Contro l’europeismo della paura e del ricatto finanziario

L’europeismo è espressione della assoluta conservazione dell’esistente, arroccato nella gabbia d’acciaio della oligarchia europea.


Elezioni europee: il ritorno della politica

Questa Europa è per i popoli simile ad uno spettro. Essa viene percepita dai popoli stessi come un organismo immateriale, impersonale ed astratto, che tuttavia ha profondamente inciso sulla realtà politico – sociale delle masse e sulla vita stessa degli individui, che si sentono estraniati dai processi decisionali della politica europea. Il disagio sociale, la precarietà del lavoro, l’incertezza del futuro per i giovani, sono fenomeni tipici di una società ormai priva di valori e culture di riferimento, in conseguenza della progressiva destrutturazione degli stati nazionali.

Eppure queste elezioni europee hanno acquisito, rispetto a quelle svoltesi dal 1979 in poi, un rilevante significato politico. La politica, già emarginata dalla governance tecnocratica delle istituzioni europee, sembra essere tornata alla ribalta, in virtù della protesta popolare rappresentata dai partiti sovranisti. Le tensioni politiche latenti all’interno degli stati si riversano sull’Europa. L’instabilità politica si è diffusa sempre più nel governo degli stati, proprio a causa delle politiche finanziarie europee. I popoli non si riconoscono nella UE, ma anzi, identificano nel modello economico – sociale europeo la causa prima degli squilibri sociali e della crisi strutturale della società in atto.

Il parlamento europeo, che non ha poteri legislativi e non esercita poteri sovrani sostitutivi degli stati, nei trascorsi decenni è stato un organismo sovranazionale quasi ignorato dalla opinione pubblica europea. Gli elettori si sono limitati a contestare unicamente i privilegi dei parlamentari europei, acquisiti a fronte della funzione pletorica e politicamente inconsistente assunta dal parlamento europeo.

Da destra / sinistra a elites contro popolo

Nelle precedenti legislature si è riprodotta nel parlamento europeo la composizione degli schieramenti tipici della dicotomia destra / sinistra già sussistente nei parlamenti nazionali.

Ma la crisi del 2008 ha però introdotto rilevanti mutamenti nel governo politico degli stati. Le ripetute crisi di governo, la ricorrente formazione di governi di unità nazionale, scaturiti dalla crescente crisi di consenso nei confronti dei partiti tradizionali, sono fenomeni che hanno disarticolato la stessa dialettica democratica da sempre imperniata sul confronto tra una maggioranza e una opposizione espresse dal voto popolare. L’espandersi a macchia d’olio dell’ondata populista e lo stato di prolungata ingovernabilità in cui versano alcuni paesi europei, sono fattori che esprimono compiutamente la crisi del sistema di democrazia parlamentare istauratosi in Occidente dalla seconda guerra mondiale in poi.

E’ venuta meno la contrapposizione orizzontale destra / sinistra, sia nella società che nelle istituzioni politiche, che registrano una irreversibile crisi di rappresentatività. La progressiva estinzione della contrapposizione orizzontale destra / sinistra è stata causata dal venir meno delle originarie culture ideologiche novecentesche, dalla omologazione dei partiti tradizionali al modello neoliberista impostosi con l’avvento della UE e della moneta unica: si è verificato in Europa un processo di progressiva spoliticizzazione delle istituzioni, con l’affermarsi di una oligarchia tecnocratica nella governance europea, che si è sovrapposta alle istituzioni democratiche.

Alla fine della contrapposizione orizzontale destra / sinistra sta subentrando in Europa una nuova dialettica politica di natura verticale tra le elites e i popoli, data la struttura sociale stratificata assunta dalla società europea, a seguito delle riforme in senso neoliberista imposte dalla UE. La protesta sovranista / populista è scaturita proprio da questa trasformazione dell’assetto sociale avvenuta in Europa negli ultimi decenni. A destra / sinistra si sostituisce l’alto contro il basso. E lo scontro alle prossime elezioni europee sarà tra europeisti e sovranisti.

Europeisti v/s sovranisti

I partiti sovranisti, peraltro assai differenziati tra loro, esprimono la necessità di ripristinare la sovranità degli stati con relativo trasferimento agli stati stessi di poteri economici e politici già devoluti alla UE. Il sovranismo rivendica i valori dell’identità nazionale, il ripristino dei confini, la difesa del welfare già falcidiato dalle politiche di rigore finanziario imposte dalla UE. Tuttavia, solo in Italia con il governo gialloverde ed in Francia con i con i partiti della Le Pen e di Mélenchon, la protesta populista ha assunto una impronta di carattere sociale, in aperta contestazione con la struttura finanziaria ed anti – popolare della UE.

Il fronte sovranista dei paesi di Visegrad invece, pur rivendicando la sovranità degli stati in tema di difesa dei confini, immigrazione e diritti civili, è del tutto omologato alla rigidità finanziaria europea. Infatti la Germania, al di là delle proteste verbali, si dimostra assai tollerante nei confronti delle derive illiberali ed autoritarie di Ungheria e Polonia, in quanto tali sovranismi non mettono in discussione il primato economico e la politica finanziaria tedesca: la Germania vuole preservare la colonizzazione economica dell’est europeo messa in atto con la delocalizzazione in tali paesi di larga parte del proprio apparato industriale. L’Italia, in contrasto con la UE riguardo l’osservanza delle regole di bilancio europee, potrebbe trovarsi nella paradossale situazione di sostenere il sovranismo altrui a discapito del proprio.

Europeisti e sovranisti saranno gli schieramenti che si fronteggeranno nelle prossime elezioni europee. Entrambi gli schieramenti si propongono di riformare l’Europa. Le proposte sovraniste sono animate spesso da velleitarismo e approssimazione. Il fronte sovranista si presenta assai differenziato e diviso, se non addirittura composto da forze in reciproco e aperto contrasto.

Il fronte europeista vuole riformare e democratizzare l’Europa, ma nella sostanza vuole conservare l’impianto istituzionale ed economico neoliberista attuale. La Francia di Macron, pur presentando un programma di riforme che comunque hanno riscosso sempre ripetuti e perentori “nein” da parte tedesca, ha concluso un patto di ferro con la Germania, con la formazione di un asse franco – tedesco volto a preservare ed estendere il predominio di Francia e Germania sull’Europa. La Germania, dopo la caduta di un muro, ne ha invece eretto un altro di natura finanziaria, dichiarandosi apertamente contraria a qualsiasi mutamento dell’attuale status quo europeo. Muro finanziario peraltro condiviso dai sovranisti tedeschi, dagli ascari scandinavi e austriaci. 

Per riformare l’Europa occorrerebbero profonde modifiche se non totali abrogazioni dei trattati (compresa la moneta unica), che istituirono la UE. Ma tali riforme sistemiche appaiono al momento improbabili, se non impossibili nei fatti. Occorrerebbero infatti l’unanimità dei consensi degli stati o maggioranze attualmente improbabili. Non emergono peraltro, se non a livello velleitario e confuso, progetti di rifondazione dell’Europa. La UE si rivela una istituzione rigida, oligarchica, estranea ai popoli ed irriformabile. E’ tuttavia soggetta ad processo di irreversibile disgregazione.

Lo schieramento europeista non si rivela comunque in grado di contrapporre a quello sovranista idee e progetti suscettibili di creare consensi popolari decisivi per affermare la necessita storica irreversibile dell’Unione Europea. Gli argomenti degli europeisti sono incentrati sulla sussistenza imprescindibile del mercato unico e della salvaguardia del modello europeo in tema di diritti umani. Questi sono i dogmi del’europeismo.

Il dogma del mercato unico

La necessità storica dell’Unione Europea nasce dalla nuova geopolitica mondiale delineatasi negli ultimi vent’anni. Gli stati nazionali non sarebbero infatti in grado di contrastare le sfide globali delle potenze emergenti quali la Cina e l’India, il ritorno della Russia come protagonista nella geopolitica mondiale, né sostenere il confronto con l’unilateralismo USA riguardo la politica dei dazi di Trump e il disimpegno della Nato.

Ma il mercato unico non ha però prodotto quella crescita, sviluppo e stabilità economica millantate dagli europeisti. All’abrogazione delle barriere commerciali e delle legislazioni a tutela del lavoro e dello stato sociale, hanno fatto riscontro normative liberalizzatrici della concorrenza che, unitamente alla fissità dei cambi con l’avvento dell’euro hanno generato instabilità, crisi dei debiti sovrani, declassamento sociale per i ceti medi. La UE non ha rafforzato l’Europa (con l’eccezione della Germania), nella competizione globale esterna, ma ha semmai destrutturato l’economia degli stati deboli a vantaggio degli interessi dominanti degli stati più forti.

In Europa, con il modello neoliberista improntato alla concorrenza selvaggia, si è affermato un sistema contrassegnato dal dumping economico, fiscale e delle risorse umane, dal quale l’Italia ed altri paesi più deboli sono stati gravemente pregiudicati. Regimi fiscali assai compiacenti, quali quelli di Lussemburgo, Lituania, Irlanda, Romania (con aliquote inferiori all’11%), o di  Polonia, Ungheria, Estonia, Lettonia e Bulgaria (aliquote al di sotto del 15%), attraggono investimenti esteri a discapito dei paesi europei industrializzati. Senza contare poi, che i paesi dell’est europeo ricevono sostanziosi contributi dalla UE come aree depresse (contributi sottratti anche al meridione italiano). Tali finanziamenti europei consentono a quei paesi di praticare aliquote da paradisi fiscali e quindi favorire la delocalizzazione industriale da ovest ad est in Europa.

Da un recente rapporto del Censis, emerge che ogni anno i paesi della UE perdono 1.000 miliardi di gettito fiscale per evasione o elusione. Esiste inoltre il dumping salariale (i salari bulgari sono inferiori a 2 euro l’ora), che ha alimentato come non mai il processo di delocalizzazione produttiva, con relativa deindustrializzazione di vaste aree dell’Europa occidentale. Nel settore manifatturiero l’ovest europeo ha registrato l’83,9% sul totale dei posti di lavoro persi.

A tali fenomeni fa riscontro la fuga delle risorse umane più qualificate e l’Italia con ben 285.000 emigrati nel solo 2018 è al terzo posto nella graduatoria europea. Gli effetti degli squilibri economici e della caduta degli investimenti esteri nella UE (specie in Italia), si sono rivelati devastanti, in una Europa che è oggi alle soglie della recessione e assolutamente incapace di affrontare le sfide / minacce della geopolitica mondiale.

L’Europa dei diritti umani e del totalitarismo individualista

Secondo lo schieramento europeista, preservare l’Unione Europea dalla minaccia sovranista è una necessità inderogabile, al fine di difendere il patrimonio dei diritti umani e della democrazia liberale, valori universali su cui si fonda l’istituzione europea. Quindi, la difesa della UE, assume i caratteri di una crociata antisovranista. Il fronte sovranista sarebbe infatti fautore di forme di una democrazia illiberale che potrebbe condurre a derive autoritarie.

La legislazione europea, di ispirazione ideologica liberale, si è sovrapposta al pluralismo costituzionale degli stati e quindi alla loro specificità storico – culturale. L’Europa non è uno stato sovrano, ma una istituzione sovranazionale, dirigista e cosmopolita che antepone i diritti individuali alle comunità sociali e statuali. Pertanto, abrogando di fatto i principi fondamentali su cui si basa la sovranità degli stati, ha delegittimato la rappresentatività dei corpi intermedi, di quegli organi cioè predisposti a rappresentare gli interessi e i valori emergenti dalla società civile. Non a caso, nei trattati europei non sono stati recepiti i diritti sociali ispirati alla solidarietà comunitaria, alla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, alla tutela dei diritti sindacali propri della vecchia socialdemocrazia europea, del solidarismo cristiano, dell’economia mista.

L’Europa non è una patria, ma una istituzione sovranazionale predisposta a creare una società cosmopolita ed individualista, che riconosce le libertà economiche e i diritti individuali a discapito dei principi di eguaglianza e di solidarietà sociale. Il sovranismo invece propugna il primato dello stato sugli ordinamenti sovranazionali e viene quindi considerato una forma di democrazia illiberale contraria alla democratizzazione della UE, che, affermando il primato degli stati nazionali limiterebbe le libertà individuali.

In realtà l’individualismo ideologico liberale – cosmopolita posto a fondamento delle istituzioni europee, non riconosce le diversità ed il pluralismo delle culture e dei valori etici propri delle comunità identitarie da cui traggono origine gli stati nazionali. L’individualismo è frutto di una elaborazione ideologica astratta, un dogma illuminista che si antepone alla società civile su cui debbono essere plasmati e ideologicamente modificati gli individui. L’individualismo liberale, nell’era della globalizzazione neoliberista, rivela la sua natura totalitaria. Con l’Unione Europea si è voluto generare un homo novus europidis, privo di radici culturali e valori identitari, eterno migrante economico, idoneo ad adeguarsi alle sfide del progresso tecnologico e plasmato dalla cultura mediatico – virtuale dell’atomismo materialista della società globale.

Le libertà economiche non comportano l’evoluzione della democrazia politica, anzi ne sono la negazione. La delegittimazione dei corpi sociali intermedi e degli stessi stati nazionali, ha condotto al predominio istituzionale delle lobbies economiche e finanziarie che esercitano di fatto la governance della società civile.

La difesa della gabbia d’acciaio, la paura dell’ignoto e il ricatto finanziario

L’europeismo è espressione della assoluta conservazione dell’esistente, arroccato nella gabbia d’acciaio della oligarchia europea. E’ privo di progetti innovativi, il suo economicismo assoluto è del tutto insensibile al malcontento dei popoli svantaggiati. Vuole preservare il dominio delle elites europeiste all’interno degli stati, così come mantenere inalterati i rapporti di forza tra gli stati, con la prevalenza dell’asse franco – tedesco.

Nelle prossime elezioni europee, pur verificandosi una rilevante avanzata sovranista, probabilmente si confermeranno maggioritari gli schieramenti europeisti tuttora dominanti. E’ proprio delle società decadenti questo spirito di conservazione dell’esistente. La maggioranza degli elettori europei, è animata da un istinto conformista o da una rassegnata impolitica apatia. E’ protesa alla difesa del proprio illusorio particolarismo individualista, atterrita dalla avanzata del nuovo, dal salto nel buio dell’ignoto, da un futuro tutto da decifrare e immaginare. La paura, unita al ricatto finanziario, è il più efficace deterrente contro l’impulso innovatore della storia. Il collante del consenso europeista è costituito dalla paura, dall’angoscia che suscita non questo immobile eterno presente, ma il futuro incombente.

Ma l’attuale progressiva decadenza morale e materiale dell’Europa è un processo irreversibile e tutte le sue potenziali contraddizioni sono destinate ad esplodere nel prossimo futuro.

Qualora tali considerazioni il 27 maggio prossimo si rivelassero errate, sarò lieto di fare una profonda autocritica.      

Fiat lux

Il Cardinal Konrad Krajewski: un nuovo Robin Hood rovesciato

L’ “elemosiniere” papale strappa i sigilli e riattiva la luce in uno stabile occupato e vertiginosamente moroso, sede di un collettivo rosso, di un’osteria, di un teatro e abitato da 450 abusivi che non pagano nulla; oggi tutti quanti i telegiornali, i nuovi pulpiti sermoneggianti del mondialismo, inneggiano alla Chiesa, novella Robin Hood, che toglie ai ricchi (se stessa forse?) per dare ai poveri (le cosiddette”risorse” forse?)

Ma siamo sicuri che vada proprio così?

“Fiat lux”: la Chiesa applica così il principio evangelico, mediante la voce oneri di sistema (oneri di sistema nella bolletta elettrica sono degli importi fatturati a tutti i clienti finali che servono a coprire i costi sostenuti dai fornitori di energia per le attività di interesse generale svolte sulla rete elettrica nazionale), a noi tutti che ogni sera, esausti ed accasciati sul divano, dopo una giornata di lavoro, veniamo martellati dagli spot del tipo “dona un sorriso..” cosicché possiamo sentirci fortunati per aver ancora un lavoro, ricchi per ricevere ancora una qualche retribuzione, e colpevoli per avere il divano, comprato a rate da Poltrone

Sisà… Quando invece non siamo né ricchi, né fortunati e tanto meno colpevoli.

Quindi, chi pagherà? I clienti non morosi gestione luce e i clienti dei servizi in monopolio (acqua ad esempio), che tanto nulla possono fare.

In tal modo questo “elemosiniere” ha agito come una sorta di Robin Hood rovesciato: è un ricco, che dà a qualcuno, scelto non a caso, a spese dei poveri.

Sì, sempre a spese di quella classe media, ridotta a precariato, che, secondo la rapace dottrina mondialista, ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità e che pertanto oggi si vede portar via tutto, un colpo per volta, complice la cosiddetta “crisi” ovvero il nuovo sistema di governo basato sull’incertezza e sulla paura.

E come le dame di carità di ottocentesca memoria, andavano, con l’ombrellino di seta, a far beneficenza grazie ai proventi dei mariti, al fine di mantenere lo status quo, così oggi, in questa gara di beneficenza porporato fuxia, tutti si affannano a soccorrere i “poveri”, facendo contestualmente in modo, tra politiche di austerità, governi tecnici ed inni ai porti aperti, che non solo essi non si esauriscano ma che vi siano sempre nuove e fresche “risorse” in arrivo ad incrementarne le fila.

RADIO RADICALE, è battaglia pubblica di civiltà


La volontà grillina di strangolare finanziariamente la storica emittente di servizio pubblico accompagnata da un giornalismo collaborazionista e miope impongono una doverosa riflessione su un inquietante disegno ben più articolato e pericoloso di censura democratica e deriva privatistica

Abbiamo già espresso su queste colonne la nostra avversione per la decisione dell’esecutivo Lega-M5S di tagliare progressivamente il contributo pubblico all’editoria e all’informazione nel triennio 2019-2021. Un taglio di risorse che segnerà per centinaia di testate locali e “di opinione” una condanna a morte differita, ma certa. Immediata, invece, sarà la soppressione di Radio radicale che, se non fatta oggetto di un tempestivo provvedimento parlamentare “ad hoc” che finanzi con cinque milioni le attività radiofoniche del secondo semestre, chiuderà i battenti il prossimo 21 maggio, data infausta, resa beffarda dalla vicinanza con le elezioni europee della successiva domenica.

Premettiamo di non aver mai votato radicale, né di essere iscritti al partito che fu di Pannella e di essere dal 20 settembre 2016 attenti e costanti lettori de “La Verità”. Ciò nonostante non possiamo non stigmatizzare un offensivo articolo sul finanziamento pubblico a Radio radicale apparso lo scorso 19 aprile (giorno di Santa Emma) sul medesimo quotidiano che, oltre a fiancheggiare una sconcertante scelta liberticida del governo, pecca, a nostro avviso, di vistose imprecisioni e sospetto pressappochismo. A partire dal titolo: “I radicali fanno i liberisti su tutto tranne che sui fondi alla loro radio” e dalla chiusa: “Sono buoni tutti a fare i liberisti con gli altri e gli statalisti con sé stessi. Non le pare, senatrice Bonino?”.

Innanzi tutto la lacunosa analisi nella quale si esprime condivisione per i tagli all’editoria decisi dal governo a guida M5S trascura il fatto che, oltre a detenere un archivio di inestimabile valore storico, politico e culturale (elemento rilevantissimo, ma taciuto dall’autore), Radio radicale, in virtù della convenzione stipulata con il Ministero dello Sviluppo economico, non possa beneficiare di introiti pubblicitari i quali, se percepiti, snaturerebbero il suo contenuto e la sua ragion d’essere di servizio pubblico e – aggiungiamo – essenziale.

L’articolo non considera, inoltre, che qualsiasi altro operatore radiofonico, con un budget di dieci milioni annui, non sarebbe in grado di conseguire e mantenere livelli quantitativi e qualitativi pari a quelli raggiunti grazie alle alte professionalità e collaborazioni presenti in Radio radicale, dove evidentemente intervengono anche elementi immateriali ed identitari di condivisione ed appartenenza, estranei dunque ai soli criteri economici. I riferimenti alle gare pubbliche, al libero mercato, alla concorrenza e a von Hayek avrebbero potuto essere, quindi, intelligentemente omessi, considerando anche che da anni è la stessa radio che invoca l’indizione di una gara pubblica alla quale partecipare in qualità di concorrente per la fornitura del servizio.

L’articolo, ancora, e ci riferiamo al citato finale, evidenzia un’ignoranza di fondo, più grave se palesata in uno scritto con velleità politiche: non essere a conoscenza (o fingere, il che sarebbe ancor più imperdonabile per la credibilità delle tesi sostenute) che Radio radicale nulla ha a che vedere con +Europa, cioè con Radicali Italiani e la sua leader, Emma Bonino, essendo organo della Lista Marco Pannella, non propriamente la stessa cosa, considerando le acerrime dispute giudiziarie. Altro che l’einaudiano “conoscere per deliberare”! Si informi il solitamente bravo autore del pezzo ed eviti, in aggiunta, di scegliere a corredo dello scritto una foto datata di Emma Bonino sorridente con le cuffie nello studio radiofonico che, nel 2019, veicola un messaggio errato e giornalisticamente mistificatorio.

Infine, l’operazione sottesa all’articolo di creare surrettiziamente – sia detto in estrema sintesi – una liaison tra lo spirito del compianto Massimo Bordin (che di quella radio è stato, oltre che per vent’anni direttore, l’indimenticabile “voce” e l’anima) e la augurata “generosità” – via Bonino – di George Soros, quale finanziatore alternativo dell’emittente, appare inqualificabile e da respingere con sdegno.

Dubitiamo, pertanto, che l’autore dell’articolo ed alcuni suoi compagni di iconoclastia editoriale, come il ministro Di Maio o il “gerarca minore” Crimi (copyright di Bordin), la sera del 25 aprile abbiano avvertito la curiosità e scoperto poi il piacere di ascoltare su Radio radicale, in rapida successione, l’accattivante presentazione-intervista del libro dei prof. Mauro Canali e Clemente Volpini “Mussolini e i ladri di regime” (Mondadori, 2019); e a seguire l’interessante relazione del prof. Giuseppe Parlato (presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice), datata gennaio 2019, svolta nel corso di un convegno organizzato dall’Istituto italiano di Studi germanici ed intitolato “Le istituzioni e la politica culturale del fascismo”.

Siamo certi, di contro, che se quanti si stanno adoperando con zelo servile nelle istituzioni o nei media, favorendo un torbido clima oscurantista, per chiudere una voce pubblica di informazione libera al servizio della collettività si fossero sintonizzati su quelle frequenze avrebbero potuto usufruire di illuminanti lezioni di primari esponenti della ricerca storica contemporanea, i quali, pur con differenti sensibilità politico-culturali, pongono la consultazione diretta di nuove fonti archivistiche e documentarie a fondamento della propria attività scientifica ed il rigore espositivo, unito ad un’efficace azione divulgativa, al servizio del lettore/ascoltatore, soprattutto di quello meno competente. Ciò nel pieno rispetto dell’essenza degli studi storici: la revisione delle conoscenze e la continua messa in discussione delle verità acquisite.

Radio radicale – comunque la si pensi – è stata e rimarrà una insostituibile fonte non filtrata di informazione che ha garantito ad ogni cittadino, per oltre quarant’anni, l’esercizio del diritto alla conoscenza. Un principio non contemplato esplicitamente nemmeno in Costituzione.

Non deve, allora, stupire se la radio ed il suo prezioso archivio che si arricchisce quotidianamente di sedimentazioni di cronache politiche e giudiziarie destinate, con l’azione del Tempo, a scivolare nella storia (e quindi a stimolare ulteriori studi, ricerche e riletture del passato) siano oggetto di scempio da parte di coscienti criminali della memoria e dei loro complici. Intollerabili per costoro si sono rivelate le dirette dei lavori parlamentari, dove l’impreparazione e l’imbarazzante livello estetico e lessicale soprattutto di molti Cinque Stelle, affiorati e trasmessi senza filtri, hanno contribuito a falcidiare il relativo consenso elettorale.

L’oltraggio ad un patrimonio pubblico della nazione – perché di questo si tratta – non è solo esercizio becero del potere, non può essere ridotto ad espressione esteriore di bullismo maggioritario misto ad ignoranza. Temiamo che il violentissimo attacco ad un’emittente radiofonica alla quale si vuole procurare la morte per asfissia finanziaria altro non sia se non una tessera – pur mediaticamente rilevante – di uno squallido mosaico ben più vasto e dai contorni allarmanti.

L’azione politica del M5S e del suo dante causa, ad iniziare dalle modalità di selezione della classe dirigente, è informata alla marginalizzazione di competenze e qualità personali, ridotte a dettagli trascurabili. Un venditore di bibite nelle domeniche calcistiche senza significative esperienze di lavoro che diventa capo politico del primo partito nazionale, pluriministro e vicepremier non è la personificazione vincente del sogno americano; è semmai la trasposizione visibile di un inquietante messaggio comunicativo: il superamento della centralità dell’elemento umano in politica e la sua sostituzione con algoritmi informatici. È l’assurgere della distorta logica dell’“uno vale uno” a dottrina politica. È la promozione dell’incompetenza a requisito indispensabile.

I tempi di annientamento dei sani anticorpi sociali potrebbero non essere brevi: ma il disegno eversivo della Casaleggio Associati, perseguito tramite le api operaie pentastellate presenti in parlamento o a Palazzo Chigi, prevede strategie di realizzazione ed orizzonti temporali di medio-lunga durata. Tracce di una politica intesa da Socrate come arte regale o da Platone intimamente congiunta alla filosofia visibili nelle istituzioni ancora qualche decennio fa vengono progressivamente espunte con un’azione di costante delegittimazione della funzione politica e dei contrappesi istituzionali.

Il superamento, vaneggiato da Casaleggio, della democrazia parlamentare a favore della democrazia diretta (leggasi plebiscitaria e totalitaria) di matrice rousseauiana passa attraverso una scientifica disintermediazione politica da realizzare marginalizzando, annichilendo o colpevolizzando i corpi intermedi dello Stato, le rappresentanze delle forze sociali, la stampa, la magistratura, lo stesso parlamento e, in ultimo, le province. La demagogica retorica dei costi della politica (stipendi, pensioni e persino numero dei parlamentari da tagliare), nonché il ricorso distorto al referendum propositivo sono da iscriversi in questo sovversivo filone di pensiero.

L’attacco alla libertà di stampa attraverso la chiusura pianificata di centinaia di testate minori e lo sconcertante accanimento nel radere al suolo un’eccellenza italiana dell’informazione e della comunicazione quale è Radio radicale non può allora che essere letta ed inquadrata come un passaggio obbligato di una marcia di avvicinamento verso una deriva privatistica della società. Un mondo non più politico, con lo Stato ridotto ad azienda economica. Dove la partecipazione sarà da intendersi partecipazione agli utili. Dove le maggioranze deliberanti risiederanno in un condominio. Dove le urne saranno quelle cinerarie della coscienza critica.

Sempre a proposito: come si può invocare il mercato e le sue leggi per giustificare la retorica del risparmio di risorse pubbliche, negando una cifra poco più che simbolica per la sopravvivenza di Radio radicale, e contestualmente foraggiare con 300 euro tratti dallo stipendio di ogni parlamentare M5S (circa 100 mila euro mensili!) – sborsati dunque dai contribuenti italiani – una società privata che gestisce un software, peraltro sanzionato dal Garante della Privacy relativamente ai profili di riservatezza del voto e vulnerabilità di sistema, che vorrebbe sostituire l’impianto politico-costituzionale della Repubblica?

La prevedibile fine di Radio radicale – lo diciamo a tre settimane dal fatidico 21 maggio – è dunque solo la punta dell’iceberg di una complessa visione del mondo dove l’alienazione rousseauiana della volontà collettiva a vantaggio di un consiglio di amministrazione rischia di mutarsi in tragica realtà.

A noi, sani anticorpi sociali ai quali abbiamo fatto cenno, allergici a Rousseau (nella duplice detestabile accezione), il compito di contribuire ad impedire la realizzazione di un simile progetto. A partire dall’espressione di voto alle prossime elezioni europee, dove potremo giudicare con un tratto di penna chi vuole uccidere la libertà con la democrazia. Con la libertà di stampa e la tutela della memoria, di tutta la memoria, non si scherza.

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