionale), riusciva a sostituire una classe con un’altra nel ruolo dominante: la famosa “rotazione delle élites” di Pareto. La distribuzione popolare di ampie quote di reddito tra le due Guerre mondiali rispondeva a un’esigenza del capitalismo, legata a quella fase particolare della sua evoluzione –come spiego nel libro- e non era la meta del divenire storico. Quella fase è finita sostanzialmente trent’anni fa, quando è cambiato il modo fi produrre ricchezza e potenza. Faccio presente che anche le due Guerre mondiali sono operazioni interne allo sviluppo del capitalismo dalla fase industriale a quella finanziaria e di fagocitazione dello Stato.

5)Il progresso tecnologico avrebbe realizzato una diversa struttura della società qualora fossero state le ideologie del ‘900 a governare la società al posto del capitalismo globale? Oppure questa vorticosa avanzata del progresso non si sarebbe verificata?

Il capitalismo finanziario globale ha assunto la guida anche politica e culturale del mondo perché è il sistema che distribuisce, di gran lunga più di ogni altro, ciò che chiamo il motivatole universale, ossia il denaro, in forma di moneta e di credito. Quindi è il sistema che compera più di ogni altro consenso e collaborazione. Le ideologie non hanno questa capacità. Al più riescono a suscitare furie popolari o entusiasmi di una stagione – di una primavera araba, ad esempio.

6) Il futuro dell’economia globale sarà dominato dalla robotica. Insieme con il lavoro, larga parte delle attività umane sono già oggi considerate in via di estinzione, in quanto saranno gli strumenti tecnologici a sostituire la componente umana. Pertanto, l’avvento della robotica prefigura l’espulsione di larga parte delle popolazioni dal mondo del lavoro: si delinea nel prossimo futuro quella società da te descritta in “Oligarchia per popoli superflui”. Tale nuovo modello sociale comporterebbe l’emergere di problemi le cui soluzioni si riveleranno impossibili. Dal punto di vista etico, non si vede di quali e quante risorse gli stati dovrebbero disporre onde finanziare un welfare dalle dimensioni globali, in grado cioè di assicurare la sopravvivenza di larga parte della popolazione mondiale. Dal punto di vista economico, masse ridotte alla indigenza estrema non potrebbero certo sostenere i livelli di consumo necessari per sostenere il sistema produttivo. Non sarà forse questa svolta tecnologica della robotica a determinare la definitiva crisi del capitalismo? Non si verificherebbe, insieme con la caduta verticale dei consumi, anche il crollo dell’economia del debito, in quanto si diffonderebbe una insolvenza generalizzata che finirebbe per distruggere la stessa economia finanziaria?

               I popoli servivano alle oligarchie quando queste abbisognavano di masse di lavoratori, coloni, combattenti, consumatori. Ora che la finanziarizzazione dell’economia, l’informatica, la robotica, l’intelligenza artificiale rendono superflui i popoli, credo che questi faranno la fine dei cavalli quando sono arrivate le automobili. Il sistema di potere capitalistico è già in via di sostituzione con un controllo di tipo zootecnico della popolazione. Non ha alcun bisogno né alcuna ansia di farsi supportare. Il capitalismo basato sui consumi serviva finché servivano i consumatori. Gli esuberi di gente prodotti dal progresso saranno semplicemente smaltiti. L’ecologia lo invoca, l’overshooting lo giustifica eticamente. Gli automi sostituiranno gran parte dei sette miliardi di umani, credo.

7) Quindi tu sei dell’opinione che la società attuale sembri evolversi verso orizzonti tecnocratici, in cui la tecnologia sopravanza l’uomo stesso, si sostituisce ad esso. In tale futuribile società tecnocratica sembrerebbe essersi compiutamente realizzata una società di mercato che domini l’intera totalità sociale, mediante l’assimilazione di tutti i rapporti umani alla forma merce? Non credi che pertanto l’uomo sia destinato, al pari della merce di largo consumo, alla rapida obsolescenza programmata e alla successiva termodistruzione?

La società di mercato ha esaurito se stessa, la sua funzione, e trapassa in un governo zootecnologico di masse crescentemente inutili, da smaltire.

8)Il progresso tecnologico è stato considerato, sin dagli albori dell’illuminismo, come un processo ineluttabile e necessario. Ma oggi è il progresso stesso, del quale l’uomo non è più artefice ma succube, a condannarlo un fatalismo nichilista. L’uomo non è quindi vittima di sé stesso, della sua volontà di potenza, in quanto la sua creatura tecnologica ha ucciso il suo creatore? Nel prossimo futuro sarà dunque la tecnocrazia a determinare le condizioni di sopravvivenza della specie umana attraverso una rigida selezione antropologico – darwiniana? 

               Il progresso tecnologico non è inevitabile e non è sempre crescente: vi sono state fasi storiche di regresso tecnologico, qua e là nel mondo. Alcune tecniche sono andate perdute.

               Gli scienziati e i tecnici hanno portato avanti le loro ricerche e realizzazioni spesso focalizzandosi su di esse e senza interessarsi o senza poter prevedere ciò che esse avrebbero comportato a breve, medio e lungo termine. Più il mondo si fa complesso e accelera il suo trasformarsi, più difficile si fa prevedere l’effetto delle invenzioni e delle innovazioni e in generale delle riforme.

Nel prossimo futuro mi aspetto, come già nel 1951 preconizzava Bertrand Russell, che la classe dominante introduca differenziazioni genetiche per rendersi biologicamente superiore alla popolazione comune, in modo da costituire un fondamento tangibile alla propria posizione dominante. Penso che lo farà introducendo miglioramenti biologici in se stessa e peggioramenti biologici nel resto della popolazione. Un chiaro passo in tale direzione sono le recentissime leggi con cui si è dotata della potestà coercitiva di entrare nel corpo di intere generazioni di bambini per iniettarvi sostanze che dovrebbero essere vaccini, ma che, dalle analisi indipendenti eseguite, risultano non aver capacità vaccinale, bensì multiple azioni tossiche in particolare sul sistema nervoso e su quello immunitario, oltra a contenere segmenti di DNA in grado di impiantarsi nel DNA per bambini trattati. 

9) Nella parte finale del libro sembri indicare una via d’uscita dalla tetra situazione descritta sin qui,  una situazione che vede un mondo di controllo e oppressione come destinazione inevitabile e per giunta prossima.

Fortunatamente un controllo perfetto e definitivo del mondo non è possibile perché il mondo è troppo supercomplesso per esser controllato, e perché l’essere come tale trascende ogni strumento di dominio. Nel corso della storia nessun sistema di potere è permanente.

La fase storica descritta in Tecnoschiavi è ultimamente la conseguenza della dominante percezione dualistica della realtà: mio/non mio, causa/effetto, e soprattutto pensiero/materia. E della connessa percezione di limitatezza dell’esistente, che lo rende oggetto di contesa e conquista. Comprese le persone. Queste percezioni dirigono l’umanità.Ma, dopo la critica epistemologica, anche la fisica e certa psicologia scientifica le stanno dissolvendo.  Questa è la via di uscita. Che per ora appare solo come una luce remota in fondo al tunnel degli orrori.                      

Musicologia col martello

Intervista a cura di Luigi Tedeschi ad Antonello Cresti, coautore del libro “La scomparsa della musica” NovaEuropa Edizioni 2019

  • Oggi è scomparsa la musica come fenomeno popolare inclusivo, idoneo a generare “traumi ed estasi”, quale elemento rivelatore di una sensibilità collettiva dei popoli (si pensi alla popolarità della musica lirica in Italia nell’ ‘800/’900). La musica è l’espressione immediata e più autentica dell’identità di un popolo. Si è creata nella società attuale una aperta divaricazione tra “musica seria” e “musica bassa”. La musica seria è ormai divenuta una materia riservata a specialisti, a ristrette cerchie di cultori di una scienza elitaria, mentre la musica bassa, è un prodotto mercificato di consumo per le masse, anche in virtù del progressivo abbassamento del livello culturale medio. La musica seria è dunque un’arte destinata ad un culto museale, quasi fosse una espressione artistica di culture e civiltà scomparse, mentre la musica bassa è una merce soggetta a rapida obsolescenza, suscettibile di illimitata riproduzione seriale. Non viene quindi a riflettersi anche nella musica quella concezione elitaria propria della struttura piramidale della società neocapitalista?

L’invasività violenta e sempre più onnicomprensiva del pensiero unico neoliberista, mi fa giungere alla conclusione che oramai ogni distinzione tra “alto” e “basso”, soprattutto nei termini in cui essa è stata formulata per decenni, sia decaduta. Fatalmente infatti il Capitale utilizza mezzi di comunicazione qualitativamente scarsi per imporre il suo verbo planetario, ma teoricamente non esiterebbe a fare il contrario se ne intravvedesse una utilità; ecco perché la ghettizzazione di certi ambienti musicali, che rivendicano ancora la dicotomia alto/basso, finisce per essere essa stessa un momento dialettico nella instaurazione del Capitale Assoluto, per non parlare poi di discorsi piramidali e gerarchici che spesso le accademie utilizzano, che come tu bene indichi, sono la plastica espressione delle strutture del neocapitale. La sussistenza di nicchie che definirei “di testimonianza” offre infatti l’illusione formale che a tutti sia concesso esprimersi e tentare di diffondere il proprio discorso artistico, cosa non vera poiché laddove si intravvedesse un reale pericolo, le tecniche di silenziamento del “dissenso creativo” sono oggi più elaborate che mai. Dal mio punto di vista, dunque, a parte nominali e meritorie accezioni, tutto diviene in questo momento “basso”, poiché tutta la musica ha perso il suo ruolo attivo di costruzione di un senso comune all’interno della società, ruolo che essa ha sempre rivestito. Essa è mera rappresentazione dell’esistente, un esistente che sta espungendo da sé l’uomo e dunque nemico di ogni arte che possa essere definita tale.

  • La tecnologia ha invaso la musica come tutte le espressioni artistico – culturali della società. Ma tale problematica ha radici profonde. Infatti già negli anni ’60, con la diffusione della cultura di massa dei media e dei dischi, i musicologi del tempo affermavano che l’espansione della produzione discografica, pur contribuendo ad accrescere il pubblico dei cultori della musica, avrebbe imposto all’ascolto prodotti artificiali registrati in sala di incisione. In tal modo l’ascolto del pubblico si sarebbe fossilizzato sullo stereotipo di determinate interpretazioni e sarebbe scomparsa la cultura del concerto. Il progresso tecnologico, allora agli albori, ha avuto una sua evoluzione fino agli effetti devastanti dei nostri giorni, sulla creatività degli artisti e la sensibilità musicale del pubblico odierno. E’ la tecnologia stessa a determinare i contenuti musicali di un prodotto destinato al consumo di massa. La tigre tecnologica ha disarcionato ed ucciso il suo cavaliere. Ma, mi chiedo, l’avanzata della tecnologia non avrebbe potuto e dovuto creare nuove forme di espressione artistico – musicali ed estendere quindi gli orizzonti dell’arte musicale? Si pensi alle prospettive evolutive dell’arte delineate dal futurismo.

Il rapporto con la tecnologia è ineludibile per chiunque voglia situarsi nell’alveo di una ideale “Musica Presente”, per utilizzare una terminologia cara proprio al coautore del nostro testo, Renzo Cresti. Il problema però è che sottile è il discrimine tra il “cavalcare la tigre” e dunque utilizzare il mezzo per una visione che sia  comunque “umanistica”, e il venirne soggiogati totalmente perdendo ogni forma di protagonismo nella creazione. Da questo punto di vista è andata a finire che le nuove tecnologie hanno titillato il narcisismo delle masse desideranti, illudendo che chiunque, con un semplice laptop, potesse diventare un compositore. Siamo ben oltre il messaggio distruttivo del punk, che comunque possedeva una sua etica ed una sua estetica… Lo stesso narcisismo porta poi a forma di iperproduzione che sono quantomeno contraddittorie all’interno di un Mercato, quello discografico, che di fatto non esiste più… Un vero peccato poiché oggi i visionari della musica si muovono in un cono d’ombra che li rende talvolta invisibili persino agli stessi addetti ai lavori. Ma questo è anche il cono d’ombra creato dai meccanismi incapacitanti che spesso ha generato l’illusione di trovarsi in una reale “era dell’accesso”…

  • La musica pop, già protagonista del ’68, ma poi soprattutto negli anni ’70, ha voluto interpretare una coscienza giovanile diffusa di dissenso, di ribellione nei confronti della morale e della cultura ufficiale, dei costumi improntati al conformismo, delle istituzioni repressive nei confronti delle nuove generazioni. Il messaggio musicale è divenuto quindi un elemento di rottura generazionale che travalicava il campo musicale, assumendo le vesti di un fenomeno che rifletteva il processo di trasformazione in atto nella società contemporanea. L’evento musicale divenne dunque un fattore di coinvolgimento e riconoscimento per le masse giovanili: la musica era espressione di un comune sentire, un formidabile incentivo alla inclusione e aggregazione sociale. Tale fenomeno si esaurì negli anni ’80, con l’avvento dell’individualismo di massa, del riflusso nel privato e della commercializzazione generalizzata dell’evento musicale. Tuttavia, la commercializzazione della protesta non era già connaturata al fenomeno sessantottino, in cui la musica diveniva evento mediatico di massa, atto a trasformare i costumi e imporre nuove mode in apparente rottura, ma nella sostanza conformi alla logica di espansione di produzione e consumo propria della struttura economico – sociale del capitalismo made in USA? Il capitalismo si evolve assimilando e facendo proprie le istanze di dissenso. Il costume e la moda vengono infatti incorporati nella sovrastruttura culturale, così come le culture alternative divengono funzionali alla sussistenza del sistema capitalista.

Come ho scritto nel libro una riflessione su ciò che è stata la “contestazione” a cavallo tra anni sessanta e settanta è riflessione  ineludibile per il discorso che stiamo facendo, ma che qui ci porterebbe davvero troppo lontani. E’ corretto infatti rilevare, come tu fai, la estrema adattabilità del Capitale, capace di utilizzare a proprio vantaggio forma di dissenso quantomeno apparenti, e ritengo le critiche al 1968 portate avanti da Luc Boltanski e Ève Chiapello o dal nostro Preve per molti versi corrette. Il problema nasce quando il fenomeno lo si approccia da una visuale non esclusivamente politica, come faccio io, e ci si accorge di una problematicità di giudizio, di una ampiezza di orizzonti inaspettata. Ne consegue intanto che quei movimenti espressero anche esigenze che non si sono adattate affatto allo spirito del Nuovo Capitalismo, ma che anzi oggi sarebbero bollate come “reazionarie”, per non parlare poi del braccio di ferro tra artisti e Mercato, spesso risolto, è la storia a dimostrarlo, a favore dei primi… Dunque ciò che noi vediamo ora è senza dubbio lo scenario di una vittoria totale del Capitale, che si esprime anche e soprattutto nella desertificazione dell’immaginario di segmenti che ad esso vorrebbero essere alternativi, ma sarebbe ingeneroso estendere questo giudizio a decenni precedenti, decenni in cui, comunque la si pensasse, né la gioventù, né lo spirito di scissione gramsciano, né la musica erano per l’appunto “scomparsi”. Così come allora non esisteva neanche il colossale inganno del baraccone pop “impegnato”, con ipocriti lavacri della coscienza collettivi stile Live Aid…

  • Oggi la musica è un prodotto di consumo dell’industria discografica. E’ ridotta a quel ritmo incessante, ripetitivo proprio delle funzioni corporee, quali il battito del cuore o del respiro. La musica si è tramutata in una espressione primordiale del suono, ha assunto le forme di un nichilismo negatore di qualsiasi contenuto simbolico, creativo, armonico. A tal riguardo voglio citare un brano del libro di Umberto Galimberti “L’ospite inquietante – Il nichilismo e i giovani”:  “L’incanto del ritmo nella sua eterna ripetizione non è un modello teorico, ma piuttosto una sfida a vivere fuori dal disegno tracciato dall’idea di progresso all’infinito, da cui i giovani spesso si sentono esclusi per le difficoltà a prendervi parte. E quando lo sguardo rivolto al futuro si riduce, forte nasce da un lato l’insistenza sul presente, ben rappresentato dal battito ritmato dei piedi su questa terribile terra, quando un’altra non è promessa, dall’altro lato il bisogno di tornare indietro, al passato, anzi a quel primitivo ritmo del corpo che, custodendo la prima origine del tempo, apre la speranza di un altro futuro”. Qual è la tua opinione in merito?

Galimberti credo si riferisse in questo suo testo ad un modo di fare musica, uno stile. Potrei avere qualcosa da obiettare, soprattutto non sapendo a cosa alludesse in particolare, ma è evidente che anche un ragionamento dialettico di questo tipo è stato nel frattempo bellamente superato dai fatti, in cui certo si può parlare di forme, ma non in un senso tradizionalmente strutturale. Ciò che emerge oggi è infatti piuttosto che il ricorso a questo o quel procedimento, una corsa folle nella direzione di una uniformazione disumanizzata e disumanizzante del linguaggio musicale, in cui la standardizzazione è il baluardo assoluto. Una standardizzazione che, ricordiamolo, investe anche quella che dovrebbe essere la sfera più intima e unica dell’essere umano, ossia il mezzo vocale. E’ pensando a fenomeni come questi che ritengo una critica di carattere “estetico” oramai superata e insufficiente; siamo infatti entrati dalla distopia e per uscirne bisogna avviare una vera e propria rivoluzione che investa ogni aspetto della vita.

  • La musica è un’arte che suscita sensibilità collettive e quindi ha sempre avuto un ruolo rilevante nella sfera politica di ogni comunità umana. Infatti la musica è generatrice di miti coinvolgenti ed unificanti, è un’espressione del sentire comune, di una sensibilità emotiva che precede la razionalità del linguaggio. La musica è una componente essenziale, originaria  dello stesso agire politico dell’uomo. E’ anche vero che le ideologie hanno fatto un largo uso strumentale della musica che, spogliata dei suoi significati originari, ha avuto una funzione didattico – educativa nei regimi ideologico – totalitari. Ma è dalla musica e dalle arti che scaturiscono i fondamenti delle ideologie politiche, mai il contrario. Oggi, nell’era post – ideologica tuttavia, la tecnologia della musica non svolge anch’essa un ruolo ideologico nell’omologazione delle masse, data la pervasività dei media nella colonizzazione dell’immaginario collettivo, specie nell’ormai compiuta simbiosi tra la musica e la cultura dell’immagine, da cui è stata progressivamente fagocitata?      

Questo libro è nato proprio per rivendicare con forza ciò che dici tu, tutte cose che rendono la musica “presente e viva” e non un mero feticcio mercificato, e per opporsi allo stato delle cose. E per lanciare un messaggio chiaro: dobbiamo toglierci dalla testa che in questa era, la più ideologica della storia, come è stato ben indicato, vi sia qualcosa di realmente casuale o decondizionato. Tutto fa parte di un aberrante piano di abbassamento e di controllo ed è ovvio che la musica, medium efficace quanto mai, per quanto fiaccato nell’immaginario dagli stessi strateghi del Capitale, svolga un ruolo attivo in questo processo. Che certi artisti ne siano consapevoli o meno è problema minore (taluni, spesso vezzeggiati come “umanitaristi”, certamente lo sono, mentre altri, semplicemente, non hanno la statura o l’esigenza di capirlo…), poiché quello che conta adesso è svegliarsi e comprendere che la spazzatura musicale con cui dobbiamo confrontarci è l’espressione in suoni e parole di una ideologia contro l’uomo, che mira a distruggere tutto ciò che è forte e bello. Riappropriamoci dell’ascolto attivo, riappropriamoci di quella musica capace di generare “traumi ed estasi” e saremo individui migliori. Certamente, più felici.

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